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Calcio

Ultras in lotta per Genny: quando il campanile unisce contro le malattie rare

Simone Meloni

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Si parla spesso di famiglie allo stadio, bambini felici di frequentare le gradinate “liberate” dagli ultras e stadi adatti a un pubblico da teatro. Più consono al mercato contemporaneo e alle esigenze di uno sport divenuto, almeno su grande scala, uno show business senza anima. Eppure c’è ancora chi crede nello spirito popolare di questo sport e in tutte le sue più nobili sfaccettature. Dal divertimento, all’aggregazione, passando per la solidarietà. E spesso a foraggiare e mettere in risalto questi aspetti sono proprio coloro i quali il sistema calcio vorrebbe estirpare ed eliminare.

Giuseppe Sorrentino è innanzitutto il papà di Gennaro, un bimbo affetto dalla Sindrome CDG, una malattia rara scoperta soltanto quarant’anni fa, che in tutta Italia al momento ha colpito ventitré bambini. Le cure rappresentano un costo esoso, per questo Giuseppe ha deciso di fondare l’associazione “Amici di Genny”, con l’intento di raccogliere fondi per suo figlio, ma anche per tutte le famiglie afflitte da una simile problematica. “Siamo stati dal Papa qualche tempo fa – racconta – e c’erano anche altre famiglie provenienti da ogni città d’Italia. Per alleggerire questa malattia bisogna affrontare spese importanti. Un papà di Genova, ad esempio, mi diceva che una volta al mese doveva andare in Germania e dopo un po’ la Regione Liguria gli ha comunicato che non c’erano più fondi per aiutarlo. Ne ho parlato con un amico e gli ho detto che mi sarebbe piaciuto aiutarlo. Abbiamo la stessa passione per il calcio, e ho pensato che il pallone riesce a riunire molte persone e potenzialmente può lanciare un messaggio importante, soprattutto se di mezzo ci sono tematiche così delicate”.

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Giuseppe è anche un grande tifoso della Paganese e ha passato gran parte della sua vita in curva e al seguito del club azzurrostellato. Sa quanto il mondo dei tifosi sia variegato e sensibile all’argomento. “Sto creando questa associazione – continua – per le famiglie con meno possibilità. E sono voluto partire dalle nostre realtà locali. La prima iniziativa è stata organizzata dalla Curva Nord di Pagani e subito dopo anche i ragazzi di Nocera hanno voluto fare un qualcosa di simile. Penso che un po’ tutti conoscano la storica rivalità che c’è tra Pagani e Nocera (i due paesi sono divisi soltanto da una strada e in passato hanno dato vita a incontri infuocati e pieni di tensione n.d.r.) e mai avrei creduto di tornare al campo della Nocerina per parlare con i tifosi rossoneri, in occasione della manifestazione per Gennaro durante la partita contro il Ciampino. Avevo le lacrime agli occhi. C’erano tanti ragazzi di Pagani – ricorda – che sono stati accompagnati in tribuna con tutti i loro familiari, un’accoglienza spettacolare tanto che persino il Questore di Salerno ha detto: “Un bambino di 19 mesi è riuscito a fare un qualcosa che in novant’anni di calcio a nessuno era riuscito”. Generalmente noi facciamo una maglietta per l’occasione, facendola indossare all’arbitro e ai capitani. I ragazzi della curva nocerina invece hanno confezionato ventidue maglie, per tutti i giocatori e tutto lo stadio ha applaudito e dalla curva si sono levati diversi cori per Gennaro”.

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Non solo allo stadio, Nocera ha portato la raccolta fondi anche in piazza: “Gli ultras molossi organizzano ogni 24 dicembre una raccolta in piazza – dice -. Questa volta hanno raccolto 4.000 Euro e 1.250 li hanno devoluti a mio figlio. Mentre il giorno della Befana i paganesi hanno fatto un brindisi per mio figlio a cui hanno partecipato anche i tifosi dei Molossi; ovviamente questo era un qualcosa di impensabile fino a qualche tempo fa. Mio figlio ha aperto tante porte a livello umano e in ogni stadio dove vado cerco sempre di portare esponenti delle tifoserie rivali, perché il pensiero ultras va oltre la semplice inimicizia calcistica. Inoltre voglio sottolineare come durante la partita col Ciampino ci fossero televisioni, radio e giornali e l’evento fosse stato molto pubblicizzato. Nella gara seguente, che i rossoneri giocavano ad Agropoli, durante e dopo il match c’erano comunque cori per Gennaro. Questo per far capire che non c’è nessuna voglia di apparire, ma soltanto il desiderio di aiutare chi si trova in difficoltà. Nonostante le rivalità e i colori – sottolinea – , che in queste occasioni passano davvero in secondo piano. E proprio sulla chiarezza io voglio fondare questa associazione, infatti voglio che le donazioni avvengano sempre su un conto corrente, in maniera che rimanga tutto tracciato e facilmente riscontrabile”.

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L’importanza di partire dalle realtà delle categorie inferiori e storicamente rivali della Paganese è per Giuseppe fondamentale: “Partire da Nocera non è stato casuale – evidenzia -. Voglio far capire quanto la cosa sia importante. In questi mesi ho cominciato ad avere contatti anche con altre tifoserie del circondario, storicamente “nemiche”, come Cava de’ Tirreni, Castellammare di Stabia, Torre del Greco e Avellino ma anche realtà lontane come Verona e Brescia. L’8 febbraio comunque saremo a Crotone-Juventus; il presidente Vrenna è originario di Pagani e vuole contribuire alla nostra causa”.

Una beneficienza trasversale, che però non vuol muoversi attraverso canali istituzionali o politici: “In prima persona – svela – non ho mai voluto chiamare comuni o sindaci, perché quando ci sono i media spesso questi personaggi indossano il vestito della domenica per farsi belli. Con i ragazzi delle curve invece, che spesso in tasca hanno a malapena i 10 Euro per entrare allo stadio, il segnale è più forte. Basti pensare che ogni città regala una sciarpa. E chi ha frequentato il mondo delle curve sa cosa rappresenta la sciarpa per gli ultras. È uno dei massimi simboli di appartenenza. Certo, ci piacerebbe coinvolgere il Coni e se volessimo arrivare sui campi di Serie A lo faremmo abbastanza facilmente. Tuttavia voglio partire dalle nostre città, che rappresentano il cuore del tifo. Ovviamente la Paganese si è schierata in prima linea e ha fatto anche una maglia originale per Gennaro, ritirando un numero. Stessa cosa hanno fatto Nocerina e Foggia. Peraltro la società pugliese, come il Lecce, ci ha invitato anche per la gara di ritorno mentre il Frosinone ci ha regalato una maglia”.

Un’immagine che si discosta molto da quella retorica spesso fatta passare dai media, solerti a dipingere i ragazzi delle curve come mostri a tre teste. “Dopo la raccolta fondi dei nocerini il 24 dicembre – ricorda Giuseppe – uscirono notizie su La Città (un giornale locale n.d.r.) che narravano di incidenti in piazza. A livello di tifoseria ovviamente abbiamo smentito. Quel giorno a Nocera le strade erano state chiuse per quanta gente c’era, questo per far capire il calore attorno all’iniziativa. Il giornale è stato costretto a chiederci scusa”.

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“Per me è stata molto dura accettare la malattia di mio figlio e tutto questo mi sta aiutando molto – dice -. Da ragazzo che ha giocato a calcio e militato sugli spalti ovviamente quando ti nasce un figlio pensi di portarlo al campo per giocare e poi farlo venire con te sulle gradinate. Il mondo ti cade addosso, ma bisogna essere forti ed avere il coraggio di reagire pensando ad aiutare lui e anche chi prova le stesse difficoltà. Ma i veri guerrieri sono Gennaro e mia moglie Maria Rosaria, una donna che sin dal primo momento ha lottato per tutti e tre. Ogni volta che arrivo sotto a una curva e vedo persone che si commuovo per quello che facciamo mi rendo conto che questa è la strada giusta”.

Chiunque fosse interessato a conoscere l’associazione e le sue iniziative può contattare Giuseppe alla mail Peppesorrentino79@hotmail.it o al profilo Facebook https://www.facebook.com/giuseppe.sorrentino.188?fref=ts

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Calcio

St. Pauli: i Pirati tedeschi che giocano contro l’odio

Ettore zanca

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Contro slogan di intolleranza e razzismo o provvedimenti che prendono a calci il buon senso, parlando di panini e mense autorizzate solo per pochi, contro l’autorità che si travisa dietro la legge per fare provvedimenti dubbi, una delle soluzioni sarebbe andare in un quartiere a luci rosse, poi, vedere una partita.
No, non è una boutade, è la realtà.

Ad Amburgo c’è un motto, esistente da sempre in quella che viene definita la Venezia del nord: «I posteri abbiano cura di conservare degnamente la libertà che gli antenati partorirono.». 
Già avete capito che qui la democrazia passeggia libera e anche un po’ libertina. Infatti al suo interno, c’è il covo, o l’alcova di un quartiere a luci rosse, che si confonde con portuali che farebbero arrossire un camallo, per la loro forza espressiva. Una zona in cui poco tempo fa perfino un serial killer era meglio girasse scortato.

Dentro questo ventre, o meglio, monte di Venere della città, alberga una squadra. Il suo nome è St. Pauli FC. Gioca in seconda divisione e fino a poco tempo fa sognava di scontrarsi e battere i cugini dell’Amburgo, famosi per avere un orologio che segnava da sempre il loro non essere mai retrocessi, fino all’anno scorso.

Il St. Pauli non è una squadra trascendentale, si suda salvezze impossibili e spesso con giocatori che si applicano tanto, ma poco ottengono. Eppure l’amore per questa squadra è incondizionato. Intanto perchè è una squadra dichiaratamente antinazista e multirazziale. Non è raro, come quest’anno, trovare sulle loro maglie ricamato anche l’arcobaleno, simbolo di pace e di molto altro. Inoltre sono una a polisportiva che ospita molti ragazzi che stanno lontani dalla strada.

I ragazzi di marrone vestiti però hanno tanti motivi per far battere i cuori dei rudi portuali. Intanto lo stadio e le sue zone limitrofe sono sede di vaste iniziative di creatività, musica pittura, scrittura e arti varie, qui sono bene accette e stimolate.

Poi tutto quanto quello che la squadra decide, viene concertato con i tifosi più rappresentativi, che cercano sempre insieme ai giocatori di organizzare incontri benefici o iniziative a favore delle categorie più deboli e svantaggiate.
Una delle giornate più belle, allo stadio del St.Pauli, si ebbe quando si giocò contro la Lampedusa Hamburg Football Club, nel 2013, una squadra improvvisata di migranti, venuti appunto da Lampedusa e rifugiatisi qui. La partita servì a finanziare acquisti di cibo, coperte e vestiti, inoltre la società cercò attivamente di favorire l’integrazione di chi era arrivato in questo covo di bellissimi pirati del calcio.

Già perchè il simbolo della squadra è la bandiera del Jolly Roger, quella dei pirati, portata per scherzo da alcuni tifosi tanti anni fa e rimasta nella tradizione del club. Inoltre, piccolo particolare, andatevi a vedere le maglie che hanno indossato dal 2014 ad adesso, sono delle meraviglie.

Insomma un posto dove la democrazia non è solo un modo per sciacquarsi la bocca. Già perchè anche a guardare un compagno di squadra a cui passare il pallone, dovremmo ricordare che “compagno”, ha origine dall’etimo del “mettere il pane in comune”, dividerlo.
E perchè forse bisogna ripartire da una forma di bellissima pirateria ribelle e sana, perchè tutto non vada a puttane. E non mi riferisco al quartiere a luci rosse, stavolta.

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Predrag Pasic: una scuola calcio per resistere alla Guerra

Simone Nastasi

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Compie oggi 60 anni Predrag Pasic, l’ex calciatore dell’ex Jugoslavia, che è voluto tornare in Patria per amore della sua terra e del suo popolo. Vi raccontiamo la sua storia e quella della scuola calcio da lui fondata per dare un calcio alla Guerra.

Ero orgoglioso di essere un cittadino di una città così aperta tutti. Solo a Sarajevo si potevano ascoltare le campane delle Chiese Cattoliche, i suoni delle Moschee e vedere gli ebrei andare in Sinagoga”. Agli inizi degli anni Novanta Sarajevo è ancora la città simbolo del multiculturalismo. La “Gerusalemme dei Balcani”. Aperta a tutti, dove le tre religioni convivono; l’Oriente e l’Occidente si incontrano e cristiani, musulmani ed ebrei possono finalmente darsi la mano. Una “città gioiello”, un laboratorio di integrazione etnica e religiosa. Fino a quando anche qui prevalgono i nazionalismi e arriva la guerra a distruggere tutto. E in poco tempo Sarajevo diventa una città ferita.

I palazzi sono deturpati dalle bombe. Molti di essi non esistono più: diventano solo un cumulo di macerie. La gente ha paura ad uscire per strada.  A molte ore del giorno c’è il coprifuoco. Non c’è più traccia di quella che può essere considerata una vita sociale. Non ci sono persone che camminano; non ci sono bambini che giocano per la strada.

Predrag Pasic, a Sarajevo, è tornato da qualche anno. Ha voluto terminare qui la sua carriera di calciatore, nella sua città, di ritorno dalla Germania, dove ha vestito le maglie di Stoccarda e Monaco 1860. E’ voluto tornare in patria per indossare la maglia della sua squadra del cuore: il FK Sarajevo. Quando nel 1992 scoppia la guerra, è ancora un calciatore in attività. Deve decidere che cosa fare. Potrebbe andare via, all’estero. Strappando magari un altro contratto con qualche altra squadra che lo cerca. Ma Pasic, invece, decide di restare. E in una città che per colpa della guerra è diventata l’ombra di se stessa annuncia di voler fondare una scuola calcio per bambini. Per aiutarli a tornare a giocare. Per qualcuno, l’idea di aprire una scuola calcio in una città assediata dalle bombe e con la gente nel mirino dei cecchini è semplicemente “una pazzia”. Ma ciò nonostante Pasic decide di andare avanti.

E’ così che nasce la scuola calcio di Bubamara. Vicino ad un cimitero che prima era un campo di calcio. Pasic è il suo fondatore e vuole che la scuola calcio sia prima di tutto un punto di incontro. Non vuole sentir parlare di nazionalismi. Non vuole ascoltare la gente come Radovan Karadzic che prima di diventare il temuto leader dei serbo-bosniaci era lo psicologo della sua squadra l’FK Sarajevo. Niente muri, soltanto ponti. Come quello che i bambini che si iscrivono alla Bubamara devono attraversare ogni volta per arrivare al centro sportivo. Sempre sotto l’occhio vigile dei cecchini, che sul ponte, hanno i fucili puntati. Oggi a distanza di anni, sono in molti a credere che Pasic abbia avuto ragione. Ventiquattro anni dopo la scuola calcio di Bubumara è ancora lì. Nel frattempo, le cose sono cambiate in meglio. Grazie al progetto Intercampus, la scuola calcio ha ricevuto il sostegno dell’Inter. E i ragazzi che giocano al Bubumara indossano la maglia nerazzurra. La soddisfazione più grande per Pasic è comunque sempre quella di vederli giocare. Con un piccolo rammarico. “La gente che mi incontra per strada mi ricorda sempre come calciatore. Vorrei che mi  riconoscesse per il Bubamara

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Quelli che sono stati anche figli di Beppe Viola

Ettore zanca

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Il 17 Ottobre 1982 ci salutava quel genio giornalistico, ma non solo, di Beppe Viola. Un uomo unico nel suo genere che è rimasto nella memoria di tutti. Per ricordarlo vi riproponiamo l’intervista alla figlia Marina, che ha scritto un libro a lui dedicato, facendoci scoprire quel Beppe che solo una figlia può conoscere.

Marina Viola ha un cognome importante, almeno lo è per chiunque si avvicini a lei dall’esterno. Perchè lei è figlia di una icona del giornalismo sportivo e non solo. Un uomo poliedrico e geniale, un punto di riferimento per chi parla e scrive di sport ancora adesso. Autore anche di una canzone indimenticabile, E la vita, la vita, cantata da Cochi e Renato e da Enzo Jannacci. Ma anche dei dialoghi di “romanzo popolare”, film con Ugo Tognazzi, Michele Placido e Ornella Muti. Marina ha scritto un libro in cui invece mostra l’animo intimo di quest’uomo, parliamo di Beppe Viola, il signor “Quelli che”. Parliamo insieme a Marina di questo manoscritto, del suo percorso. Mio padre è stato anche Beppe viola, il titolo.

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Il libro su tuo papà dà l’impressione di un buon vino in decantazione, è stato un percorso di consapevolezza graduale, un rimettere a posto le tessere di un mosaico. Quando scrivevi di lui, che spirito avevi? Le parole venivano fluide o è stato un percorso ad ostacoli?

Stava crescendo in me il terrore di dimenticarmi alcuni dettagli della mia vita con lui. Quando è morto avevo solo 15 anni, e già molte cose si stavano offuscando. Questo desiderio di mettere nero su bianco i miei ricordi e in qualche modo cementarli da qualche parte è stato il motivo che mi ha spinto a scrivere di lui. Spesso quindi scrivevo esattamente quello che la mia mente ricordava in certe occasioni: quando andavamo con lui alla RAI, o quando eravamo in vacanza insieme, o quando sono andata con lui a intervistare Umberto Tozzi o a fare una pubblicità per l’olio IP. In quei casi è stato abbastanza facile scrivere, perché era un po’ come raccontare un film. Poi ci sono stati alcuni passaggi difficili, per esempio quando mi sono sentita in dovere di analizzare, in un certo senso, questa figura emblematica che era mio padre, nascosto nell’ombra della sua popolarità. L’ostacolo più difficile da superare è stato raccontare alcuni episodi pertinenti al rapporto fra i miei genitori, che finora non erano mai stati discussi né all’interno della nostra famiglia e men che meno pubblicamente. Sapevo di far soffrire mia mamma e le mie sorelle, ma ho deciso comunque di parlarne, perché altrimenti non sarebbe stato un racconto onesto. Ma mi è costata moltissima fatica, devo ammetterlo.

Emerge un padre di grande cuore, dai molti gesti per dimostrarlo, una sorta di sanbernardo emotivo, dannoso, ma mai pernicioso, irruento, di cuore. Tanto da lasciare una traccia forte in molte persone, che anche dopo la sua scomparsa vi sono venute a dare prova del loro affetto. Sembra che tua mamma con la sua pazienza fosse l’ideale contraltare, come è stato il loro amore, che impressioni ti ha lasciato e che patrimonio?

A parte appunto un periodo difficile nella loro relazione, mia madre e mio padre si amavano moltissimo. Sono cresciuti insieme, e si conoscevano intimamente come poche altre persone. Il loro rapporto (da quel che mi posso ricordare) era basato su un profondo rispetto e era estremamente bilanciato: mio madre sapeva che non avrebbe mai potuto chiedere a suo marito di non volare via e fare il marito e il papà tradizionale. Non avrebbe funzionato. E mio padre sapeva che mia madre sarebbe stata una compagna perfetta con cui condividere una famiglia, ma non solo: per mio padre mia madre è stato forse l’unico punto fisso della sua vita: una persona estremamente intelligente e sensibile con cui confidarsi e a cui tornare, sempre e comunque. C’è anche da dire che erano altri tempi, e che allora i papà non si prendevano le responsabilità che si prendono adesso. Poi, fortunatamente per la moglie ma anche per i figli, la figura del papà è diventata più prominente nelle famiglie.

Da tutto il libro sembra emergere un dato interessante, più che le parole, nella vostra famiglia hanno contato i gesti. Si dimostrava il proprio amore con quelli. Molto bella ad esempio, la scena dell’orologio, tua mamma si tiene un ricordo di tuo papà molto significativo, senza dire una parola. è giusta questa impressione?

Mah, non saprei. Quando muore qualcuno così improvvisamente, quello che rimane sono le sue cose, che assumono d’un tratto un’importanza enorme, per esempio, appunto, l’orologio. Ci sono alcune cose che mi ricordano moltissimo mio padre, per esempio la sua scrivania, in sala. Quando vado a Milano mi piace sedermi su quella sua sedia e osservare il mondo da lì. Ma credo che tutto questo sia abbastanza normale per chi, come me non ha che alcuni ricordi. Un papà, specialmente per una figlia femmina, è una figura essenziale, e cerco spesso di rivivere alcune sensazioni, inventandomele, ovviamente.

Che cosa ti ha trasmesso sapere che alcune pietre miliari della canzone ironica italiana, del giornalismo, dei film, vengono da tuo papà, come hai vissuto questo suo continuare nelle cose che ha fatto?

Mah, mio padre non ci ha mai coinvolto nel suo lavoro, in parte perché eravamo piccole e in parte perché non gliene fregava assolutamente nulla di far sapere a noi o a nessuno i contributi che dava a amici e colleghi. Certamente è bello ritrovare il suo lavoro e le sue parole in alcune canzoni, o alcuni dialoghi nei film a cui ha partecipato ascrivere la sceneggiatura. Noi non eravamo interessate al fatto che mio padre fosse giornalista o men che meno famoso, anche perché per noi era solo il nostro papà.

Hai avuto nella tua vita alcuni momenti non facili, per cui hai combattuto, che cosa diresti di te, in questo momento? Come ti vedi nei tuoi traguardi e nelle tue lotte da fare?

Come tutti, anche io ho avuto la mia bella dose di momenti non facili, per esempio un figlio severamente autistico e con la sindrome di Down, che è sì il mio fiore all’occhiello, ma anche abbastanza difficile da gestire. Fortunatamente ho un marito molto bravo che supporta e sopporta ogni mio momento difficile e mi aiuta a superarlo. Non solo, ho il supporto di mia mamma e delle mie sorelle che anche se lontane sento vicinissime. Non vedo la vita o le sue difficoltà come una lotta da superare, ma piuttosto come delle opportunità di crescita e di esplorazione. Solo così, credo, si può raggiungere un certo strano tipo di cosa che qualcuno insiste a chiamare felicità.

Vi invito a porre una piccola attenzione in più a questa ultima frase, che credo contenga un buon modo di vedere la vita, anche quando sembra tutto prossimo al crepaccio del nulla.

Quelli che la vita la vivono esistendo, a volte fin troppo brevemente, come Beppe Viola, perchè la vita l’e bela.

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