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Calcio

Totti, 40 anni in 10 partite: dallo scudetto fino all’Old Trafford le vittorie e le sconfitte che hanno segnato la sua storia

Andrea Corti

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Francesco Totti oggi compie 40 anni. A differenza di tutti i suoi illustri coetanei, tra i quali ci sentiamo di citare Ronaldo (il fenomeno), Nesta e Shevchenko, lo storico capitano della Roma sta ancora calcando i campi della Serie A e sembra lontano il momento in cui appenderà gli scarpini al chiodo. Per raccontare la storia del più grande giocatore della storia romanista, e probabilmente del calcio italiano, abbiamo scelto i 10 momenti (sia piacevoli che spiacevoli) che hanno caratterizzato un percorso che ha preso giorno dopo giorno i contorni della leggenda.

 Brescia-Roma, 28 marzo 1993 – A Roma la voce gira da tempo: nella Primavera giallorossa c’è un ragazzino che ha i colpi del fuoriclasse, a molti addirittura ricorda Roberto Mancini, all’epoca bandiera della Sampdoria. Nella sua unica e tutt’altro che felice stagione giallorossa uno che Mancini lo conosce bene, Vujadin Boskov, si accorge di questo talento e decide di farlo esordire in Serie A a 16 anni. Al ‘Rigamonti’ di Brescia Totti entra negli ultimi minuti al posto di Rizzitelli, iniziando un percorso che nemmeno lui avrebbe mai immaginato così lungo e glorioso.

Roma-Foggia, 4 settembre 1994 – Totti è in rampa di lancio, e con Mazzone ha trovato un secondo padre che gli dà i consigli giusti e lo fa rimanere con i piedi per terra in una città passionale ma umorale come poche altre. L’allenatore punta forte su Francesco, e nella prima giornata del campionato 1994/95 lo manda in campo come titolare sacrificando Balbo (all’epoca potevano scendere in campo massimo tre stranieri contemporaneamente): Totti ringrazia e dopo mezz’ora di ambientamento con un sinistro forte e preciso realizza il suo primo gol in Serie A. Adesso è a quota 250.

Triangolare ‘Città di Roma’, 9 febbraio 1997 – Nell’estate del 1996 Sensi decide di tentare una svolta radicale: via Mazzone, a Trigoria arriva l’argentino Carlos Bianchi, che a casa sua ha vinto tutto sulla panchina del Velez Sarsfield. Da subito i rapporti tra Bianchi e Totti non sono facili, a partire dalla scelta di dare al giocatore il numero 17, che a Buenos Aires e dintorni è appannaggio delle giovani promesse. Bianchi in Italia passa alla storia quando non dimostra troppa lungimiranza in una conferenza stampa: “Totti è un giocatore normale”. Dopo mesi di polemiche e panchine Totti si prende la Roma una sera di febbraio, quando in un triangolare con l’Ajax e il Borussia Moenchengladbach dà spettacolo a suon di gol e giocate. Le voci di una cessione in prestito alla Sampdoria evaporano, mentre Bianchi nel giro di poche settimane viene rispedito in Argentina.

Italia-Olanda, 29 giugno 2000 – Totti va in panchina: la voce fa il giro del Bel Paese e i 60 milioni di Ct azzurri crocifiggono il loro collega Zoff. Poi la partita inizia, e nella semifinale di Euro 2000 contro l’Olanda padrone di casa l’Italia soffre in un modo inaudito, con Toldo protagonista assoluto. Nell’ultima parte del match Zoff decide di dare una possibilità a Totti, fino a quel momento grande protagonista del torneo: il numero 20 azzurro regala lampi di classe e nella sfida ai rigori batte van der Sar con un ‘cucchiaio’ che diventa il suo marchio di fabbrica. In finale la Francia beffa l’Italia, ma Totti è ormai una stella di livello internazionale.

Roma-Parma, 17 giugno 2001 – Dopo un campionato dominato sin dall’inizio la Roma si gioca lo scudetto all’Olimpico all’ultima giornata: a sbloccare il match è il suo capitano con un destro dal limite dell’area su cui Buffon non può nulla. La corsa sotto la Curva Sud dà ufficialmente inizio a una festa popolare indimenticabile, forse anche per la sua unicità.

Italia-Danimarca, 15 giugno 2004 – Ad Euro 2004 Totti arriva con addosso la tensione della responsabilità di essere il giocatore più importante della Nazionale italiana: il Ct Trapattoni lo paragona Platini, lui sogna di vincere torneo e Pallone d’Oro. L’illusione però finisce subito: all’esordio Totti reagisce alle grette e continue provocazioni di Poulsen sputandogli in faccia, e viene pescato da una telecamera danese. L’Uefa lo sanziona con tre giornate di squalifica, ma il ‘biscotto’ tra Danimarca e Svezia fa fuori lui e gli azzurri.

Roma-Empoli, 19 febbraio 2006 – A quattro mesi da Germania 2006 all’Olimpico scende il gelo: il capitano della Roma si frattura il perone in un contrasto con Vanigli. Per il Mondiale sembra finita, ma Totti stupisce tutti rientrando in tempo e lasciando il segno nel trionfo della squadra di Lippi prendendosi la responsabilità di battere il rigore all’ultimo minuto agli ottavi contro l’Australia. A Berlino alza al cielo la coppa del mondo al termine di quella che sarà la sua ultima partita in Nazionale, per una sua precisa scelta personale.

Manchester United-Roma, 10 aprile 2007 – La Roma di Spalletti è la squadra che gioca forse il miglior calcio in Europa, e Totti, reinventato centravanti, sta per vincere classifica cannonieri della Serie A e scarpa d’oro. Dopo aver fatto fuori il Lione la squadra giallorossa ambisce alla semifinale di Champions League: all’andata dei quarti il Manchester United di Cristiano Ronaldo è battuto 2-1: all’Old Trafford i capitolini sognano l’impresa, ma subiscono una sconfitta clamorosa. Il 7-1 finale è impietoso, una disfatta che tuttavia Totti e la Roma si ritroveranno a subire ancora nella loro storia europea degli anni successivi, nonostante alcune grandi soddisfazioni come la vittoria al Bernabeu nel 2008.

Roma-Lazio, 13 marzo 2011“The king of Rome is not dead”: con questa frase urlata al microfono di ‘Al Jazeera’ durante la sua telecronaca un giornalista nordirlandese riassume al meglio l’impresa di un giocatore che sembrava sul viale del tramonto. Con una splendida doppietta Totti stende la Lazio e ancora una volta festeggia sotto la Curva Sud: attualmente è il giocatore ad aver segnato di più (11 gol) nei derby capitolini, ovvero ‘la partita’ per un tifoso romanista come lui.

Roma-Torino, 20 aprile 2016 – La parabola di Totti sembra terminata, in campo il numero 10 non si vede praticamente più: con Spalletti c’è stata una rottura clamorosa che qualche settimana prima ha portato addirittura alla cacciata del capitano dal ritiro di Trigoria a causa di un’intervista-sfogo. La Roma sta perdendo e a cinque minuti dal termine il tecnico decide di tentare la carta della disperazione mandando in campo Francesco, che risponde nel modo che conosce meglio: dopo pochi secondi realizza con una zampata il gol del pari, poco dopo fa 3-2 su rigore. All’Olimpico è delirio totale, in tanti piangono per l’emozione: quel che sembrava un addio certo si trasforma in rinnovo di contratto per un calciatore che anche a 40 anni riesce ancora a incidere come pochi altri e che come pochi altri ha indossato sempre la stessa maglia. Un fuoriclasse che non ne vuole sapere di smettere di sognare e, soprattutto, far sognare.

Calcio

Jules Rimet, il visionario padre dei Mondiali che ha cambiato il ‘900

Leonardo Ciccarelli

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Il 16 ottobre 1956 moriva Jules Rimet, il padre dei Mondiali di Calcio. Ripercorriamo la sua vita che attraversa tutti i momenti cruciali della storia moderna. Un uomo di sport, oltre lo sport.

Al civico 45 in Avenue Marx-Dormoy, in Bagneaux, provincia di Parigi, c’è un meraviglioso cimitero extra muros in cui sono sepolti alcuni importanti francesi, da Claude Berri a Frida Boccara, da Jules Laforgue a Charles Denner, c’è anche la salma di un visionario che ha cambiato per sempre la storia dello sport più radicato del pianeta, il calcio. Parliamo di Jules Rimet.

Nato nel 1873 e cresciuto nel bel mezzo del niente nelle colline della Francia di fine ‘800, si trasferisce a ridosso del nuovo secolo a Parigi insieme alla famiglia per sfuggire alla fame e alla povertà. Nella capitale ad 11 anni lavora nella drogheria di suo padre, ed in questa splendida città scopre il calcio giocato dai ragazzi nelle strade e si convince dei benefici dello sport nell’educazione fisica e morale dei giovani, che porta benessere e amicizia tra le persone. Diventa uno studente coscienzioso fino a diventare un avvocato.

Contemporaneamente si impegna nello sport e fonda col fratello nel 1897 i Red Star, una delle società più antiche della Francia, attualmente in Ligue 2, la Serie B francese, e l’anno dopo fonda anche un giornale cristiano, repubblicano e democratico, La Revue, che si fonde nel gennaio del 1899 con Le Sillon di Marc Sangnier, una rivista per la quale numerosi cristiani divennero ostili alla monarchia.

La politica è centrale nella vita di Jules Rimet che fin da giovane si avvicina alla Democrazia Cristiana transalpina, restando però con ideali vicini alla sinistra, chiedendo una collaborazione forte e reale tra la chiesa ed il popolo e pretendendo un riformismo che avvicini le classi sociali, smussando i conflitti sociali.

Vede nel calcio il mezzo per smussare i suddetti conflitti, vede lo sport e proprio il football in particolare, un veicolo serio e concreto di emancipazione per i meno fortunati e crede fermamente nello sport come un fattore reale di avvicinamento tra i popoli.

Rimet è un contemporaneo di Pierre de Coubertin, l’inventore delle Olimpiadi moderne e all’indomani della fine della Prima Guerra Mondiale la voglia di non spargere più sangue e risolvere i propri dissensi nello sport è davvero forte, prende forma in questo clima l’idea di un Campionato del Mondo di Calcio, un clima fortemente politicizzato proprio dal suo fondatore che usa questa idea per scalare i vertici della Fifa che approva questo nuovo torneo.

Il primo organizzatore è l’Uruguay che negli anni ’20 e ’30 è un felice Paese del Sudamerica e che nel calcio sta dominando nell’unico torneo mondiale fino ad allora esistente, il torneo olimpico, che la nazionale vince sia nel ’24 sia nel ’28. Sono i più forti del mondo, ed infatti vincono la prima edizione del torneo iridato, organizzato da loro che festeggiano quell’anno proprio il centenario dell’indipendenza. Il 31 luglio oggi è festa nazionale in Uruguay, per ricordare quel glorioso giorno.

E’ stato un successo, Jules Rimet diventa uno degli uomini più potenti del mondo, le nazioni guardano con coraggio questo sport inventato dagli inglesi e i capi di governo si ingolosiscono. Tra questi, Mussolini ottiene l’organizzazione dela Coppa del Mondo del ’34, vinta dalla stessa Italia che sulla bandiera ha il fascio littorio, impresa ripetuta 4 anni dopo nell’edizione francese della competizione iridata.

La Coppa del Mondo del ’38 è il manifesto di quello che sarebbe successo l’anno successivo: la Germania schiera 5 austriaci, poco dopo l’annessione dell’Austria al Terzo Reich, ed esclude ogni atleta di origine ebraica dalla competizione.

Dopo la Guerra le cose cambiano. Si riuniscono i comitati a Lussemburgo e stilano alcune regole ancora oggi in vigore, come quella di dedicare la coppa al suo ideatore e soprattutto di donare il trofeo alle nazioni in grado di vincerlo per 3 volte. La prima a riuscirci è stata la nazionale brasiliana, poi ha seguito l’Italia nel 1982, infine la Germania, nel ’90.

Rimet lascia la presidenza Fifa ad 84 anni, due anni dopo sarebbe morto in solitudine, con un ideale ben chiaro a lui, ben poco a chi i campionati li avrebbe organizzati come ha dimostrato l Italia e come dimostreranno il Cile di Pinochet, l’Argentina di Videla.

La sua idea di calcio romantico, che unisce i popoli sotto un unico dominatore, è parzialmente riuscita e forse l’esempio migliore è stata la sua nazionale, che nel ’98 lo omaggia con una piazza nei pressi del Parco dei Principi e con una scritta sulla fiancata del pullman: “Liberté, Égalité, Jules Rimet”. Una nazionale fatta da francesi, algerini, baschi, sudamericani, africani, tutti uniti sotto un’unica bandiera, quella francese, tutti uniti per un bene ideale, quello del Calcio.

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Calcio

65 anni del Divino: Falcao, l’addio, la politica e il Papa

Matteo Luciani

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Compie oggi 65 anni Paulo Roberto Falcao, l’ottavo Re di Roma, rimasto nella memoria dei tifosi giallorossi per aver portato il tricolore a Roma. Ma ci fu un momento in cui il brasiliano fu ad un passo dall’Inter. Vi raccontiamo questa storia di calciomercato sfumata per un soffio.

Giugno 1983. La capitale d’Italia è in tripudio dopo che la sua parte giallorossa ha appena conquistato il secondo tricolore della propria storia. Merito di un gruppo di uomini e calciatori eccezionali guidati sapientemente dal ‘Barone’ Nils Liedholm.

Neppure il tempo di gustarsi il sapore della vittoria, però, che nei pressi di Trigoria scoppia la bomba: il ‘Divino’ Paulo Roberto Falcao, uno dei simboli del successo ottenuto soltanto poche settimane prima sul campo, vuole andare via ed ha trovato l’accordo con l’Inter per trasferirsi all’ombra della Madunina.

I tifosi della lupa sono sconvolti. Proprio lui, l’uomo che, arrivato a Roma soltanto tre anni prima (quando i giallorossi erano in possesso di una squadra ancora non eccellente), dichiarò subito senza dubbi “entro pochi anni vinceremo lo Scudetto”, cambiando il modo di pensare e rapportarsi alla realtà calcistica di supporter tutt’altro che abituati a trionfi e coppe, decide di abbandonare la nave ora che questa si appresta a salpare pure in Europa per dare l’assalto alla Coppa dei Campioni.

A gettare benzina sul fuoco, in quei giorni caldissimi, arrivano le dichiarazioni dello stesso Falcao, che da Porto Alegre, dove si trova in vacanza, parla già da ex giallorosso e dichiara: “Lasciare Roma è stato un trauma”. Sembrano ormai non esserci più speranze, dunque, per la permanenza del numero cinque nella Capitale. Dino Viola, però, sa bene che nessun club ha raggiunto un accordo anche con la società per lasciare libero il campione brasiliano e non si preoccupa più di tanto.

Si parla di offerte da parte di Verona e Napoli ma la realtà è che Falcao vuole solo l’Inter. Il merito dell’operazione è da ascrivere a Sandro Mazzola, allora dirigente nerazzurro, che insieme al procuratore del nazionale verdeoro Cristoforo Colombo ha lavorato per molto tempo nell’ombra. Alla fine, Mazzola riesce a portare l’accordo con Falcao tra le mani del presidente interista Fraizzoli. E’ ormai tutto fatto. Manca solo l’ultimo tassello: l’accordo economico con la Roma.

Fraizzoli, mostrando una correttezza d’altri tempi, alza il telefono per chiamare Dino Viola e comunicargli che ha la firma del numero cinque romanista in mano. La richiesta implicita è: “Quanto serve per lasciarlo andare?”. La risposta del numero uno giallorosso è sorprendente: l’assoluto silenzio. Viola, infine, comunica di aver preso atto della faccenda e attacca.

Da questo punto in poi, il calcio inizia ad entrarci poco. Per bloccare la partenza di Falcao, infatti, si muove addirittura Giulio Andreotti (insieme al fido braccio destro Evangelisti). La prima mossa riguarda il contatto con la mamma di Falcao, la signora Azise, a cui viene fatto sapere che anche Papa Wojtyla desidera che il campione brasiliano rimanga nella Capitale. “Non vorrai mica dare un dispiacere al Santo Padre?”, saranno le parole di Azise al figliolo.

L’accordo con l’Inter, ora, vacilla. A dare il colpo di grazia a Fraizzoli ci pensa Andreotti in persona. Quest’ultimo, infatti, chiama Fraizzoli e, ancor prima di parlare di Falcao, si rivolge al presidente interista con le seguenti parole: “mi dicono si tratti di affari importanti…..”. Il riferimento è ai capi d’abbigliamento che Fraizzoli fabbrica e che vengono distribuiti anche ai ministeri.

Il numero uno nerazzurro capisce che ormai la situazione si è fatta più grande di lui e contatta immediatamente Sandro Mazzola. “Il contratto di Falcao va stracciato”. La macchina della politica si è messa in moto ed il povero Fraizzoli non può far altro che lasciare il ‘Divino’ lì dove ha appena fatto la storia.

Il calciomercato non è mai sembrato argomento tanto ‘piccolo’.

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Calcio

Fasce e lacci arcobaleno, ma il Calcio resta ancora uno sport omofobo

Matteo Luciani

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Il 14 Ottobre 1979 negli Stati Uniti, a Washington, si svolse la prima marcia per i diritti LGBT. A distanza di anni le cose sono migliorate, ma grandi problemi rimangono palesemente. Anche lo Sport soffre le stesse criticità. In particolare il calcio, dove è quasi impossibile mostrarsi per quello che si è.

Novembre 2016: i capitani delle squadre della Premier League indossano fasce color arcobaleno mentre tutti i calciatori scendono in campo con i lacci delle scarpe dello stesso tipo. La ragione? Tutto ciò è parte integrante della campagna anti-omofobia ‘Rainbow Laces’ promossa dall’organizzazione Stonewall.

L’evento viene visto dai media come un grande passo per uno sport spesso ritenuto reticente nei confronti delle comunità LGBT; ma lacci e fasce arcobaleno sono veramente un segno tangibile di progresso nel trasformare il calcio in uno spazio in cui i giocatori LGBT si sentano liberi di esprimere la propria sessualità anche in pubblico?

Francamente, no.

È piuttosto singolare, infatti, che soltanto un ex atleta della Premier League, passato pure in Serie A per una fugace apparizione con la maglia della Lazio, il tedesco Thomas Hitzlsperger, abbia ufficialmente fatto coming out (peraltro, soltanto a carriera conclusa) quando il 2% della popolazione maschile britannica oggi si identifica come gay e si è a conoscenza del fatto che oltre 500 giocatori della Premier League, tra passato e presente, sono omosessuali.

Hitzlsperger affermò, riguardo alla sua dichiarazione pubblica, di essersi ispirato a quanto fatto dal cestista John Amaechi, dal tuffatore Tom Daley, dalla stella gallese di rugby Gareth Thomas e dall’ex calciatore di Leeds United e LA Galaxy Robbie Rogers; il tedesco spiegò pure di sperare che il proprio gesto potesse aiutare altri colleghi a fare lo stesso.

Parole, purtroppo, poco utili se si pensa che addirittura il presidente della FA, Clarke, non certo il primo venuto, ha recentemente dichiarato che sarebbe “impossibile” per un giocatore attuale fare coming out poiché la lega non sarebbe in grado di proteggerlo a sufficienza dagli attacchi esterni di tifosi avversari.

Di certo, il precedente dell’ex attaccante del Norwich City e del Nottingham Forest, Justin Fashanu (peraltro, il primo calciatore di colore ad essere pagato un milione di sterline nel calcio inglese), in tal senso, ha segnato un profondo solco.

Fashanu, uscito allo scoperto nel 1990, decise di porre fine alla sua vita soltanto otto anni dopo a causa degli enormi problemi (lavorativi e non) che il suo coming out gli aveva creato.

Presso il già citato ‘Rainbow Laces Summit’, diversi atleti britannici si sono riuniti per discutere sul modo in cui poter aiutare la comunità LGBT nel mondo dello sport.

Due stelle dell’hockey britannico, Kate e Helen Richardson-Walsh, regolarmente sposate, sono intervenute, così come il rugbista Keegan Hirst.

A quanto pare, soltanto il calcio è rimasto così indietro sull’argomento.

In tal senso, durante il vertice, il presidente Clarke, ha dichiarato che il calcio è “due decenni indietro” rispetto alla possibilità di diventare oggi un posto sereno anche per gli omosessuali.

Clarke ha affermato che sta tentando di parlare con molti calciatori gay del mondo inglese, in merito alla chance di effettuare il coming out, ma che, tuttavia, nessuno si sente veramente tranquillo all’idea.

Mancherà ancora molto, in Inghilterra e non, per rendere anche il calcio uno sport più civile?

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