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Azzardo e piaghe sociali

Boosting: autolesionismo e scosse elettriche del Doping Paralimpico estremo

Alessandro Mastroluca

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Rischiare la morte per andare più forte. È l’ultima frontiera del doping paralimpico. Il termine medico per definirla è disreflessia autonomica. Ovvero, il boosting. In cosa consiste? “È un’alterazione dei riflessi del sistema nervoso autonomo frequente in atleti con lesioni cervicali e midollari di categoria T6 o superiore patologiaspiegava al Fatto Marco Bernardi, capo dello staff medico della nazionale italiana a Londra 2012. Questi atleti arrivano a sottoporsi a scariche elettriche sui genitali, a rompersi l’alluce o ad applicarsi un catetere per mantenere la vescica piena. E solo per aumentare la circolazione del sangue e andare più forte.

Le lesioni midollari, infatti, impediscono al corpo di gestire correttamente le funzioni autonomiche, come la pressione sanguigna o la frequenza cardiaca. Gli atleti con questa tipologia di lesioni, i quadriplegici, non avvertono dolore, vista la lesione, ma ottengono una risposta fisiologica, da parte del sistema simpatico, esagerata e fuori controllo. Basta avere la vescica eccessivamente piena per arrivare a una pressione sistolica del sangue di 300 mgHg (milli (milligrammi of mercurio), che può portare all’emorragia cerebrale e alla morte.

Questo tipo di risposta fa sì che comunque che i recettori della carotide, quando la pressione sale, vadano a stimolare una reazione del sistema parasimpatico e indurre così la vasodilatazione sopra il livello della lesione. Ma mentre a livello del busto lo stimolo arriva e la frequenza cardiaca scende, al di sotto della lesione il messaggio non passa e la pressione continua a salire: metà corpo si rilassa, l’altra sperimenta un’iperattivazione, una reazione da attacco-fuga, quel tipo di reazione eccessiva a ogni minimo stimolo esterno tipica dei pazienti con una sindrome post-traumatica da stress.

Solo nel 1990 si cominciano a studiare gli effetti della disreflessia autonomica sulle prestazioni degli atleti paralimpici che, segnalava una delle prime ricerche nel 1994, migliorano del 10%: l’aumento della pressione sistolica, infatti, consente all’organismo di estrarre più ossigeno dal sangue. L’IPC, il comitato paralimpico internazionale, seppur nella sostanziale assenza di ricerche specifiche in materia, proibisce questa pratica dal 1994. Due anni dopo, alle Paralimpiadi di Atlanta, si definisce una strategia preventiva: gli atleti vengono controllati 20 minuti prima della gara, un intervallo più che sufficiente per individuare pratiche di boosting che richiedono due ore di tempo per garantire un effetto in gara. Se la pressione sistolica rimane sopra i 180 mgHg anche a 10 minuti dalla gara, l’atleta viene squalificato.

L’IPC è da tempo consapevole del problema. Da uno studio finanziato anche dalla Wada, emergeva che il 17% degli atleti intervistati, nonostante fosse a conoscenza dei rischi estremi per la salute, aveva fatto ricorso almeno una volta al boosting. Come Brad Zdanivsky, uno scalatore quadriplegico che l’ha sperimentato in varie forme in palestra, dal catetere alle scosse elettriche su gambe e genitali.Non è decisamente piacevole” raccontava in un documentario della BBC del 2012,la pressione diventa talmente alta che ti si può rompere un vaso sanguigno nell’occhio, puoi anche rischiare l’emorragia cerebrale, ma i risultati non si possono negare. E per quanto sia spiacevole, porta risultati”.

Non solo, crea anche non pochi problemi a chi deve effettuare i controlli, in chi deve individuarla . Perché, per quanto indotta, è pur sempre una risposta fisiologica, che non si verifica quando si elimina lo stimolo che va generata. E il controllo prima della gara rischia di squalificare anche chi ha semplicemente la pressione più alta. Durante la gara, poi, che si fa? Si organizzano dei “pit stop” appositi a bordo pista?

La questione non è solo semantica. È una zona grigia molto complicata da definire e la prudenza diventa necessaria. Le risposte non intenzionali di disreflessia autonomica possono essere episodi comuni nella vita di un quadriplegico, e punire un atleta per una reazione fisiologica non aumenta certo l’efficacia della prevenzione dei casi di boosting intenzionale.

In più, anche i casi di boosting intenzionale rientrano in un confine più che incerto. Non richiede, infatti, l’assunzione di sostanze proibite. Basta anche bere molta acqua e non andare a far pipì per qualche ora, e non c’è ancora un test per determinare il livello accettabile di idratazione prima di una gara.

Ma c’è un ulteriore problema, un limite al momento insormontabile. Quale? La WADA definisce doping tutto quanto viene espressamente vietato dall’articolo 2 del codice. Ovvero: “La presenza di una sostanza vietata o dei suoi metaboliti o marker nel campione biologico; l’uso o il tentato uso di una sostanza vietata o di un metodo proibito; la mancata presentazione o rifiuto, senza giustificato motivo, di sottoporsi al prelievo dei campioni biologici; la violazione delle condizioni previste per gli atleti che devono sottoporsi ai controlli fuori competizione; la manomissione anche solo tentata in relazione a qualsiasi fase dei controlli antidoping; il possesso di sostanze vietate e metodi proibiti; il traffico, anche solo tentato, di sostanze vietate o metodi proibiti; la somministrazione di metodi o sostanze proibite durante o fuori dalle competizioni e ogni altra forma di complicità”.

Tecnicamente, per quanto sottile possa sembrare la distinzione, la risposta da disreflessia autonomica causa effetti potenzialmente dopanti, ma l’induzione intenzionale della disreflessia non viola nessuna regola specifica.Non c’è soluzione” diceva Zdanivski, “forse un giorno qualcuno avrà un infarto a bordo pista. Solo allora cominceremo seriamente a parlarne”.

Altri Sport

Esports: quando truccare le partite è un (video) gioco

Emanuele Sabatino

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Qual è il fine a cui tendono gli e-sport? La risposta è molto semplice: emulare nel modo più accurato possibile le stesse situazioni, le stesse dinamiche, della vita reale. O almeno, esclusi i giochi di fantascienza, è quello il proposito dei giochi sportivi e di guerra.

Purtroppo però quando si tenta di emulare al massimo qualcosa, si prendono sia i lati positivi sia quelli negativi. Ed eccoci al punto dolente. Nello sport una delle piaghe più importanti, insieme al doping, è quella del match-fixing, ovvero delle partite truccate.

 Eh sì, anche il mondo virtuale dei joystick e dei mouse e tastiera è entrato nel mirino dei criminali nel settore del match-fixing. Il motivo è sempre lo stesso ed è valido per tutti gli ambiti della vita. Dove girano soldi, tanti soldi, qualcuno vuole prendersi un bel vantaggio aggirando le regole, arricchendosi e trasformando quel mercato e quell’ambiente in marcio.

QUANTI SOLDI VENGONO SCOMMESSI SUGLI E-SPORT?

La domanda che molti, io in primis, mi sono domandato è stata la seguente: “Ok, ma quanti soldi potranno mai generare le scommesse legate agli e-sport?” La risposta è talmente incredibile che ancora oggi fatico a digerire la risposta. Le scommesse abbinate agli e-sport, solo nel 2017 sono state pari a 696 milioni di dollari.

Tantissimi soldi ed il motivo è molto semplice. In tutto il pianeta ci sono 385 milioni di persone che interpretano tre ruoli contemporaneamente: Giocatori, spettatori e scommettitori. A questi vanno aggiunti quelli che scommettono solamente, tra cui le organizzazioni criminali, che muovono tantissima moneta.

L’industria dei videogiocatori si è ampliata, è cresciuta, è diventata lucrosa. In Asia è una realtà già da tempo ed in Europa sta crescendo sempre di più grazie anche all’aiuto di Federazioni, come la Ligue 1 francese che ha istituito la versione virtuale della lega calcistica dove ogni settimana si giocano le stesse partite in programma negli stadi in modo virtuale, e altre squadre che hanno assunto dei pro-player per disputare le partite sotto la propria bandiera.

COME FUNZIONA LA CORRUZIONE

Esistono sono due tipi di corruzione, entrambe fanno leva sul fatto che questi ragazzi ritrovatesi di punto in bianco in auge e in un mondo molto ricco, non sono stati formati per essere professionisti e senza nessuna istruzione dal punto di vista etico. Il primo modo di essere corrotti è se vogliamo “di sopravvivenza”. I pro-player si vendono le partite per auto-finanziarsi l’iscrizione a tornei successivi. Il secondo invece è quello “associativo” dove ci sono dietro le organizzazioni criminali che vanno dai player e li convincono a vendersi le partite dietro lauto compenso.

Ian Smith, commissario per l’integrita della Esport Integrity Coalition (ESIC) ha dichiarato che il giro di scommesse clandestine ed illegali sulle competizioni virtuali si aggira intorno ai 2 miliardi l’anno.

COME SI PUO’ COMBATTERE?

Le quote vengono rilevate in tempo reale, quindi lo stato di allerta si genera subito intorno all’evento. Come per gli sport normali, più si va lontano dalla scena professionista main-stream più il rischio combine diventa concreto.

IL PROBLEMA DELLE SKIN:

Se per combattere le scommesse il vantaggio è quello di avere gli alert delle quote in tempo reale e poter vedere chi ha scommesso seguendo i flussi di denaro. La cosa  che rende più difficoltosa la scoperta e cattura dei giocatori corrotti è il fatto che essi sono internet-addicted, ovvero conoscono molto bene internet ed il mondo dell’informatica e sanno come celare la propria identità. Proprio per questo per ricevere la “mazzetta” per truccare una partita, utilizzano le SKIN. Le skin sono oggetti che vengono usati dai personaggi nei videogiochi. Può essere un’armatura o una spada o anche altro. Più è potente e più è costosa.

Vengono trasferite e vendute anche nel fuori dal gioco nel mercato nero quindi succede uno scenario simile a questo: Criminale vuole corrompere un giocatore. Compra una spada ed un armatura per un importo di 10.000 euro e poi la passa al giocatore da corrompere per perdere la partita. Il corrotto, può rimonetizzare la skin vendendola a sua volta per soldi ad un terzo giocatore.

ARRESTI ILLUSTRI

Nel 2016 il mondo e-sports venne scosso dall’arresto di Lee Seung-Hyun, uno dei giocatori più forti di tutti i tempi di Starcraft 2 che per essersi venduto due partite si è beccato 700.000 KRW di multa, pari a 532 euro, 18 mesi di carcere, 3 anni di spospensione e ban a vita dagli e-sport coreani.

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Azzardo e piaghe sociali

SLA: un colpevole silenzio

Luigi Pellicone

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Ieri, 16 Settembre 2018, si è svolta in Italia la Giornata Nazionale della SLA, la malattia degli sportivi. Una patologia di cui purtroppo si parla sempre poco malgrado le evidenze scientifiche sottolineano costantemente rischi rilevanti.

Ma che cos’è la SLA e che correlazione c’è con il calcio?

SLA: Sclerosi Laterale Amiotrofica. Tre lettere. Una condanna a morte. Le cause che scatenano il processo neurodegenerativo non sono chiare. Cosi come è impossibile guarire chi ne soffre. Di SLA, nel calcio, non si parla quasi più, nonostante i tanti calciatori che si sono ammalati. Troppi. A tal punto da interrogarsi: il calcio e questo male sono correlati?

Stefano Borgonovo la apostrofava come “stronza”. Il procuratore Raffaele Guariniello, invece, si pone delle domande. E nel 1998 apre un’indagine giudiziaria sul mondo del calcio, alla luce di numeri evidentemente “sospetti”: il rischio di SLA nei calciatori è elevatissimo rispetto alla media.

Si commissionano le perizie. La prima è di Adriano Chilò, neurologo dell’Università di Torino. La seconda di Stefano Belli, epidemiologo dell’ISS. Chilò indaga su 7325 calciatori professionisti (serie A e B) che hanno giocato fra il 1970 e il 2001. L’Istituto Superiore di Sanità invece opera a largo raggio: 24.000 giocatori dal 1960 e il 1996. Inclusi anche quelli delle serie minori. Il tutto è pubblicato nel 2005.

I numeri sono impietosi: dallo studio di Chilò emerge che la frequenza di SLA è 7 volte superiore rispetto alla media. L’ISS, allarga il “cluster” (gruppo) e scopre che il valore sale addirittura a 11. In entrambi gli studi, fra l’altro, emerge un’insorgere precoce della malattia che di solito si manifesta dopo i 65 anni. Qualche esempio: Giorgio Rognoni muore a 40 anni. Narciso Soldan ne ha 59. Albano Canazza, compagno di squadra di Borgonovo  nel Como a inizio anni Ottanta muore a 38 anni. Guido Vincenzi,  ne ha appena 35 anni.  Signorini, 42. Come  Ubaldo Nanni, 42. Lauro Minghelli,  il più giovane, 31 anni. L’ultimo Paolo List, del quale vi avevamo parlato tempo fa.

Cosa scatena la SLA?  Di certo l’utilizzo sovradimensionato  di antiinfiammatori, amminoacidi ramificati per endovena, antidolorifici, potrebbero essere fattori di rischio. I numeri anomali nel calcio potrebbero essere figli di una combinazione di eventi: l’abuso di farmaci e una predisposizione. Potrebbero contribuire anche i traumi a testa e gambe. Nè si possono sottovalutare i fattori ambientali: l’uso di pesticidi e diserbanti sui campi. Non a caso la SLA colpisce, sebbene in misura ridotta, gli agricoltori, i golfisti, i rugbisti. Sport e lavori su erba.

Il lavoro e le ricerche, da un punto di vista squisitamente scientifico, restano valide: la relazione fra calcio e SLA esiste. I calciatori italiani si ammalano e muoiono di più di Sclerosi Laterale Amiotrofica rispetto al resto della popolazione. La Medicina, intesa come scienza, suona l’allarme. Una categoria risulta “più esposta” se l’incidenza di casi supera 2-3 volte la media. (1.35 uomini, 1.10 nelle donne). Nel calcio, si è a + 7 e + 11. Alla stregua di un “malattia professionale”: perché, dunque, di SLA se ne parla sempre poco?

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Altri Sport

L’apparenza prima di tutto: DNP, la pillola “magica” che fa dimagrire…e uccide

Emanuele Sabatino

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DNP è l’acronico del 2,4-dinitrofenolo, nitrocomposto derivato dal fenolo. È un composto tossico per l’uomo e per gli animali; l’avvelenamento da dinitrofenolo provoca un brusco aumento del metabolismo, sudorazione intensa (con cui il corpo cerca di dissipare calore), collasso e quindi può portare alla morte.

E’ famoso del mondo del fitness per i suoi miracolosi effetti dimagranti tant’è che, neanche c’è bisogno di dirlo, è una sostanza molto famosa nel mondo del bodybuilding in fase di cutting – definizione.

Chi l’ha provato giura di aver sentito una sensazione di forte bruciore all’interno del corpo, come se il corpo “si stesse cuocendo dall’interno”, questo perché non c’è un limite massimo all’aumento di temperatura corporea che può comportare questa pillola. Una percezione sgradevole, unita a tachicardia, palpitazioni e forte sudorazione. In un articolo precedente abbiamo parlato dell’efedrina come metodo rischiosissimo per dimagrire, quest’ultima aumenta dal 3 al 10% il tasso metabolico a riposo, il DNP del 50%. Percentuali pazzesche che però devono far riflettere sulla possibile, anzi molto probabile, letalità di questo “veleno”.

Scoperto agli inizi del 1900, inizialmente il suo scopo principale era quello di detonatore della dinamite TNT, nel 1931 degli studi scientifici videro le incredibili proprietà dimagranti e il DNP venne introdotto in tantissimi integratori alimentari. Venne bandito due anni più tardi da una giovanissima FDA (Food and Drug administration).

Tra il 2007 e il 2013 sono stati registrati quasi sessanta casi di reazioni mortali dei quali si sospetta la causa sia l’assunzione di pillole a base di DNP. Ultimo dei più eclatanti quello di una ragazza inglese, Eloise Parry, morta dopo aver ingerito otto pillole di DNP.

La Food Standard Agency britannica ha preso molto sul serio la minaccia per la salute del DNP e ha lanciato una campagna per prevenire altri drammi causati da esso. Gli effetti collaterali della molecola sono oggi noti e non ci sono dubbi circa la sua pericolosità: si va dal vomito al mal di testa alle difficoltà nel respirare fino febbre molto alta (che può superare i 43°) al coma e, come spesso è successo nella storia del DNB, alla morte. Il problema è che una volta innescata la reazione che “velocizza il metabolismo” questa non si arresta.

Vietato ufficialmente, come spesso accade, il DNP è facilmente reperibile sul mercato nero. Il problema però è che i laboratori che lo producono, privi di ogni licenza, spesso mentono sulla grammatura di una singola pillola, aumentando quindi il rischio di letalità esponenzialmente. Anche i costi variano tantissimo ed una confezione di DNP va dai 180 ai 2000 euro.

La BBC ha intervistato una ragazza che ha assunto dinitrofenolo ma è riuscita a sopravvivere: “All’inizio senti un po’ di energia in più, ma poi quando pensi che questa energia svanirà non succede ed il corpo comincia a surriscaldarsi sempre di più. Ho avuto la sensazione di essere ricoperta dalle fiamme e sentivo la mia pelle bollire. E’ stato terribile, il mio cuore batteva così forte che temevo potesse esplodere o fermarsi da un momento all’altro. E’ stata la peggior esperienza della mia vita”.

In una società dove l’apparenza e la perfezione fisica viene intesa come chiave del successo, dove le persone, anche consci dei rischi, sono pronti a prendere di tutto pur di perdere un chilo di grasso, questi veleni altamente pericolosi avranno, purtroppo, sempre una grandissima fetta di mercato ed una clientela numerosa.

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