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Giochi di palazzo

Venezuela: la gioia di una Nazionale, le lacrime di una nazione

Andrea Muratore

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La prima, clamorosa sorpresa della Copa América Centenario è l’imprevedibile successo della nazionale di calcio venezuelana nella seconda partita del Gruppo C ha superato per 1-0 l’Uruguay grande favorito del raggruppamento, condannandolo a una precoce eliminazione in un torneo che vedeva l’Albiceleste ritenuta una seria candidata per la conquista di un trofeo già alzato quindici volte in passato e la Vinotinto vera e propria Cenerentola tra le compagini latinoamericane aderenti alla federazione del Sudamerica, il COMNEBOL. La rete di José Salòmon Rondon ha consentito al Venezuela di bissare il successo inaugurale contro la Giamaica e di riuscire a conquistare, per la prima volta nella sua storia, due vittorie consecutive in un’edizione della Copa América, impresa mai realizzata neanche nel corso della storica edizione del 2011 che vide la Vinotinto concludere al quarto posto, e di rimpinguare il magro bottino di vittorie che contraddistingueva il record della nazionale prima dell’avvio dell’edizione 2016: solamente 5 successi in 58 gare di Copa America prima dei confronti con Giamaica e Uruguay. Le due risicate vittorie per 1-0 hanno spalancato le porte dei quarti di finale a una squadra storicamente connotatasi come l’anello più debole del calcio sudamericano, in quanto oltre ad essere l’unica compagine COMNEBOL a non esser mai riuscita a centrare l’accesso alla fase finale dei Mondiali quella venezuelana è l’unica squadra nazionale rappresentativa di un paese sudamericano in cui il calcio non è ammantato di una sua propria liturgia e, anzi, non risulta nemmeno lo sport preponderante a livello di tifo e attenzione mediatica, risultando in questo campo surclassato dal baseball. Inoltre, il livello sportivo del risultato che sta conseguendo la Vinotinto, che era destinata a contendere al Messico la leadership del girone C nell’ultima partita della prima fase (giocata questa notte, terminata 1 a 1 con i centroamericani primi in virtù della differenza reti), è da ritenersi ancora più maiuscolo se si analizzano nel dettaglio la marcia travagliata di avvicinamento alla competizione vissuta dalla selezione venezuelana e, soprattutto, il dramma in cui sta precipitando in questi giorni il paese a seguito del progressivo disfacimento della Repubblica Bolivariana fondata dal compianto Hugo Chavez.

In linea con le precedenti campagne di qualificazione alla Coppa del Mondo, il Venezuela è partito ad handicap anche nella marcia di avvicinamento ai Mondiali di Russia 2018, trovandosi tuttora all’ultimo posto del girone unico di qualificazione sudamericano con appena un punto racimolato nelle prime sei partite disputate; inoltre, la squadra ha conosciuto negli ultimi mesi del 2015 un vero e proprio ammutinamento contro le modalità di gestione della nazionale operate dalla FVF, la federcalcio venezuelana, e in particolar modo contro i quadri dirigenziali rappresentati dal presidente Laureano Gonzalez e i vertici tecnici guidati dall’ex commissario tecnico Noel Sanvicente, accusati di aver creato un clima di tensioni e maldicenze attorno alla squadra e di pregiudicare il lavoro svolto nel corso dei mesi da giocatori messi in difficoltà dal livello tecnico stesso, in molti casi proibitivo, in cui si ritrovavano a competere. Il boicottaggio di 15 membri della nazionale è scattato nel dicembre 2015 dopo che Gonzalez aveva commentato in malo modo il ritiro temporaneo del difensore Fernando Amorebieta ed è stato conclamato attraverso un’eloquente lettera aperta scritta dai “ribelli” conclusa da una vera e propria sentenza: “La nostra integrità non è negoziabile e il danno provocato dalla federazione può essere riparato solo dalla sostituzione degli attuali dirigenti. Non possiamo continuare a giocare in un ambiente così danneggiato”. Il risultato finale del tiro alla fune ha visto la vittoria dei calciatori venezuelani e il passaggio di testimone alla guida della selezione da Sanvicente all’attuale commissario tecnico, l’ex portiere Rafael Dudamel. Questi ha saputo rasserenare gli animi e trarre il massimo da un gruppo che, per quanto tecnicamente inferiore alle altre compagini sudamericani, ha perlomeno ritrovato compattezza e ha potuto sfruttare i guizzi di alcune individualità dotate di discreto talento, tra cui i due volti noti del campionato italiano Josef Martinez (Torino) e Tomas Rincon (Genoa).

I giorni che hanno visto i più importanti successi della Vinotinto sullo scenario internazionale e portano i giocatori venezuelani ad abbandonarsi a comprensibili esultanze e a giubili insperati nello scenario dei grandi stadi statunitensi sono stati però gli stessi in cui la situazione interna al Venezuela ha raggiunto il massimo livello di tensione, facendo palesare sempre di più la catastrofe verso cui è avviata una nazione che, nel decennio appena passato, è stata il punto di partenza e il faro di una rivoluzione politica progressista che ha finito per contagiare tutto il Sudamerica, sulla scia delle riforme economiche e sociali del governo di Hugo Chavez. La Repubblica Bolivariana nata dalle riforme costituzionali di Chavez si trova oggi nel suo punto di massima difficoltà. Le deficienze dell’amministrazione del presidente Maduro, dimostratosi incapace nei suoi tre anni da presidente del paese di proseguire le riforme impostate dal predecessore defunto nel 2013, sono state amplificate dalla drammatica congiuntura contestuale venutasi a creare negli ultimi mesi. Al crollo dei prezzi del petrolio, rappresentante la principale risorsa economica del paese, si sono aggiunte le tensioni legate al boicottaggio compiuto verso il suo stesso popolo da settori dell’alta finanza e del mondo industriale che da anni portano avanti una guerra economica intestina contro il governo venezuelano e l’offensiva diplomatica e politica a cui il Venezuela è stato sottoposto negli ultimi anni ad opera del Dipartimento di Stato statunitense. Quest’ultimo ha finanziato attivamente gruppi di opposizione rivelatisi in diversi casi semplici coperture per gruppi armati paramilitari, scesi a più riprese in campo per protestare contro il governo e affrontati duramente dalla polizia in scontri che hanno causato decine di morti nel solo 2016. Oggigiorno, la situazione interna in Venezuela è insostenibile: il PIL è in tracollo, i beni di prima necessità scarseggiano, le tensioni sociali continuano a crescere e l’opinione pubblica è polarizzata intorno al referendum di revoca del mandato del presidente Maduro per cui sono già stati raccolti oltre 1,3 milioni di firme.

Mentre una nazione, dunque, prosegue la sua marcia verso il baratro, la sua selezione calcistica fa la storia, raggiunge traguardi raramente gustati in passato e ridà luce a un movimento calcistico in forte affanno. I due volti in antitesi del Venezuela si palesano nei giorni che avrebbero dovuto rappresentare la festa di tutto il continente americano e che invece, per un paese in gravissima difficoltà, non sono altro che le nuove tappe di un insostenibile calvario.

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Calcio

Mistero Bergamini: Cronaca di un suicidio che non è mai accaduto

Luigi Pellicone

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Avrebbe compiuto oggi 56 anni Donato Bergamini, il calciatore del Cosenza la cui misteriosa vicenda era tornata sotto i riflettori dopo che il procuratore Eugenio Facciolla aveva chiesto la riapertura del caso e la riesumazione del corpo del giocatore: l’ipotesi era che Bergamini fosse già morto prima di finire investito da un tir. La nuova perizia ha sancito che la morte avvenne per soffocamento, escludendo di fatto la pista del suicidio.“Io Gioco pulito” ricostruisce i passi salienti di una storia archiviata, ma non dimenticata. 

Sono le 19.00 del 18 novembre del 1989. Roseto Capo Spulico, Calabria, quasi Basilicata.  Sulla statale ionica 106, una delle strade più pericolose d’Italia, giace un corpo senza vita ai bordi della carreggiata. Non è una novità. Questa volta, però, c’è qualcosa di strano. Misterioso. Velenoso. Irrisolto.

Il corpo è di Donato, Denis, Bergamini. Calciatore talentuoso di un Cosenza ambizioso. Leader  tecnico e carismatico di una squadra che lotta per la promozione in serie A. Denis, talento destinato alla massima serie, con o senza il Cosenza, è esanime. Quel che resta, è a pochi metri da un autoarticolato dell’Iveco.

Bergamini si è suicidato. Si è gettato fra le ruote di un camion guidato da Raffaele Pisano. Che non può evitarlo”.

“Suicidio”. O omicidio?

La testimone è solo una. Si chiama Isabella Internò. É la ex fidanzata di Donato Bergamini. Una storia d’amore tormentata iniziata nel 1988. Lui 26enne, lei poco più che maggiorenne. Sullo sfondo, una gravidanza, l’accettazione del figlio, ma il rifiuto dell’uomo di sposarsi. E un presunto aborto. La storia finisce, divorata da incomprensioni. Una rottura dolorosa. Isabella racconta che Denis, dopo la fine della relazione, perde serenità. E decide di farla finita. Secondo la  sua deposizione, il calciatore, dopo l’ennesimo litigio, scende dalla macchina e si butta sotto un camion. Il mezzo lo avrebbe travolto e trascinato per circa 60 metri.

Ipotesi che non ha mai convinto né familiari, né compagni di squadra, né  amici del calciatore.

Anche perchè, nel primo pomeriggio del 18 novembre, Bergamini è al cinema: come sempre, prima di andare in ritiro. Strano, non viaggia mai da solo. Al termine della proiezione, riceve una telefonata.  Un appuntamento. Prende la sua macchina. E sparisce. É l’ultima volta che i compagni lo vedono vivo. Isabella dirà che voleva partire, lasciare tutto. Era diretto verso Taranto, per poi partire verso la Grecia. Strano. Da Taranto, non si parte per la Grecia. Al massimo, da Bari. E comunque, difficile che Bergamini volesse fuggire senza bagaglio e con pochissimo contante….

Il giallo”  prosegue: entra in scena il professor Francesco Maria Avato.  La sua relazione autoptica consta di 25 pagine. É consegnata un mese e mezzo dopo la morte del ragazzo, il 4 gennaio 1990.  “La causa della morte va riferita all’ emorragia iperacuta connessa alla lacerazione pressoché totale dell’iliaca comune destra”. Sul corpo, “fratture multiple del bacino, in particolare del pube e il reinvenimento dei testicoli estrusi dallo scroto, pene parzialmente solidale con i tessuti legamentosi della radice”. Avato sostiene che Bergamini fu schiacciato da una sola ruota del camion quando era già steso sull’asfalto.

Non certo, insomma, trascinato per 60 metri.

Brividi: tutto lascia pensare, oltre all’ ”arrotamento lento”, alla sceneggiatura di un suicido-omicidio.

Qualcuno sapeva. Forse, due magazzinieri del Cosenza: “scompaiono” il 3 giugno 1990 in un incidente stradale sulla statale 106. Strane coincidenze. E la sensazione di una punizione macabra, quanto simbolica, risalente a una Calabria arcaica. A una questione d’onore. Risolta attraverso l’evirazione e il taglio dei testicoli di chi ha “sbagliato”.  E la messa a tacere di chi sapeva troppo.

L’atto firmato dal dottore Avato non è preso in considerazione dal procuratore capo di Castrovillari, Franco Giacomantonio che non giudica incidente probatorio. “Le ferite sono quelle, ma non sono mai emersi fatti che facessero pensare ad un’azione voluta o ad un atto consapevole”. 

La famiglia Bergamini non si arrende. Vuole chiarezza. É innaturale, per un genitore, seppellire un figlio. Se poi alla morte si aggiunge il mistero, diviene insopportabile. Eugenio Gallerano, l’avvocato che si occupa del caso, non molla.

Passano dodici anni.

Il 29 giugno 2011, il caso è riaperto dalla Procura di Castrovillari. L’ipotesi cambia. Cosi come il reato di accusa. Si ridisegna la scena del suicidio.

Il 22 febbraio del 2012 i Ris di Messina depositano presso la Procura della Repubblica di Castrovillari una nuova perizia.

La tesi è che Bergamini non sia stato investito dal camion. E che il corpo sia stato lasciato lì, già esanime. Emergono ulteriori interrogativi. Inquietanti. Se Bergamini si fosse gettato fra le ruote dell’autoarticolato così come ha sempre sostenuto la fidanzata, perché le scarpe sono pulite? Perché catenine, vestiti e orologio sono intatti?  Eppure, un corpo trascinato da un autoarticolato per 60 metri, avrebbe dovuto subire danni consistenti. Invece è pressoché intatto. E pulito. Per la cronaca: quel 18 novembre pioveva a dirotto. Sul corpo di Bergamini, non una traccia di fango.

Il 15 maggio 2013 Isabella Internò è raggiunta da un avviso di garanzia per omicidio volontario.

Nel dicembre 2014 la magistratura chiede l’archiviazione del caso. Non vi sono indizi sufficienti, né assolute certezze per istruire un processo per omicidio volontario. La tesi del suicidio è sempre più debole. La famiglia Bergamini non molla. Prosegue la ricerca, anche se la strada della verità, è sempre più difficile da percorrere. La nuova perizia dona in parte giustizia ai suoi cari. E la storia di Denis è nuovamente ancora tutta da scrivere.

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Calcio

I benefici del Fair Play Finanziario: il calcio europeo vola

Emanuele Sabatino

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Per la prima volta il calcio europeo è in attivo. Nel 2017 il ricavo del mondo pallonaro ha superato i 20 miliardi di euro secondo i dati forniti dalla UEFA.

Le alte sfere della massima federazione calcistica europea hanno ovviamente attribuito questo dato positivo al Fair play finanziario che proprio ieri ha compiuto 9 anni dalla sua introduzione. La regola del pareggio del bilancio, invece  introdotta nel 2011, in quell’anno il calcio europeo subì una perdita di 1.7 miliardi di euro.

Un aumento dei ricavi totali superiore di 1,6 miliardi di euro rispetto all’anno precedente per un profitto, dopo trasferimenti e costi di gestione, parti a 600 milioni di euro. Il calcio europeo ha 711 clubs contando solo le massime serie divise in 54 nazioni, e 27 di esse, pari proprio al 50 % sono in profitto.

Il Fair Play Finanziario è stato introdotto proprio con il proposito di limitare le spese folli dei club ed evitare che i proprietari ricchi potessero comprare il successo distorcendo il mercato trasferimenti. Su questo punto però la strada è ancora molto lunga.

Grazie a questa regola i club che non rispettano le regole rischiano di essere escluse dalle competizioni UEFA, proprio come era successo in prima battuta al Milan, poi riammesso dopo il cambio di proprietà.

Su questi dati si è pronunciato il presidente Ceferin:Il calcio europeo non è mai stato più sano di così. Le regole da noi imposte funzionano alla perfezione. Il Fariplay finanziario previene i piccoli problemi sul nascere prima che diventino gigantesche catastrofi. La Uefa è in prima linea per valutate ed aiutare i club ad uscire dalle difficoltà e rispettare le regole.”

Regole più strette come ad esempio quella che non tutti conoscono che ogni club che spende più di 100 milioni di euro in una finestra di mercato entra automaticamente sotto stato di osservazione.

La Premier League è ovviamente il torneo con più ricavi pari a 5,34 miliardi di euro, con un incremento pari a 452 milioni rispetto alla stagione precedente. Il loro profitto netto è il più alto con  1.19 miliardi di euro.

Il calcio nostrano, la nostra Serie A, ha avuto un incremento dei ricavi pari al 3,7 percento rispetto alla stagione precedente e per la prima volta dopo sette anni consecutivi in perdita è riuscita ad andare in profitto anche se di pochissimo. I ricavi sono pari a poco più di due miliardi di euro, di cui solo il 10% dai botteghini che dovrebbe farci non solo interrogare sullo stato del calcio italiano, su quello degli stati fatiscenti e di proprietà comunale ma soprattutto sulla strategia dei prezzi in netta contrapposizione con la realtà reddituale e lavorativa attuale.

 

 

 

 

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Calcio

Non solo De Laurentiis: quando il presidente fa collezione di squadre

Matteo Luciani

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Nei giorni scorsi, attraverso un articolo di un quotidiano sportivo croato, è rimbalzata anche da noi la notizia che Aurelio De Laurentiis, il vulcanico presidente del Napoli, dopo il recente acquisto anche del fallimentare Bari, sia interessato a rilevare un altro club, questa volta straniero, l’Hajduk di Spalato, gloriosa squadra croata che naviga in acque burrascose travolto da problemi finanziari. Per adesso non c’è niente di concreto, se non una dichiarazione dello stesso AdL che non chiude la porta. Il numero 1 partenopeo non è il solo in Italia, e all’estero, ad essere proprietario di più squadre. I casi più recente sono sicuramente quelli della Red Bull e del gruppo Suning. Il Toro Rosso oltre al Lipsia (del quale formalmente è solo sponsor) e al Salisburgo, è proprietario anche dei New York Red Bulls mentre il colosso cinese al Jiangsu ha aggiunto l’Inter, pur rimanendo il presidente Thohir, già proprietario del Dc United americano e in cordata della proprietà dei Philadelphia 76ers della Nba. Ma la lista dei multiproprietari nel mondo del calcio è molto lunga.

In Italia, per quanto concerne i casi di multiproprietà di squadre militanti in diversi campionati più vicini temporalmente a noi, si staglia la figura di una famiglia su tutti: i Gaucci, proprietari fino al 2001 di Perugia e Viterbese e poi di Perugia e Catania (fino al 2004).

Personaggio decisamente importante nel calcio di casa nostra tra gli anni Novanta e Duemila, anche Franco Sensi fu proprietario di ben tre club: Roma (che condusse allo storico Scudetto del 2001), Palermo (seppur con presidenza lasciata a Sergio D’Antoni) che portò dalla serie C1 alla serie B e poi cedette a Zamparini, ed, infine, Nizza.

Oggi, il caso più eclatante riguarda certamente Claudio Lotito, patron della Lazio dall’estate del 2004 e della Salernitana (condotta, dopo il fallimento, dalla serie D alla serie B) dall’estate del 2011.

Le storie di questo genere, come dicevamo, sono veramente tante. Eccone alcuni esempi.

Prima del clamoroso crac finanziario avvenuto nel 2003, la Parmalat del presidente del Parma Tanzi aveva anche il controllo del Palmeiras, in Brasile dove militò per un periodo uno dei calciatori simbolo dei gialloblu degli anni d’oro: Faustino Asprilla.

Attualmente, invece, in Europa, c’è la ‘nostra’ famiglia Pozzo, proprietaria di Udinese, Watford e, fino a pochi mesi fa, del Granada (ceduto, poi, ai cinesi di Desport).

Un caso che in Inghilterra ha fatto discutere, invece, è quello del proprietario del Manchester City, lo sceicco di Abu Dhabi Mansour, comproprietario di una franchigia della MLS (New York City FC), di una squadra in Australia (Melbourne Heart) e proprietario del 20% di un club giapponese (Yokohama). La causa scatenante delle polemiche riguardò uno dei calciatori più importanti degli ultimi anni: Frank Lampard. Questi, infatti, dopo essere stato scaricato da quel Chelsea in cui aveva trascorso praticamente l’intera vita calcistica, accettò la proposta di New York; qualche mese dopo, però, tornò in Premier League, proprio al City, in prestito dai NYFC. Per molti, in primis il tecnico dell’Arsenal Wenger, si trattò di una furbata per aggirare le regole del Fair Play finanziario e di una mossa pericolosa, che avrebbe potuto aprire scenari preoccupanti per eventuali altri club satellite in futuro (su questa scia, vedasi il caso, mai chiarito del tutto, Chelsea-Vitesse).

La stessa Red Bull è proprietaria di altre due squadre nel mondo: i New York Red Bulls e Red Bull Brazil; ma le multiproprietà nel calcio toccano il proprio apice in un altro territorio: America settentrionale e centrale.

Negli Stati Uniti, anno 2004, viene fondato il C.D. Chivas dallo stesso proprietario del Chivas de Guadalajara messicano e del Deportivo Saprissa in Costa Rica.

In Messico, TV Azteca ha acquistato l’altra squadra di Guadalajara, l’Atlas, che risulta essere la seconda squadra di sua proprietà dopo il Monarcas de Morelia. Televisa, altro colosso televisivo del medesimo paese, è invece proprietario del Necaxa e dell’America. Alle società già citate, si aggiunge America Movil, proprietario del 30% del Grupo Pachuca, che controlla Leon e Pachuca.

Infine, trattasi di partnership e non di multiproprietà per Atletico Madrid e Fiorentina che ‘controllano’ indirettamente squadre indiane (rispettivamente Kolkata e Pune) o per il Parma con l’NK Gorica sloveno.

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