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Pugilato

Vito Antuofermo, il combattente della working class italo-americana racconta la sua boxe

Fabrizio Rostelli

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Esistono pugili, ma si potrebbe dire uomini, che una volta raggiunto il successo dimenticano all’improvviso le loro origini, e altri che continuano a lottare con dignità, schivando e incassando i colpi del fato per ripartire al contrattacco appena si apre uno spiraglio. Sarebbe stato sufficiente vedere combattere Vito Antuofermo anche solo una volta per capire di quale categoria facesse parte. Incassava senza arretrare, ogni incontro si trasformava in una battaglia epica in cui il campione della working class italo-americana tramutava la sua “fame” in ardore e audacia. Nato nel 1953 a Palo del Colle (Bari), Antuofermo emigra con la famiglia a New York negli anni ’60 per cercare fortuna negli Stati Uniti e nel 1979 conquista il titolo di campione del mondo dei pesi medi. Quello che sorprende non è solo la sua carriera costellata di combattimenti memorabili, ma la semplicità con la quale ha affrontato la vita una volta appesi i guantoni al chiodo. Quando i riflettori si spengono e il telefono smette di squillare, la quotidianità può diventare drammatica per chi ha raggiunto l’apice; questo ad un fighter come Vito, the champ come lo chiamano ancora gli amici, non è accaduto. Lo incontro nella sua Brooklyn e parliamo di boxe, di pugili, di imprese leggendarie ma anche di cinema e di storie di vita.

In Italia ti ricordano sempre con simpatia, forse anche per il tuo modo di combattere impetuoso e trascinante.

Avevo uno stile semplice, come il mio carattere.

Quando sei arrivato a New York?

Arrivai nel 1968 con mio fratello e mia madre. Mio padre, un fratello di dieci anni più piccolo di me e due sorelle rimasero in Italia; avevo anche una nonna di novanta anni. Quando quest’ultima si ammalò, mia madre tornò in Italia ma dopo poco mia nonna morì. A quel punto mia madre venne in America con tutti gli altri miei fratelli. Mio padre invece ebbe problemi con il passaporto per motivi politici, era un comunista e fu anche arrestato per un paio di giorni in Italia. Poi glielo diedero e venne anche lui.

Perché avete deciso di venire in America?

In quel periodo in Italia non ce la passavamo bene.

Come ti sei avvicinato alla boxe?

Era il 1969. Stavo andando al mare con la bicicletta insieme ad un amico, come facevamo spesso. Quel giorno c’era molto traffico e decidemmo di tornare indietro. Indossavo una maglietta aderente e avevo i muscoli in vista. Tre afroamericani ci affiancarono con la macchina e mi dissero che i miei muscoli erano “shit” (merda ndr). Io non conoscevo bene l’inglese e chiesi al mio amico cosa ci stessero dicendo ma lui aveva paura e non mi disse niente. Nel traffico continuavano a venirci dietro e ad un certo punto uno di loro ci fece vedere un coltello. Il mio amico andò di corsa a chiamare un poliziotto italiano che conoscevamo ma quando tornarono io già ne avevo steso uno. Poi arrivò la polizia, ci fermò e ci portò via in macchina. Accanto all’ufficio di polizia c’era la PAL (Police Athletic League), i poliziotti non ci arrestarono ma ci portarono in palestra e ci dissero che se ci piaceva fare a botte potevamo andare alla palestra della polizia e combattere lì. C’era una stanza piccola con un ring a 20 cm dal muro. Un poliziotto chiamò l’allenatore di pugilato, era un italiano e si chiamava Joe LaGuardia, e quest’ultimo mi chiese se volevo boxare. Io risposi di sì ma sapevo solo fare a botte per strada, tirare pugni, “dare le stoppate”. Mi mise sul ring con un afroamericano che aveva più esperienza di me e me le diede. LaGuardia si rese subito conto che ci mettevo il cuore ma che non avevo esperienza e mi disse: “voglio vedere se torni domani”. Tornai il giorno dopo perché volevo imparare a boxare e per avere la rivincita su quel pugile afroamericano. I tre ragazzi con i quali avevo discusso invece non tornarono mai più in palestra, perché gliene avevo già date abbastanza (sorridendo ndr). Una settimana dopo LaGuardia mi disse se volevo fare un incontro a Manhattan. Accettai e vinsi, quello fu il mio primo vero incontro. Era il settembre del 1969.

I primi anni ti sei allenato lì?

Sì i primi due anni mi allenai lì con Joe. Nel gennaio del 1970, dopo circa tre mesi, mi iscrissi al torneo dilettantistico del Golden Gloves (guanti d’oro ndr) e vinsi nella categoria welter dopo aver messo KO sei pugili. È un torneo molto prestigioso. Quando andai a registrarmi volevo iscrivermi nella categoria dei pesi medi; avevo visto combattere Benvenuti e volevo fare la sua stessa categoria nonostante pesassi 150 libbre (circa 68kg ndr). L’allenatore addirittura voleva farmi combattere come peso leggero ma gli dissi di no. Nel 1971 arrivai di nuovo in finale del Golden Gloves ma persi contro Eddie Gregory. Una sera dello stesso anno andai a vedere un incontro tra professionisti. Arrivai presto e a volte, quando erano previsti più incontri, poteva capitare che qualche pugile non si presentasse. Quella sera mancava un pugile ed una persona che mi conosceva mi chiese se volessi combattere. “Guadagni dei soldi” mi disse. Io chiesi quanto fosse il compenso perché in quel periodo non stavo lavorando. “400 dollari per 4 rounds”. Accettai e da quel momento diventai professionista. Vinsi quell’incontro contro Ivelaw Eastman ma nessuno mi informò che una volta diventato professionista non avrei più potuto combattere come dilettante e così saltai le Olimpiadi di Monaco nel 1972. Dalle Olimpiadi infatti sono esclusi i professionisti.

Quando hai iniziato a combattere c’era qualche pugile al quale ti ispiravi?

Nino Benvenuti. Fece tre incontri contro Griffith ed il terzo incontro lo vidi al Madison Square Garden; in quel periodo ancora non avevo iniziato ad allenarmi.

Ti ispiravi a Benvenuti ma i vostri stili erano molto diversi.

Sì mi ispiravo a lui perché ero italiano. Mi ricordo quando vinse il titolo nel 1967 contro Griffith, ero ancora in Italia e da noi era notte, scappai di casa per andare a sentire l’incontro con gli amici. Fu il primo incontro che seguii. I miei pensavano che stessi dormendo. Nel 1974 ebbi l’occasione di battermi con Griffith che ammiravo. Quando salii sul ring, in un attimo mi ricordai dell’incontro con Benvenuti, stavo per combattere con un mio idolo. Mi tornò in mente tutto insieme prima del combattimento, un misto di paura e di meraviglia. Quella sera vinsi nettamente (ai punti ndr).

Nel 1976 hai conquistato il titolo europeo dei superwelter.

Sì sconfissi in Germania il tedesco Eckart Dagge, che pochi mesi dopo diventò campione del mondo. Prima di quel match nel 1974 feci un incontro a New York con John L. Sullivan che era un pronipote del primo campione mondiale dei pesi massimi (John Lawrence Sullivan ndr). Veniva da 24 incontri vinti tutti per KO. Era irlandese e c’era una certa rivalità con gli italiani. Anche io venivo da circa 20 incontri imbattuti (unica sconfitta con Harold Weston nel luglio 1973 ndr). L’incontro era stato molto pubblicizzato e si tenne al Madison Square Garden. Vinsi, i giudici mi assegnarono 9 round su 10, e la notizia arrivò anche in Italia. C’era un famoso promoter italiano Rodolfo Sabbatini che mi mandò un ambasciatore, così cominciai a combattere anche in Italia. Nel 1975 a Napoli affrontai il palermitano Nino Castellini che era campione italiano; vinsi anche quel match.

Nel 1976 al Palazzetto dello Sport di Roma però hai perso il titolo contro il britannico Maurice Hope. È stato un brutto colpo?

Sì ero molto dispiaciuto, volevo smettere. Persi per ferita, 15 secondi prima della fine del combattimento l’arbitro sospese il match. Ero in vantaggio di un punto e se avessi perso la quindicesima ripresa saremmo stati pari. Avevo appena 23 anni e così ricominciai ad allenarmi e vinsi un paio di incontri per KO. A volte perdere fa bene. Tra l’altro anche Hope in seguito diventò campione del mondo battendo Rocky Mattioli. Ricominciai e vinsi tutti gli incontri, mettevo tutti KO.

I tuoi genitori cosa pensavano del fatto che praticassi la boxe?

Mio padre non veniva mai a vedermi nonostante i suoi amici lo invitassero spesso. Non voleva che combattessi. Mi ricordo il combattimento con Sullivan al Madison Square Garden, 10 riprese, era circa il mio ventesimo incontro da professionista. C’erano tutti italoamericani sugli spalti. Alla fine dell’incontro vidi uno che saltò sul ring, i poliziotti volevano prenderlo ma lui si buttò sul ring e mi prese in braccio. “Chi è questo qua?” mi chiesi. Era mio padre. Quella sera alcuni suoi amici erano andati a casa sua e lo avevano convinto a venire. Dopo quel match mi seguì sempre, anche quando andai in Italia.

Nel 1979 hai avuto l’opportunità di combattere contro Hugo Corro per il titolo mondiale dei medi. Non ti davano molte chance.

Sì, Corro era il favorito. L’incontro si tenne il 30 giugno del 1979 al Principato di Monaco. Lui era in vantaggio ai punti fino alla settima, ottava ripresa. Il mio allenatore mi disse che stavo perdendo e dalla nona ripresa passai al contrattacco e vinsi il titolo mondiale.

Corro era considerato l’erede di Monzon.

Non tirava forte come Monzon ma era più veloce. Avrei voluto combattere contro Monzon perché era uno di quelli che non scappava, Corro era più difficile perché si muoveva, era svelto. Io volevo incontrare i pugili più forti del mondo. Dopo la vittoria con Corro potevo fare due incontri decidendo gli avversari ma in quel momento Marvin Hagler era il favorito, il numero uno mondiale della WBC e WBA, e dissi “andiamo”. Potevo scegliere due incontri più semplici.

Con il titolo è arrivato anche il successo, come lo hai affrontato?

Fu bello. Fin da quando vinsi il Golden Gloves immaginavo che sarei diventato un campione.

 Dove ti allenavi in quel periodo?

Fino al 1977 mi allenavo nel Queens, poi abbatterono tutto il palazzo e andai alla Gleason’s Gym a Manhattan. A quel tempo la palestra era un buco in una fabbrica, c’erano tre ring, poi è diventata la più famosa al mondo. Durante le riprese di Toro Scatenato (1980) alla Gleason, Isabella Rossellini, che all’epoca lavorava come giornalista nel programma di Renzo Arbore ‘L’altra domenica’, voleva intervistarmi. Rossellini poi si sposò con Scorsese. Conobbi anche Peter Savage, amico di LaMotta, perché i provini per il film li fecero alla Gleason ma io ero già troppo famoso per partecipare.

La prima sfida con “The Marvelous” Marvin Hagler (30 novembre 1979) è stata epica.

Fu davvero un bel match ma quel combattimento non avrei dovuto farlo. Mi stavo allenando a Miami e mi trasferirono a Las Vegas pochi giorni prima. Venivo dalla Florida dove faceva molto caldo, ero vestito in pantaloncini e canottiera e quando scesi dall’aereo, camminando sulla pista, mi accorsi che c’era un clima umido e freddo. Era fine novembre. Quando mi portarono in hotel per riposare mi resi conto di essermi raffreddato e di avere la febbre. Prima dell’incontro feci sparring in palestra e l’altro con cui mi allenavo mi mise sotto. Hagler era dato vincente per 2 a 1 ma, dopo che i giornalisti mi videro fare sparring, i bookmaker alzarono le quote a 5 a 1. Ero svantaggiato anche se ero il campione, i giornali poi dicevano che mi avevano regalato il titolo. Il mio manager mi chiese se volevo combattere, io volevo farlo ad ogni costo perché Hagler era uno che metteva tutti KO ma io ero il campione. Sapevo che se non avessi combattuto le persone ci sarebbero rimaste male. Avevo vinto il titolo cinque mesi prima, non potevo deluderli. La schiena mi faceva male, non potevo nemmeno alzarmi dal letto. Era la prima difesa con Hagler, pensavo che se non avessi combattuto mi avrebbero considerato un perdente. Avrebbero detto che avevo paura. Mi arrabbiai con me stesso a tal punto da non sentire più dolore. Più mi arrabbiavo e più mi sentivo bene, un’ora prima del combattimento mi sentivo al 100%. I miei due manager ed il trainer non erano sicuri ma gli dissi che per perdere mi avrebbe dovuto ammazzare.

I primi 5,6 round li persi perché quando sei raffreddato i muscoli sono un po’ duri, quando cominciai a sudare iniziai a sciogliermi e a sentirmi meglio. Feci 15 riprese. Lui vinse le prime 7,8 riprese ma le ultime 5 riprese le vinsi tutte io nettamente.

Il verdetto di parità ti consentì di mantenere il titolo.

Credo di essere stato l’unico oltre a Leonard a fare 15 riprese con Hagler, anzi Leonard nel 1987 ne fece 12 perché nel frattempo abbassarono il limite delle riprese. Hagler non ha fatto 15 riprese con nessuno perché metteva tutti KO. Credeva di aver già vinto e quando annunciarono la mia vittoria si vedeva che era arrabbiato. Quella sera a Las Vegas Sugar Ray Leonard sconfisse il portoricano Wilfred Benítez, diventando per la prima volta campione mondiale dei pesi welter; fu un’incredibile serata per la boxe.

Fisicamente come ti sentivi?

Mi capitava spesso che prima dell’incontro uscissero dei dolori. Anni dopo il combattimento con Hagler mi bloccai di nuovo con la schiena, non potevo alzarmi dal letto. Quando ricominciai a camminare mia moglie mi convinse a frequentare una scuola serale. Quando entrai in classe con le stampelle, il professore, che era di pochi anni più giovane di me, mi chiese se fossi Antuofermo l’ex campione. Non poteva credere che stessi in quelle cattive condizioni per un mal di schiena. Mi diede un libro di John Sarno sulla Tension myositis syndrome e sul rapporto fra dolore fisico e stato mentale. Lessi metà libro e mi alzai dal letto, la maggior parte dei dolori proviene dalla mente.

Pensi che Hagler sia il pugile più forte che tu abbia incontrato?

No, il secondo. Il primo fu un pugile di Philadelphia che si chiamava Eugene “Cyclone” Hart. Prima del nostro combattimento (1977) perse un incontro proprio con Hagler. Questo menava forte e fu l’unico che mi fece sentire le campane. Quella stessa sera mia moglie ebbe la mia prima figlia ed io la salutai ai microfoni dopo la vittoria ma credevo fosse un baby boy. Poi ho avuto tre maschi, il secondo si chiama Vito come me. Dopo la sconfitta contro Hagler si parlava di un possibile match contro Duran. Non so perché il mio manager non accettò. Duran è stato un grande campione e all’epoca era un peso leggero. Mi sarebbe piaciuto combattere con lui, lo farei anche adesso (ridendo ndr). Duran era uno che veniva incontro ed era più facile per me; io avevo problemi con quelli che “tiravano e scappavano” come Benvenuti e Minter. In palestra infatti mi piaceva fare sparring con i pesi massimi perché sono un po’ più lenti.

Dopo nemmeno quattro mesi eri di nuovo sul ring per difendere il titolo dei medi contro Alan Minter.

Sì dopo aver sconfitto Hagler mi fecero combattere con Minter il 16 marzo del 1980. Non mi diedero abbastanza tempo per recuperare perché quello con Hagler fu un incontro duro. Feci 15 riprese anche con Minter e credevo di aver vinto il match ma me lo rubarono. Portarono due giudici dal Regno Unito, uno in realtà abitava a Las Vegas ma era inglese, e Minter era britannico. Il terzo giudice era spagnolo e fu l’unico a votare per me, assegnando un paio di round in meno a Minter. Io ero un italiano in America, mi annunciavano dicendo “from Bari Italy”, perché non portarono un giudice italiano? Se vedi l’incontro eravamo piuttosto in parità. I giudici inglesi invece assegnarono 13 round a Minter, 1 round pari e 1 a me. Mi diedero un solo round su 15 riprese. Mi fregarono il titolo.

Minter era uno dei pugili più odiati in Italia in quegli anni, anche a causa della morte di Jacopucci.

Sì purtroppo Jacopucci morì in seguito all’incontro con Minter nel 1978 ma prima di quel match fece un paio di incontri duri in cui vinse ma prese molti colpi. Gli sconsigliarono di combattere e Minter lo mise KO. Dopo l’incontro andò a mangiare ma non si sentiva bene, lo portarono in albergo e poco dopo morì. Spesso quando accadono queste tragedie, la causa della morte è da ricercare nei combattimenti precedenti. Dopo quell’incontro iniziarono a fare controlli approfonditi al cervello, prima ai pugili venivano fatti solo i raggi.

Io nel 1978 feci un combattimento con un certo Willie Classen, un peso medio del Porto Rico che sembrava un medio massimo. I nostri manager erano amici e in palestra lo battevo sempre. Iniziarono a scrivere sui giornali che avevo paura di affrontarlo; non mi piaceva quella storia e decisi di combattere. L’incontro fu in un Madison Square Garden pieno fino all’ultima fila; c’era anche Benítez quella sera. Vinsi quell’incontro con molto vantaggio e, nonostante Classen fosse imbattuto, quella sera le prese. C’erano i portoricani ma anche gli italiani e quelli che avevano scommesso per lui fecero un casino, tirarono sedie e bottiglie. Due settimane dopo fece un altro incontro e andò KO per tre volte; dopo l’incontro con Wilford Scypion (novembre 1979 ndr), che lo mise nuovamente KO, Classen morì in ospedale. Penso che tutto sia iniziato con me. Così a volte muoiono i pugili.

 Perché hai deciso di fare subito la rivincita con Minter?

Non lo decisi io ma il mio manager, non so perché. Mi portarono in Inghilterra ma non ero pronto. Avevo fatto 15 riprese con Corro, poi 15 riprese con Hagler e di nuovo 15 round con Minter, mi avevano distrutto. Dopo circa tre mesi (28 giugno 1980 ndr) facemmo l’incontro ma ero già “squagliato'”. Non dovevo accettare, era troppo presto e mentalmente non ero preparato. Prima di partire per l’Inghilterra mi fecero fare sparring con un pugile barese, veniva da Giovinazzo. Mi tagliò sul sopracciglio due giorni prima del match ma il mio manager mi fece combattere ugualmente. Quando arrivai a Londra tutti i giornalisti videro che avevo un taglio. Io non dissi niente ma Minter lo sapeva già e quando mi colpì con il destro alla prima ripresa usciva sangue dappertutto. Il match finì all’ottava ripresa.

Nel giugno del 1981 hai incontrato di nuovo Hagler che nel frattempo aveva conquistato il titolo proprio contro Minter.

Sì il secondo incontro lo facemmo a Boston, da dove veniva Hagler, ma il mio manager e il mio allenatore decisero di fermare il match alla 5 ripresa. In quell’incontro Hagler mi ruppe l’arcata con una testata. Quando ti tagli i medici usano delle medicine che fermano il sangue. Nel primo incontro, i manager di Hagler erano così sicuri di vincere che mi fecero usare le mie medicine, lui avrebbe fatto lo stesso; avevo 70 punti sulle sopracciglia ma non c’era sangue. Nel secondo incontro invece mi dissero che avrei potuto usare solo il 5% delle medicine. Alla seconda ripresa battemmo la testa, dopo che avevo già un taglio, e alla terza ripresa lo fece di nuovo venendo sotto con la testa bassa. Sospesero l’incontro.

Quante volte ti hanno ricucito le sopracciglia?

Mi tagliavo sempre. Dopo il secondo incontro con Hagler nel 1981, ritornai a combattere come medio junior dopo tre anni. Trovai un dottore che mi disse che mi tagliavo sempre perché avevo le ossa della fronte sporgenti, feci un’operazione in cui me le limarono. Due mesi dopo l’intervento ero di nuovo sul ring, non gli diedi abbastanza tempo per guarire e mi tagliai di nuovo, però vinsi l’incontro. Negli incontri successivi non mi tagliai più. Molti mi sconsigliarono e il mio manager mi lasciò quando decisi di tornare a combattere. Quando ritorni non è mai la stessa cosa e all’epoca non volevo capire. Molti amici mi dicevano che andavo meglio di prima e mi incoraggiavano ad andare avanti. Nel 1985 a Montreal feci un combattimento con il canadese Matthew Hilton. Prima del match conobbi un dentista che mi convinse ad usare un paradenti che aveva brevettato e che mi avrebbe dato più potenza. Questo paradenti era diviso tra sopra e sotto ed era ottimo con la bocca chiusa. All’epoca però avevo il setto nasale deviato e dopo 3 o 4 round iniziavo a respirare con la bocca. Stavo vincendo le prime riprese con Hilton ma poi iniziai a respirare con la bocca e mi arrivarono due uppercut. Il primo mi fece saltare il paradenti, il secondo i denti. Due denti li trovarono nel suo guantone e fermarono l’incontro alla quarta ripresa, quello fu il mio ultimo match.

Oggi i pugili diventano famosi con molti meno incontri rispetto alla tua generazione. Il pugilato è ancora un modo per farsi strada ed emergere?

Credo di sì. Adesso sono quasi tutti sudamericani o dell’Europa dell’Est perché hanno la stessa fame che avevamo noi. Ho sentito storie incredibili di pugili degli anni ’50, loro avevano più fame di noi degli anni ’70. Sono un amico di Jake (LaMotta ndr), ho visto il film di Scorsese e ho letto il suo libro, era davvero un toro scatenato. Ce n’erano anche altri come lui, negli anni ’70 la situazione era già cambiata. Non ci sono più i pugili di una volta, o meglio, sono molto rari. Ad esempio quando vedevi Tyson combattere ti rendevi conto subito che era un leone che veniva dalla foresta.

Hai sempre frequentato la comunità italiana a New York?

Sì quasi sempre. Quando combattevo venivano tutti gli italoamericani. C’era anche un giornale italo-americano, “Il Progresso”, che scriveva spesso di me.

Ti piace quando ti chiamano Paisà?

Sì perché vogliono essere tutti miei paesani, anche i siciliani. Mi chiamano tutti paesano o campione.

Hai mai incontrato John Gotti?

Abitavamo a pochi blocchi di distanza ma non ci incontravamo mai. Ti racconto questo episodio accaduto due o tre anni prima della sua morte (2002 ndr). Ogni anno organizzano una festa per la boxe al club Ring Eight dove si ritrovano tutte le persone che hanno fatto parte del mondo del pugilato. Ero al bancone con altri ex pugili quando arriva Gotti con il suo seguito, era famoso e tutti si alzano a salutarlo. Lui mi vede e grida il mio nome, gli vado incontro e lui mi abbraccia calorosamente mentre ci fanno delle foto. Il giorno dopo un giornalista del Post mi chiama perché voleva farmi un’intervista. Ci incontriamo in un ristorante a Manhattan, a Little Italy, e inizia a farmi domande sulla mia carriera. Poi mi dice che molti pugili frequentano i mafiosi e mi domanda se ne conosco qualcuno. Conoscevo molta gente ma non ho mai fatto affari con loro. Mi chiede se conosco Gotti. Non mi andava di rispondere e gli dico che abitavamo vicino e lui mi informa che il giorno dopo sarebbe stata pubblicata una foto di noi due. Il giorno dopo sul Post, in terza pagina, c’era questa foto a mezza pagina con me e Gotti.

 Quando hai smesso di boxare di cosa ti sei occupato?

Non sono diventato ricco con la boxe. Quando smisi definitivamente iniziai a gestire con mio fratello, che conosceva il settore, un ristorante-pizzeria nel Queens. Il secondo anno l’attività cominciò ad andare male, non era una buona zona, persi dei soldi e fui costretto a vendere. Lavorai per qualche anno come distributore della Coca Cola, per la quale facevo la pubblicità quando ancora combattevo, nel quartiere italoamericano di Bay Ridge. Successivamente iniziai a lavorare al porto, dove sono stato impiegato fino a pochi mesi fa. Ora sono in pensione.

 

Hai avuto anche una parentesi nel cinema.

Sì ho fatto un paio di film, Il padrino III (1990), La bomba (1999) con Gassmann e un paio di pubblicità. Un giorno mi chiamarono degli italiani per chiedermi se volevo andare a fare un provino ma non mi spiegarono di cosa si trattasse; io pensavo fosse qualche manager che voleva che tornassi a combattere. Quando arrivai all’appuntamento a Manhattan ero un po’ contrariato perché non sapevo che fosse il casting per Il Padrino III. Circa due mesi dopo, alla vigilia di Natale, mi chiamarono per dirmi che avevo la parte (guardia del corpo di Joey Zasa ndr) ma io non sapevo ancora nulla, poi mi spiegarono tutto. Andai in Italia perché tutti gli interni li girammo a Cinecittà. Rimasi a Roma tre mesi e conobbi Pacino, Garcia, la figlia di Coppola e gli altri. Legai con Pacino anche perché ero amico di James Caan, che all’epoca veniva ad allenarsi nella mia stessa palestra, e lui gli aveva parlato spesso di me. Andammo a cena insieme un paio di volte e Pacino mi venne a prendere; lui era la star e aveva a disposizione una limousine, io invece ero in un albergo lontano da Cinecittà. Dopo tanti anni mi piacerebbe tornare in Italia, magari quest’estate.

 

Pugilato

Holman Williams: il Ballerino omicida dal cuore d’oro

Marco Nicolini

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Eddie Futch, allenatore leggendario mancato nel 2001, era solito dire: “Preferisco vedere Holman Williams anche solo fare i vuoti, piuttosto di un qualunque incontro tra altri pugili!” Le parole di un immenso del nostro sport, davano il senso della grandezza di un combattente straordinario, da molti considerato uno dei più grandi pugili mai esistiti ma che poco credito ha riscosso tra analisti e storici della boxe.

Un talento raffinatissimo dedicato ad un pugilato di alta scuola, con abilità difensive di prim’ordine, era quello avuto in dono da Williams. Nato a Pensacola, in Florida, nel gennaio del 1915, crebbe a Detroit, città d’ispirazione per tante ricche pagine di boxe. Vittima di bullismo in un quartiere difficile della grande periferia industriale, il piccolo Holman abbandonò il sogno infantile di lavorare sulle automobili per dedicarsi, anima e corpo, al pugilato.

Vinti i Detroit Golden Gloves ed arrivato alla semifinale per le qualificazioni olimpiche, Williams terminò la propria carriera da dilettante con soli quaranta match all’attivo. Alla famosa Brewster Boxing Center, dove ebbe, come detto, Eddie Futch allenatore, l’immenso talento non fu l’unica qualità di Holman a stupire gli atleti ed i frequentatori, date le sue grandi simpatia e correttezza: indossava da solo le fasciature da allenamento e, a fine serata, lavava a mano i propri indumenti. Dopo alcuni tentativi per dissuaderlo da tali attività, i tecnici e gli allenatori furono costretti ad accettare i suoi rituali. Passato professionista nel 1932, Holman Wiliams perse una sola volta nei primi trentadue incontri, conquistando il titolo riservato ai “negri” dei pesi leggeri, nel 1935.

La stampa gli affibbiò un soprannome leggendario: the Murderous Dancer, il Ballerino Omicida. In inglese suona senz’altro meglio e rende l’idea di quanta abilità risiedesse nella sua boxe fantasiosa. Con tattica spumeggiante ed avvalendosi di uno dei migliori jab della boxe moderna, Holman aveva un intricato ed efficace gioco di gambe con cui confondeva ogni avversario, sparendogli da davanti e materializzandosi sul fianco. Non era un feroce colpitore, mancando di un briciolo di potenza; questa fu forse l’unica pecca della sua straordinaria dotazione pugilistica.

Dal ’35 in avanti affrontò quasi tutti i più grandi della sua epoca, vincendo praticamente sempre, senza mai avere l’occasione di battersi per il titolo dei medi, categoria in cui si era definitivamente stabilito. Paulie Walker, Cocoa Kid, Gene Buffalo, Charley Bulley furono solo alcuni dei grandissimi avversari da lui affrontati, fino a giungere allo stellare doppio confronto col leggendario Archie Moore, la Vecchia Mangusta, con cui divise equamente la posta di un incontro vinto a testa. Nel 1946, dopo quattordici, logoranti, durissimi anni di professionismo, gli si offrì la possibilità di volare in Francia per combattere, nella signorile cornice del Roland Garros, contro l’astro nascente transalpino Marcel Cerdan. In un meraviglioso incontro tra stili contrapposti, Holman Williams deliziò la folla della borghesia francese con le sue tecniche sublimi, schivate millimetriche e precisi controtempi. I cartellini dei giudici, non arrivati alla nostra epoca, premiarono il pugile di casa sulla distanza dei dieci round, non senza dubbi sull’obiettività dei tali. Cerdan chiese all’unico giornalista americano presente come fosse possibile che il pugile di gran lunga più forte ch’egli avesse incontrato in carriera, non avesse mai potuto combattere per il titolo di campione del mondo. La domanda del Bombardiere Marocchino è parte di uno dei più grandi misteri della storia del pugilato.

Alcuni storici tendono ad addossare la colpa di questa mancanza al lungo periodo in cui Williams fu sotto contratto con Joe Louis, anche lui di Detroit, che a quel tempo era divenuto manager ed era molto mal visto dall’establishment newyorchese. Al contrario, le risposte sempre calme e misurate, l’umorismo intelligente e mai offensivo, la generosità di un cuore votato all’aiuto del prossimo, fecero di Murderous Dancer uno dei più benvoluti atleti dell’epoca. Maltrattato per tutta la carriera dalle autorità del pugilato, Holman Williams ricevette un po’ di giustizia solo nel 2008, con l’induzione nella prestigiosa International Boxing Hall of Fame come uno dei più grandi di ogni tempo. Malauguratamente, il tardivo riconoscimento giunse quarantuno anni dopo la sua morte.

A dimostrazione, infatti, che il buon Dio, se esiste, poco voglia mischiarsi con le cose terrene, Holman Williams, persona onesta e benvoluta, aveva trovato un’orribile morte soffocato dal fumo dell’incendio del Club Wonder, in Ohio, cui qualcuno aveva dato fuoco la notte del 15 luglio 1967. A nemmeno cinquantadue anni se ne andava, ancora nel pieno delle forze, uno degli atleti più grandi dello sport mondiale. Nella sua fallita fuga dalla casa in fiamme c’è tutta la sfortuna di un artista cui avere tutti i doni e le qualità caratteriali per sfruttarli, non fu mai abbastanza.

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Pugilato

Billy Collins e quel pugno “dopato” che ha distrutto la sua vita

Matteo di Medio

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Commissario! Commissario! Non c’è la dannata imbottitura!”.

Comincia così, o meglio, finisce così la storia che vi stiamo raccontando.

A fare da sfondo alla  nostra narrazione, gli anni 80 e il Madison Square Garden di New York. Il tempio della Boxe, o della “Noble Art” così com’è conosciuta ai più. Già, Arte nobile. Perché, malgrado i volti dei protagonisti, non certo dei fotomodelli, e quei colpi sferrati con impeto e violenza, il pugilato è fatto di regole ben precise che vanno rispettate, così come deve essere rispettato l’atleta che ti trovi di fronte su quel ring. Quel quadrato in cui sei tu contro un altro come te, da soli, dove coraggio e paura si fondono e solo chi saprà trovare il giusto equilibrio tra le due forze potrà emergere e conquistare la gloria in questa personale guerra contro il fallimento, fatta di concentrazione e tecnica.

Facciamo un passo indietro nella storia e torniamo alla nascita delle regole in questo sport: dopo che il pioniere James Figg, considerato da molti colui che ha coniato il termine “noble art”, ritiratosi dall’attività pugilistica per divenire allenatore, ha dato il via al movimento boxeristico moderno con tutta una serie di incontri tra atleti, la disciplina, durante tutto il 1700, prese sempre più piede e, di pari passo, anche le implicazioni economiche, quali premi vittoria e il traffico di scommesse.

Proprio per questo, nel 1865, il marchese di Queensberry, John Sholto Douglas scrisse, a quattro mani con l’atleta John Graham Chambers, le regole della boxe, contenenti il “codice della boxe scientifica“. All’interno di questo codice, vengono elencati i fondamenti base del pugilato moderno utilizzati da allora fino ai nostri giorni, chiaramente con qualche modifica apportata negli anni.

Vengono introdotte le categorie di peso, il sistema del conteggio e del KO, la durata dei round e, dulcis in fundo, i guantoni. Infatti, prima di Douglas, la disciplina veniva praticata a mani nude. Con l’introduzione dei guantoni, essendo spesso gli incontri organizzati tra persone di alto rango, si evitava, nelle uscite in pubblico, un imbarazzo estetico a fronte dei colpi ricevuti durante il combattimento.

Finita la digressione storica, molti di voi si staranno chiedendo il perché di tutte queste precisazioni in merito alle regole del pugilato.

Ebbene, perché la storia di Billy Collins nasce, esclusivamente, dal mancato rispetto dei principi per cui questa disciplina è praticata: mancato rispetto delle regole che si traduce in mancato rispetto del pugile, dell’uomo che combatte contro di te, mancata lealtà, mancata fierezza.

E i guantoni sono i protagonisti della nostra storia.

Andiamo ai fatti: figlio di un ex pugile degli anni 50, Billy nasce a Antioch, un sobborgo di Nashville in Tennessee, il 21 Settembre 1961. Di origini irlandesi, il giovane Collins, con quella faccia da eterno bambino incorniciata dalla tipica chioma rossa, è, in realtà, una macchina di pugni, come ci racconta lo scrittore Dario Torromeo nel suo “Non fare il furbo, combatti“. Il padre allenatore lo ha istruito bene e il suo record è di 11 vittorie di cui otto per KO e tre ai punti. Si presenta, quella sera del 16 marzo del 1983, da imbattuto. Di fronte a lui il pugile Luis Resto, portoricano di Juncos. Resto, è la nemesi di Collins: cresciuto nel Bronx, a 14 anni deve scontare 6 mesi in un centro per persone con problemi psichici, avendo preso a gomitate il professore di matematica.

Al Madison, il pubblico è quello delle grandi occasioni: in cartello la sfida mondiale tra Moore e Duran, ma c’è molta curiosità anche per l’incontro tra i due pesi welter.
L’incontro è duro e violento. Nessuno dei due pugili si risparmia e il match è in bilico fino al finale: dopo 10 riprese e 30 minuti di feroce battaglia, la bilancia pende, a sorpresa di tutti, verso Luis Resto, che pensa già all’incontro per il titolo mondiale con Don Curry.

Al momento della proclamazione, Collins è devastato: occhi tumefatti e tagli su tutto il volto. Ma è normale: la boxe è questo, si vince o si perde, il fisico è sempre quello che ha la peggio. Ma lo spirito va salvaguardato: per questo, il padre, sale sul ring, consola il ragazzo e si va a congratulare con lo sfidante, uscito vincitore. In quel momento, il sangue di Collins Senior gela: stringendo i guantoni di Resto, sente che sono sottili, troppo sottili.

Non c’è l’imbottitura – urla – hanno tolto l’imbottitura!”.

Lo sguardo di Resto da felice si trasforma in incredulo: si volta verso il suo angolo, verso il suo coach Panama Lewis, che si affretta a portarlo negli spogliatoi.

Il commissario sequestra i guantoni di Resto e, dopo attenta analisi, viene rinvenuto un profondo foro all’interno e la mancanza di gran parte dell’imbottitura, all’epoca crine di cavallo. Il risultato è che Resto, in quell’occasione, aveva “boxato” praticamente a mani nude.

I risultati di questa negligenza da parte dell’entourage del portoricano sono tragici: Collins viene portato in ospedale e gli viene diagnosticata la lesione dell’iride dell’occhio destro, nonché gravi danni al sinistro. Il giovane irlandese, a soli 22 anni, rischia di rimanere cieco.

Col tempo, le sue condizioni fisiche migliorano, ma del pugilato non se ne parla minimamente: Billy non sarà più atleta, e i risvolti psicologici fanno più male dei pugni presi sul ring: trova, in sequenza, due lavori, che perde in breve tempo, annegato dalla depressione e dell’alcol.

Nel frattempo, la commissione di inchiesta espone il caso alla Commissione di Atletica di New York, la quale riconosce colpevoli Luis Resto e Panama Lewis di aggressione, possesso criminale di un’arma (i pugni di Resto) e cospirazione per un periodo totale di detenzione di 3 anni.

Ma questo non basta: non può bastare a chi della boxe aveva fatto la sua vita: Billy Collins, a distanza di nove mesi dal maledetto incontro, viene ritrovato morto dentro un fiume, vicino casa, con la sua auto. E’ il 6 marzo 1984, ma Billy era, ormai, “morto” da tempo. Il tasso alcolico rinvenuto sul corpo è a livelli altissimi e la moglie Andrea Collins-Nile, così come il padre del pugile, sono sicuri che non si trattasse di un incidente, ma bensì di un suicidio.

A distanza di anni il dubbio ancora resta, come restano molte ombre circa l’inappropriato comportamento da parte degli organi di controllo di correttezza da parte della commissione nei momenti antecedenti l’incontro e posteriori allo stesso (ad esempio, i guantoni di Resto, in fase processuale, non furono confiscati).

Ma il peggio deve ancora essere svelato: dopo due anni e mezzo di reclusione, Panama e Resto escono di prigione. Panama, sebbene radiato dalla boxe, continua ad allenare i futuri campioni e a fare la bella vita circondato da lusso e denaro, pur non potendo più presiedere agli incontri. Luis Resto, invece, quasi inseguito dal fantasma di Billy Collins, vuota, definitivamente, il sacco e porta alla luce la più tremenda delle verità: prima dell’incontro, sul bendaggio delle sue mani, il suo staff aveva spruzzato una polvere indurente, una sorta di stucco a presa rapida con il quale era inevitabile che Billy venisse irrimediabilmente reso inabile a continuare l’attività agonistica. Aggiunge, inoltre, che questo stratagemma era stato usato anche in altri due incontri precedenti a quello con Collins. In pratica, Luis Resto combatteva con dei sassi al posto delle mani.

“Basta che lo colpisci al volto e vincerai”. Queste le parole di Panama, urlate ripetutamente al pugile, a detta di Resto.

Pare che il suo clan avesse scommesso una grande cifra su di lui, largamente sfavorito.

Ma, a volte, il destino viene tragicamente influenzato dal karma: la vita di Luis Resto, dopo l’accaduto, ha preso una parabola vertiginosamente discendente: ha vissuto per 10 anni in uno scantinato di 6 metri quadrati sotto una palestra, senza bagno, lontano dai figli, dalla moglie e dai nipoti. Ha chiesto accoglienza alla sorella, in un monolocale dove vive con i suoi tre figli. Divorato dall’alcol e dalla droga, soffocato dalla depressione, a 59 anni, piange ogni notte. Tornato nel Bronx, ha cominciato il suo percorso di redenzione, allenando i ragazzi in una palestra del suo vecchio quartiere. Insegna la tecnica, il coraggio e la lealtà. Quella che non ha avuto lui, artefice, e vittima allo stesso tempo, vista la sua condizione, di un mancato rispetto delle regole.

Il ricordo di Billy Collins, punta i riflettori su tutto quello che l’interesse economico può scatenare all’interno dell’attività sportiva, eludendo la fatica, le ore di allenamento e le regole, riuscendo così a sporcare, anche, una nobile arte come il pugilato.

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Pugilato

LaMotta – Robinson: Il Massacro di San Valentino

Marco Nicolini

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Esattamente un anno fa moriva all’età di 96 anni moriva Jake LaMotta, il Toro del Bronx. Simbolo degli emigranti italiani negli Stati Uniti, fu protagonista di incontri leggendari. Il più emozionante e cruento fu quello contro Robinson. Ve lo raccontiamo.

Il 14 febbraio del 1951, nel giorno degli innamorati, non ci fu amore tra pesi medi sul ring approntato all’interno del Chicago Stadium. Ray Sugar Robinson di Detroit e Jake LaMotta di New York si incontravano per la sesta volta; il bilancio sorrideva al grande boxeur di colore, impostosi in quattro occasioni su cinque, ma era l’italoamericano ad avere in mano il titolo, che difendeva per la terza volta. Sul piatto c’era lo straordinario record di Robinson, in quel momento 122 vittorie contro una sola sconfitta; quell’odiata, unica sconfitta patita proprio dal Toro del Bronx, otto anni prima, peraltro vendicata in un re-match di sole tre settimane più tardi.

Dopo tanti incontri tra loro, il più grande pugile di tutti i tempi sapeva quali fossero i difetti del fighter newyorchese: conosceva il lento ingresso nel match da parte di LaMotta e sapeva di dover imporre un ritmo forsennato nei primi tre round, in maniera tale da accumulare vantaggio in punti e costringere “Toro Scatenato” alla rincorsa. La volontà di Jake LaMotta, però, trascendeva i calcoli accurati, i pugni devastanti, le ferite più profonde. Ray Robinson, dall’alto della sua immensa classe, lo investì con la furia del diretto sinistro e del montante destro, cambiando spesso le basi, in maniera da aggirare la guardia statica di Jake. Le gambe di LaMotta non si piegarono nemmeno per un instante.

Nel quarto round, dopo un’infinita serie di Sugar Ray, Jake rispose dalle corde con un secco gancio sinistro. Le gambe di Ray tremarono ed il pubblico si zittì per la sorpresa: LaMotta pareva tornato dal mondo dei morti, a cui sembrava esser andato in visita nei primi round. Nella quinta ripresa, La Motta tentò di ripetersi, ma Sugar aveva preso le misure e lasciò sfilare il gancio di Jake, per riprendere nuovamente a tamburellare la testa ed il costato dell’avversario. Nei piani di LaMotta vi era l’attesa che il match scendesse ad un ritmo blando, a lui più congeniale; fino al settimo era sicuro di aver vinto, o quantomeno pareggiato, un paio di round, quindi contava di far suo l’incontro dominando il finale, secondo sua caratteristica. Sugar Ray Robinson, però, non abbassò il ritmo: lo incrementò!

I round successivi si trasformarono in un’infinita punizione: LaMotta incassava, Sugar Ray picchiava con violenza inaudita non avendo più bisogno di difendersi, perché i guantoni di Jake erano alti a difesa della testa ed i gomiti attaccati al corpo a protezione della figura. Il campione non portava più colpi e Robinson lo stava tempestando di jab taglienti e poderosi uppercut. Ma Jake LaMotta, all’anagrafe Giacobbe, non cedeva; le sue gambe non si piegavano. Quando Robinson prendeva fiato, lui alzava la testa sanguinante, lo guardava attraverso gli occhi gonfi e lo sfidava col suo infinito orgoglio. Alla fine del decimo round, molti dei quindicimila presenti invocavano l’intervento dell’arbitro Frank Sykora, affinché ponesse termine ad una tale punizione; non era, però, una soluzione così immediata, dato che LaMotta era il campione in carica ed il suo angolo non mostrava segno di volerla finire.

All’undicesimo round, un colpo nella nebbia di LaMotta scosse Robinson; il Toro del Bronx diede segno di avvedersene e si lanciò sull’avversario alla sua maniera, con un nugolo di colpi che, però, Robinson incassò con la grande classe in lui innata. Poi ricominciò l’opera di demolizione. Alla campana del dodicesimo round, LaMotta si avviò all’angolo ormai incapace di vedere e di sentire. Dirà, nell’intervista successiva al match, che il forte dolore l’aveva sentito alla quinta ed alla sesta, ma poi gli sembrava di essere uscito dalla tempesta. Ma non era così. Al contrario, i colpi erano aumentati e si erano fatti più precisi. Due minuti e quattro secondi dall’inizio della tredicesima ripresa, il ring coperto del sangue di un ormai irriconoscibile LaMotta convinse l’arbitro Sykora dell’averne abbastanza di quella mattanza, che alzò il braccio al nuovo campione mondiale dei pesi medi. LaMotta fu condotto all’angolo e poi immediatamente negli spogliatoi, dove sarebbe rimasto attaccato all’ossigeno per oltre un’ora e mezza; prima che superasse le corde, però, uno stanchissimo Robinson riuscì a regalargli un sincero abbraccio. Sapeva che quella era la fine della loro epica serie di battaglie e che lui aveva vinto la guerra, ciò nondimeno non volle privare il suo grande avversario dell’onore che si era meritato. Dirà poche ore più tardi: “Credevo non avrebbe finito la ripresa già alla sesta, ma più lo picchiavo, più sembrava determinato a rimanere in piedi! Non capisco di cosa sia fatto: gli ho rifilato i colpi più duri della mia carriera ed era ancora lì“.

Il sesto match tra Jake LaMotta e Sugar Ray Robinson, subito ribattezzato “il massacro di San Valentino” lasciò anche molti strascichi polemici, a causa dell’indubbia violenza di alcuni passaggi, soprattutto nelle ultime riprese. The Indianapolis News descrisse l’incontro come “un crimine nel nome dello sport, un malato tributo alla brutalità“. Ognuno deve essere libero di dire la propria opinione, che va rispettata fino in fondo. Il pugilato non è uno sport che favorisca gli incontri impari; nella sua stessa filosofia è un combattimento con precise regole tra uomini disposti allo scontro, dello stesso peso e di similare abilità. Il “massacro di San Valentino” fu un match all’apparenza poco equilibrato ma io, personalmente, lo vedo come un confronto tra la magistrale abilità di Robinson e l’insondabile determinazione di LaMotta. A me mancavano vent’anni per nascere, alla maggioranza dei lettori di questo mio articolo parecchi di più: eppure, è un fatto che noi si sia ancora qui a parlarne e discuterne. Questa è la magia del pugilato, la più controversa disciplina sportiva, ma di gran lunga la più affascinante del pianeta.

Sugar Ray Robinson e Jake LaMotta avevano entrambi trent’anni. Considerato, dai più, il miglior pugile pound for pound di tutti i tempi, Robinson è mancato ormai ventinove anni fa. La Motta, invece, dopo essere tornato a vivere nel suo vecchio quartiere, ha continuato ad essere il vecchio Jake, sempre pronto con parole pesanti per chiunque lo contraddicesse e, alla veneranda età di novantasei anni, è sopravvissuto a tutti i suoi avversari, a molte ex mogli e, purtroppo, anche ad un paio dei suoi figli, prima di spegnersi nel pomeriggio di ieri. Sulla scorta di quanto successo a Chicago, in quel lontano giorno di San Valentino, ed in molti altri frangenti della sua tumultuosa esistenza, mi pare chiaro che per mettere definitivamente al tappeto lo spirito indomabile di Giacobbe LaMotta, avrebbe dovuto scomodarsi il Signore in persona.

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