Connettiti con noi

Calcio

West Ham, quando il calcio moderno uccide i sogni dei tifosi

Niccolo Mastrapasqua

Published

on

Chi segue con attenzione il calcio europeo non può non aver notato l’insofferenza di tanti tifosi al paradigma che vorrebbe il football come un’industria svuotata del suo significato sportivo-culturale. Un disagio che si manifesta in forme di protesta spesso pacifiche, originali e in controtendenza rispetto all’idea comune, che pretende il fanatico del calcio violento a prescindere. Chi non lo segue con occhio critico, invece, merita di conoscere le magagne che i club e – spesso – la stampa sportiva cercano di nascondere dietro le giocate dei grandi campioni. In questa schiera di tifosi sul piede di guerra, in prima linea, dall’inizio di questa stagione, ci sono sicuramente quelli del West Ham United, freschi di trasloco dal Boleyn Ground (o Upton Park) all’Olympic Stadium di Londra, costruito per le Olimpiadi del 2012 e affittato dal club londinese per 99 anni. La storia degli Irons, così come amano essere definiti, è senza mezzi termini il racconto di una squadra perdente. In 121 anni di storia non sono riusciti a vincere un campionato che sia uno, facendo la spola tra la prima e la seconda divisione. La gioia sportiva più grande è datata 10 maggio 1980, quando gli Hammers vinsero l’FA Cup battendo l’Arsenal in finale per 1 a 0 in un episodio citato anche dal leggendario Nick Hornby in Febbre a 90º per definire l’eccessiva crudeltà di quello spartito di vita che in troppi e con troppa leggerezza si ostinano a chiamare gioco del calcio. Per il resto altre due coppe nazionali, un Community Shield (l’equivalente della nostra Supercoppa), una Coppa delle Coppe e un Intertoto. Più o meno un trofeo ogni 20 anni. Poca, pochissima roba se si pensa alla fama di cui gode il club. Si, certo, il più scintillante simbolo degli Irons è stato un tale di nome Bobby Moore, per intenderci colui che nel 1966 alzò al cielo di Wembley la Coppa Rimet, ma continua ad essere troppo poco. La spiegazione è semplice: il West Ham è conosciuto nel mondo per i suoi tifosi. Una constatazione che nessun presidente di club vorrebbe mai fare. Anzi, ad essere pignoli, è famoso per i trascorsi violenti di una crew all’interno della sua tifoseria, l’Inter City Firm, il gruppo hooligans più spietato d’Inghilterra tra gli anni 70′ e gli 80′.

Nonostante negli anni si sia più volte espresso con disappunto rispetto alla fama della sua tifoseria, il management del club ha autorizzato l’uso del logo ufficiale della squadra per le riprese di Green Street Hooligans (2005), un film che parla della sanguinosa rivalità che, dall’inizio del secolo scorso, divide gli Hammers dai tifosi del Milwall. Quando fa comodo, insomma, la violenza può essere un ottimo spot commerciale in mancanza di risultati sportivi di rilievo. A fare da sfondo alle gesta della squadra il Boleyn Ground, lo stadio che dal 1904 ospita le gare interne dei Claret and Blue. O meglio, ospitava. Perché il 10 maggio 2016 il West Ham ha disputato l’ultima partita nella sua storica casa, prima del trasferimento all’Olympic Stadium. Voluto fortemente dai proprietari David Gold e David Sullivan, questo trasloco non è stato digerito dai tifosi sin dal principio. Se da un lato, secondo i presidenti, il trasferimento in uno stadio più grande porterà il West Ham ad una visibilità mai raggiunta, dall’altro i fans rimangono legati alla vera casa del club, con buona pace dei sogni di gloria della proprietà.

westhamfans_3007265

Ma non è tutto. Gli stadi britannici sono celebri per essere adatti unicamente al calcio, con gli spalti a pochi metri dalle linee laterali del campo. Il London Olympic Stadium, invece, come il suo nome impone, è dotato di una pista d’atletica regolare. Sacrilegio. Una sorta di salto nel futuro che travolge decenni di storia. Ma tant’è, the show must go on e il mercato estivo è stato tra i più dispendiosi della storia del club con la squadra allenata da Bilic, sulla carta, tra le pretendenti per un piazzamento europeo. Arriva il momento dell’esordio nel nuovo stadio. L’avversario di turno è il modesto Domzale, battuto 3-0 ed eliminato dal primo turno di qualificazione all’Europa League. L’atmosfera, però, è asettica e il tecnico Bilic, nel post-partita, non ha dubbi: “Non ci è sembrato di giocare in casa. Per me il vecchio stadio era fantastico, è molto difficile immaginare una casa migliore“. A creare un clima più teatrale che calcistico non è solo la pista d’atletica ma soprattutto la massiccia presenza di turisti sugli spalti, totalmente disinteressati al risultato finale. “Il Boleyn Ground era frequentato dalle stesse 36.000 anime da trent’anni. Qui ci sono fottuti tifosi dell’Arsenal che vengono a farsi gli affari nostri“. Chiarisce un vecchio tifoso imbeccato dai cronisti alla fine della partita. E ha ragione da vendere. Già dalla prima partita nel nuovo impianto, infatti, decine di persone si sono presentate sugli spalti con magliette del Manchester United, dell’Arsenal, addirittura degli odiati Spurs del Tottenham, provocando risse in diversi settori dello stadio. Nella prima di campionato contro il Bournemouth, poi, la goccia che ha fatto traboccare il vaso: la frangia occasionale degli spettatori presenti in curva ha protestato vivacemente con gli steward in quanto dei gruppetti di tifosi sparsi qua e là stavano assistendo in piedi al match, negando loro la completa visione del campo. Il personale di sicurezza ha prelevato dagli spalti una decina di persone e, per tutta risposta, gran parte degli altri tifosi fino a quel momento disinteressati alla faccenda si sono alzati per solidarizzare con gli espulsi, seguendo la parte restante del match in piedi e mandando su tutte le furie i turisti che si erano lamentati. A seguito di questi fatti, il vice presidente del club Karren Brady annunciava che “nessun tifoso potrà più seguire la partita in piedi, pena la revoca dell’abbonamento e il divieto di accesso allo stadio“.

_89650604_gettyimages-517210282-1

All’inizio della partita seguente contro il Watford, gran parte degli spettatori si sono alzati intonando a gran voce un coro contro Brady, che terminava in “we’ll never sit-down”. Chiaro. Nella stessa partita, inoltre, alcuni tifosi di casa sono arrivati allo scontro fisico con i tifosi del Watford, davanti alle telecamere e agli occhi della FA. “La situazione ci sta sfuggendo di mano, chiediamo pertanto la presenza dentro lo stadio della Metropolitan Police affinché intervenga laddove fosse necessario“. Le parole preoccupate della Brady. Invito respinto al mittente perché, a dire della forza pubblica, dentro lo stadio mancherebbe il segnale e gli agenti non potrebbero comunicare tra loro con gli auricolari. In tutto questo caos fantozziano, la squadra ha iniziato la stagione come peggio non avrebbe potuto. Eliminata dall’Astra Giurgiu nel secondo turno preliminare dell’ex Coppa Uefa non va certo meglio in campionato: terz’ultima con una vittoria e cinque sconfitte nelle prime sei gare. Più che una crisi tecnica sembra una ribellione dell’anima che non accetta il cambiamento cieco. Un’anima composta da tifosi e giocatori che non si rassegna ad aver perso l’unico segno di distinzione di un club altrimenti mediocre, che rischia di sparire dal calcio che conta nonostante investimenti e campioni – o presunti tali -acquistati. Col fantasma del Boleyn Ground che aleggia minaccioso sui proprietari degli Irons.

1 Commento

1 Commento

  1. Giampaolo

    ottobre 1, 2016 at 4:38 pm

    Grande verità in un bello e chiaro articolo. Complimenti davvero!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

2 × due =

Calcio

La Strage allo Stadio Lenin di Mosca e l’insabbiamento del regime

Lorenzo Martini

Published

on

Il 20 Ottobre 1982 allo Stadio Lenin di Mosca una tragedia colpì il mondo del pallone. Durante una partita di Coppa Uefa 66 persone persero la vita. Una strage paragonabile all’Heysel, ma che a differenza di quest’ultima sappiamo poco perchè intervenne il Regime a nascondere tutto.

Da anni il problema della sicurezza negli stadi è uno dei temi che più sta a cuore agli organismi sportivi nazionali e internazionali. Controlli serrati all’entrata, le contestate tessere del tifoso, i DASPO e tanti altri provvedimenti sono stati gli strumenti principali per rendere gli stadi più vivibili e sicuri.

Purtroppo, però, le azioni intraprese dallo Stato sono state adottate in maniera poco strutturata e organizzata, andando a colpire spesso solo i tifosi, tralasciando gli aspetti legati alla manutenzione e alla messa in sicurezza degli impianti. Le ripercussioni conseguenti a questa incapacità gestionale hanno sfociato, in molti casi, in disordini, tafferugli e persino vittime. Tali fatti di cronaca hanno amaramente campeggiato su tutti i giornali nazionali, causando un totale oscuramento del calcio giocato per dare spazio a episodi di violenza che non avremmo mai voluto vedere.

Ma come veniva affrontato questo tema più di trent’anni fa, quando l’ambiente stadio e i problemi ad esso associati avevano una risonanza mediatica completamente diversa?

Quella del 20 ottobre 1982 è una data chiave per capire come una tematica simile fosse tutt’altro che prioritaria. Quella sera si disputava la partita di andata di sedicesimi di Coppa Uefa tra i padroni di casa dello Spartak Mosca e gli olandesi dell’HFC Harlem. Allo Stadio Centrale Lenin di Mosca – oggi stadio Luzhniki – erano accorsi oltre 15mila tifosi, malgrado gli oltre 10 gradi sotto zero. Questo perché lo Spartak era la squadra rappresentativa del popolino, della gente umile che si animava per le giocate dei proprio beniamini, contrapposta al Lokomotiv, la squadra dei ferrovieri, alla Dinamo e al CSKA, con cui si identificavano le forze di polizia.

A causa del ghiaccio, alcuni settori dello stadio non erano agibili e tutti gli spettatori erano stati disposti nella Tribuna Est, che era stato sistemato all’ultimo alla bell’e buona. Questa scelta era stata anche apprezzata dai tifosi moscoviti, visto che la maggior parte di loro – soprattutto operai e studenti – avevano preso la metro per arrivare allo stadio e la fermata dava proprio sulla Tribuna Est.

Dopo 16 minuti dal fischio di inizio, è lo Spartak ad andare in vantaggio, grazie ad un gol di Edgar Gess. Poi la partita scorre lenta e monotona, anche a causa delle pessime condizioni climatiche e del campo. Con la partita in stallo, verso l’ottantesimo molti tifosi moscoviti, allora, decidono di abbandonare lo stadio, così da non trovare file o intoppi alla metro. Sembrerebbe una tranquilla serata di calcio come tante altre, quando all’85 il difensore Sergei Shvetsov  sigla il definitivo 2 a 0: la gente, accalcata sulle scale per l’unica uscita, sente l’esultanza proveniente dalle tribune e quindi in molti decidono di tornare indietro, venendo però bloccati dalla polizia.

E’ una bolgia.

 Ma il peggio ancora deve venire. Infatti, mentre la persone restano imbottigliate tra le scale, spintonate a destra e a manca, accade l’imprevedibile: inadatte a sopportare un peso simili, le scale cedono di schianto. E’ una carneficina.

Alla fine il bilancio ufficiale è di 66 morti e 61 feriti, anche se, secondo alcune fonti, le vittime sarebbero addirittura 300. Il tutto a causa, non solo del crollo delle scale e della calca che si era generata, ma anche perchè le milizie erano tutt’altro che preparate per un intervento immediato e i soccorsi arrivarono con molto ritardo. La totale disorganizzazione della polizia provocò inoltre problemi nell’uscita degli altri spettatori ancora sugli spalti, che rimasero a lungo intrappolati nello stadio.

Al contrario, la polizia fu tutt’altro che disorganizzata nell’insabbiare tutta la vicenda. Appena terminato l’incontro, mentre ancora si cercava di capire l’entità dell’incidente, le due squadre vennero sbrigativamente allontanate dallo stadio. Il giorno seguente sul giornale “Il Vespro di Mosca” riportò che nello stadio Lenin “c’erano stati degli incidenti che avevano comportato lesioni a qualche tifoso”. Una rilettura totalmente distorta di ciò che era avvenuto.

Nei giorni successivi, i rapporti ufficiali sulla vicenda non sono per nulla chiari e omettono di spiegare la gravità dell’incidente. Come capro espiatorio viene identificato un tale Panchickin, il custode dello stadio, che viene ritenuto il responsabile delle precarie condizioni dell’impianto e viene condannato a 18 mesi di lavori forzati.

Perché tutto questo? Perché di mezzo c’è la politica. Breznev, ormai malato e sul punto di lasciare la guida della Russia, voleva che comunque l’Unione Sovietica avesse dato ancora un’immagine di sé forte e invincibile, lontano da qualsiasi debolezza. Uno scandalo come quello dello stadio Lenin sarebbe inaccettabile, ed è  per questo che viene dato inizio ad un’autentica campagna di disinformazione. Pur di non apparire una nazione in declino e lontana dalle superpotenze mondiali, si cerca di nascondere tutto.

Solo anni dopo, il nuovo segretario del PCUS Jurii Andropov ordinò un’inchiesta sul disastro avvenuto e vennero riportati alla luce molti dettagli e aspetti della vicenda che erano stati celati. Eppure il tentativo di insabbiamento durò ancora per anni e alcuni decessi furono tenuti nascosti dalle alte sfere del Cremlino.

Oggi lo stadio Luzhniki è uno stadio all’avanguardia, cinque stelle nel ranking UEFA, ed è uno degli impianti più sicuri al mondo. Eppure quelle 66 persone sono morte proprio su quegli spalti, a causa dell’incuria e dell’inesistente manutenzione della struttura.

 “Non avrei mai voluto segnare quel gol.”

Molti giorni dopo il tragico evento, furono queste le dichiarazioni del difensore Sergei Shvetsov, autore del raddoppio dello Spartak Mosca. Si sentiva responsabile di quanto era accaduto.

Ed è proprio per questo che il tema della sicurezza negli stadi deve essere affrontato con sempre maggiore attenzione e determinazione. Perché un momento di gioia sportiva non può e non deve essere mai la causa di una strage di vittime innocenti.

 

Continua a leggere

Calcio

Ranieri, il Leicester e lo zampino di Santa Rita, protettrice dei casi impossibili

Andrea Corti

Published

on

Compie oggi 67 anni Claudio Ranieri, attuale allenatore del Nantes, che verrà per sempre ricordato come colui che ha compiuto una delle imprese più belle della storia del calcio, quella del Leicester Campione d’Inghilterra. Una vittoria miracolosa, non a caso collegata ad un fattore divino che vi raccontiamo.

I gol di Vardy, ovviamente. I dribbling di Mahrez e la parate di Kasper Schmeichel, of course. E la tanta saggezza di mister Ranieri in panchina, nemmeno a dirlo. Ma a dare una grande mano al Leicester laureatosi clamorosamente campione d’Inghilterra nel 2016 potrebbe essere stato anche un fattore decisamente insospettabile: “Da anni Ranieri è devoto a Santa Rita – ci raccontò Claudia Mannelli nel ristorante ‘La Porrina’ di Roccaporena, gestito dalla sua famiglia da generazioni -, e credo ci sia lo zampino della protettrice degli impossibili nello scudetto che ha vinto”.

Siamo in Umbria, nel pieno della Valnerina, a pochi minuti da Cascia. Roccaporena è un paese tanto piccolo quanto grazioso, adagiato alla base di una piccola conca e abitato da poco più di 50 persone. In questo luogo è nata nel XIV secolo Santa Rita, passata alla storia per essere la patrona dei casi impossibili e disperati, e proprio qui Claudio Ranieri negli ultimi trent’anni ha portato molte delle sue squadre in ritiro pre-campionato. Il cuore pulsante di Roccaporena è il centro sportivo, gestito fino a poco tempo fa dal Rettore dell’Opera di Santa Rita, don Sante Quintiliani, scomparso nel 2017, con cui Ranieri aveva costruito negli anni una solida amicizia. L’Opera accoglie ormai da decenni orfani e ragazzi provenienti da famiglie difficili, che nelle scorse estati hanno potuto ammirare da vicino fior di campioni. Sul bel campo di calcio si sono allenati, tra gli altri, il Chelsea di Zola e Desailly e la Fiorentina di Batistuta e Rui Costa. Ogni volta che una squadra del tecnico testaccino ha fatto tappa qui è stata organizzata una sfida amichevole contro una selezione locale: “Tutte le volte abbiamo preso belle ‘imbarcate’ – ci racconta Luca Rasi -, ma ci siamo sempre divertiti e qualche volta siamo anche riusciti a segnare!”.

Al centro di Roccaporena c’è lo Scoglio di Santa Rita, piccolo promontorio sulla sommità del quale la Santa andava a pregare e ora c’è un santuario a lei dedicato. Tra gli allenamenti che Ranieri faceva fare alle sue squadre c’era anche la salita e la discesa di corsa di questa ripida scalinata: “Normalmente ci vogliono 20 minuti per arrivare su, – continua Rasi -, ma i giocatori impiegavano al massimo cinque minuti…”. Chiaramente questa piccola comunità ricorda ancora con stupore i giorni caotici in cui folle di tifosi invadevano gioiosamente la loro quiete: “All’epoca in cui qui veniva la Fiorentina – assicura Enrico Di Curzio, il direttore dell’hotel dove soggiornano le squadre – facevo salire Batistuta sulla mia Panda per evitare di farlo andare al campo di allenamento a piedi, e per fare un tratto di strada per il quale solitamente ci vogliono due minuti ce ne mettevamo trenta a causa dei tifosi che bloccavano il percorso”. Non mancano poi gli aneddoti: “Qui c’è poco da fare – spiega Rasi -, al massimo ci sono i bar: mi ricordo che i giocatori del Chelsea bevevano come matti!”. Inevitabile poi qualche ‘scappatella’: “I giocatori durante il ritiro sono sottoposti a una dieta ferrea – ricorda Claudia -, e spesso venivano nel mio ristorante per mangiare di nascosto dall’allenatore. Mi ricordo che una volta Ranieri stava per entrare e i ragazzi sono scappati dalla finestra nel retro!”.

Ovviamente nella vittoria della Premier non è intervenuta la mano divina, quel che è certo è che la sua devozione per la protettrice dei casi impossibili gli ha quantomeno portato bene nel realizzare quella che è da più parti considerata la più grande impresa dello sport inglese, che a molti ha ricordato le vittorie del Nottingham Forest di Brian Clough, regalando una boccata di ossigeno a chi si ostina a non arrendersi alla logica del calcio moderno in cui dominano le regole dello show business.

Continua a leggere

Calcio

Truffe e affini: quando lo Sportivo è vittima di raggiro

Emanuele Sabatino

Published

on

Il detto parla di gallina dalle uova d’oro ma se ribaltiamo il sesso possiamo tranquillamente parlare del pollo dalle uova d’oro. Il pollo in questione è il calciatore, o atleta di successo in generale, spesso miliardario in giovane età, improvvisamente o quasi, contornato da persone che gli vogliono bene ma anche da falsi cortesi che salgono sul carro del vincitore, di chi nella vita ce l’ha fatta e ha un bel po’ di grana. Indifeso e sprovveduto corre spesso il rischio di fidarsi troppo buttando alle ortiche gran parte della propria fortuna monetaria. Di seguito una carrellata di casi in cui i poveri atleti sono stati vittime di truffe e raggiri più un paio di chicche extra.

ALESSANDRO GAMBERINI

Ultimo in ordine cronologico la truffa ai danni dell’ex giocatore della Fiorentina Alessandro Gamberini che sarebbe stato raggirato da due suoi ex amici di Prato ed un banchiere per una cifra intorno al milione e seicento mila euro. Gamberini credeva di aver investito 1 milione di euro in un fondo obbligazionario al 3% (era scontento della gestione della banca precedente che gli fruttava solo lo 0,7% annuo), rivelatosi inesistente, e gli altri 620.000 in una fideiussione che non si ricordava neanche di aver firmato. Questi soldi sono stati usati dai due truffatori per coprire i loro debiti e comprare delle case. Ora dopo la deposizione in tribunale è in attesa che la giustizia faccia il suo corso.

MACCHINE PAGATE E MAI ACQUISTATE

Cosa hanno in comune Mexes, Ferrari, Zotti e Vucinic? Oltre ad aver militato nella Roma, gli stessi sono stati truffati da un concessionario della capitale che vendeva le auto, incassava i soldi ma non era in grado di fare il passaggio di proprietà perché queste ultime non erano di proprietà del concessionario ma in leasing. Scoperta fatta dalle forze dell’ordine in seguito alla denuncia di uno dei tanti comuni cittadini raggirati.

QUELLA PORSCHE FANTASMA

Stessa città, Roma, sempre una concessionaria. Sorte malevole è toccata anche ai calciatori Giorgio Venturin ed Andrea Silenzi che hanno comprato una porsche da 200 mila euro ma che non hanno mai visto dal vivo. Per loro una doppia beffa: oltre a non guidare mai la supercar anche l’archiviazione del caso da parte del giudice e addio soldi.

IL MADOFF DEI PARIOLI

Vittime del più classico degli schema Ponzi sono stati i due calciatori ex Roma Stefano Desideri e Ruggero Rizzitelli che hanno mal riposto i loro soldi nella mani (bucate) di Gianfranco Lande detto “Il Madoff dei Parioli”. Garantiva investimenti con ritorni incredibili nel corto-medio termine e riusciva a pagare tutti fintanto che riusciva a portare soldi nuovi dentro il suo schema. Una volta saturo è scappato con la cassa. Rizzitelli ha perso circa 3 milioni di euro. Lande è stato condannato a 5 anni e mezzo di carcere, già scontati, per un ammontare di soldi rubati pari a 170 milioni di euro ma c’è chi giura siano molti di più.

MAMMA HO PERSO L’AEREO

Dall’erba al parquet il discorso non cambia. Anche un grande campione come Scottie Pippen è stato truffato alla grande. L’ex stella degli imbattibili Bulls di MJ ha comprato un aereo, rivelatosi poi rotto, per 4 milioni di dollari. Oltre il danno anche la beffa: per riparare ha dovuto spendere un milione di dollari aggiuntivo.

SE TI TRUFFA ANCHE LO STATO

Quante volte abbiamo sentito parlare della Spagna come il paradiso fiscale per i giocatori che lì pagavano meno tasse? Fu proprio Galliani a dire anni fa, prima che la situazione cambiasse, che non c’era partita perché la fiscalità spagnola a parità di offerta era sempre la metà preferita dai calciatori.

In Spagna però le cose sono cambiate ed i calciatori che pagano in Spagna il 50% di tasse, una volta venduti all’estero e cambiando la residenza fiscale abbattono l’aliquota fino al 20%. La differenza deve tornare nelle casse dei contribuenti. Non è stato così però per alcuni calciatori come ad esempio Sahin ai tempo del Real, Salvio con l’Atletico Madrid e Zapata con il Villarreal che una volta cambiato squadra e lasciata la Spagna non hanno ricevuto nulla. Dove finivano i soldi? Su un conto off-shore intestato ad un’ispettrice del dipartimento fiscale spagnolo. Il piano era perfetto perché in teoria i calciatori ignari del vantaggio fiscale non avrebbero mai preteso la cifra. Peccato per lei che alcuni calciatori sono sprovveduti ma altri si affidano a fior di professionisti per pagare meno tasse e avere vantaggi economici in continuazione (come il trasferimento di Ronaldo alla Juve).

TRUFFARE UNA FEDERAZIONE

Dovrebbe vincere il premio di truffatore del millennio. Il personaggio in questione è Wilson Perumal ora in carcere ma prima una delle persone più potenti ed influenti del calcioscommesse mondiale. Cosa faceva? Organizzava finte amichevoli tra nazionali comprando le divise e raccattando le persone per strada. Così da far uscire risultati clamorosi e scommettendoci sopra. Come è stato scoperto? Grazie ai suoi agganci organizzò a Manama un’amichevole tra Bahrein e Togo. Il Togo era una nazionale forte perché annoverava tra le sue fila Adebayor mentre il Bahrein era una squadra modesta. Quote stra-sbilanciate a favore dei togolesi che però persero 3-0. Il perché è da ricercarsi proprio nel fatto che chi vestiva la maglia della nazionale togolese erano dei figuranti. Mentre in Bahrein festeggiavano la vittoria, il ministro dello Sport del Togo lesse sul giornale di quella partita e incredulo scrisse una lettera alla Fifa: la nazionale, quella vera, era impegnata in Botswana nelle qualificazioni della Coppa d’ Africa.

Continua a leggere

Trending

Copyright Io Gioco Pulito srls | Mail: redazione@iogiocopulito.it | Direttore Responsabile Antonio Padellaro | Sito web realizzato da Why Not Web Communication