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Calcio

Vicenza, quel Real italiano arrivato a Stamford Bridge

Simone Meloni

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2 aprile 1998. Stadio Romeo Menti di Vicenza. Minuto 16 dell’andata di semifinale Coppa Coppe tra Lanerossi e Chelsea. Viviani lancia Zauli che controlla la palla con il destro, elude due difensori e con un sontuoso diagonale sinistro batte De Goeij. 1-0. Sarà il punteggio con cui i veneti si presenteranno a Stamford Bridge, per la gara di ritorno. Dove solo una miracolosa rimonta degli inglesi, dopo l’iniziale vantaggio di Luiso e un gol regolare annullato allo stesso, faranno malamente infrangere la favola dei ragazzi di Guidolin. Un 3-1 che rimanda i biancorossi a casa, scaraventandoli sulla terra dopo un anno e mezzo di gloria cominciato con la conquista della prima storica Coppa Italia. Conseguita sempre con un 3-1, contro il Napoli. I più attempati rivedono davanti ai loro occhi i fasti di un altro grande Vicenza. Una squadra che per stagioni hanno raccontato ai più giovani. Dei ragazzi divenuti eroi ai piedi del Monte Berico: quelli del 1977/1978. Quelli del Real Vicenza di G.B. Fabbri. Quel ferrarese divenuto icona del calcio italiano. Brusalerba era soprannominato, per la sua velocità e la sua resistenza da giocatore. Il profeta di una banda di ragazzi terribili, capaci di passare dalla Serie B al secondo posto, qualche punto dietro la Juventus.

Vicenza è una città orgogliosa. Tra le sue piazze eleganti e i suoi palazzi di Palladio la gente brulica per le strade discreta. Negli anni ’70 il calcio era una religione profondamente mischiata al sociale. Lanerossi non è solo una potente azienda tessile che ha acquisito il club, ma una vera e propria Bibbia per migliaia di tosi. Come se non più di oggi. E quella squadra sa accendere una miccia memorabile, anche se durata solo pochi mesi. Franco Cerilli è nato a Chioggia, una piccola Venezia dove spesso l’acqua si fonde alla nebbia, inghiottendo tutto ciò che la circonda. Il “nuovo Corso” lo hanno ribattezzato, in virtù delle sue doti da ala destra. Un appellativo pesante quando arriva all’Inter: “Più che altro, essendo un estimatore di Sivori, mi infastidiva”. Cerilli arriva a Vicenza nel 1976 e porta scolpiti nel cuore quegli anni: “Siamo rimasti legati e quest’anno festeggeremo i 40 anni del Real Vicenza. Una squadra nata quasi per caso – racconta –. Quando andammo in ritiro a Rovereto ricordo che tutti ci descrivevano come lo scarto di altre squadre. Fabbri invece vedeva il calcio in maniera semplice. Era un direttore d’orchestra con dei buoni suonatori. Inoltre fu bravo a sfruttare l’abbandono di Alessandro Vitali, che una sera lasciò il ritiro, inventandosi Paolo Rossi centravanti (21 gol il primo anno di B, 24 il secondo in A)”.

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Con il Real Vicenza che segna a raffica anche Cerilli trova gloria. Esattamente il 27 novembre del 1977, quando un suo rasoterra dal limite apre le danze in un pirotecnico 4-3 contro la Roma: “Ricordo bene quella partita, anche perché Di Bartolomei, che due stagioni prima aveva giocato a Vicenza, sbagliò un rigore nel finale. Fu una grande vittoria, che mise in evidenza l’estrema tecnica di quegli anni, purtroppo non paragonabile al calcio di oggi, molto più povero a mio modo di vedere. Anche se la più bella vittoria fu contro il Napoli, al San Paolo”. Un 1-4 alla terz’ultima di ritorno che certifica la seconda piazza. “Il sabato partimmo per la trasferta a mezzogiorno, da Venezia, arrivando a destinazione alle 22. Dopo cena qualcuno guardò un incontro di pugilato, mentre io e altri facemmo le tre giocando a carte. Di Marzio, allenatore dei partenopei, disse che li snobbavamo. Invece andammo in campo travolgendoli e all’uscits i tifosi campani ci applaudirono accompagnandoci in aeroporto. Un qualcosa di indimenticabile”. È quasi impossibile credere che quella squadra, a dodici mesi di distanza, scenderà mestamente in Serie B (seppur mantenendo Fabbri come condottiero): “Secondo me ci furono degli errori di valutazione da parte di Farina – analizza -. La Juve offriva Virdis, Fanna e Prandelli più soldi per Rossi, ma lui non accettò. L’anno dopo andarono via Filippi e Lelij, due pilastri, mentre Rossi e Carrera subirono dei brutti infortuni”. E sul Vicenza di oggi: “La presidenza ha una brutta gatta da pelare. Finché non saranno risanati i debiti sarà difficile costruire una squadra competitiva. È un sacrilegio per la tradizione di questa nobile squadra, dove sono passati tanti celebri personaggi del calcio italiano”.

A qualcuno dice qualcosa la coppia centrale Prestanti-Carrera? Provate a sussurrare questi nomi nei pressi del Menti. Vi si aprirà un mondo. Lo stesso che Valeriano Prestanti porta nel cuore: “Per me è stata la pagina più bella della mia carriera – dice emozionato -. Ero di proprietà della Fiorentina, che mi tenne a lungo legato, mandandomi in giro per l’Italia come un pacco per dieci anni. Ho giocato con Sormani e Vitali in B, gente che ero abituato a collezionare sull’album Panini – scherza -. Quando arrivai, nel 1976, c’era un vero e proprio conflitto generazionale tra vecchi e giovani. Io ero in camera con Di Bartolomei e l’anno dopo arrivo Fabbri. Un grande uomo, un secondo padre per me. L’avevo già avuto alla Sangiovannese ed era un mio estimatore. Giocavamo a uomo e non a zona come si usa ora. Di conseguenza difficilmente andavo in avanti, eppure in oltre cento partite riuscii a segnare sette gol. Tutto merito suo e del suo modo totale di intendere il calcio. Pretendeva che io andassi avanti per concretizzare le palle inattive. Tenete presente che ogni domenica mi ritrovavo a marcare gente come Bettega, Graziani, Pulici e Pruzzo. Nonostante ciò la sua mentalità non era remissiva, se andavamo a Torino contro la Juve lui voleva che ci giocassimo la nostra partita”.

Quel secondo posto, peraltro, volle dire una storica qualificazione in Coppa Uefa: “Ci toccò il Dukla Praga, che allora era una vera e propria potenza. Basti pensare che aveva 6-7 nazionali campioni d’Europa in carica. A me spettò il compito di marcare Nehoda, che all’andata segnò il decisivo gol dell’1-0. Recentemente – sorride – in un’intervista ha detto che io sono stato il difensore che l’ha messo più in difficoltà. Fatto sta che venni squalificato per somma di ammonizioni, non scontando mai questa pena perché fummo eliminati. Mi ritenevo un giocatore corretto, ma nella gara di ritorno al Menti loro vennero in maniera molto arrogante. Erano la squadra dell’esercito, e si presentarono in tenuta militare. In campo, tra un battibecco e l’altro, lui mi sputò. Così non ci vidi più e durante la gara lo riempii di calcioni e botte. Purtroppo andò male, sbagliammo anche un rigore e finì 1-1”. Anche per lui Farina sbagliò qualche valutazione in quell’annata: “La stagione prima, quando giocammo contro la Juve, il presidente era stato prima da Boniperti. Eravamo a tavola e lui mi passò vicino dicendomi all’orecchio che oltre a Rossi i bianconeri avevano richiesto anche me, dato che in quel periodo giocavano con Gentile stopper, Cuccureddu e Cabrini, dovendo ancora prendere Brio. Lui rifiutò, come tutti sappiamo. Ma lo fece perché era ambizioso”. Corso Palladio, il dialetto discreto e il calore di Vicenza non sono spariti nel cuore di Prestanti: “È una città bellissima e vivibilissima – sottolinea -. Potevamo camminare per il corso senza esser importunati. I vicentini sembravano quasi timidi. La mattina andavamo alle 10 al campo, perché Fabbri ci voleva vedere tutti in piedi. Ma lo facevamo volentieri, eravamo una famiglia. E alle 14 tutti a giocare a calciotennis, perché quella la sentivamo casa nostra. Il Menti era uno stadio che si faceva sentire, spesso faceva davvero paura. Farina ci aveva imposto di andare ogni martedi nella sede dei club ai quali – ricorda divertito –  a loro volta, aveva imposto di regalarci delle medagliette d’oro”.

E il Menti di quegli anni aveva le sue anime. I suoi cuori. I suoi angeli custodi. Cinzia è una vera e propria memoria storica del tifo biancorosso.Sono nata nel 1964. Mio padre dice di avermi portato per la prima volta allo stadio nel 1968. Io ho ricordi nitidi dalla stagione 76/77, quindi ho vissuto appieno quell’epoca. Noi eravamo i figli dei Vendrame e dei Vinicio. I nostri padri avevano visto il massimo per noi. Poi arrivò Fabbri. Una persona aperta e socievole, per noi tifosi fu un padre e un nonno al contempo. Eravamo davvero una grande famiglia. Io andavo a scuola vicino allo stadio – continua – e quando c’erano gli allenamenti correvo fuori per andare a vederli. La custode del campo preparava il pane con il burro, per noi ragazzini della curva. Parliamo di un periodo totalmente differente da oggi. I giocatori non arrivavano in Porsche firmando frettolosamente autografi. Spesso si andava in centro assieme”.


Un periodo di grandi cambiamenti sociali, in cui anche il mondo del tifo comincia a prendere una sua fisionomia: “I gruppi organizzati cominciarono a nascere nelle grandi città, per poi espandersi anche in provincia. Era tutto un mondo da scoprire per noi ragazzi. Andavamo a Bergamo, Milano, Genova, Torino e non sapevamo cosa avremmo trovato. I “vecchi” per noi tra i quattordici e i sedici anni erano quelli con tre o quattro anni in più. Io mi sono trovata sulla balaustra a quindici anni, perché questa era l’età giusto al tempo. Si stava sempre assieme, era una grandissima forma aggregativa in un’epoca in cui avevamo davvero poco. La cosa più importante era rendere la propria curva più bella delle altre. Le mamme ci prestavano le macchine da cucire per fare striscioni e bandiere”.

Una vita con il Vicenza. Una vita per il Vicenza. Con gioie e dolori: “Quando sono nata avevo già dentro l’essere ultras, era destino di finire in un mondo che mi ha permesso di vivere in maniera stupenda. Se dovessi dire il momento più bello con il Lanerossi dovrei fare un distingue: per noi più vecchi il Real Vicenza resta sempre il massimo, ma la fine degli anni novanta, con la Coppa Italia e la semifinale di Coppa Coppe sono stati sensazionali. Quando battemmo il Napoli, a ogni gol sembrava che lo stadio stesse cadendo. E poi la gara di Londra. Io arrivai a Stamford Bridge dopo gli altri. Non c’era rete e subito mi dissero scherzosamente che qua era più facile scavalcare. Al Menti, infatti, ero solita entrare in campo a fine partita per esultare con i giocatori. Ricordo che a Londra vedemmo per la prima volta gli steward, volevano che rispettassimo il posto assegnato sul biglietto. Ovviamente nessuno gli diede ascolto. Io mi misi dietro la panchina, dove c’era Firmani che mi chiedeva insistentemente quanto mancasse alla fine. Al gol del 3-1 per il Chelsea scoppiai in un pianto convulso, prendendomela anche con lui. Perché io vivo la partita come se fossi in campo. Corro con il Vicenza. In aeroporto Zauli mi abbracciò per consolarmi”. Ma c’è spazio anche per i ricordi meno belli: “Sicuramente la stagione 1989/1990, culminata con lo spareggio di Ferrara contro il Prato per non retrocedere in C2. Andammo in 6.000 di giovedì pomeriggio. La città si era svuotata. Per non retrocedere. Vincemmo 2-0, evitando di essere risucchiati nell’anonimato. In panchina c’era Giulio Savoini, a cui a breve verrà anche intitolata una vita in città”.

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Una donna per il Lanerossi, al di fuori di ogni schema: “Le mie amiche si vestivano con le gonne, io indossavo le Clarks e l’Eskimo. Ovviamente venivo additata come una persona non normale, a 14-15 anni non era normale vestire così. Come non era normale per una ragazza tornare a casa con lo striscione o il tamburo. Ma io sono stata sempre orgogliosa di far parte di questo mondo. I miei genitori, dopo tanti castighi, si sono rassegnati – dice sorridendo -. Mio padre, quando sono salita in balaustra, ha cambiato settore!”. Ma chi è il tifoso biancorosso? “Il vicentino vive il Vicenza a 360 gradi, ce l’ha nelle vene. Se si nasce vicentini si muore vicentini. Ricordati che noi veniamo da anni massacranti. Nonostante questo la curva è sempre piena. E al Menti batte il cuore di tutta la città”.

“Non credevo che una provinciale potesse giocare come fa il Vicenza”. Celebre frase di Gianni Brera rivolta a G.B. Fabbri al termine di una partita.

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1 Commento

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  1. Luciano

    novembre 12, 2016 at 1:15 pm

    Ricordare quei tempi ti riempi di orgoglio e felicità ma paragonandoli ai tempi odierni ti viene da piangere come tifoso ,,Mai avrei pensato che saremmo caduti così in basso.Vorrei ricordare i grandi meriti di Paolo Rossi ma credo che in quel campionato determinante siano stati Filippi..Guidetti, Marangon Carrera

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Lev Yashin: storia dell’invincibile Ragno Nero

Nicola Raucci

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Il 22 Ottobre 1929 nasceva Lev Yashin, fenomenale portiere russo, unico estremo difensore ad aver vinto il Pallone d’Oro. Per celebrarlo vi raccontiamo la sua incredibile storia.

Scorrendo l’albo dei vincitori del Pallone d’oro, si legge il nome di un solo portiere: Yashin, anno 1963. Per tutti era il Ragno Nero, per via di quella uniforme scura che indossava e di quelle braccia lunghe dotate di mani magnetiche in grado di rendere la porta inviolata in ben 270 occasioni. Lev Ivanovich Yashin (Лев Иванович Яшин) nasce a Mosca il 22 ottobre 1929 da una famiglia di classe operaia. A 6 anni perde la madre per tubercolosi e già all’età di 14 anni, durante la Seconda guerra mondiale, è costretto ad andare a lavorare in una fabbrica per componenti aeree al fine di contribuire allo sforzo bellico del Paese. Quel ragazzone alto sogna di diventare un grande attaccante di calcio ma ha dei riflessi felini ed afferra ogni oggetto che gli viene lanciato. Sotto l’egida del padre, Yashin affina così le sue doti di portiere.

Sono anni terribili, si mangia solo ciò che si trova e il giovane Lev sviluppa un’ulcera. Le condizioni di salute peggiorano ed a 16 anni è in cura in un sanatorio sul Mar Nero. Nel 1947 ritorna nella capitale per il servizio militare dove le sue qualità sportive non passano inosservate. Nel 1949 viene invitato ad unirsi alle giovanili di calcio della polisportiva del Ministero degli affari interni, la Dinamo Mosca. L’esordio è da incubo. Amichevole contro il Traktor Stralingrado, il portiere avversario rinvia la palla che, con il favore del vento, giunge fino alla porta di Yashin. Lev va incontro alla sfera con le mani protese in alto nello stesso momento in cui uno dei difensori sopraggiunge per respingere. Scontro fortuito e palla in rete. Risate generali e carriera che inizia con il piede sbagliato. Altra partita e seconda occasione che arriva al momento di sostituire il portiere titolare, la Tigre Aleksej Khomich, a tre minuti dalla fine. La Dinamo è in vantaggio 1-0 e il compito per Yashin dovrebbe essere facile. Ma accade di nuovo, palla alta, Lev esce e si scontra con un compagno, 1-1. La dirigenza è infuriata e vuole Yashin fuori rosa. Il portiere ottiene una terza e ultima possibilità contro la Dinamo Tblisi. Finisce 5-4 per la Dinamo Mosca, con 4 goal del Tblisi in dieci minuti. Yashin viene perciò definitivamente allontanato e la carriera calcistica sembra arrivata prematuramente al capolinea.

Tuttavia, Lev continua ad allenarsi senza tregua in attesa di una nuova chance. Per un periodo passa ad essere portiere nella squadra della Dinamo Mosca di hockey su ghiaccio, vincendo la Coppa sovietica nel 1953. Convocato dalla nazionale per i Mondiali di hockey del 1954, rifiuta la chiamata sognando ancora il ritorno al calcio. La svolta arriva nello stesso 1954, a seguito dell’infortunio di Khomich, la Dinamo Mosca lo richiama tra i pali di un campo di football. Da allora difenderà la porta della formazione moscovita in 326 partite, per tutta la sua carriera, e quella della nazionale sovietica in 74 incontri. Ben presto Yashin diventa il Ragno Nero, una leggenda in grado di ipnotizzare tifosi e giocatori avversari. Con la nazionale vince il torneo di calcio alle Olimpiadi di Melbourne del 1956, con solo due reti al passivo, e i primi Europei del 1960 in Francia, battendo in entrambe le occasioni la Jugoslavia in finale. Con la Dinamo centra il campionato sovietico nel 1954, 1955, 1957 e 1959. Ma al Mondiale del 1962 in Cile l’URSS è nuovamente eliminata ai quarti di finale dai padroni di casa, come nel Campionato del mondo del 1958 in Svezia. Yashin dà prova di una prestazione deludente tanto che il quotidiano francese L’Équipe gli consiglia il ritiro. In patria diviene il capro espiatorio della eliminazione e Lev, trentatreenne, pensa seriamente di appendere gli scarpini al chiodo.

Come tante altre volte nella sua vita, il Ragno Nero decide però di rialzarsi e continua a migliorarsi, allenandosi in maniera maniacale, rimanendo in campo per ore per rafforzare il fisico ed affinare la tecnica. Arriva a parare i rigori con i muscoli addominali nonostante i cronici e tremendi dolori che lo colpiscono allo stomaco fin da giovane. Nel 1963, nell’amichevole per celebrare il centenario della FA tra Inghilterra e Resto del Mondo, Yashin gioca il primo tempo. 45 minuti bastano per mandare in estasi i 100.000 spettatori di Wembley con le sue parate. Il Ragno Nero è tornato e in quella stagione da antologia vince per la quinta volta il campionato sovietico, con appena 6 reti subite in 27 partite, e il Pallone d’oro.

Negli anni successivi porta l’URSS al secondo posto agli Europei del 1964 (sconfitta dalla Spagna in finale) e al quarto posto al Mondiale del 1966, miglior piazzamento assoluto della nazionale sovietica. Con la Dinamo vince la Coppa dell’URSS nel 1966-1967 e nel 1970. Dopo essere stato riserva ai Mondiali del 1970, Yashin si ritira a 41 anni, con all’attivo 22 anni di carriera. Il 27 maggio 1971, a Mosca, in uno Stadio Lenin esaurito in ogni ordine di posto dinanzi a 103.000 spettatori gioca la partita d’addio, Dinamo Mosca contro il Resto del Mondo. Fu la fine di una autentica leggenda. Il più forte portiere di tutti i tempi, un colosso imbattibile.

Atleta longevo, con una abnegazione per il lavoro e una forza di volontà fuori dal comune, copriva lo specchio della porta in maniera impeccabile con interventi spesso impossibili. Il suo stile era tuttavia sobrio ed efficace, basato in primis sul posizionamento. Abile a parare i calci di rigore, ne ha neutralizzati più di 150 in carriera. È stato uno dei più grandi innovatori del ruolo, guidando la linea difensiva e partecipando alla costruzione del gioco fin oltre l’area di rigore. È stato anche un uomo del popolo legato alle sue radici e alla sua terra che per la maggior parte della carriera ha percepito solo lo stipendio di dipendente statale. Uomo umile che cambiava al massimo tre maglie di gioco in un anno, allorquando le maniche erano ormai consumate. Uomo semplice che per allentare la tensione prima di una partita fumava una sigaretta e sorseggiava un drink. Nel 1985, a seguito di una tromboflebite, subisce l’amputazione di una gamba e nel 1988 gli viene diagnosticato un cancro proprio allo stomaco, suo tormento per tutta la vita. Muore il 20 marzo 1990 a 60 anni, convinto fino alla fine che non ci fosse niente di più grande della gioia di parare un rigore su un campo da calcio.

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La Strage allo Stadio Lenin di Mosca e l’insabbiamento del regime

Lorenzo Martini

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Il 20 Ottobre 1982 allo Stadio Lenin di Mosca una tragedia colpì il mondo del pallone. Durante una partita di Coppa Uefa 66 persone persero la vita. Una strage paragonabile all’Heysel, ma che a differenza di quest’ultima sappiamo poco perchè intervenne il Regime a nascondere tutto.

Da anni il problema della sicurezza negli stadi è uno dei temi che più sta a cuore agli organismi sportivi nazionali e internazionali. Controlli serrati all’entrata, le contestate tessere del tifoso, i DASPO e tanti altri provvedimenti sono stati gli strumenti principali per rendere gli stadi più vivibili e sicuri.

Purtroppo, però, le azioni intraprese dallo Stato sono state adottate in maniera poco strutturata e organizzata, andando a colpire spesso solo i tifosi, tralasciando gli aspetti legati alla manutenzione e alla messa in sicurezza degli impianti. Le ripercussioni conseguenti a questa incapacità gestionale hanno sfociato, in molti casi, in disordini, tafferugli e persino vittime. Tali fatti di cronaca hanno amaramente campeggiato su tutti i giornali nazionali, causando un totale oscuramento del calcio giocato per dare spazio a episodi di violenza che non avremmo mai voluto vedere.

Ma come veniva affrontato questo tema più di trent’anni fa, quando l’ambiente stadio e i problemi ad esso associati avevano una risonanza mediatica completamente diversa?

Quella del 20 ottobre 1982 è una data chiave per capire come una tematica simile fosse tutt’altro che prioritaria. Quella sera si disputava la partita di andata di sedicesimi di Coppa Uefa tra i padroni di casa dello Spartak Mosca e gli olandesi dell’HFC Harlem. Allo Stadio Centrale Lenin di Mosca – oggi stadio Luzhniki – erano accorsi oltre 15mila tifosi, malgrado gli oltre 10 gradi sotto zero. Questo perché lo Spartak era la squadra rappresentativa del popolino, della gente umile che si animava per le giocate dei proprio beniamini, contrapposta al Lokomotiv, la squadra dei ferrovieri, alla Dinamo e al CSKA, con cui si identificavano le forze di polizia.

A causa del ghiaccio, alcuni settori dello stadio non erano agibili e tutti gli spettatori erano stati disposti nella Tribuna Est, che era stato sistemato all’ultimo alla bell’e buona. Questa scelta era stata anche apprezzata dai tifosi moscoviti, visto che la maggior parte di loro – soprattutto operai e studenti – avevano preso la metro per arrivare allo stadio e la fermata dava proprio sulla Tribuna Est.

Dopo 16 minuti dal fischio di inizio, è lo Spartak ad andare in vantaggio, grazie ad un gol di Edgar Gess. Poi la partita scorre lenta e monotona, anche a causa delle pessime condizioni climatiche e del campo. Con la partita in stallo, verso l’ottantesimo molti tifosi moscoviti, allora, decidono di abbandonare lo stadio, così da non trovare file o intoppi alla metro. Sembrerebbe una tranquilla serata di calcio come tante altre, quando all’85 il difensore Sergei Shvetsov  sigla il definitivo 2 a 0: la gente, accalcata sulle scale per l’unica uscita, sente l’esultanza proveniente dalle tribune e quindi in molti decidono di tornare indietro, venendo però bloccati dalla polizia.

E’ una bolgia.

 Ma il peggio ancora deve venire. Infatti, mentre la persone restano imbottigliate tra le scale, spintonate a destra e a manca, accade l’imprevedibile: inadatte a sopportare un peso simili, le scale cedono di schianto. E’ una carneficina.

Alla fine il bilancio ufficiale è di 66 morti e 61 feriti, anche se, secondo alcune fonti, le vittime sarebbero addirittura 300. Il tutto a causa, non solo del crollo delle scale e della calca che si era generata, ma anche perchè le milizie erano tutt’altro che preparate per un intervento immediato e i soccorsi arrivarono con molto ritardo. La totale disorganizzazione della polizia provocò inoltre problemi nell’uscita degli altri spettatori ancora sugli spalti, che rimasero a lungo intrappolati nello stadio.

Al contrario, la polizia fu tutt’altro che disorganizzata nell’insabbiare tutta la vicenda. Appena terminato l’incontro, mentre ancora si cercava di capire l’entità dell’incidente, le due squadre vennero sbrigativamente allontanate dallo stadio. Il giorno seguente sul giornale “Il Vespro di Mosca” riportò che nello stadio Lenin “c’erano stati degli incidenti che avevano comportato lesioni a qualche tifoso”. Una rilettura totalmente distorta di ciò che era avvenuto.

Nei giorni successivi, i rapporti ufficiali sulla vicenda non sono per nulla chiari e omettono di spiegare la gravità dell’incidente. Come capro espiatorio viene identificato un tale Panchickin, il custode dello stadio, che viene ritenuto il responsabile delle precarie condizioni dell’impianto e viene condannato a 18 mesi di lavori forzati.

Perché tutto questo? Perché di mezzo c’è la politica. Breznev, ormai malato e sul punto di lasciare la guida della Russia, voleva che comunque l’Unione Sovietica avesse dato ancora un’immagine di sé forte e invincibile, lontano da qualsiasi debolezza. Uno scandalo come quello dello stadio Lenin sarebbe inaccettabile, ed è  per questo che viene dato inizio ad un’autentica campagna di disinformazione. Pur di non apparire una nazione in declino e lontana dalle superpotenze mondiali, si cerca di nascondere tutto.

Solo anni dopo, il nuovo segretario del PCUS Jurii Andropov ordinò un’inchiesta sul disastro avvenuto e vennero riportati alla luce molti dettagli e aspetti della vicenda che erano stati celati. Eppure il tentativo di insabbiamento durò ancora per anni e alcuni decessi furono tenuti nascosti dalle alte sfere del Cremlino.

Oggi lo stadio Luzhniki è uno stadio all’avanguardia, cinque stelle nel ranking UEFA, ed è uno degli impianti più sicuri al mondo. Eppure quelle 66 persone sono morte proprio su quegli spalti, a causa dell’incuria e dell’inesistente manutenzione della struttura.

 “Non avrei mai voluto segnare quel gol.”

Molti giorni dopo il tragico evento, furono queste le dichiarazioni del difensore Sergei Shvetsov, autore del raddoppio dello Spartak Mosca. Si sentiva responsabile di quanto era accaduto.

Ed è proprio per questo che il tema della sicurezza negli stadi deve essere affrontato con sempre maggiore attenzione e determinazione. Perché un momento di gioia sportiva non può e non deve essere mai la causa di una strage di vittime innocenti.

 

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Calcio

Ranieri, il Leicester e lo zampino di Santa Rita, protettrice dei casi impossibili

Andrea Corti

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Compie oggi 67 anni Claudio Ranieri, attuale allenatore del Nantes, che verrà per sempre ricordato come colui che ha compiuto una delle imprese più belle della storia del calcio, quella del Leicester Campione d’Inghilterra. Una vittoria miracolosa, non a caso collegata ad un fattore divino che vi raccontiamo.

I gol di Vardy, ovviamente. I dribbling di Mahrez e la parate di Kasper Schmeichel, of course. E la tanta saggezza di mister Ranieri in panchina, nemmeno a dirlo. Ma a dare una grande mano al Leicester laureatosi clamorosamente campione d’Inghilterra nel 2016 potrebbe essere stato anche un fattore decisamente insospettabile: “Da anni Ranieri è devoto a Santa Rita – ci raccontò Claudia Mannelli nel ristorante ‘La Porrina’ di Roccaporena, gestito dalla sua famiglia da generazioni -, e credo ci sia lo zampino della protettrice degli impossibili nello scudetto che ha vinto”.

Siamo in Umbria, nel pieno della Valnerina, a pochi minuti da Cascia. Roccaporena è un paese tanto piccolo quanto grazioso, adagiato alla base di una piccola conca e abitato da poco più di 50 persone. In questo luogo è nata nel XIV secolo Santa Rita, passata alla storia per essere la patrona dei casi impossibili e disperati, e proprio qui Claudio Ranieri negli ultimi trent’anni ha portato molte delle sue squadre in ritiro pre-campionato. Il cuore pulsante di Roccaporena è il centro sportivo, gestito fino a poco tempo fa dal Rettore dell’Opera di Santa Rita, don Sante Quintiliani, scomparso nel 2017, con cui Ranieri aveva costruito negli anni una solida amicizia. L’Opera accoglie ormai da decenni orfani e ragazzi provenienti da famiglie difficili, che nelle scorse estati hanno potuto ammirare da vicino fior di campioni. Sul bel campo di calcio si sono allenati, tra gli altri, il Chelsea di Zola e Desailly e la Fiorentina di Batistuta e Rui Costa. Ogni volta che una squadra del tecnico testaccino ha fatto tappa qui è stata organizzata una sfida amichevole contro una selezione locale: “Tutte le volte abbiamo preso belle ‘imbarcate’ – ci racconta Luca Rasi -, ma ci siamo sempre divertiti e qualche volta siamo anche riusciti a segnare!”.

Al centro di Roccaporena c’è lo Scoglio di Santa Rita, piccolo promontorio sulla sommità del quale la Santa andava a pregare e ora c’è un santuario a lei dedicato. Tra gli allenamenti che Ranieri faceva fare alle sue squadre c’era anche la salita e la discesa di corsa di questa ripida scalinata: “Normalmente ci vogliono 20 minuti per arrivare su, – continua Rasi -, ma i giocatori impiegavano al massimo cinque minuti…”. Chiaramente questa piccola comunità ricorda ancora con stupore i giorni caotici in cui folle di tifosi invadevano gioiosamente la loro quiete: “All’epoca in cui qui veniva la Fiorentina – assicura Enrico Di Curzio, il direttore dell’hotel dove soggiornano le squadre – facevo salire Batistuta sulla mia Panda per evitare di farlo andare al campo di allenamento a piedi, e per fare un tratto di strada per il quale solitamente ci vogliono due minuti ce ne mettevamo trenta a causa dei tifosi che bloccavano il percorso”. Non mancano poi gli aneddoti: “Qui c’è poco da fare – spiega Rasi -, al massimo ci sono i bar: mi ricordo che i giocatori del Chelsea bevevano come matti!”. Inevitabile poi qualche ‘scappatella’: “I giocatori durante il ritiro sono sottoposti a una dieta ferrea – ricorda Claudia -, e spesso venivano nel mio ristorante per mangiare di nascosto dall’allenatore. Mi ricordo che una volta Ranieri stava per entrare e i ragazzi sono scappati dalla finestra nel retro!”.

Ovviamente nella vittoria della Premier non è intervenuta la mano divina, quel che è certo è che la sua devozione per la protettrice dei casi impossibili gli ha quantomeno portato bene nel realizzare quella che è da più parti considerata la più grande impresa dello sport inglese, che a molti ha ricordato le vittorie del Nottingham Forest di Brian Clough, regalando una boccata di ossigeno a chi si ostina a non arrendersi alla logica del calcio moderno in cui dominano le regole dello show business.

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