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Storie dell'altro mondo

UNA STELLA CHIAMATA VICTOR

Lorenzo Martini

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Non sono passati neanche tre mesi e sono ancora vive nei nostri occhi le immagini della strepitosa vittoria di Flavia Pennetta agli Us Open. Un momento altissimo per il tennis italiano, una soddisfazione personale immensa per la bella tennista brindisina. Peccato però che il tutto sia stato poi macchiato da un piccolo neo, quell’annuncio di ritiro dal tennis professionistico a cui sono seguite innumerevoli domande: perché abbandona? Che fa, ora che è arrivata all’apice se ne va? Che scelta assurda è mai questa??

Domande lecite, per carità! Ma forse nel porsi queste domande non si tiene conto non solo delle sue intenzioni in ottica futura, ma soprattutto dei sacrifici che le hanno condizionato la vita fin da bambina. Ore e ore di allenamenti, rinunce ad altri interessi, viaggi continui per giocare tornei in giro per il mondo. Una serie di problematiche che hanno accompagnato Flavia e accompagnano anche oggi ogni tennista professionista in tutta la sua carriera, per poi venir messe via via in secondo piano una volta raggiunto il successo. Ma se poi il successo non arriva?

E’ proprio qui che sta il punto: non sempre il duro lavoro implica la garanzia del successo. Altri fattori sono imprescindibili, dal puro talento alla forza di volontà, dal supporto familiare alla fortuna nel trovare un coach all’altezza. E poi, last but not least, la disponibilità economica! Come può il motore che muove l’economia non influenzare anche la vita professionale di un tennista? Sarà proprio lo stretto legame tra la carriera tennistica e le risorse economiche di cui poter disporre il tema centrale nel ripercorrere la storia di un uomo che, nonostante le avversità, è poi riuscito a realizzare il suo sogno. La storia di un tennista sconosciuto ai più, ma esempio di vita per molti: Victor Estrella Burgos.

1989, Santiago del los Caballeros, Repubblica Dominicana. Il Centro Espanol Club è uno dei luoghi più frequentati dai pochi ricconi della zona, che vengono qui a prendere lezioni di tennis. Lì vicino vive la famiglia Estrella Burgos e il piccolo Victor, iperattivo com’è a nove anni, vorrebbe imparare a tutti i costi a giocare. Fortunatamente suo padre è in buonissimi rapporti col manager del centro, tant’è che riesce a farlo entrare sui campi in veste di raccattapalle. E’ così che Victor impara a giocare, guardando con attenzione come si colpisce la pallina, e ogni sera spera che le lezioni si concludano un po’ prima così da avere il campo tutto per sé e migliorare i suoi colpi.

Fin da subito Victor mostra di avere un enorme talento e sogna di diventare un vero tennista, ma la famiglia ha seri problemi economici e non riesce a supportarlo. Per lui inizia una lunghissima gavetta tra un circolo e un altro e malgrado le sue doti tecniche indiscutibili le difficoltà appaiono insuperabili, tenendo conto che nella Repubblica Dominicana non esiste un circuito pro e la federazione non dà nessun tipo di incentivo finanziario.

Nonostante le continue avversità, dopo aver messo un po’ di soldi da parte il giovane Victor diventa professionista nel 2002. Ma l’impatto è traumatico: si iscrive a vari tornei dei circuiti minori ma rimedia soltanto sconfitte, non riesce a esprimere il suo reale livello di gioco e tutto va storto. Nel giro di qualche mese tutto il denaro accantonato arriva agli sgoccioli e il promettente Estrella Burgos decide di abbandonare, per sempre, il suo sogno.

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Per 4 anni resta a Santiago del los Caballeros, guadagnandosi da vivere come maestro di tennis. Le ristrettezze economiche non gli permettono nessuno svago e non può che condurre una vita all’insegna della parsimonia e della tranquillità.  E’ nel 2006 che arriva la svolta: da lui si presenta Sixto Camacho, coach di vecchia data, che gli chiede se è disposto a sostenere alcune sedute di allenamento insieme al team portoricano di Coppa Davis. In quell’istante un’idea, sopita da anni, torna a balenare nella testa di Victor e risveglia in lui emozioni indimenticabili. A maggio si imbarca con la sua macchina, arriva in Florida e guida fino a Miami, per poi iscriversi al torneo Future di Vero Beach. Sa che è la sua ultima chance, o la va o la spacca. E come in una qualsiasi favola a lieto fine, avviene l’imprevedibile: lo sconosciuto domenicano arrivato dal nulla mette in riga uno dietro l’altro i suoi avversari, arrendendosi soltanto in finale alla giovane promessa americana Ryan Sweeting. La soddisfazione è immensa!

L’inatteso exploit non solo rimpingua il suo portafogli, ma lo riempie di autostima e di consapevolezza nei suoi mezzi. Inizia così la seconda vita di Victor Estrella Burgos.

Inizia a iscriversi a vari tornei e il suo livello di gioco cresce di giorno in giorno, comincia a farsi notare nei tornei minori e raggiunge vittorie incredibili, ma rimane sempre coi piedi per terra. Sa bene che se un torneo dovesse andare storto rischierebbe di non potersi iscrivere a quello successivo, perciò quando scende in campo dà tutto sé stesso, motivato più che mai dalla spada di Damocle che minaccia di falcidiare i suoi sogni. Riadattando una celebre frase di Game of Thrones, al gioco del tennis o si vince o si muore.

Oltre che essere più forte di molti anni prima, Viti, come ama farsi chiamare, è anche più maturo. Sa bene che non può permettersi di spendere il denaro risparmiato in spese inutili. Proprio per questo quando disputa tornei lontano da casa cerca di farsi ospitare da amici o parenti, non si allontana mai dall’America per non spendere troppo in aerei e fa molta attenzione a non tirare troppo le corde delle racchette per non rischiare che si rompano. Nel 2008 riesce nell’impresa di accedere al tabellone principale del prestigioso torneo Master 1000 di Cincinnati e quando gli spiegano che per lui è riservata gratuitamente una stanza d’albergo e sono previsti ben 8000 euro, rimane scioccato! E’ abituato a ben altro! Ma tutto questo gli fa capire che si sta via via avvicinando a ciò che ha sempre desiderato.

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Peccato che le difficoltà sono dietro l’angolo. Infatti, nonostante gli ottimi risultati raggiunti nei tornei minori, Viti non riesce ancora a farsi notare nei tornei maggiori e di conseguenza non può scalare il ranking mondiale e raggiungere la tanto agognata Top 100. Nel 2012, poi, le sue certezze vacillano: infatti, all’età di 32 anni lo colpisce un duro infortunio al gomito destro. Questo per lui significa non poter giocare per oltre 6 mesi, il che implica zero introiti e molte spese per le cure e la riabilitazione. Sa di non essere più giovanissimo e soprattutto non sa se tornerà mai a giocare come prima. Sono i mesi più duri della carriera di Victor, l’ipotesi del ritiro si fa sempre più viva, il suo sogno sta per dissolversi.

Ma in realtà quello che sembrava fosse una tragedia si rivela un’autentica benedizione. Ripresosi dall’infortunio, il dominicano pare rinato, esprime un livello di gioco mai raggiunto prima. E quello che più lo distingue dal tennista di qualche mese prima è la grinta che mette in campo: non gioca semplicemente per battere l’avversario, gioca col coltello tra i denti, come se stesse difendendo qualcosa che gli appartiene, ossia la vittoria. Arrivano risultati straordinari: ad inizio 2014 vince il Challenger di Salinas e entra nella Top 100 del ranking mondiale, poi accede al tabellone principali di due templi sacri del tennis come Roland Garros e Wimbledon, infine a settembre raggiunge il terzo turno agli Us Open, eliminato solo dal bombardiere canadese Milos Raonic. Sono risultati sensazionali, Victor diventa un eroe nazionale nella sua Repubblica Dominicana, la gente lo acclama.

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Il sogno di Viti sembra finalmente realizzato, ma a volte quel che desideriamo non è abbastanza, meritiamo di più. E la parabola ascendente del domenicano tutto cuore e grinta continua e raggiunge il suo apice – per ora- il 2 marzo 2015, quando a 34 anni suonati Victor Estrella Burgos si aggiudica il torneo ATP di Quito, battendo in finale il più quotato Feliciano Lopez, numero 14 del ranking. E’ un momento unico, perché Victor diventa il più anziano tennista ad essersi aggiudicato il suo primo torneo nel circuito ATP. Viti riscrive la storia del tennis.

Le emozioni per il longevo trentacinquenne continuano a non finire: l’ingresso nella Top 50, la partecipazione fissa ai tornei internazionali più famosi, il riconoscimento di “Ambasciatore di Buona Volontà” da parte del proprio paese. E’ la vittoria della forza di volontà sulle ristrettezze economiche, della tenacia sulla paura di fallire, dell’incoscienza sulla logica. E’ la vittoria di un sognatore, di un uomo che non si è solamente limitato ad insegnare il tennis, ma ha dato lezioni di come diventare artefici del proprio destino.

 

Calcio

Lev Yashin: storia dell’invincibile Ragno Nero

Nicola Raucci

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Il 22 Ottobre 1929 nasceva Lev Yashin, fenomenale portiere russo, unico estremo difensore ad aver vinto il Pallone d’Oro. Per celebrarlo vi raccontiamo la sua incredibile storia.

Scorrendo l’albo dei vincitori del Pallone d’oro, si legge il nome di un solo portiere: Yashin, anno 1963. Per tutti era il Ragno Nero, per via di quella uniforme scura che indossava e di quelle braccia lunghe dotate di mani magnetiche in grado di rendere la porta inviolata in ben 270 occasioni. Lev Ivanovich Yashin (Лев Иванович Яшин) nasce a Mosca il 22 ottobre 1929 da una famiglia di classe operaia. A 6 anni perde la madre per tubercolosi e già all’età di 14 anni, durante la Seconda guerra mondiale, è costretto ad andare a lavorare in una fabbrica per componenti aeree al fine di contribuire allo sforzo bellico del Paese. Quel ragazzone alto sogna di diventare un grande attaccante di calcio ma ha dei riflessi felini ed afferra ogni oggetto che gli viene lanciato. Sotto l’egida del padre, Yashin affina così le sue doti di portiere.

Sono anni terribili, si mangia solo ciò che si trova e il giovane Lev sviluppa un’ulcera. Le condizioni di salute peggiorano ed a 16 anni è in cura in un sanatorio sul Mar Nero. Nel 1947 ritorna nella capitale per il servizio militare dove le sue qualità sportive non passano inosservate. Nel 1949 viene invitato ad unirsi alle giovanili di calcio della polisportiva del Ministero degli affari interni, la Dinamo Mosca. L’esordio è da incubo. Amichevole contro il Traktor Stralingrado, il portiere avversario rinvia la palla che, con il favore del vento, giunge fino alla porta di Yashin. Lev va incontro alla sfera con le mani protese in alto nello stesso momento in cui uno dei difensori sopraggiunge per respingere. Scontro fortuito e palla in rete. Risate generali e carriera che inizia con il piede sbagliato. Altra partita e seconda occasione che arriva al momento di sostituire il portiere titolare, la Tigre Aleksej Khomich, a tre minuti dalla fine. La Dinamo è in vantaggio 1-0 e il compito per Yashin dovrebbe essere facile. Ma accade di nuovo, palla alta, Lev esce e si scontra con un compagno, 1-1. La dirigenza è infuriata e vuole Yashin fuori rosa. Il portiere ottiene una terza e ultima possibilità contro la Dinamo Tblisi. Finisce 5-4 per la Dinamo Mosca, con 4 goal del Tblisi in dieci minuti. Yashin viene perciò definitivamente allontanato e la carriera calcistica sembra arrivata prematuramente al capolinea.

Tuttavia, Lev continua ad allenarsi senza tregua in attesa di una nuova chance. Per un periodo passa ad essere portiere nella squadra della Dinamo Mosca di hockey su ghiaccio, vincendo la Coppa sovietica nel 1953. Convocato dalla nazionale per i Mondiali di hockey del 1954, rifiuta la chiamata sognando ancora il ritorno al calcio. La svolta arriva nello stesso 1954, a seguito dell’infortunio di Khomich, la Dinamo Mosca lo richiama tra i pali di un campo di football. Da allora difenderà la porta della formazione moscovita in 326 partite, per tutta la sua carriera, e quella della nazionale sovietica in 74 incontri. Ben presto Yashin diventa il Ragno Nero, una leggenda in grado di ipnotizzare tifosi e giocatori avversari. Con la nazionale vince il torneo di calcio alle Olimpiadi di Melbourne del 1956, con solo due reti al passivo, e i primi Europei del 1960 in Francia, battendo in entrambe le occasioni la Jugoslavia in finale. Con la Dinamo centra il campionato sovietico nel 1954, 1955, 1957 e 1959. Ma al Mondiale del 1962 in Cile l’URSS è nuovamente eliminata ai quarti di finale dai padroni di casa, come nel Campionato del mondo del 1958 in Svezia. Yashin dà prova di una prestazione deludente tanto che il quotidiano francese L’Équipe gli consiglia il ritiro. In patria diviene il capro espiatorio della eliminazione e Lev, trentatreenne, pensa seriamente di appendere gli scarpini al chiodo.

Come tante altre volte nella sua vita, il Ragno Nero decide però di rialzarsi e continua a migliorarsi, allenandosi in maniera maniacale, rimanendo in campo per ore per rafforzare il fisico ed affinare la tecnica. Arriva a parare i rigori con i muscoli addominali nonostante i cronici e tremendi dolori che lo colpiscono allo stomaco fin da giovane. Nel 1963, nell’amichevole per celebrare il centenario della FA tra Inghilterra e Resto del Mondo, Yashin gioca il primo tempo. 45 minuti bastano per mandare in estasi i 100.000 spettatori di Wembley con le sue parate. Il Ragno Nero è tornato e in quella stagione da antologia vince per la quinta volta il campionato sovietico, con appena 6 reti subite in 27 partite, e il Pallone d’oro.

Negli anni successivi porta l’URSS al secondo posto agli Europei del 1964 (sconfitta dalla Spagna in finale) e al quarto posto al Mondiale del 1966, miglior piazzamento assoluto della nazionale sovietica. Con la Dinamo vince la Coppa dell’URSS nel 1966-1967 e nel 1970. Dopo essere stato riserva ai Mondiali del 1970, Yashin si ritira a 41 anni, con all’attivo 22 anni di carriera. Il 27 maggio 1971, a Mosca, in uno Stadio Lenin esaurito in ogni ordine di posto dinanzi a 103.000 spettatori gioca la partita d’addio, Dinamo Mosca contro il Resto del Mondo. Fu la fine di una autentica leggenda. Il più forte portiere di tutti i tempi, un colosso imbattibile.

Atleta longevo, con una abnegazione per il lavoro e una forza di volontà fuori dal comune, copriva lo specchio della porta in maniera impeccabile con interventi spesso impossibili. Il suo stile era tuttavia sobrio ed efficace, basato in primis sul posizionamento. Abile a parare i calci di rigore, ne ha neutralizzati più di 150 in carriera. È stato uno dei più grandi innovatori del ruolo, guidando la linea difensiva e partecipando alla costruzione del gioco fin oltre l’area di rigore. È stato anche un uomo del popolo legato alle sue radici e alla sua terra che per la maggior parte della carriera ha percepito solo lo stipendio di dipendente statale. Uomo umile che cambiava al massimo tre maglie di gioco in un anno, allorquando le maniche erano ormai consumate. Uomo semplice che per allentare la tensione prima di una partita fumava una sigaretta e sorseggiava un drink. Nel 1985, a seguito di una tromboflebite, subisce l’amputazione di una gamba e nel 1988 gli viene diagnosticato un cancro proprio allo stomaco, suo tormento per tutta la vita. Muore il 20 marzo 1990 a 60 anni, convinto fino alla fine che non ci fosse niente di più grande della gioia di parare un rigore su un campo da calcio.

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Basket

Drazen Petrovic: poesia sospesa tra Mozart e Nietzsche

Born in the post

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Avrebbe compiuto oggi 54 anni Drazen Petrovic, uno dei migliori interpreti della pallacanestro mondiale. Una fiamma così lucente da bruciare troppo in fretta. Il nostro tributo al Mozart del Basket.

Drazen Petrovic had such artistic skills on the basketball court that those who saw him play called him the “Mozart of the Parquet.

Questo è l’incipit della descrizione della Hall of Fame americana confezionata per il croato al momento del suo inserimento ufficiale nell’Arca della Gloria. Chi lo vide giocare fu rapito dalla poesia del suo basket al punto da ribattezzarlo “il Mozart dei Canestri”. Io sono tra questi.

L’ibisco è un fiore splendido, dotato di colori accesi e ricercati. La sua fioritura dura dalle prime luci del mattino fino a metà pomeriggio. Una volta reciso appassisce in un solo giorno. Queste caratteristiche lo rendono inno alla vita all’ennesima potenza che la Natura, madre suprema di tutte le vite, ci regala forse proprio come monito universale alla caducità delle nostre esistenze. Una sorta di rockstar del mondo floreale che proprio quando arriva all’apice del suo splendore ci saluta per sempre.

 

Drazen Petrovic è stato un ibisco in tutto e per tutto. Uno dei più belli che siano mai fioriti.

Solo 290 partite in NBA prima che il fato lo strappasse con violenza a questo mondo, proprio quando nel pieno della sua fioritura, era a detta di tutti pronto per dominare anche in America. La sua esperienza oltreoceano è stata una sorta di enclave contenuta in un immateriale territorio di pura Leggenda. Arrivato in America a 25 anni già da mito vivente del basket europeo, se ne è andato a soli 28 per entrare ad un livello di leggenda superiore, quello dove stanno le anime di chi ha lasciato un segno indelebile nel proprio tempo.

Petrovic è stato l’incarnazione perfetta del nietzschiano concetto di volontà di potenza.

A 15 anni gioca e dà spettacolo nella squadra della sua città, Sebenico.

A 20 anni è già nel Cibona Zagabria, la squadra più importante dell’allora Jugoslavia.

A 21 mette 112 punti in una singola partita di campionato. Avete letto bene. CENTODODICI.

40 su 60 al tiro, 10 su 20 da tre e 22 su 22 dalla lunetta.

Nella stagione 85/86 finisce il campionato a oltre 43 punti di media partita.

Vince tutto quello che si può vincere, comprese due Coppe dei Campioni consecutive.

Ma non gli basta.

La sua natura lo porta a  desiderare di misurarsi ad un livello sempre superiore. Accetta l’offerta (sontuosissima peraltro) del Real Madrid.

Fa sfracelli anche in Spagna. Una partita su tutte. Finale di Coppa delle Coppe contro la nostra Snaidero Caserta. Contro un altro supremo virtuoso della tripla. Il brasiliano Oscar Schmidt.

Vince il Madrid su Caserta 117 – 113 dopo i supplementari.

Vince Petrovic su Oscar 62 – 48.

Mostruoso.

E’ il momento di andare in America a dimostrare agli infedeli che anche un europeo può dominare nell’università del basket. Saluta Madrid con queste parole.

In Europa sono il più forte e ho vinto tutto. Non mi interessa continuare a vincere e collezionare coppe. Cerco altre sfide e voglio dimostrare di poter giocare nella NBA.”

Vola a Portland dove non trova esattamente l’ambiente più adatto per un esordiente.

Nel backcourt della squadra infatti giocano i boss della franchigia. Clyde “The Glide” Drexler e Terry Porter. Una stella assoluta e un ottimo play. Impossibile trovare i minuti per esprimersi, ma Drazen non demorde, perché Drazen sa di poter giocare, sa di meritarsi un posto fisso in squadra.

Così cambia, approda a New Jersey, e lì la storia cambia in maniera definitiva. Mozart comincia a suonare sul serio. La prima stagione da titolare la conclude con 20 punti di media tirando oltre il 50 da due e il 40 da tre. L’America comincia ad apprezzare. Lui ritornando sul fallimento di Portland dirà:

Non ho mai dubitato di me stesso. Uno è bravo a suonare il piano, a Roma o a Portland; la musica è sempre la stessa ma le orecchie sono diverse.

Già…il pianoforte…come Mozart.

La seconda stagione va ancora meglio. I punti diventano 22, e lo portano tra i migliori cannonieri della lega. In odore di All star game, ma non viene convocato. Finirà la stagione votato per il terzo quintetto dell’anno. Primo europeo della storia e secondo non americano dopo Olajuwon a finire nei quintetti ideali di fine stagione. Comincia a stargli stretta anche New Jersey. Drazen vuole una squadra che competa per il titolo.

Purtroppo quella splendida stagione per lui sarà anche l’ultima.

La sua carriera parla di 4461 punti in 290 partite. Una percentuale al tiro del 50% (non così facile per una guardia) e 43% da tre. Tutt’oggi è il quarto di tutti i tempi  per percentuale di tiro oltre l’arco.

Guardando queste cifre emerge come una guardia che tirava tanto, e bene.

Ma era molto, molto di più. Questi sono i numeri, alcuni dei numeri. E i numeri vanno a costituire una sorta di mappa.

Ma la mappa non è il territorio. Il “Territorio Petrovic” lo raccontò molto bene in un’intervista di qualche anno fa il grande Sergio Tavcar, mitico telecronista di Telecapodistria. Petrovic era una sorta di deviato, un malato di basket fin da bambino. Un monomaniaco che realizzava tutta la sua essenza come essere umano solamente dentro un campo di basket. Ore ed ore passate nelle palestre ad allenarsi e tirare tutti i santi giorni, prima e dopo la scuola. Un bambino schivo che, complici una malformazione congenita all’anca che lo faceva camminare in maniera scomposta e il successo del fratello maggiore Aza, appariva come un brutto anatroccolo solitario. Ma la forza di volontà di quest’uomo era qualcosa di sovraumano. La fede incrollabile in sé stesso lo accompagnerà per tutta la sua vita, e sarà più ancora del talento immenso, il motivo principale per cui Petrovic divenne Petrovic, il Mozart dei canestri.

Il suo interpretare ogni partita come una guerra tra lui, solo lui, e tutti gli avversari invece che un limite divenne la sua forza. I virtuosismi demoniaci e la tensione superomistica con cui viveva il basket avrebbero fatto impallidire anche Kobe Bryant.

Mise 44 punti in faccia a Vernon Maxwell quando quest’ultimo prima della partita dichiarò “Deve ancora nascere un europeo bianco che mi faccia il culo.”

Ne mise 24 in faccia a Jordan e al Dream Team nella finale delle Olimpiadi.

Petrovic  in un unico essere umano racchiudeva tutti i concetti trainanti del pensiero di Nietzsche.

La volontà di potenza è per Nietzsche la volontà che vuole se stessa. Non un mero desiderio concreto di oggetti specifici, ma una forza impersonale, una pulsione infinita di rinnovamento, di se stessi e dei propri valori. Il suo uomo, che spesso viene definito “superuomo”, ma che in realtà è più un “oltreuomo”, infatti per poter assumere su di sé con leggerezza tutto il peso di questa volontà , accetta e afferma l’inesorabile ripetizione dell’attimo creativo, sottostando in pieno alla teoria dell’eterno ritorno.

Petrovic era un ubermensch nietzschiano. Un oltreuomo.  E quell’attimo creativo che ripeteva all’infinito era il pallone che andava ad accarezzare il cotone. Lo aveva reso una forma d’arte assoluta. Poesia, come la musica di Mozart.

La sua storia con la nazionale , prima quella slava e poi quella croata, parla di un oro agli europei e uno ai mondiali. Parla di un amore viscerale che lo accompagnerà fino all’ultimo momento della sua vita.

Sarà proprio durante un viaggio in macchina dopo una partita con la Croazia che troverà la morte.

Il suo rapporto intenso con la nazionale e con l’amico del cuore Vlade Divac è magistralmente rappresentata nel documentario Once Brothers, un gioiellino visivo che sembra rubare il canovaccio ad uno dei romanzi fiume di due o tre secoli fa. Due uomini valorosi uniti da un’amicizia profonda vengono irrimediabilmente divisi dalla guerra, che li allontana per sempre senza possibilità di chiarimento fino alla morte di uno dei due.

A chiudere il cerchio c’è la visita, forse tardiva, di Divac alla famiglia di Petrovic, conclusa col serbo che depone fiori e fotografie sulla tomba del croato.

Ma per una volta andiamo oltre le divisioni etniche e nazionalistiche. Perché lì giace uno dei fiori più belli del basket, di quel basket che come la musica di Mozart diviene poesia assoluta.

E la poesia non appartiene a nessuno, non conosce bandiere. E’ di tutti.

E basta.

A Sebenico, nel campetto dove Drazen ha imparato a tirare c’è un’iscrizione che recita:

“Durante la tua vita hai raggiunto l’eternità e lì resterai per sempre”

Michele Ghilotti, il Profeta – Born in The Post

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Altri Sport

Stupende lo stesso! Italvolley, la speranza (non solo sportiva) da cui ripartire

Emanuele Sabatino

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TricoloRosa: si ferma sul piú bello, ad un passo, il sogno mondiale della nazionale di pallavolo femminile. Dispiace per le ragazze ma arrivati a quel punto il risultato, che anche se positivo, sarebbe stato celebrarlo poco in quella triste e ridondante sfortuna che spetta agli sport minori, conta veramente poco.

Quello che resta é l’emozione, é il trasporto che queste ragazze hanno regalato al popolo italiano tanto da mettere i maxi-schermi nelle piazze.

Quello che invece non va dimenticato mai é che questo paese, nella magia che lo contraddistingue, nonostante i messaggi di chiusura e di xenofobia, per non usare altri termini, da parte dei suoi governanti, che sta pian piano incredibilmente rivalutando e rispolverando certe ideologie da solo, proprio perché magico, tramite lo sport, che é uno dei viatici piú importanti e popolari, mostra l’esempio da seguire e la realtá dei fatti.

Tutti conoscono il termine sliding door, porta girevole, un bivio esistenziale che determina il percorso di vita di ognuno di noi. La sliding door della nazionale azzurra risale a tanto tempo fa, quando non c’erano Ministri pronti a chiudere i porti e gli aeroporti, tanto da permettere ai genitori nigeriani di Paola Ogechi Egonu di approdare nel Bel Paese e nel 1998 dare alla luce un angelo di 190 cm, dal corpo marmoreo e dalla pelle color ebano che dal cielo, guardando le mani dei muri sgretolati delle avversarie, come il piú vendicativo degli stessi, sempre col sorriso genuino e stampato sul viso ha trascinano le sue compagne a suon di “martellate”.

É nata a Cittadella quindi per chi bada a queste cose, evidentemente nella vita non ha nulla da fare o a cui pensare, é 101% italiana.

Questa nazionale è il fulgido esempio di quello che una nazione nel 2018 la logica ci dice dovrebbe essere ed in parte nel silenzio é. Spavalda, giovane, multietnica. Perchè non esiste solo Paola: c’è  la Nwakalor, la Malinov, la Fahr e la Sylla.

Le ragazzine terribili sono il segno che si può emergere indipendentemente dall’etá anagrafica, e che se messi nelle condizioni giuste tutti possono essere integrati, essere felici e rispettare le regole arricchendo la nostra giá sconfinata cultura. Lo stato si auto-batte e ammette la sconfitta se evita il problema con mezzucci invece di affrontarlo e trovare una soluzione credibile e soprattutto al passo con i tempi.

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