Connettiti con noi

Top & Flop

Tutto il mondo è paese: tra arbitri e sospetti, l’Inghilterra si riscopre polemica

Matteo Luciani

Published

on

L’erba del vicino è sempre più verde: un proverbio che gli italiani recitano con la mano sul petto, come se si trattasse dell’inno di Mameli. Per il popolo tricolore, come è ben noto, l’esterofilia è un vero e proprio must. Gli aspetti toccati da tale massima sono i più disparati: dalla politica alla sanità fino ad arrivare al calcio. “Negli altri paesi la moviola neppure esiste” oppure “soltanto in Italia le polemiche non si concludono in concomitanza con il triplice fischio dell’arbitro“; sono solo alcune delle frasi più comuni proposte quando si tratta di esaltare il mondo del pallone che varca i nostri confini.

A ben vedere, tuttavia, il prato di alcuni nostri ‘vicini’ non è molto più rigoglioso del nostro. Secondo i detrattori del calcio di casa nostra, il più grande esempio certificante l’incapacità di accettare i risultati del campo riguarda alcune classifiche, stilate con precisione durante ogni stagione, in cui vengono rivoluzionate le posizioni delle squadre in base a errori o favori arbitrali avvenuti. “Uno scandalo“, si affrettano a gridare tanti soloni appartenenti al mondo dell’informazione sportiva, che spesso accompagnano alla frase di lancio anche l’immancabile “succede solo in Italia“.

E invece no, perché l’inarrivabile civiltà inglese è messa, più o meno (per quanto concerne il football si intende), proprio come noi. Soltanto poche ore fa, infatti, sul portale youaretheref.com, l’ex assistente arbitrale Glenn Turner ha proposto uno studio dettagliato sull’impatto che le decisioni arbitrali hanno avuto in riferimento alla classifica attuale della Premier League. La notizia viene immediatamente rilanciata del The Sun, che definisce lo studio di Turner addirittura shocking, e diventa forte argomento di discussione tra gli amici ‘pallonari’ oltre la Manica.

Le posizioni di diversi club in terra d’Albione, effettivamente, risulterebbero stravolte. Nella Turner table: l’Aston Villa, fanalino di coda e già retrocesso matematicamente da un paio di settimane, avrebbe ancora la possibilità di giocare per la salvezza; il Newcastle di Rafa Benitez sarebbe fuori di almeno un paio di posizioni rispetto alla zona retrocessione attualmente occupata; al vertice, l’eroico Leicester di Claudio Ranieri sarebbe comunque in vetta, tallonato non dal Tottenham di Pochettino bensì dall’eccellente West Ham di Slaven Bilic, che si sarebbe addirittura già assicurato un posto nella prossima Champions League, in luogo del suo effettivo sesto posto a -8 dalla zona per l’Europa che conta; l’Arsenal di Wenger (attualmente quarto) si troverebbe a battagliare, incredibilmente insieme al Manchester City degli sceicchi (terzo), per un posto in Europa League dal momento che sarebbe lo United del tanto vituperato Louis Van Gaal, al netto degli errori arbitrali, a completare il quartetto di testa.

Per quanto riguarda la zona Champions, la classifica reale della Premier League recita: 1)Leicester, 2)Tottenham, 3)Manchester City, 4)Arsenal. Quella virtuale, invece: 1)Leicester, 2)West Ham, 3)Tottenham, 4)Manchester United. Una differenza non da poco, soprattutto in un calcio come quello odierno in cui un piazzamento in Champions League, economicamente, fa tutta la differenza del mondo.

Altro giro, altro falso mito: “in Premier non vengono sollevati dubbi sull’integrità morale delle squadre che non hanno più nulla da chiedere a fine campionato. Lì si gioca sempre fino alla morte“. Una meravigliosa storia, peccato che non corrisponda sempre e matematicamente alla verità.

Accade, infatti, circa 24 ore fa, che il tecnico del Sunderland Sam Allardyce lanci un’accusa piuttosto pesante. La storia è la seguente. Il Sunderland occupa il terz’ultimo posto in classifica ed è invischiato completamente nella lotta per non retrocedere in Championship insieme al Norwich e, soprattutto, agli odiati ‘cugini‘ del Newcastle. Nel prossimo turno, questi ultimi sfideranno il Crystal Palace, quint’ultimo in classifica ma con un margine piuttosto rassicurante sulla ‘zona calda‘.

Il punto della questione, però, è un altro. Il Palace ha raggiunto pochi giorni fa la finale di FA Cup a seguito di uno scontro epico contro il Watford dei Pozzo. ‘Big Sam‘ (come viene soprannominato in patria Allardyce per la sua mole non certo esile), quindi, non crede alla possibilità che i calciatori delle ‘Eagles’ rischino di infortunarsi o dare il fritto per una gara sostanzialmente inutile quando, tra pochi giorni, c’è una finale di vitale importanza da disputare. “Se potessi, scommetterei sulla vittoria del Newcastle sabato prossimo! I calciatori del Palace avranno festeggiato tutta la settimana e si saranno dati all’alcol: come fanno a pensare a una gara per loro inutile, come quella del St. James’ Park, invece della finale contro il Manchester United? Si, ok, potrebbe anche funzionare al contrario, ovvero che scendano in campo rilassati e senza l’ansia del risultato però….però secondo me alla fine vincerà il pensiero ‘ho una finale da giocare, perché non tirare indietro la gamba oggi?“.

Non l’ha toccata proprio piano, per usare il gergo calcistico, ‘Big Sam’; in perfetto stile italico. Perché quando si tratta di polemiche e pallone non c’è stivale che tenga: tutto il mondo è paese.

6 Commenti

6 Comments

  1. Gpunto

    aprile 30, 2016 at 10:02 pm

    Alcune cose pero’ vanno dette per completezza.
    Gli errori arbitrali (e dei guardalinee) sono parte integrante della partita cosi’ come lo sono gli eventi atmosferici e gli errori dei giocatori in campo.
    E questi errori (un fuorigico che non c’era, un rigore negato o sbagliato, etc.) alcune volte vanno a favore ed altre volte contro.
    In Inghilterra hanno la goal line technology e quindi i goal vengono dati solo quando tutto il pallone ha superato la linea. Questo contribuisce a ridurre l’errore umano ma la tecnologia non potra’ (e non dovra’) mai sostituire in toto gli uomini in campo (calciatori, terna arbitrale, uomini in panchina).
    L’osservazione di Allardyce, mi si permetta, e’ una cavolata enorme perche’ e’ normale che una squadra concentri i propri sforzi sull’obiettivo piu’ prestigioso o meglio raggiungibile.
    Piuttosto Allardyce si faccia un esamino di coscienza sul perche’ la sua squadra -a tre gare dalla fine- sia ad un passo dalla retrocessione e perche’ 2 dei suoi giocatori rischiano il processo per violenza sessuale piuttosto che pensare al Crystal Palace.
    Infine in Inghilterra, finito il week-end calcistico, il calcio scompare dalla TV fino alla settimana successiva. Non c’e’ tutta una schiera di (presunti) giornalisti il cui unico scopo e soffiare sul fuoco in interminabili quanto inutili trasmissioni sul pallone.

  2. giulio 42

    maggio 1, 2016 at 4:27 am

    Ho vissuto 10 anni in Gran Bretagna. Il paragone non si può fare. L’articolo mi sembra quasi neghi l’esistenza del problema polemiche post-partita in Italia. Lassù, in 10 anni, non ho mai memorizzato un nome di un arbitro…. non è questione di esterofilia – che sembra quasi uno slogan dettato da Renzi & co – è un dato di fatto che si può anche misurare con strumenti oggettivi – tipo ore di trasmissione, tipologia delle parole usate e così via. A me sembra che l’articolo pare indicare che l’erba del vicino è messa male e quindi è inutile preoccuparsi del nostro guardino

  3. Maurizio

    maggio 1, 2016 at 8:23 am

    Concordo pienamente con GPUNTO.

  4. Franco

    maggio 1, 2016 at 11:06 am

    Se rivedete la gara Leicester vs West Ham United, potrete valutare quanto l’arbitro Moss abbia favorito la squadra di Bilic a scapito degli 11 di Ranieri, e questo, non per favorire la ex squadra di Di Canio, quando la squadra ebraica di Londra degli Spurs. Due gialli e rosso di conseguenza a Vardy, un rigore inventato per un fallo di Morgan, goal del WHU su una punizione inesistente, rigore palese negato ad Hut ed infine rigore regalato inesistente per il pareggio del Leicester, questo Moss. Successivamente gli Spurs vincevano con goleada il lunedì contro lo Stokes, goleada iniziata su un fallo fischiato a favore di Lamela, si era tuffato, la moviola lo ha evidenziato. Successivamente Lamela si tuffa in area, ma non viene sanzionato come accaduto con Vardy……dovrei supporre che la FA voglia favorire la squadra di Levy? Fortunatamente per le Foxes gli Spurs pareggeranno in casa con l’Albion ed il campionato sembra sia solo nelle mani degli uomini di Ranieri. Tutto questo per dire che in Inghilterra gli arbitri sbagliano, ma non penso che ci sia la corruzione o intenzione palese dei campionati di A e B e serie minori Italiani, da noi tutto si vende ( ed è per questo che non vedo un match di calcio Italiano da decenni, so solo che la Rubentus continua a rubentare) e tutto si compra, anche l’onore, loro sono brits.

  5. Luca

    maggio 2, 2016 at 9:39 am

    Andate a vedere gli arbitri inglesi e non scrivete della vergogna del nostro calcio?in Inghilterra Ranieri con una squadretta vince il campionato in Italia il frosinone viene massacrato da decisioni arbitrali scandalose

  6. Antonio

    maggio 2, 2016 at 3:36 pm

    Apriamo un giornale, ascoltiamo un telegiornale….si ruba negli ospedali a discapito della nostra salute, i consiglieri regionali raccolgono scontrini sui marciapiedi per gonfiare le spese…si truccano le gare di appalto in tutti gli enti…..rubano i politici….ce ne sono oltre un centinaio inquisiti che percepiscono vitalizi e stipendi i più alti del mondo…Si ruba ovunque. Dove ci sono i soldi c’è corruzione! C’è però un’eccezione: IL CALCIO. Nel mondo del calcio, nonostante girino miliardi, non c’è corruzione! Gli arbitri si sono vaccinati contro la corruzione! Ecco perché mentre tutti si lasciano corrompere, come sopra citato, loro, che sono stati vaccinati contro qualunque tipo di corruzione, non si lasciano corrompere. MAI! Così succede che Muntari (5 anni fa) dice che la palla è entrata di ben 60 cm. nella porta della Juve (si vede anche dalla tribuna) ma non è vero, E la Juve ha vinto il campionato! Che anche quest’anno, Torino Juve, è stata arbitrata bene! Il Torino voleva il gol (fuorigioco!!) e l’espulsione di Bonucci…..la Fiorentina anche voleva il gol (fuorigioco!!) ma gli arbitri non ci sono cascati! Perciò la Juve ha vinto entrambe le partite. Gli arbitri sono vaccinati! Non possono sbagliare! Marotta, sbagliando, prima di “Muntari gol” disse: ” La Juve ha bisogno di rispetto!” E fu rispettato! Oggi Marotta dice che alla fine le sviste si compensano e….vince il migliore. Gli arbitri anche se gli vuoi regalare una macchina o gli dici che ti faccio arbitrare i mondiali…o ti dò…rifiutano sempre e….vince sempre il migliore! E retrocede sempre il peggiore! il 2005, purtroppo, furono radiati i vari Moggi, Giraudo, Bettega, De Santis tutti dirigenti o arbitri della Juve…..ma quelli non erano stati vaccinati! Il 2005 Cobolli Gigli disse: “Dateci la serie B e la penalizzazione”! Era il presidente della Juve! ma non era vaccinato! Un ingresso in champion vale 50 milioni, una retrocessione vale ……! Dunque se dico all’arbitro io mi prendo 49 milioni e a te dò 1 milione, l’arbitro, a differenza dei politici, dirigenti ecc. non si lascia corrompere, MAI! Povero De Santis…fu squalificato per sei mesi…..annullò un gol a Cannavaro del Parma……Parma Juve…….disse che aveva fischiato prima del gol…invece fu dimostrato il contrario……Alla juve ci vorrebbero, però anche un po di arbitri “vaccinati” in europa…….R. Madrid, Barcellona, Bayern ecc…vincono molti scudetti…e molte champion…la Juve vince 40 scudetti, 1 champion….anche Milan 7 e Inter 3…con pochi scudetti, hanno vinto tanto!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

1 × 2 =

Altri Sport

Storia di Ciprian, l’atleta Special Olympics salvato da Madre Teresa di Calcutta

Olympics Italia

Published

on

Il 17 Ottobre 1979 veniva assegnato il Premio Nobel per la Pace a Madre Teresa di Calcutta, una donna divenuta Santa per le sue immense opere di carità verso i più poveri e i più sfortunati al mondo. Tra le tante storie che accompagnano la sua vita, c’è quella di Ciprian. Insieme a Special Olympics vi raccontiamo la sua meravigliosa vicenda.

Madre Teresa di Calcutta è stata proclamata santa da Papa Francesco; tra i suo “miracoli” c’è certamente quello di aver salvato la vita a Ciprian, oggi un Atleta Special Olympics.
La sua rinascita ha inizio quando, a Tirgoviste vicino Bucarest, Madre Teresa di Calcutta varcando la soglia di un orfanotrofio, per casi incurabili, con scarse condizioni igieniche e cibo insufficiente, lo prese in braccio e decise di portarlo via con sé, ancora piccolino. Un incontro che, invertendo un destino già segnato, ha aperto le porte ad una nuova vita fatta di attenzioni, cure ed attività di riabilitazione che gli hanno permesso di sentirsi parte di una famiglia e di avere le giuste condizione per poter vivere pienamente.

La nascita
Ciprian è nato in un piovoso giorno di gennaio, durante gli anni della dittatura di Ceausescu. Per i medici è già un miracolo che sia ancora vivo perché le conseguenze del parto si rivelano drammatiche: le ossa del cranio non si saldano, non permettendo un corretto sviluppo del cervello; il neonato è destinato ad andare incontro a seri problemi durante la crescita. Le gravi malformazioni alla nascita e le conseguenti preoccupazioni portano probabilmente la madre ad abbandonarlo.

L’arrivo in Italia
La sua nuova casa diventa, fino a quando non gli viene permesso di arrivare in Italia, l’Istituto delle Suore Missionarie della Carità a Bucarest. Accolto successivamente a Roma in un Convento delle Suore Missionarie, viene sottoposto, al Policlinico Gemelli, a diverse operazioni chirurgiche che riescono a salvargli parte della vista dell’occhio destro. Madre Teresa, negli anni, non si è mai dimenticata di Ciprian al quale, tornando in Italia nel 1993, fa da madrina di battesimo.

Il Serafico, una nuova famiglia
Nel 1995 per il Tribunale dei Minori di Roma Ciprian può essere adottato; le Suore Missionarie si adoperano per trovargli una famiglia ma le sue difficoltà spaventano così tanto che nessuno porta avanti, fino in fondo, l’intenzione di adottarlo. Ad occuparsi di lui nelle vesti di tutore legale, fino ai 15 anni, è una religiosa delle Suore Missionarie della Carità; successivamente si aprono le porte del Serafico di Assisi, centro di riabilitazione e ricerca per ragazzi con disabilità plurime, nonché team Special Olympics. Ciprian soffre di una encefalocele fronto-nasale a suo tempo corretta chirurgicamente con un residuo visivo e un ritardo mentale medio lieve, ma la riabilitazione, le numerose attività svolte, lo sport e l’affetto hanno fatto un vero e proprio miracolo in termini di crescita.

Lo Sport e Special Olympics
Ciprian è un ragazzo simpatico, vitale, sempre allegro; i volontari raccontano “uno straordinario smontatore di oggetti”, che ama conoscere nei dettagli per avere la certezza che ogni pezzetto, anche il più piccolo, ha un ruolo ed è prezioso. Nella struttura di Assisi diventa attore negli spettacoli del laboratorio teatrale, pittore al laboratorio grafico e un grande sportivo.
Partecipa ai primi Giochi Nazionali Special Olympics, nel 2007 a Lodi, dove conquista le sue prime medaglie, entrambe d’oro nei 100 metri e nel salto in alto; da lì un percorso di crescita continua la strada da fare è ancora lunga ma Ciprian non ha paura, ha già dimostrato a se stesso di avere una gran voglia di continuare a correre.

Continua a leggere

Altri Sport

Usa-Messico: quando un muro serve per unire

Emanuele Catone

Published

on

Sono iniziati i lavori per la costruzione del famigerato muro tra il Messico e gli Stati Uniti, uno dei punti fondamentali della campagna elettorale di Donald Trump, che non riesce per ora ad ottenere il completo appoggio economico da parte del Congresso. La barriera in costruzione, infatti, andrà a sostituire e rafforzare quella già esistente, fatta di reti e recinzioni e sarà lunga 6 chilometri su 3200 totali di frontiera. Ma tra i due Stati, c’è chi quel muro lo utilizza per giocare e per unire, non per dividere.

Innalzare un muro per bloccare l’immigrazione, ma costruirlo anche scrivendo la parole fine ad una pratica sportiva che dal 1979 coinvolge le popolazione del Messico e degli Stati Uniti d’America. Donald Trump non molla l’idea di voler rafforzare il muro tra le due nazioni. Rafforzare perché, in effetti, esiste già una trincea separatoria in quella vasta area dove ogni anno ad aprile, in una tradizione nata nel 1979 e divenuta continuativa dal 2006, messicani ed americani si riuniscono per giocare a Wallyball; una partita di pallavolo che ha la particolarità di trasformare quel muro, che ancora tale non è, come rete da gioco. Il match viene disputato precisamente nella zona di Naco, nello stato del Sonora per il Messico e in quello dell’Arizona per gli Stati Uniti.

Di schiacciate non se ne vedono data l’altezza della recinzione e del gesto di “murare” gli amici-avversari neanche l’ombra; solo pallonetti, tanta voglia di divertirsi e il desiderio di dare uno schiaffo alla politica mostrando la nullità delle barriere di fronte all’umanità della “gente comune”. Il tutto, però, limitato nell’arco di tre ore ovvero il tempo limite dettato della legge che non permette una sosta più lunga in quella zona di confine.

Col tempo questa tradizione si è estesa anche a zone diverse dal confine messicano-statunitense: sulle spiagge di San Diego, ad esempio, si è giocato un Beach Wallyball” contro i dirimpettai messicani abitanti di Tijuana.

E il muro ideato da Trump, cavallo di battaglia nella sua corsa all’elezione, potrebbe far terminare questa bellissima iniziativa. La costruzione sarebbe troppo alta per permettere agli atleti di giocare, non riuscirebbero neanche a guardarci attraverso; anche se il presidente non dovesse riuscire nel suo progetto per il costo troppo elevato, ci sarà comunque un rinforzo delle barriere e una aggiunta di recinzione che renderebbero allo stesso modo la partita impraticabile.

“Per noi è un modo per celebrare l’unione dei due paesi”. Questo aveva dichiarato Jorge Villegas, sindaco di Sonora. Parole che vanno ben oltre lo scevro patriottismo trumpiano e che da sole potrebbero servire a mostrare l’inutilità e futilità del progetto Trump.

Illustrazione Copertina: Victor Abarca

 

Continua a leggere

Sport & Integrazione

Giornata Mondiale della Pace: I bambini israeliani e palestinesi giocano insieme

Matteo di Medio

Published

on

Il 21 Settembre si celebra la Giornata Mondiale della Pace ONU. Per l’occasione vi raccontiamo il grande insegnamento che i bambini israeliani e palestinesi hanno dato a tutti coloro che non credono che un futuro migliore sia possibile.

Ormai le tecnologie e i videogame si stanno pian piano togliendo la cattiva reputazione di essere il male assoluto e la rovina dei giovani. Gli Esports sono diventati a tutti gli effetti degli Sport 2.0 con il riconoscimento da parte del Cio come disciplina e si sta tentando addirittura di farla rientrare nel calendario olimpico.

Esistono casi in cui i videogiochi ricoprono un ruolo fondamentale e rompono definitivamente con gli stereotipi della critica che vorrebbe abolire del tutto l’uso di questi nuovi strumenti come elemento di svago.

Riprendendo quanto scritto da Edwin Evans-Thirlwell nel sito Motherboard.com, raccontiamo il progetto portato avanti da Uri Moshol.

Uri Moshol, ex CEO della società di software Incredibuild, nonché ex militare dell’esercito israeliano, sfruttando il grande interesse verso il mondo del gioco digitale da parte delle ultime generazioni, ha realizzato un programma di carattere sociale per contrastare il clima di odio ed intolleranza religiosa sul territorio della Striscia di Gaza tra Israele e Palestina che ora più che mai è tornato ad essere rovente con conseguenze tragiche e sanguinose per tutta la popolazione.

La Games For Peace (G4P), con sede a Tel-Aviv, è un’organizzazione no profit che, attraverso videogames multiplayer ha l’obiettivo di formare ed informare i giovani delle comunità ebraiche e palestinesi, impegnati in partite online, sul tema dell’integrazione e del rispetto della diversità di fede verso quelle persone che fin da piccole vengono educate al disprezzo del diverso.

L’idea di Moshol nasce dopo una partecipazione nel 2013 ad una Conferenza a New York di Games for Change, organizzazione che pone l’attenzione sul ruolo positivo che i giochi possono avere all’interno della società. Uri è rimasto talmente colpito da questa realtà, non essendo un esperto del settore, da voler esportare questa nuova visione dell’universo videoludico anche verso i territori che ha più a cuore come la Palestina e Israele. Con l’aiuto di esperti del settore, ha individuato come la migliore strada da percorrere l’utilizzo di giochi già esistenti, piuttosto che crearne nuovi ad hoc, per combattere il razzismo e gli stereotipi verso culture che tra loro, in alcuni casi, non sono mai venute a contatto, non si sono mai confrontate.

Il motivo principale di utilizzare videogame già conosciuti è stato dettato dall’intento di creare, sin da subito, coinvolgimento ed adesione da parte dei giovani. Proprio per questo, il gioco scelto per il progetto G4P è stato Minecraft. Con milioni di copie vendute, il videogame creato dalla Mojang nella persona del Presidente Markus Persson, poi venduto per la cifra record di 2,5 miliardi di dollari alla Microsoft, ha come obiettivo quello di costruire città ed edifici di vario genere in un mondo virtuale nel quale il giocatore è il protagonista.

Come racconta Moshol, in alcuni casi, attraverso il videogame, molti bambini si mettevano in contatto per la prima volta con il mondo “dall’altra parte”.

Il progetto Games for Peace porta avanti due diverse iniziative: nella prima, la “Play for Peace”, viene chiesto, ad un numero indefinito di giocatori, di collaborare insieme online per costruire la città. Nella prima occasione di incontro virtuale, il 17 gennaio 2014, parteciparono 50 giovani provenienti da Israele, Palestina, Cisgiordania ed Egitto con l’obiettivo di creare la “Città della Pace”. Alla quinta edizione, nel luglio dello stesso anno, bisognava costruire uno stadio di calcio per i Mondiali.

In queste occasioni, così come nelle altre, le reazioni sono state più che positive e confortanti, tolti singoli casi di comportamenti abusivi, come quando un giocatore cominciò a creare svastiche ovunque. La risposta del resto della comunità fu esemplare: tutti insieme si sono adoperati a cancellarle immediatamente.

La seconda iniziativa è la “Play to Talk”, dove ragazzi di due scuole diverse si sfidano nella costruzione di una città, attraverso la cooperazione e la condivisione di informazioni, pur essendo di religioni od estrazione diversa. Al termine della sessione di gioco, vengono organizzati degli incontri reali tra i giocatori così da commentare tutti insieme l’andamento della partita e conoscersi un po’.

Moshol evidenzia come la Games for Peace stia portando a risultati promettenti e l’evidenza di quanto esposto sta nel fatto che molti giocatori sono rimasti in contatto tramite i social network o addirittura attraverso una frequentazione offline.

L’obiettivo finale del CEO è quello di esportare il G4P in tutto il mondo e in tutte quelle zone dove l’intolleranza e la mancanza di integrazione è il pane quotidiano per le giovani generazioni, diffondendo un messaggio universale senza bandiere o ideologie.

Questa volta, mettiamo da parte la facile critica verso i videogiochi, i peggiori nemici di mamme e papà “disperati”, e poniamo l’attenzione, riconoscendone il merito, sul ruolo che, grazie a persone illuminate come Moshol, la tecnologia ludica può avere per superare ostacoli vecchi un’eternità e far conoscere ai propri figli una realtà che gli è sempre stata tenuta nascosta.

 

Continua a leggere

Trending

Copyright Io Gioco Pulito srls | Mail: redazione@iogiocopulito.it | Direttore Responsabile Antonio Padellaro | Sito web realizzato da Why Not Web Communication