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Vincenzo Nibali vince il Giro d’Italia 2016: Il Re è tornato

Andrea Muratore

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Due giorni di gloria per cancellare tre settimane di rimpianti, incertezze e sfortuna. 196 chilometri a cavallo tra due tappe, la terzultima e la penultima del Giro d’Italia, per costruire un’impresa degna d’altri tempi e consegnare una nuova epopea al ciclo narrativo della grande storia della “Corsa Rosa”. Ha avuto contorni epici, la rimonta di Vincenzo Nibali dal quarto posto al successo finale del Giro d’Italia, tanto da non aver molti paragoni nella storia recente delle grandi corse a tappe: il ricordo diretto degli appassionati di ciclismo italiani non può non andare alla straordinaria stagione del 1998, quando Marco Pantani seppe far suoi a breve distanza il Giro d’Italia e il Tour de France dopo aver in entrambi i casi ribaltato le gerarchie della classifica generale con attacchi irresistibili sulle grandi montagne, riuscendo a sbriciolare i margini costruiti dai suoi diretti avversari nel corso di frazioni più favorevoli come quelle a cronometro.

È il trionfo della tenacia, la galoppata rosa di Nibali, che è riuscito a essere più forte del continuo echeggiare di critiche ingenerose nei suoi confronti, delle pressioni e delle aspettative imposte dal ruolo di favorito numero uno del Giro e, soprattutto, dell’immensa tensione emotiva a cui lo aveva sottoposto nelle ultime settimane il dolore per la morte di Rosario Costa, giovane pupillo di Nibali e corridore di una squadra giovanile messinese fatalmente investito durante un allenamento due settimane fa. Le lacrime di Nibali, abbandonatosi a un pianto sfrenato dopo l’arrivo a braccia alzate sul traguardo di Risoul nella giornata di venerdì, dimostrano la grande umanità del fuoriclasse, che proprio nel momento in cui la corsa è tornata sotto il suo razionale controllo ha sfogato l’enorme carico di tensione accumulato nel modo più spontaneo e istintivo possibile. La grande umanità dell’atleta a gara finita è corrisposta dall’imperturbabilità del suo volto durante le due giornate decisive del Giro, che hanno visto Nibali correre da padrone, come nelle giornate migliori del Giro 2013 e del Tour 2014, e sgretolare uno dopo l’altro gli avversari a partire dalla discesa del Colle dell’Agnello di venerdì, a partire dalla quale è iniziata la sua straordinaria rimonta.

A sconvolgere il Giro, nelle due giornate di Risoul e Sant’Anna di Vinadio, hanno ampiamente contribuito anche la compattezza dello squadrone capitanato da Nibali, l’Astana, e la sagacia tattica del suo direttore sportivo, il bresciano Beppe Martinelli, che per la nona volta ha visto un grande giro vinto da un corridore da lui diretto dall’ammiraglia dopo aver impostato nel dettaglio le strategie di preparazione e di supporto agli attacchi di Nibali di venerdì e sabato. La guerra lampo degli uomini con le divise celesti nei confronti delle altre formazioni è stata spietata e trionfante: Martinelli ha realizzato due grandissimi capolavori di strategia esaltando le qualità degli uomini messi a servizio di Nibali nella “Corsa Rosa” ed enfatizzando una volta di più la dimensione di sport di squadra insita nel ciclismo. Determinante in tal senso è risultato l’apporto del marchigiano Michele Scarponi, lanciato all’attacco venerdì sulla montagna più alta del Giro 2016, la Cima Coppi del Colle dell’Agnello, per fungere da pesce pilota per lo “Squalo dello Stretto” nella salita di Risoul, e nuovamente decisivo nella ascesa al Colle della Lombarda di sabato, nel corso della quale ha mulinato in testa al gruppo con i primi della classifica generale per imporre un ritmo insostenibile per le gambe dei principali avversari di Nibali, tra cui lo spagnolo Valverde, l’olandese Kruijswijk e il colombiano in maglia rosa Chaves, in modo tale da rendere vana ogni loro opposizione alla stilettata decisiva del suo capitano, che ha finalizzato il suo strepitoso lavoro nel migliore dei modi. Dopo l’attacco sulla Lombarda, sabato Nibali ha raggiunto l’estone Tanel Kangert, a sua volta all’attacco in quella giornata, che ha potuto spendersi in suo favore e aiutarlo a incrementare il divario nei confronti di Valverde e Chaves, rimasti i più vicini tra i rivali per la vittoria del Giro.

Lo strapotere dimostrato da Nibali nelle ultime due tappe di montagna del Giro d’Italia ha suggellato nella maniera più emozionante un’edizione della corsa tra le più intense e combattute che si ricordino. Nel momento in cui tutti raccontavano della sua destituzione, il re ha fatto di tutto per tornare sul trono, vincendo l’agguerrita resistenza di una concorrenza di altissimo livello, che guardando l’ordine di arrivo finale è confermata dagli esigui margini entro i quali i primi quattro sono stati infine racchiusi. Tra i primi a complimentarsi con Vincenzo Nibali all’arrivo di Sant’Anna di Vinadio di sabato i genitori dello sconfitto di giornata, il colombiano Esteban Chaves, che ha potuto indossare la maglia rosa per una sola giornata dopo esser stato a lungo protagonista e aver entusiasmato negli arrivi in salita delle prime due settimane del Giro, in particolare con la vittoriosa azione di Corvara. La lezione di stile impartita dal semplice gesto dei genitori del “Colibrì” è stata rafforzata dalle parole dello stesso Chaves, che ha visto nel risultato finale del Giro 2016 non una sconfitta ma una conferma delle qualità già dimostrate nella scorsa Vuelta di Spagna, nonché un segnale beneaugurante per una sua futura affermazione al Giro d’Italia. Grandi applausi anche per Valverde e Kruijswijk: l’Embatido, giunto al Giro per la prima volta a trentasei anni, si è ben comportato, riuscendo a gestire bene i passaggi a vuoto e a centrare un podio e una vittoria di tappa, mentre l’olandese è stato a lungo il grande protagonista della “Corsa Rosa”, controllando il giro da padrone per una settimana e indossando per cinque giorni la maglia rosa, ma si è dovuto infine arrendere agli affondi di Nibali e alla sfortunata caduta della discesa del Colle dell’Agnello costatagli una microfrattura ad una costola. Per lui, defraudato della maglia rosa dopo l’arrivo di Risoul, un quarto posto nella classifica generale allo stesso tempo dolce e amaro: in futuro, tuttavia, sentiremo sicuramente parlare di lui.

La consegna a Nibali del Trofeo Senza Fine sigilla l’edizione 2016 del Giro d’Italia, dimostratasi altamente competitiva e animata sin dalle prime battute anche a causa dell’impegnativo percorso disegnato dagli organizzatori, che hanno voluto rendere la corsa sorprendente e continuamente movimentata durante tutto il suo svolgimento. Trionfatore per la seconda volta al Giro e per la quarta volta in un grande giro, ora Nibali punta a confermare il suo stato di forma nei decisivi appuntamenti estivi. Il Tour 2016 vedrà l’Astana schierare ai nastri di partenza tanto Nibali quanto l’astro nascente Fabio Aru, destinati a essere le due punte di lancia della squadra contro gli altri pretendenti al trionfo di Parigi come Chris Froome e Alberto Contador, e subito dopo le Olimpiadi di Rio presenteranno un tracciato disegnato per esaltare le qualità dello “Squalo dello Stretto”. Un palinsesto che rende lecito aspettarsi spettacoli degni di quelli messi in scena nell’ultimo, meraviglioso Giro d’Italia.

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Altri Sport

Storia di Ciprian, l’atleta Special Olympics salvato da Madre Teresa di Calcutta

Olympics Italia

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Il 17 Ottobre 1979 veniva assegnato il Premio Nobel per la Pace a Madre Teresa di Calcutta, una donna divenuta Santa per le sue immense opere di carità verso i più poveri e i più sfortunati al mondo. Tra le tante storie che accompagnano la sua vita, c’è quella di Ciprian. Insieme a Special Olympics vi raccontiamo la sua meravigliosa vicenda.

Madre Teresa di Calcutta è stata proclamata santa da Papa Francesco; tra i suo “miracoli” c’è certamente quello di aver salvato la vita a Ciprian, oggi un Atleta Special Olympics.
La sua rinascita ha inizio quando, a Tirgoviste vicino Bucarest, Madre Teresa di Calcutta varcando la soglia di un orfanotrofio, per casi incurabili, con scarse condizioni igieniche e cibo insufficiente, lo prese in braccio e decise di portarlo via con sé, ancora piccolino. Un incontro che, invertendo un destino già segnato, ha aperto le porte ad una nuova vita fatta di attenzioni, cure ed attività di riabilitazione che gli hanno permesso di sentirsi parte di una famiglia e di avere le giuste condizione per poter vivere pienamente.

La nascita
Ciprian è nato in un piovoso giorno di gennaio, durante gli anni della dittatura di Ceausescu. Per i medici è già un miracolo che sia ancora vivo perché le conseguenze del parto si rivelano drammatiche: le ossa del cranio non si saldano, non permettendo un corretto sviluppo del cervello; il neonato è destinato ad andare incontro a seri problemi durante la crescita. Le gravi malformazioni alla nascita e le conseguenti preoccupazioni portano probabilmente la madre ad abbandonarlo.

L’arrivo in Italia
La sua nuova casa diventa, fino a quando non gli viene permesso di arrivare in Italia, l’Istituto delle Suore Missionarie della Carità a Bucarest. Accolto successivamente a Roma in un Convento delle Suore Missionarie, viene sottoposto, al Policlinico Gemelli, a diverse operazioni chirurgiche che riescono a salvargli parte della vista dell’occhio destro. Madre Teresa, negli anni, non si è mai dimenticata di Ciprian al quale, tornando in Italia nel 1993, fa da madrina di battesimo.

Il Serafico, una nuova famiglia
Nel 1995 per il Tribunale dei Minori di Roma Ciprian può essere adottato; le Suore Missionarie si adoperano per trovargli una famiglia ma le sue difficoltà spaventano così tanto che nessuno porta avanti, fino in fondo, l’intenzione di adottarlo. Ad occuparsi di lui nelle vesti di tutore legale, fino ai 15 anni, è una religiosa delle Suore Missionarie della Carità; successivamente si aprono le porte del Serafico di Assisi, centro di riabilitazione e ricerca per ragazzi con disabilità plurime, nonché team Special Olympics. Ciprian soffre di una encefalocele fronto-nasale a suo tempo corretta chirurgicamente con un residuo visivo e un ritardo mentale medio lieve, ma la riabilitazione, le numerose attività svolte, lo sport e l’affetto hanno fatto un vero e proprio miracolo in termini di crescita.

Lo Sport e Special Olympics
Ciprian è un ragazzo simpatico, vitale, sempre allegro; i volontari raccontano “uno straordinario smontatore di oggetti”, che ama conoscere nei dettagli per avere la certezza che ogni pezzetto, anche il più piccolo, ha un ruolo ed è prezioso. Nella struttura di Assisi diventa attore negli spettacoli del laboratorio teatrale, pittore al laboratorio grafico e un grande sportivo.
Partecipa ai primi Giochi Nazionali Special Olympics, nel 2007 a Lodi, dove conquista le sue prime medaglie, entrambe d’oro nei 100 metri e nel salto in alto; da lì un percorso di crescita continua la strada da fare è ancora lunga ma Ciprian non ha paura, ha già dimostrato a se stesso di avere una gran voglia di continuare a correre.

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Altri Sport

Usa-Messico: quando un muro serve per unire

Emanuele Catone

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Sono iniziati i lavori per la costruzione del famigerato muro tra il Messico e gli Stati Uniti, uno dei punti fondamentali della campagna elettorale di Donald Trump, che non riesce per ora ad ottenere il completo appoggio economico da parte del Congresso. La barriera in costruzione, infatti, andrà a sostituire e rafforzare quella già esistente, fatta di reti e recinzioni e sarà lunga 6 chilometri su 3200 totali di frontiera. Ma tra i due Stati, c’è chi quel muro lo utilizza per giocare e per unire, non per dividere.

Innalzare un muro per bloccare l’immigrazione, ma costruirlo anche scrivendo la parole fine ad una pratica sportiva che dal 1979 coinvolge le popolazione del Messico e degli Stati Uniti d’America. Donald Trump non molla l’idea di voler rafforzare il muro tra le due nazioni. Rafforzare perché, in effetti, esiste già una trincea separatoria in quella vasta area dove ogni anno ad aprile, in una tradizione nata nel 1979 e divenuta continuativa dal 2006, messicani ed americani si riuniscono per giocare a Wallyball; una partita di pallavolo che ha la particolarità di trasformare quel muro, che ancora tale non è, come rete da gioco. Il match viene disputato precisamente nella zona di Naco, nello stato del Sonora per il Messico e in quello dell’Arizona per gli Stati Uniti.

Di schiacciate non se ne vedono data l’altezza della recinzione e del gesto di “murare” gli amici-avversari neanche l’ombra; solo pallonetti, tanta voglia di divertirsi e il desiderio di dare uno schiaffo alla politica mostrando la nullità delle barriere di fronte all’umanità della “gente comune”. Il tutto, però, limitato nell’arco di tre ore ovvero il tempo limite dettato della legge che non permette una sosta più lunga in quella zona di confine.

Col tempo questa tradizione si è estesa anche a zone diverse dal confine messicano-statunitense: sulle spiagge di San Diego, ad esempio, si è giocato un Beach Wallyball” contro i dirimpettai messicani abitanti di Tijuana.

E il muro ideato da Trump, cavallo di battaglia nella sua corsa all’elezione, potrebbe far terminare questa bellissima iniziativa. La costruzione sarebbe troppo alta per permettere agli atleti di giocare, non riuscirebbero neanche a guardarci attraverso; anche se il presidente non dovesse riuscire nel suo progetto per il costo troppo elevato, ci sarà comunque un rinforzo delle barriere e una aggiunta di recinzione che renderebbero allo stesso modo la partita impraticabile.

“Per noi è un modo per celebrare l’unione dei due paesi”. Questo aveva dichiarato Jorge Villegas, sindaco di Sonora. Parole che vanno ben oltre lo scevro patriottismo trumpiano e che da sole potrebbero servire a mostrare l’inutilità e futilità del progetto Trump.

Illustrazione Copertina: Victor Abarca

 

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Sport & Integrazione

Giornata Mondiale della Pace: I bambini israeliani e palestinesi giocano insieme

Matteo di Medio

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Il 21 Settembre si celebra la Giornata Mondiale della Pace ONU. Per l’occasione vi raccontiamo il grande insegnamento che i bambini israeliani e palestinesi hanno dato a tutti coloro che non credono che un futuro migliore sia possibile.

Ormai le tecnologie e i videogame si stanno pian piano togliendo la cattiva reputazione di essere il male assoluto e la rovina dei giovani. Gli Esports sono diventati a tutti gli effetti degli Sport 2.0 con il riconoscimento da parte del Cio come disciplina e si sta tentando addirittura di farla rientrare nel calendario olimpico.

Esistono casi in cui i videogiochi ricoprono un ruolo fondamentale e rompono definitivamente con gli stereotipi della critica che vorrebbe abolire del tutto l’uso di questi nuovi strumenti come elemento di svago.

Riprendendo quanto scritto da Edwin Evans-Thirlwell nel sito Motherboard.com, raccontiamo il progetto portato avanti da Uri Moshol.

Uri Moshol, ex CEO della società di software Incredibuild, nonché ex militare dell’esercito israeliano, sfruttando il grande interesse verso il mondo del gioco digitale da parte delle ultime generazioni, ha realizzato un programma di carattere sociale per contrastare il clima di odio ed intolleranza religiosa sul territorio della Striscia di Gaza tra Israele e Palestina che ora più che mai è tornato ad essere rovente con conseguenze tragiche e sanguinose per tutta la popolazione.

La Games For Peace (G4P), con sede a Tel-Aviv, è un’organizzazione no profit che, attraverso videogames multiplayer ha l’obiettivo di formare ed informare i giovani delle comunità ebraiche e palestinesi, impegnati in partite online, sul tema dell’integrazione e del rispetto della diversità di fede verso quelle persone che fin da piccole vengono educate al disprezzo del diverso.

L’idea di Moshol nasce dopo una partecipazione nel 2013 ad una Conferenza a New York di Games for Change, organizzazione che pone l’attenzione sul ruolo positivo che i giochi possono avere all’interno della società. Uri è rimasto talmente colpito da questa realtà, non essendo un esperto del settore, da voler esportare questa nuova visione dell’universo videoludico anche verso i territori che ha più a cuore come la Palestina e Israele. Con l’aiuto di esperti del settore, ha individuato come la migliore strada da percorrere l’utilizzo di giochi già esistenti, piuttosto che crearne nuovi ad hoc, per combattere il razzismo e gli stereotipi verso culture che tra loro, in alcuni casi, non sono mai venute a contatto, non si sono mai confrontate.

Il motivo principale di utilizzare videogame già conosciuti è stato dettato dall’intento di creare, sin da subito, coinvolgimento ed adesione da parte dei giovani. Proprio per questo, il gioco scelto per il progetto G4P è stato Minecraft. Con milioni di copie vendute, il videogame creato dalla Mojang nella persona del Presidente Markus Persson, poi venduto per la cifra record di 2,5 miliardi di dollari alla Microsoft, ha come obiettivo quello di costruire città ed edifici di vario genere in un mondo virtuale nel quale il giocatore è il protagonista.

Come racconta Moshol, in alcuni casi, attraverso il videogame, molti bambini si mettevano in contatto per la prima volta con il mondo “dall’altra parte”.

Il progetto Games for Peace porta avanti due diverse iniziative: nella prima, la “Play for Peace”, viene chiesto, ad un numero indefinito di giocatori, di collaborare insieme online per costruire la città. Nella prima occasione di incontro virtuale, il 17 gennaio 2014, parteciparono 50 giovani provenienti da Israele, Palestina, Cisgiordania ed Egitto con l’obiettivo di creare la “Città della Pace”. Alla quinta edizione, nel luglio dello stesso anno, bisognava costruire uno stadio di calcio per i Mondiali.

In queste occasioni, così come nelle altre, le reazioni sono state più che positive e confortanti, tolti singoli casi di comportamenti abusivi, come quando un giocatore cominciò a creare svastiche ovunque. La risposta del resto della comunità fu esemplare: tutti insieme si sono adoperati a cancellarle immediatamente.

La seconda iniziativa è la “Play to Talk”, dove ragazzi di due scuole diverse si sfidano nella costruzione di una città, attraverso la cooperazione e la condivisione di informazioni, pur essendo di religioni od estrazione diversa. Al termine della sessione di gioco, vengono organizzati degli incontri reali tra i giocatori così da commentare tutti insieme l’andamento della partita e conoscersi un po’.

Moshol evidenzia come la Games for Peace stia portando a risultati promettenti e l’evidenza di quanto esposto sta nel fatto che molti giocatori sono rimasti in contatto tramite i social network o addirittura attraverso una frequentazione offline.

L’obiettivo finale del CEO è quello di esportare il G4P in tutto il mondo e in tutte quelle zone dove l’intolleranza e la mancanza di integrazione è il pane quotidiano per le giovani generazioni, diffondendo un messaggio universale senza bandiere o ideologie.

Questa volta, mettiamo da parte la facile critica verso i videogiochi, i peggiori nemici di mamme e papà “disperati”, e poniamo l’attenzione, riconoscendone il merito, sul ruolo che, grazie a persone illuminate come Moshol, la tecnologia ludica può avere per superare ostacoli vecchi un’eternità e far conoscere ai propri figli una realtà che gli è sempre stata tenuta nascosta.

 

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