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Willem van Hanegem, il Sopravvissuto

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Willem van Hanegem, il Sopravvissuto

Forse non ci si sofferma mai abbastanza a pensare, di certi grandi giocatori, quanto siano stati grandi davvero, e perché. Perché non tutto l’hanno capito, forse; non subito, non dalle generiche riprese televisive di un tempo.

Il fatto è che Dio, se avesse un ruolo negli undici, avrebbe fatto il centrocampista, questo è certo. Ma all’inizio di questa storia sembrava essersi distratto, quantomeno. Ed è una storia più adatta a un dio pagano in effetti; forse un Nettuno trasportato molti chilometri più a nord, nel paese dove il mare si mangia la terra e nel momento in cui la ricopre le sputa addosso tanto pesce; per questo gli abitanti di quei paesini delle coste olandesi hanno spesso gli stivali di gomma. 

E se non sono stivali da pescatore quella terra ne soffre l’impronta; come alla fine dell’estate del 1944, quando le truppe naziste della Wehrmacht già avvertono l’onta della disfatta è proprio per quello hanno il veleno nella coda, sotto forma di bombardamento a tappeto della Luftwaffe, l’aviazione tedesca. 

E un bambino sarà per sempre un sopravvissuto, dal borgo di pescatori di Breskens, alle porte di Rotterdam, fino allo Stadio Olimpico di Monaco di Baviera, il 7 luglio del 1974. Storia di Willem van Hanegem, detto Wim; gambe arcuate come poche altre, schiena curva, espressione del viso quasi sempre segnata dall’incazzatura, un po’ come il cielo di Rotterdam sopra il De Kuip, quando il Feijenoord entra in campo sotto il canto rabbioso dei portuali; il padre e tre fratelli uccisi dai tedeschi. Nel vocabolario dell’anima, bastardo, nazista e tedesco sono per lui sinonimi, come se la Storia sovrappostasi alla Seconda Guerra mondiale non fosse mai esistita. Lo chiamano “Il gobbo” per la sua postura, il suo incedere all’apparenza macchinoso; poi colpisce il pallone con l’esterno del piede sinistro ed è come se Rotterdam riuscisse a rubare ad Amsterdam qualche tela di Van Gogh. Perché se è vero che sarà l’Ajax a caratterizzare gli anni settanta dominando il decennio in Europa come in patria, bisogna sempre ricordarsi che la prima Coppa dei Campioni in Olanda ce la porta il Feijenoord nel 1970, battendo il Celtic a San Siro.

Apre il gioco con parabole arcuate, van Hanegem, imprevedibili quando nascono e precise per il punto previsto all’arrivo; fa rinascere l’azione dopo averla ricollocata prima nella sua mente. È un giocatore concettuale, anche se picchia come un fabbro; cerebrale nel capire il gioco ancora prima di impostarlo. A questa evidenza si arrende persino Rinus Michels, che forse all’inizio della sua esperienza da commissario tecnico non lo considera imprescindibile per la sua Olanda, imperniata sul blocco dei Lancieri (un soprannome italiano) di Amsterdam.

Trent’anni dopo il bombardamento di Breskens, i tedeschi sono ancora lì: sempre i più adatti per farsi odiare; sempre bastardi e nazisti per Wim, tutti; dal primo all’ultimo. Stavolta però se li trova davanti sul loro suolo; stavolta il mondo da conquistare è soltanto inciso nell’oro di una coppa. Soltanto? Forse per gli altri, per ogni suo compagno di squadra; per lui è come se quei trent’anni non fossero mai trascorsi, per quel pezzo di vita che gli avevano estirpato quando aveva dieci mesi di vita. Non è un modo di dire: se potesse li ucciderebbe tutti, da Beckenbauer fino all’ultimo tifoso seduto nel punto più lontano dal terreno di gioco. Anche se la partita con la Germania è tutto, fuorché un gioco, per Wim van Hanegem, che a un certo punto, dopo il vantaggio firmato da Neeskens, si ferma a palleggiare a centrocampo, per irridere tutta la Germania.

Si sa come va a finire: alla fine anche il mondiale più arancione della storia lo vincono i tedeschi, anche se tutti continueranno a parlare dell’Olanda, che dopo aver annichilito la partita non l’ha saputa uccidere, perché quello lo fanno loro, i nazisti: per la seconda volta nei suoi trent’anni di vita Willem van Hanegem subisce questo verdetto, senza vittime da piangere per fortuna, ma con una delusione che ricorda le bombe, il suolo occupato, i morti pianti in ogni casa. Altrimenti il telecronista olandese,  Herman Kuiphof, non direbbe “Ci hanno fregati ancora!”, col tono dolente di un popolo intero, che ha arginato il mare ma non la frustrazione di trovarsi davanti quelli là, che siano in uniforme o con i tacchetti sotto le suole.

Wim non ha medaglie da ritirare, non cerimonie da rispettare. Wim quando l’inglese fischia svanisce nel sottopassaggio, con la testa incassata nelle spalle, le gambe arcuate e possenti, nel cuore qualcosa che solo lui potrebbe raccontare, senza sapersela strappare di dosso, finché avrà vita.

Al banchetto celebrativo della Coppa del mondo, dovrebbero presenziare le due nazionali al completo: l’Olanda conta un posto vuoto; un bambino di Breskens è ancora in fuga dai bastardi.

Ancora oggi, quando si spendono aggettivi per un centrocampista e lo si definisce “completo”, bisognerebbe prima ricordarsi ciò che di van Hanegem disse Dick Advocaat, quando definì un incubo giocarci contro: “Ti insultava dal primo all’ultimo minuto, dava calci e gomitate, ti graffiava sulla schiena“. E subito dopo rammentare ciò disse Mario Corso:Gli altri lanciavano nello spazio; lui, gli spazi li creava”.

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