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Tour de France 2016: Au Revoir Grande Boucle

Andrea Muratore

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La conclusione del Tour de France edizione 2016, divenuto per la terza volta negli ultimi quattro anni Tour de Froome a seguito della netta affermazione del fuoriclasse britannico del Team Sky, lascia agli appassionati e agli esperti di ciclismo materiale a profusione per riflettere e discutere sugli ultimi sviluppi presi dalla più importante corsa del panorama internazionale e, in generale, dal ciclismo moderno. L’edizione 2016 della Grande Boucle si consegna agli almanacchi come un Tour che ha visto l’estensione del dominio della formazione britannica, vincitrice in quattro occasioni a partire dal trionfo di Bradley Wiggins del 2012, in conseguenza al completo controllo esercitato dagli uomini Sky sul gruppo dei principali avversari di Froome nel corso di tutte le tappe più difficili svoltesi ai diversi capi della Francia. Meno dominante, meno meccanico in salita, circondato da un’aura di affetto nazionalpopolare dopo la disavventura occorsagli sul Ventoux e la seguente, stoica corsa in altura sul “Monte Calvo”, il campione nativo del Kenya ha saputo piazzare colpi ben precisi nelle due prove a cronometro e nella discesa di Bagnéres de Luchon, mostrando una superiorità incontrastabile ma, al tempo stesso benevola, quasi paternalistica, nei confronti degli avversari tenuti a bada dalle andature asfissianti imposte, nelle fasi topiche delle frazioni più dure, dai suoi luogotenenti, primo fra tutti l’inossidabile Wouter Poels. Molti commentatori hanno sottolineato l’assenza di spettacolo, la scarsa grinta dimostrata dai rivali di Froome: l’appunto non è per niente ingiustificato, in particolare in riferimento a Nairo Quintana, nuovamente sul podio finale di Parigi dopo un Tour in ogni caso insoddisfacente a livello generale per quello che era ritenuto il principale avversario di Froome e, al contrario, ha saputo distinguersi semplicemente per un simbolico, vano e microscopico allungo sul traguardo della ventesima tappa a Morzine. Tuttavia, è bene mettersi nell’ottica degli avversari di Froome e considerare le oggettive difficoltà riscontrabili nel tentativo di contrastare un’egemonia ferrea, frutto di una regolare, scientifica e ben ponderata alternanza tra gregari e luogotenenti finalizzata al totale controllo sugli sviluppi della corsa. In questo Tour 2016, i tentativi di scalfire l’egemonia degli uomini in nero sono stati condotti principalmente dall’Astana di Fabio Aru, che cercando di tagliare l’agognato traguardo del podio finale di Parigi alla prima apparizione alla Grande Boucle ha più volte messo i suoi principali scudieri, in primis Vincenzo Nibali, davanti a tutti in salita per fare il ritmo, ma ha pagato amaramente i suoi sforzi. Dopo un Tour di spessore, impreziosito dal terzo posto nella cronoscalata di Megéve e da una costante ricerca del guizzo, dello spunto giusto, del varco nel reticolato deposto dagli Sky, Aru ha vista la sua corsa spezzata dalla dura legge del Col di Jeux Plane. Dopo aver spezzato il tentativo coraggioso di Marco Pantani nel 2000, che dopo aver sconfitto due volte Lance Armstrong in salita tentò di ribaltare il Tour in un’azione che si concluse con la crisi del Pirata sulle sue strade, e dopo aver assistito all’impresa farsesca di Floyd Landis, vincitore nel 2006 di un Tour presto revocatogli per la positività a un controllo anti-doping, la montagna dell’Alta Savoia ha punito ingenerosamente il “Cavaliere dei Quattro Mori”, imponendogli un durissimo tributo per mezzo del ritardo di 15 minuti accumulato da Aru dagli altri uomini di classifica nel corso della sua ascesa. Si è parlato di “luce spenta”, si è parlato di crisi di fame, si è parlato di mille altre cose, ma il fatto nudo, crudo, incontrovertibile è rappresentato dal tracollo di Aru dal sesto al tredicesimo posto al termine della tappa che avrebbe potuto proiettarlo sul podio di Parigi. Fabio Aru potrebbe apparire come lo sconfitto del Tour 2016, ma lo sforzo continuo e l’orgoglio da lui messi in campo nel corso dell’intera Grande Boucle non possono che fargli onore, mentre l’audace scommessa da lui messa in campo, e persa, rappresenta la volontà di non arrendersi a una posizione di rincalzo, di puntare al bersaglio grosso e la migliore risposta ai critici che non vogliono leggere tra le diverse sfumature del Tour 2016, archiviandolo come regno della noia senza aver prima gettato uno sguardo oltre gli ordini di arrivo, sino alle reali ambizioni dei corridori coinvolti nella corsa.

Alle spalle di Froome, decisamente più attivo e propositivo di Nairo Quintana, si è piazzato il sorprendente Romain Bardet, che a distanza di sole due stagioni ha riportato la Francia sul podio di Parigi nonostante il flop dell’idolo di casa Thibaut Pinot e si candida a un ruolo di assoluto protagonista del ciclismo mondiale nelle stagioni a venire. La seconda posizione di Bardet è derivata principalmente dal successo nella diciannovesima tappa, conquistato grazie all’azione probabilmente più spettacolare dell’intero Tour, un coraggioso attacco in discesa a dieci chilometri dall’arrivo sulle strade del Monte Bianco alla quale è paragonabile, tra le prove di forza della Grande Boucle 2016, solo il colpo da maestro di Froome all’ottava tappa, sulla discesa del Peyersourde.

Merita una menzione pari a quella dedicata a Froome un solo altro uomo nel gruppo, il campione del mondo slovacco Peter Sagan, il quale ha saputo onorare in maniera fenomenale la maglia iridata da lui portata ai nastri di partenza del Tour ottenendo tre successi di tappa, indossando tre giorni la maglia gialla e conquistando per la quinta volta consecutiva la maglia verde di leader della classifica a punti dopo essersi distinto per combattività, tenacia, inventiva e costanza lungo tutte le tappe del Tour, da Le Mont-Saint-Michel a Parigi. Egli ha saputo sdoganarsi completamente dopo che i gradi di capitano della Tinkoff erano passati sulle sue spalle a seguito dello sfortunato ritiro di Alberto Contador, nuovamente in difficoltà sulle strade francesi e grande assente sulle montagne decisive della sua corsa che sicuramente avrebbe affrontato con spirito ben diverso dall’attendismo che ha contraddistinto alcuni uomini di classifica. Tra i cacciatori di tappe, encomi speciali sono da dedicare anche allo straordinario Mark Cavendish vistosi prima del suo ritiro tattico finalizzato a ottimizzare la preparazione per le prove in pista dei Giochi di Rio e a un Marcel Kittel e all’istrionico colombiano Jarlinson Pantano, vincitore della tappa di montagna di Culoz ed espostosi continuamente ogniqualvolta asperità o discese tecniche hanno contribuito a rendere la corsa più dura.

Il quadro complessivo del Tour 2016 delinea una corsa decisamente livellata verso l’alto per quanto concerne il talento dei partecipanti, apprezzabile anche dalla semplice lettura dei vincitori delle 21 tappe; l’incremento della competitività non si riflette per forza in un incremento dello spettacolo, e il dispiegarsi della corsa ha dato conferma di questo principio. Tuttavia, la definizione di “Tour della noia” attribuita alla Grande Boucle da alcuni eminenti giornali sportivi nostrani non rende di certo giustizia al profondo crogiolo di intuizioni tattiche, tecniche e sportive che è stato questo Tour, i cui organizzatori hanno in ultima istanza saputo correggere anche alcune disfunzioni organizzative manifestatesi principalmente durante il finale della tappa del Mont Ventoux, ove è occorso lo spiacevole e ben noto incidente a Chris Froome, rimasto appiedato dopo aver tamponato una moto inchiodata dall’esuberanza eccessiva del pubblico. Alla maggior spettacolarità del Giro 2016, il Tour ha contrapposto un ordine interno decisamente superiore, riflesso non solo della presenza di una squadra palesemente dominante ma anche di una diversa filosofia interpretativa posta in essere dalle squadre. Lungi dallo scalfire il nome, il prestigio e la grandezza del Tour, l’edizione 2016 ne ha data una nuova, importante conferma; la difficile situazione vissuta dalla Francia in questi ultimi mesi ha affidato al Tour, nei giorni degli sconvolgenti attentati di Nizza, il ruolo determinante di simbolo, collante e rappresentante dell’unità francese, nonché di portavoce di speranza e ottimismo, come si può evincere dalle migliaia di cartelli esposti e di scritte disegnate sulle strade dal popolo del ciclismo francese invitanti a non arrendersi, a non cedere alla paura, al terrore e alla psicosi. Questa funzione romantica assunta dal Tour gli è stata, nella giornata conclusiva di domenica, riconosciuta apertamente dalle decine di migliaia di spettatori che, applaudendo il discorso di incoronazione di un Chris Froome commosso, a Parigi non cessavano mai di accompagnare a “Vive le Tour! dei calorosi, sinceri e sentiti “Vive le France!”.

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Esports: quando truccare le partite è un (video) gioco

Emanuele Sabatino

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Qual è il fine a cui tendono gli e-sport? La risposta è molto semplice: emulare nel modo più accurato possibile le stesse situazioni, le stesse dinamiche, della vita reale. O almeno, esclusi i giochi di fantascienza, è quello il proposito dei giochi sportivi e di guerra.

Purtroppo però quando si tenta di emulare al massimo qualcosa, si prendono sia i lati positivi sia quelli negativi. Ed eccoci al punto dolente. Nello sport una delle piaghe più importanti, insieme al doping, è quella del match-fixing, ovvero delle partite truccate.

 Eh sì, anche il mondo virtuale dei joystick e dei mouse e tastiera è entrato nel mirino dei criminali nel settore del match-fixing. Il motivo è sempre lo stesso ed è valido per tutti gli ambiti della vita. Dove girano soldi, tanti soldi, qualcuno vuole prendersi un bel vantaggio aggirando le regole, arricchendosi e trasformando quel mercato e quell’ambiente in marcio.

QUANTI SOLDI VENGONO SCOMMESSI SUGLI E-SPORT?

La domanda che molti, io in primis, mi sono domandato è stata la seguente: “Ok, ma quanti soldi potranno mai generare le scommesse legate agli e-sport?” La risposta è talmente incredibile che ancora oggi fatico a digerire la risposta. Le scommesse abbinate agli e-sport, solo nel 2017 sono state pari a 696 milioni di dollari.

Tantissimi soldi ed il motivo è molto semplice. In tutto il pianeta ci sono 385 milioni di persone che interpretano tre ruoli contemporaneamente: Giocatori, spettatori e scommettitori. A questi vanno aggiunti quelli che scommettono solamente, tra cui le organizzazioni criminali, che muovono tantissima moneta.

L’industria dei videogiocatori si è ampliata, è cresciuta, è diventata lucrosa. In Asia è una realtà già da tempo ed in Europa sta crescendo sempre di più grazie anche all’aiuto di Federazioni, come la Ligue 1 francese che ha istituito la versione virtuale della lega calcistica dove ogni settimana si giocano le stesse partite in programma negli stadi in modo virtuale, e altre squadre che hanno assunto dei pro-player per disputare le partite sotto la propria bandiera.

COME FUNZIONA LA CORRUZIONE

Esistono sono due tipi di corruzione, entrambe fanno leva sul fatto che questi ragazzi ritrovatesi di punto in bianco in auge e in un mondo molto ricco, non sono stati formati per essere professionisti e senza nessuna istruzione dal punto di vista etico. Il primo modo di essere corrotti è se vogliamo “di sopravvivenza”. I pro-player si vendono le partite per auto-finanziarsi l’iscrizione a tornei successivi. Il secondo invece è quello “associativo” dove ci sono dietro le organizzazioni criminali che vanno dai player e li convincono a vendersi le partite dietro lauto compenso.

Ian Smith, commissario per l’integrita della Esport Integrity Coalition (ESIC) ha dichiarato che il giro di scommesse clandestine ed illegali sulle competizioni virtuali si aggira intorno ai 2 miliardi l’anno.

COME SI PUO’ COMBATTERE?

Le quote vengono rilevate in tempo reale, quindi lo stato di allerta si genera subito intorno all’evento. Come per gli sport normali, più si va lontano dalla scena professionista main-stream più il rischio combine diventa concreto.

IL PROBLEMA DELLE SKIN:

Se per combattere le scommesse il vantaggio è quello di avere gli alert delle quote in tempo reale e poter vedere chi ha scommesso seguendo i flussi di denaro. La cosa  che rende più difficoltosa la scoperta e cattura dei giocatori corrotti è il fatto che essi sono internet-addicted, ovvero conoscono molto bene internet ed il mondo dell’informatica e sanno come celare la propria identità. Proprio per questo per ricevere la “mazzetta” per truccare una partita, utilizzano le SKIN. Le skin sono oggetti che vengono usati dai personaggi nei videogiochi. Può essere un’armatura o una spada o anche altro. Più è potente e più è costosa.

Vengono trasferite e vendute anche nel fuori dal gioco nel mercato nero quindi succede uno scenario simile a questo: Criminale vuole corrompere un giocatore. Compra una spada ed un armatura per un importo di 10.000 euro e poi la passa al giocatore da corrompere per perdere la partita. Il corrotto, può rimonetizzare la skin vendendola a sua volta per soldi ad un terzo giocatore.

ARRESTI ILLUSTRI

Nel 2016 il mondo e-sports venne scosso dall’arresto di Lee Seung-Hyun, uno dei giocatori più forti di tutti i tempi di Starcraft 2 che per essersi venduto due partite si è beccato 700.000 KRW di multa, pari a 532 euro, 18 mesi di carcere, 3 anni di spospensione e ban a vita dagli e-sport coreani.

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Tra povertà e persecuzione dei Rohingya, in Myanmar resiste solo lo Sport

Nicola Raucci

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La Corte penale internazionale dell’Aja ha annunciato che verrà aperta un’indagine sulle deportazioni in Myanmar, in passato nota como Birmania, nei confronti dei Rohingya, minoranza di fede islamica vittima di violenza e brutalità. Sotto accusa in particolare i vertici dell’esercito, accusati di genocidio. In un paese così devastato, lo Sport può rappresentare una speranza, una valvola di sfogo per chi non vede più un futuro.

Myanmar, Paese dell’Indocina, dalle condizioni di vita tra le più difficili al mondo. Sotto dittatura militare dal 1962 al 2015, la stagnazione economica, l’isolamento internazionale e i disastri naturali acuiscono i problemi che derivano dalla povertà diffusa e dai conflitti etnici che storicamente affliggono queste terre, tra i quali la persecuzione della minoranza musulmana dei Rohingya, per cui la nazione è tornata all’onore delle cronache nell’ultimo periodo.

A Yangon, città di oltre 5 milioni di abitanti e capitale fino al 2005, tra Anawrahta Road e Maha Bandula Road, strade del quartiere commerciale d’epoca coloniale che si diramano attorno alla Sule Pagoda, stupa birmana di oltre 2000 anni, simbolo inequivocabile della bellezza e della storia di questo Paese, i ragazzi vestiti di stracci palleggiano con piroette incredibili in una sorta di danza. Giocano a chinlone, sport tradizionale e nazionale del Myanmar. Uno dei tanti sport simili presenti nel Sudest asiatico: kator (Laos), sipa (Filippine), cầu mây (Vietnam), sepak raga (Brunei, Indonesia, Malaysia e Singapore) e il più famoso di tutti a livello internazionale, ovvero il sepak takraw (Thailandia). Giravolte e acrobazie incredibili tra l’umidità asfissiante, il frastuono incessante del traffico e i mille odori del mercato.

Il chinlone è praticato ovunque e da chiunque: uomini, donne e bambini, spesso insieme. Le esibizioni più rilevanti avvengono tra la folla, accompagnate dalla musica tradizionale in un’atmosfera mistica, dove movimenti e note si fondono in una simbiosi inestricabile veloce e fluida. Contraddistinto da regole rigorose per quanto concerne il posizionamento e l’orientamento di ciascuna parte del corpo in ogni specifica mossa, da eseguirsi in totale armonia con le altre, l’esibizione vede cinque o, più frequentemente, sei giocatori in cerchio. Senza l’uso di mani o braccia si passano una palla di fasce di rattan, bambù o canna che emette un tipico suono sordo quando colpita. Durante i passaggi i giocatori effettuano un movimento circolare intorno al giocatore posizionato al centro che si esibisce nelle diverse mosse. L’obiettivo è non far cadere la palla per più tempo possibile, realizzando contemporaneamente il maggior numero di movimenti perfetti.

Le origini del chinlone risalgono a circa 1500 anni fa. Il suo stile caratteristico deriva dalle esibizioni, influenzate dalle arti marziali e dalle danze tradizionali, ideate per intrattenere la corte reale birmana. Nel corso dei secoli sono state fatte diverse variazioni, soprattutto riguardo alle centinaia di movimenti da effettuare nel palleggio. Storicamente snobbato dagli europei che lo consideravano alla stregua di un semplice gioco indigeno più che un vero e proprio sport, ha tuttavia registrato un aumento di interesse internazionale nel primo Novecento, quando si sono tenute alcune dimostrazioni in diverse parti d’Europa e Asia. Nel 1953 il capo dell’Associazione Atletica Birmana, U Ah Yein, ricevette l’incarico dal governo di redigere un regolamento ufficiale. Queste regole fecero del chinlone uno sport a tutti gli effetti nel Myanmar e lo stesso anno si tenne a Yangon la prima competizione riconosciuta. Altra tappa fondamentale nella storia del chinlone è stato il 2013, durante i XXVII Giochi del Sud-est asiatico (SEA Games) svoltisi in casa, a Naypyidaw. In occasione di tale evento, è stato incluso come sport separato e le regole sono state aggiornate in modo da avere due squadre che si sfidano in campi circolari distinti. Il punteggio dipende dal livello della performance nello stesso lasso di tempo a disposizione.

La cerimonia di chiusura ha inoltre sottolineato l’importanza e la centralità del chinlone nella cultura birmana. Agli ultimi SEA Games di agosto 2017 a Kuala Lumpur in Malaysia il chinlone è entrato stabilmente tra gli sport della manifestazione, nella disciplina del sepak takraw, con quattro specialità: “senza ripetizione (primo livello)”, “stesso tocco”, “collegamento” e “senza ripetizione (secondo livello)”. Uno sport unico, capace di far risaltare la magnificenza delle tradizioni e della storia della Birmania, al di là dei suoi templi millenari e della sua incantevole natura. Una magnificenza che purtroppo viene tuttora eclissata dalle piaghe della povertà, della fame e dei conflitti armati.

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L’apparenza prima di tutto: DNP, la pillola “magica” che fa dimagrire…e uccide

Emanuele Sabatino

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DNP è l’acronico del 2,4-dinitrofenolo, nitrocomposto derivato dal fenolo. È un composto tossico per l’uomo e per gli animali; l’avvelenamento da dinitrofenolo provoca un brusco aumento del metabolismo, sudorazione intensa (con cui il corpo cerca di dissipare calore), collasso e quindi può portare alla morte.

E’ famoso del mondo del fitness per i suoi miracolosi effetti dimagranti tant’è che, neanche c’è bisogno di dirlo, è una sostanza molto famosa nel mondo del bodybuilding in fase di cutting – definizione.

Chi l’ha provato giura di aver sentito una sensazione di forte bruciore all’interno del corpo, come se il corpo “si stesse cuocendo dall’interno”, questo perché non c’è un limite massimo all’aumento di temperatura corporea che può comportare questa pillola. Una percezione sgradevole, unita a tachicardia, palpitazioni e forte sudorazione. In un articolo precedente abbiamo parlato dell’efedrina come metodo rischiosissimo per dimagrire, quest’ultima aumenta dal 3 al 10% il tasso metabolico a riposo, il DNP del 50%. Percentuali pazzesche che però devono far riflettere sulla possibile, anzi molto probabile, letalità di questo “veleno”.

Scoperto agli inizi del 1900, inizialmente il suo scopo principale era quello di detonatore della dinamite TNT, nel 1931 degli studi scientifici videro le incredibili proprietà dimagranti e il DNP venne introdotto in tantissimi integratori alimentari. Venne bandito due anni più tardi da una giovanissima FDA (Food and Drug administration).

Tra il 2007 e il 2013 sono stati registrati quasi sessanta casi di reazioni mortali dei quali si sospetta la causa sia l’assunzione di pillole a base di DNP. Ultimo dei più eclatanti quello di una ragazza inglese, Eloise Parry, morta dopo aver ingerito otto pillole di DNP.

La Food Standard Agency britannica ha preso molto sul serio la minaccia per la salute del DNP e ha lanciato una campagna per prevenire altri drammi causati da esso. Gli effetti collaterali della molecola sono oggi noti e non ci sono dubbi circa la sua pericolosità: si va dal vomito al mal di testa alle difficoltà nel respirare fino febbre molto alta (che può superare i 43°) al coma e, come spesso è successo nella storia del DNB, alla morte. Il problema è che una volta innescata la reazione che “velocizza il metabolismo” questa non si arresta.

Vietato ufficialmente, come spesso accade, il DNP è facilmente reperibile sul mercato nero. Il problema però è che i laboratori che lo producono, privi di ogni licenza, spesso mentono sulla grammatura di una singola pillola, aumentando quindi il rischio di letalità esponenzialmente. Anche i costi variano tantissimo ed una confezione di DNP va dai 180 ai 2000 euro.

La BBC ha intervistato una ragazza che ha assunto dinitrofenolo ma è riuscita a sopravvivere: “All’inizio senti un po’ di energia in più, ma poi quando pensi che questa energia svanirà non succede ed il corpo comincia a surriscaldarsi sempre di più. Ho avuto la sensazione di essere ricoperta dalle fiamme e sentivo la mia pelle bollire. E’ stato terribile, il mio cuore batteva così forte che temevo potesse esplodere o fermarsi da un momento all’altro. E’ stata la peggior esperienza della mia vita”.

In una società dove l’apparenza e la perfezione fisica viene intesa come chiave del successo, dove le persone, anche consci dei rischi, sono pronti a prendere di tutto pur di perdere un chilo di grasso, questi veleni altamente pericolosi avranno, purtroppo, sempre una grandissima fetta di mercato ed una clientela numerosa.

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