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Calcio

USA & Messico: l’immigrazione calciofila al contrario che beffa Trump

Eduardo Barone

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USA & Messico: l’immigrazione calciofila al contrario che beffa Trump

Continua il braccio di ferro tra il Presidente Donald Trump e il Congresso per la costruzione, o meglio rafforzamento, del muro che delimita il confine tra Stati Uniti e Messico. Una situazione che coinvolge anche il calcio ma in un modo del tutto inaspettato.

Guadalajara, Messico. Matias Almeyda alza la coppa. L’ex giocatore di Lazio e Inter, ora diventato tecnico, viene portato in trionfo dai suoi uomini. E’ la fine di Aprile e il Chivas Guadalajara ha appena vinto la Concacaf battendo il Toronto ai calci di rigore. Fatali gli errori dal dischetto di Osorio e dell’ex romanista Bradley. E’ l’ennesima sconfitta di una squadra della MLS americana contro una della MX messicana. Stavolta anche peggio. E’ anche la sconfitta del calcio americano contro quello dei loro amati e odiati vicini del sud. In questo articolo vi spieghiamo il perché.

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Niente Coppa neanche stavolta

La Concacaf è l’equivalente della Champions League che c’è in Europa: un torneo intra-nazionale tra i migliori club del continente nordamericano. I migliori club di quel continente provengono, per forza di cose, o dalla lega americana (compresi quelli di città canadesi, come il Toronto) o da quella messicana. La Concacaf moderna però non è mai stata vinta da un club statunitense. La conclusione da trarre è quindi che a vincere l’ambito trofeo è stata, salvo rare eccezioni di altri Paesi, sempre una squadra della nazionalità della Tricolor. Le ultime vittorie a stelle e strisce sono ormai archiviate nella vecchia edizione della competizione. Nel 1998 il DC United, nel 2000 i Los Angeles Galaxy. Da lì in poi i club della MLS hanno faticato persino ad arrivare in finale. Negli ultimi 18 anni solamente tre squadre della lega USA sono riuscite ad essere in finale e due di queste sono canadesi: Real Salt Lake, Montreal Impact e da ultimo, quest’anno, il Toronto. La sconfitta si fa ancora più marcata se consideriamo le nazionalità dei calciatori delle due finaliste di questa stagione. Il Chivas di Guadalajara è il club più rappresentativo del movimento calcistico messicano ed ha il 100% di giocatori proveniente proprio dal Messico. Il Toronto di canadese ha solo quattro elementi e in rosa ha ben undici statunitensi.

Trump Power

Ma quella che sembrerebbe una differenza ben segnata tra quello che è il calcio messicano e il calcio americano in realtà ha moltissimi tratti di eterogeneità. Nel calcio le due nazionalità a volte si confondono e ciò che è messicano diventa americano e viceversa. Nonostante questo incrocio calcistico, la rivalità tra i due mondi è ancora molto forte e sentita, anche se è più il riflesso di schermaglie politiche, inaspritesi con l’arrivo alla Casa Bianca di Donald Trump, il presidente che non è di tutti, ma solo dei ricchi e dei geneticamente 100% americans. La sua retorica contro l’immigrazione messicana e l’intenzione di voler costruire un muro, che in parte c’è già, a dividere il confine sud del Paese è diventato un vero e proprio indirizzo di governo.

Fuga dei piedi

Nel calcio però l’influenza messicana nella acerba cultura del pallone a stelle e strisce, drogata più di business che di tecnica, si fa sentire. Infatti nell’ultimo decennio si è registrato il fenomeno opposto nel mercato del calcio. Ad immigrare in Messico sono stati molti calciatori americani. Giovanissimi o veterani, non sono stati in pochi a prendere questa decisione. Come Omar Gonzalez, ex pilastro dei Galaxy. Pur avendo anche la nazionalità messicana, Gonzalez prima di passare al Pachuca nel 2016 non aveva giocato nemmeno un singolo minuto in Messico. Naturalizzato statunitense, il difensore centrale ha totalizzato 39 presenze con la Nazionale maggiore. Perché allora ritornare nel suo paese d’origine? Forse a rispondere potrebbe essere un altro Gonzalez. Lui stavolta si chiama Jonathan, ha poco più di 18 anni ed il suo nome compare nel miglior 11 della lega messicana della stagione scorsa. Eppure Jonathan Gonzalez non è messicano. E’ nato in California ma i club della MLS e la Nazionale statunitense lo hanno più volte bocciato, spingendolo ad approdare in Messico, dove ora è una star del Monterrey e della Nazionale della Tricolor. A partire dal suo caso, il giornale The Guardian ha pubblicato un approfondimento sulle differenze calcistiche delle due Nazioni continentali. “Il problema non è che gli USA hanno perso Jonathan Gonzalez” dice alla testata anglosassone Herculez Gomez, ex nazionale statunitense: “Il problema è che un giocatore come lui è stato costretto a guardare da un’altra parta per trovare delle opportunità”. 

Apolidia o doppia cittadinanza

L’accusa rivolta alle Academies e ai settori selettivi delle squadre di MLS è quella di avere un approccio arrogante nei confronti dei giocatori ispanici. In base ad un censimento risalente al 2010, negli Stati Uniti risultano esserci 50,5 milioni di persone di origine latino-ispanica (circa il 16% della popolazione) ed il 60% di questa fetta ha proprio radici messicane. A fronte di questa minoranza consistente, non c’è un’altrettanta attenzione all’educazione calcistica e alla creazione di chances concrete per avverare il sogno di diventare un calciatore parte integrante del movimento calcistico americano. Il problema però è molto più grande e colpisce anche temi sociali e politici. In America, gli ispanici nati negli Stati Uniti nonostante abbiano la cittadinanza statunitense vengono arruolati come calciatori al pari degli stranieri e il loro passaporto rimane messicano. La confusione è quindi evidente. Quei ragazzi sono messicani oppure americani? La risposta paradossale che può essere data è: nessuno dei due, ma anche tutti e due. E così centinaia di giovani calciatori, messico-americani, viaggiano ogni anno oltre il confine sud per cercare maggiore fortuna e considerazione. E lì si sentono più accolti e soprattutto supportati. Santos Laguna e Tijuana sono i club messicani con il più alto numero di giocatori di nazionalità americana, sia tra la prima squadra che tra le rappresentative giovanili. Persino il Chivas di Guadalajara ha la sua eccezione: Alex Zendejas, nato in Messico ma cresciuto in Texas, ora in prestito allo Zacatepec. E se il Chivas è il club più messicano di tutti, il Xolos Tijuana, proveniente dalla città più vicina al confine con gli States, è il club messicano più americano di tutti. E’ scontato dire quindi che tra le due squadre c’è una rivalità feroce.

Se non li puoi battere…

 Il calcio messicano ed il suo campionato hanno delle qualità intrinseche indiscusse, che in Europa molto spesso vengono trascurate. Innanzitutto gli stadi sono sempre pieni. La media di tifosi presenti alle partite è superiore persino a quella della nostra Serie A. Nel continente nordamericano, poi, il campionato messicano è molto popolare. Anche e soprattutto negli Stati Uniti, dove è la lega straniera più seguita in televisione. Anche più della Premier League inglese. Di questa grande attenzione e, possiamo dire, supremazia del calcio messicano, se n’è accorto persino Donald Trump. The President sembra chiudere un occhio alla sua bassa considerazione per i messicani quando sente odore di affari. Gli Stati Uniti si sono offerti di ospitare i Mondiali di calcio del 2026 insieme al Canada e…proprio al Messico. Dietro questa operazione pare ci sia proprio la regia di Trump.

Eh sì, perché l’America sarà anche la patria dello sport e di tanti grandi trionfi, ma a giocare a pallone, che ne voglia il caro presidente USA, sono ancora meglio i messicani.

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