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Wilma Rudolph, la Gazzella Nera che conquistò Berruti e l’Italia

Simone Nastasi

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Per i 79 anni compiuti oggi dalla Leggenda Livio Berruti, vi raccontiamo della sua amicizia con un altro pilastro della storia dello Sport, Wilma Rudolph, con le Olimpiadi di Roma del 1960 a fare da sfondo.

Livio e Wilma. La storia di due campioni che potrebbe essere la trama di un romanzo. Una foto li ritrae insieme, mano nella mano nei giorni delle Olimpiadi di Roma del 1960. Entrambi giovanissimi: lui ventunenne; lei appena ventenne. Lui è Livio Berruti, velocista piemontese; lei è Wilma Rudolph, giovanissima promessa afroamericana dell’atletica leggera. Quell’anno, alle Olimpiadi romane, entrambi scriveranno pagine di storia dello sport mondiale. Livio Berruti conquisterà la medaglia d’oro nella finale dei 200 m piani, piazzandosi davanti a tutti con il tempo di 20’5 (suo record personale). Lei, Wilma Rudolph  vincerà invece più o meno tutto quello che c’era da vincere: conquisterà la medaglia d’oro prima nella finale dei 100 m; poi quella dei 200; infine la staffetta 4X100.

Da quel momento in poi, Wilma Rudolph divenne per tutti la “gazzella nera”. Roma cadde ai suoi piedi e molti italiani rimasero letteralmente stregati dalla velocità delle sue gambe e da quei suoi occhi neri. Tra questi anche lo stesso Livio Berruti, che molti anni più tardi (nel 2010) dichiarerà al Corriere della Sera, di non aver mai “consumato” quell’amore nutrito per la Rudolph. Per colpa, disse, di un giovanissimo pugile americano destinato a diventare leggenda. Sul quale Wilma, a quanto pare, aveva messo gli occhi. Si chiamava ancora Cassius Clay. Prima che, qualche anno più tardi, dopo essersi convertito all’Islam, vorrà farsi chiamare Muhammad Ali. Fu per “colpa” di Clay che Livio e Wilma non andarono oltre quell’immagine che li ritrae insieme come fossero proprio due fidanzati.

Ma Livio non si scorderà mai di Wilma. Così come neanche molti italiani. Lei, che proprio quell’anno in Italia vinse tutto e poi non vinse più niente. Semplicemente perché volle fare altro. Preferì dedicarsi all’insegnamento che continuare la carriera di velocista. Quella stessa carriera che molti anni prima era stata messa a repentaglio dalle precarie condizioni di salute. Per colpa di una poliomelite che Wilma aveva contratto da bambina. E che aveva rischiato di farla rimanere zoppa per sempre. Ma proprio nella gara più importante, Wilma seppe bruciare sul tempo anche l’avversario più pericoloso: la morte. E finalmente, dopo che per anni fu costretta a camminare con un apparecchio correttivo, a dodici anni, riuscì a sconfiggere definitivamente il male. Da quel momento in poi, come molte altre ragazze della sua età, anche Wilma potè dedicarsi allo sport. Prima la pallacanestro poi l’atletica leggera dopo essere stata notata da un allenatore locale che decise di puntare su di lei. Mai scelta fu più azzeccata.

Pochi anni dopo, quando Wilma era sedicenne, arrivò anche la prima medaglia (di bronzo) alle Olimpiadi del 1956 nella staffetta 4X100. Solo l’antipasto di quello che accadde quattro anni dopo. Quando Wilma entrò definitivamente nella storia alle Olimpiadi di Roma. Proprio come quella fotografia che la ritrasse insieme a Livio Berruti e che ebbe un impatto fortissimo per quelli che erano i tempi di allora. Anni nei quali l’apartheid dall’Africa cominciava a fare proseliti anche nel resto del mondo. Tre anni più tardi quella fotografia, nel 1963, arrivò lo storico discorso dell’ I have a dream pronunciato da Martin Luther King a Washington. Anche quella volta, evidentemente, Livio e Wilma seppero arrivare al traguardo prima degli altri.

5 Commenti

5 Comments

  1. Alvaro

    febbraio 14, 2016 at 6:02 pm

    Due grandissimi campioni vedendo i quali abbiamo sognato in anni dove fantasticare era lecito e la speranza era in tutti noi.

  2. Marino de Medici

    febbraio 14, 2016 at 6:48 pm

    Come corrispondente dagli stati uniti, conobbi bene wilma e organizzai il suo ritorno a roma nel marzo 1969 dopo che un giornale comunista scrisse che si era vendute le medaglie olimpiche perche ridotta al lastrico. Wilma smenti personalmente quella menzogna e fu lieta di tornare a roma. Parlai a lungo con lei ma non fece alcuna menzione di berruti. Un capitolo del mio libro SCRIBE e dedicato a lei.

    • Makawa

      febbraio 15, 2016 at 3:19 am

      Mi informerò, interessante!

      • makawa

        febbraio 15, 2016 at 3:23 am

        Ho pure il kindle, ma 10 euro sinceramente.. mi sento meno interessato.

  3. doneganagabriella

    giugno 24, 2017 at 9:48 am

    Ero una ragazzina , ho seguito i due atleti con grande ammirazione , molto eleganti, con grande stile, era quello che ho notato poi erano molto belli, un corpo magro da
    gazzelle, quando ho saputo della morte di Wilma mi e’ molto dispiaciuto avrei volu
    to rivederla ancora qui da noi in qualche trasmissione dove ricordava il suo passato d’atleta, poi una ragazza di colore che finalmente, senza ghettizzarla ha potuto e vo
    luto fare un grande passo nella sua vita facendo vedere che il colore della pelle non
    impediva alla persona di essere intelligente, grande sportiva, bella, elegante e tanto ancora!Livio Berruti, un grande, una persona semplice e molto bravo co
    me atleta.

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Usa-Messico: quando un muro serve per unire

Emanuele Catone

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Sono iniziati i lavori per la costruzione del famigerato muro tra il Messico e gli Stati Uniti, uno dei punti fondamentali della campagna elettorale di Donald Trump, che non riesce per ora ad ottenere il completo appoggio economico da parte del Congresso. La barriera in costruzione, infatti, andrà a sostituire e rafforzare quella già esistente, fatta di reti e recinzioni e sarà lunga 6 chilometri su 3200 totali di frontiera. Ma tra i due Stati, c’è chi quel muro lo utilizza per giocare e per unire, non per dividere.

Innalzare un muro per bloccare l’immigrazione, ma costruirlo anche scrivendo la parole fine ad una pratica sportiva che dal 1979 coinvolge le popolazione del Messico e degli Stati Uniti d’America. Donald Trump non molla l’idea di voler rafforzare il muro tra le due nazioni. Rafforzare perché, in effetti, esiste già una trincea separatoria in quella vasta area dove ogni anno ad aprile, in una tradizione nata nel 1979 e divenuta continuativa dal 2006, messicani ed americani si riuniscono per giocare a Wallyball; una partita di pallavolo che ha la particolarità di trasformare quel muro, che ancora tale non è, come rete da gioco. Il match viene disputato precisamente nella zona di Naco, nello stato del Sonora per il Messico e in quello dell’Arizona per gli Stati Uniti.

Di schiacciate non se ne vedono data l’altezza della recinzione e del gesto di “murare” gli amici-avversari neanche l’ombra; solo pallonetti, tanta voglia di divertirsi e il desiderio di dare uno schiaffo alla politica mostrando la nullità delle barriere di fronte all’umanità della “gente comune”. Il tutto, però, limitato nell’arco di tre ore ovvero il tempo limite dettato della legge che non permette una sosta più lunga in quella zona di confine.

Col tempo questa tradizione si è estesa anche a zone diverse dal confine messicano-statunitense: sulle spiagge di San Diego, ad esempio, si è giocato un Beach Wallyball” contro i dirimpettai messicani abitanti di Tijuana.

E il muro ideato da Trump, cavallo di battaglia nella sua corsa all’elezione, potrebbe far terminare questa bellissima iniziativa. La costruzione sarebbe troppo alta per permettere agli atleti di giocare, non riuscirebbero neanche a guardarci attraverso; anche se il presidente non dovesse riuscire nel suo progetto per il costo troppo elevato, ci sarà comunque un rinforzo delle barriere e una aggiunta di recinzione che renderebbero allo stesso modo la partita impraticabile.

“Per noi è un modo per celebrare l’unione dei due paesi”. Questo aveva dichiarato Jorge Villegas, sindaco di Sonora. Parole che vanno ben oltre lo scevro patriottismo trumpiano e che da sole potrebbero servire a mostrare l’inutilità e futilità del progetto Trump.

Illustrazione Copertina: Victor Abarca

 

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L’incredibile impresa di Carlo Airoldi: storia di un eroe italiano

Daniele Esposito

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Avrebbe compiuto oggi 149 anni Carlo Airoldi, un piccolo grande eroe che con la sua impresa ci ha mostrato cosa voglia dire davvero l’amore per lo Sport.

Carlo Airoldi era semplicemente uno sportivo appassionato, maratoneta e podista che aveva vinto solo qualche gara di paese, ma con grande passione. Figlio di contadini, lavorava in una fabbrica di cioccolato.

La sua storia non è nota perché, come sappiamo, chi non vince viene presto dimenticato. Ma, in questo caso particolare, vincere o perdere non ha inciso assolutamente sull’impresa che Carlo ha portato a termine. Qui si va ben oltre.

 

A poco più di un mese dall’inizio delle Olimpiadi di Atene del 1896, Carlo, non potendosi permettere i soldi per affrontare le spese del viaggio, decise di partire per la Grecia a piedi, sfidando qualsiasi corridore e qualsiasi cavallo, con la certezza di essere il migliore e non avere rivali.

Decise di farsi sostenere da un giornale sportivo: “La bicicletta”, al quale promise la corrispondenza e l’aggiornamento riguardo la propria avventura. La sfida era affrontare il viaggio da Milano fino ad Atene, in un mese. Fu un cammino pieno di ostacoli in cui il corridore rischiò anche la vita imbattendosi in gruppi di briganti. Tramite un  piroscafo che lo portò fino a Patrasso, proseguì poi il suo viaggio a piedi fino alla meta tanto bramata, Atene.

Airoldi arrivò nella capitale greca i primi di Aprile, giusto in tempo per l’inizio dei Giochi Olimpici. Ma la sua fama lo precedette, provocando chiaramente preoccupazione e apprensione tra gli organizzatori dei giochi olimpici: la maratona era la gara simbolo della competizione greca e a vincerla doveva essere assolutamente un greco. Grazie ad un cavillo burocratico, infatti, ad Airoldi non venne concessa l’autorizzazione a partecipare alla gara, perché considerato un professionista e i giochi olimpici erano esclusivamente riservati ai dilettanti. Le richieste del consolato italiano furono insistenti, ma servirono a ben poco. La maratona venne vinta, come da copione, da un dilettante greco, Spiridon Louis.

Carlo assistette alla corsa e rilasciò le seguenti parole a “La bicicletta: “E’ necessario che io parta al più presto, giacché ieri ed oggi dura fatica feci a reprimermi. Mi sentivo il prurito nelle mani e non posso tollerare più a lungo i sorrisi ironici di certi villani, ai quali avrei voluto far vedere, se non mi avesse trattenuto il timore di passare per un farabutto, che oltre alle gambe possiedo anche delle buone braccia. Dopo tutto mi consolo perché a piedi vidi l’Austria, l’Ungheria, la Croazia, l’Erzegovina, la Dalmazia e la Grecia, la bella Grecia che lasciò in me un ricordo indelebile.

La storia di Carlo Airoldi è sicuramente una storia che andrebbe raccontata o almeno menzionata nei libri di storia: è intrinseca, al suo interno, la voglia di un uomo di coltivare le proprie passioni nonostante le avversità e gli ostacoli. Carlo era un uomo umile e povero, ma ciò non bastò per frenare la propria indole di sportivo prima, e corridore poi. Dalle sue parole è possibile comprendere quanto l’obiettivo di partecipare fosse importante per lui, ma allo stesso tempo, che il viaggio stesso e la possibilità di credere in un sogno battendosi per quello che si ama, nonostante la sconfitta finale, fosse il vero scopo della sua eroica corsa. Beh, questa è la storia di Carlo Airoldi, un eroe vincente, senza medaglia.

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Esports: quando truccare le partite è un (video) gioco

Emanuele Sabatino

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Qual è il fine a cui tendono gli e-sport? La risposta è molto semplice: emulare nel modo più accurato possibile le stesse situazioni, le stesse dinamiche, della vita reale. O almeno, esclusi i giochi di fantascienza, è quello il proposito dei giochi sportivi e di guerra.

Purtroppo però quando si tenta di emulare al massimo qualcosa, si prendono sia i lati positivi sia quelli negativi. Ed eccoci al punto dolente. Nello sport una delle piaghe più importanti, insieme al doping, è quella del match-fixing, ovvero delle partite truccate.

 Eh sì, anche il mondo virtuale dei joystick e dei mouse e tastiera è entrato nel mirino dei criminali nel settore del match-fixing. Il motivo è sempre lo stesso ed è valido per tutti gli ambiti della vita. Dove girano soldi, tanti soldi, qualcuno vuole prendersi un bel vantaggio aggirando le regole, arricchendosi e trasformando quel mercato e quell’ambiente in marcio.

QUANTI SOLDI VENGONO SCOMMESSI SUGLI E-SPORT?

La domanda che molti, io in primis, mi sono domandato è stata la seguente: “Ok, ma quanti soldi potranno mai generare le scommesse legate agli e-sport?” La risposta è talmente incredibile che ancora oggi fatico a digerire la risposta. Le scommesse abbinate agli e-sport, solo nel 2017 sono state pari a 696 milioni di dollari.

Tantissimi soldi ed il motivo è molto semplice. In tutto il pianeta ci sono 385 milioni di persone che interpretano tre ruoli contemporaneamente: Giocatori, spettatori e scommettitori. A questi vanno aggiunti quelli che scommettono solamente, tra cui le organizzazioni criminali, che muovono tantissima moneta.

L’industria dei videogiocatori si è ampliata, è cresciuta, è diventata lucrosa. In Asia è una realtà già da tempo ed in Europa sta crescendo sempre di più grazie anche all’aiuto di Federazioni, come la Ligue 1 francese che ha istituito la versione virtuale della lega calcistica dove ogni settimana si giocano le stesse partite in programma negli stadi in modo virtuale, e altre squadre che hanno assunto dei pro-player per disputare le partite sotto la propria bandiera.

COME FUNZIONA LA CORRUZIONE

Esistono sono due tipi di corruzione, entrambe fanno leva sul fatto che questi ragazzi ritrovatesi di punto in bianco in auge e in un mondo molto ricco, non sono stati formati per essere professionisti e senza nessuna istruzione dal punto di vista etico. Il primo modo di essere corrotti è se vogliamo “di sopravvivenza”. I pro-player si vendono le partite per auto-finanziarsi l’iscrizione a tornei successivi. Il secondo invece è quello “associativo” dove ci sono dietro le organizzazioni criminali che vanno dai player e li convincono a vendersi le partite dietro lauto compenso.

Ian Smith, commissario per l’integrita della Esport Integrity Coalition (ESIC) ha dichiarato che il giro di scommesse clandestine ed illegali sulle competizioni virtuali si aggira intorno ai 2 miliardi l’anno.

COME SI PUO’ COMBATTERE?

Le quote vengono rilevate in tempo reale, quindi lo stato di allerta si genera subito intorno all’evento. Come per gli sport normali, più si va lontano dalla scena professionista main-stream più il rischio combine diventa concreto.

IL PROBLEMA DELLE SKIN:

Se per combattere le scommesse il vantaggio è quello di avere gli alert delle quote in tempo reale e poter vedere chi ha scommesso seguendo i flussi di denaro. La cosa  che rende più difficoltosa la scoperta e cattura dei giocatori corrotti è il fatto che essi sono internet-addicted, ovvero conoscono molto bene internet ed il mondo dell’informatica e sanno come celare la propria identità. Proprio per questo per ricevere la “mazzetta” per truccare una partita, utilizzano le SKIN. Le skin sono oggetti che vengono usati dai personaggi nei videogiochi. Può essere un’armatura o una spada o anche altro. Più è potente e più è costosa.

Vengono trasferite e vendute anche nel fuori dal gioco nel mercato nero quindi succede uno scenario simile a questo: Criminale vuole corrompere un giocatore. Compra una spada ed un armatura per un importo di 10.000 euro e poi la passa al giocatore da corrompere per perdere la partita. Il corrotto, può rimonetizzare la skin vendendola a sua volta per soldi ad un terzo giocatore.

ARRESTI ILLUSTRI

Nel 2016 il mondo e-sports venne scosso dall’arresto di Lee Seung-Hyun, uno dei giocatori più forti di tutti i tempi di Starcraft 2 che per essersi venduto due partite si è beccato 700.000 KRW di multa, pari a 532 euro, 18 mesi di carcere, 3 anni di spospensione e ban a vita dagli e-sport coreani.

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