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Calcio

Tòth e Kertész: gli eroi ungheresi che combatterono il Nazismo

Andrea Loiacono

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Il 28 Luglio 1891 nasceva Istvan Toth. Un nome che non dice niente ai più, ma che insieme a Geza Kertesz rappresenta la lotta ungherese alla follia nazista. Due esempi da seguire, due storie da conoscere.

La storia di Istvàn Tòth e Géza Kertész è una di quelle che difficilmente dovrebbero essere dimenticate, la storia di due grandi campioni del calcio ungherese e italiano, in campo e in panchina, che durante la Seconda Guerra Mondiale hanno salvato la vita di centinaia di ebrei a discapito della propria.

I protagonisti della nostra storia nascono nell’effervescente Budapest di fine ‘800, la culla del calcio danubiano, che si sta affermando come uno dei più belli e vincenti d’Europa. Istvàn da ragazzo ha un fisico non particolarmente adatto ad uno sport come questo, è alto poco più di un metro e sessanta e pesa quasi 80 chili, ma ha uno scatto fulmineo, e una tecnica fuori dal comune, è famoso infatti per riuscire a battere i calci d’angolo direttamente in porta. Géza invece è alto più di un metro e novanta ed è soprannominato il bradipo per la sua lentezza, ma ha un’intelligenza calcistica fuori dal comune, è l’allenatore in campo delle squadre in cui gioca. Entrambi diventano calciatori professionisti, Istvàn nel Nemzeti, che lo cede dopo qualche anno alla squadra più titolata del paese, il Ferencvàros, e Géza nel BTC Budapest; sono due dei migliori giocatori del campionato ungherese, infatti il loro primo incontro avviene proprio nel ritiro della nazionale, nel maggio del 1914, entrambi convocati per un’amichevole contro l’Austria, poco prima dello scoppio della Grande Guerra. Un incontro tanto breve quanto decisivo, nasce infatti una fraterna amicizia che segnerà indissolubilmente le loro vite.

Alla riapertura dei campionati, infatti, nel 1920, Kertész viene acquistato dal Ferencvàros su consiglio dell’amico. Tòth si conferma una delle stelle del campionato magiaro, continuando a vestire la casacca della nazionale, alla quale si stanno affacciando due promettenti ragazzi, che diventeranno i due più grandi allenatori della storia calcistica dell’Ungheria, Arpad Weisz e Bela Guttmann, ma questa è un’altra storia. Kertész invece è un giocatore ormai sulla via del tramonto, ha trent’anni, viene da una lunga pausa dovuta alla guerra, non è più quello di prima. Gioca altri tre anni, di cui gli ultimi due senza mettere piede in campo, decidendo, nel ‘23 di dire addio al calcio giocato.

Due anni più tardi però le strade dei due compagni di squadra, amici, fratelli, devono separarsi, perché Tòth continua a giocare, mentre Géza, decide di cedere alle lusinghe del presidente dello Spezia calcio, accettando il ruolo di giocatore-allenatore. Dopo un iniziale scetticismo, però, l’armata guidata dal magiaro trova continuità, e alla fine dell’anno stravince il campionato di seconda divisione, approdando in massima serie. In Italia il nome di Kertész inizia a circolare velocemente, infatti il giovane allenatore riscuote un grande successo soprattutto per i suoi metodi di allenamento innovativi: pignolo, esigente, prepara i giocatori con la ginnastica svedese, introduce i ritiri collegiali. Nei successivi dieci anni allena con alterne fortune Salernitana, Catanzaro, Catania (dove lascerà un gran ricordo), Viareggio, Taranto e Carrarese, guidando, nella stagione 39-40, la Lazio ad un insperato quarto posto in Serie A.

Nel frattempo anche l’amico Istvàn ha intrapreso la carriera di allenatore però, e con ottimi risultati, guidando sempre il Ferencvàros alla vittoria di tre campionati consecutivi, due coppe d’Ungheria, e una Coppa Mitropa, antesignana della Champions League. Arriva anche per lui la chiamata dall’Italia, allena Triestina ed Ambrosiana-Inter, nella quale gioca un giovane ragazzo di nome Giuseppe Meazza.

I due amici, lontani nelle carriere, ma sempre vicini, capiscono che in Italia il calcio è affar serio, e scelgono il Bel Paese come loro seconda casa. Tutto normale, fino al 1938 però, anno in cui vengono promulgate le leggi razziali, l’aria cambia rapidamente, e restare in Italia per i due tecnici magiari non è più sicuro. Decidono di tornare in Ungheria, ufficialmente uno dei paesi neutrali, specie Géza, nazionalista convinto, non abbandonerebbe mai la propria patria in un momento così delicato. Tòth torna ad allenare il Ferencvàros, e, ironia della sorte, Kertész allena gli acerrimi rivali dell’Ujpést. In guerra, però, le cose cambiano molto velocemente, infatti in pochissimo tempo anche Budapest viene occupata dai tedeschi, la grande comunità ebraica viene rinchiusa nel ghetto e decimata di giorno in giorno.

Per molti ormai le deportazioni fanno parte della quotidianità, ma non per Istvàn e Géza, che sono nati e cresciuti a Budapest, e non ci stanno a vedere amici e colleghi ebrei vessati dai tedeschi.

Decidono di fare qualcosa, vogliono salvare gli ebrei che non sono ancora stati deportati. Prendono contatti con la resistenza ungherese, creano una loro organizzazione, allacciano importanti rapporti con i servizi segreti statunitensi. In poco tempo l’organizzazione di Kertész e Tòth risulta una delle più efficienti di Budapest, sono centinaia gli ebrei che vengono nascosti in una fitta rete di case e monasteri, molti vengono anche fatti fuggire dal paese.

Per un anno intero i due riescono a non destare alcun sospetto, e nell’ottobre ’44 arrivano notizie rassicuranti, l’Armata Rossa infatti è alle porte di Budapest, la città potrebbe essere liberata da un giorno all’altro, bisogna resistere, i due amici ce l’hanno quasi fatta.

Dopo due mesi di cruenti scontri, gli alleati stanno per sfondare il cordone eretto dalla Wehrmacht, si intravede finalmente la luce in fondo all’interminabile tunnel. Qualcuno però denuncia Kertész e Tòth alla Gestapo, i due allenatori vengono immediatamente scoperti e arrestati, è il 6 dicembre 1944. Non tutte le speranze sono perse, infatti il 26 dicembre gli alleati riescono ad entrare a Budapest sbaragliando l’esercito tedesco che però rifiuta ancora di arrendersi, indietreggiando fino al Castello di Buda, roccaforte della Wehrmacht. I tedeschi sono stremati da una battaglia dall’esito già scritto, vorrebbero arrendersi se solo Hitler glielo permettesse, ma l’ordine non arriva, si continua a combattere. Nel Febbraio del ‘45, dopo quasi quattro mesi di battaglia, i tedeschi decidono di tentare la fuga, prima però, bisogna eliminare tutti i prigionieri.
Istvàn Tòth e Géza Kertész ormai stremati dalla prigionia, vengono trascinati nel cortile del Castello, dove vengono barbaramente fucilati assieme ad altri cinque commilitoni. Sette giorni più tardi gli alleati sconfiggeranno definitivamente la Wehrmacht concludendo l’assedio di Budapest.

Sta a noi non dimenticarli.

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Calcio

Puskas, l’Honved e la Squadra d’Oro: il calcio al tempo della Rivoluzione Ungherese

Andrea Muratore

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Il 24 Ottobre 1956 i carri armati dell’Unione Sovietica entrano a Budapest per arginare l’insurrezione del giorno prima da parte degli studenti ungheresi contro il regime filorusso. Anche il calcio svolse un ruolo cruciale nella vicenda, divenendo simbolo di libertà attraverso la figura del Leggendario Ferenc Puskas, che con la squadra dell’Honved e la nazionale rappresentò la rinascita dello Stato Magiaro.

Aranycsapat: la “Squadra d’Oro”. Ferenc Puskás, Gyula Grosics, Nándor Hidegkuti, Zoltán Czibor e Sándor Kocsis: questi i nomi più illustri della grande nazionale ungherese che conquistò fama planetaria nei primi Anni Cinquanta imponendo una rivoluzione al gioco del calcio, disputando alcuni dei match più importanti e densi di significato della storia del pallone ma finendo, dopo anni sulla cresta dell’onda, per essere inghiottita dal gorgo della Storia, vittima di eventi traumatici che avrebbero sconvolto la squadra, la nazione ungherese e il mondo intero. Avendo come colonna portante i giocatori della Honved di Budapest e venendo guidata in modo superlativo dal visionario CT Gusztav Sebes, la “Squadra d’Oro” trionfò ai Giochi Olimpici di Helsinki 1952, vinse la Coppa Internazionale, antesignana dell’Europeo, annichilì definitivamente il mito della supremazia inglese nel calcio espugnando Wembley con un roboante 6-3 nel 1953, replicò nella rivincita concessa a Budapest con un inappellabile trionfo per 7-1 e rimase imbattuta per oltre quattro anni, dal 1950 sino al 4 luglio 1954. Quel giorno, nell’atto conclusivo dei Mondiali disputatisi in Svizzera, l’Ungheria subì infatti la rimonta della Germania Ovest, che compì il celebre “miracolo di Berna” vincendo per 3-2 annullando il doppio vantaggio di Puskás e compagni e negando il trionfo a una squadra che sino ad allora aveva ridicolizzato la concorrenza sul suolo elvetico, segnando 25 gol nelle precedenti quattro partite.

Nonostante le sia mancato il coronamento definitivo, la Grande Ungheria è stata definita da numerosi commentatori come la più forte squadra nazionale della storia del calcio, e il suo mito non cessa di vivere ancora oggi, tenuto vivo da narratori d’eccellenza come Federico Buffa, che recentemente ha dedicato una delle sue celebri monografie al volto maggiormente noto della “Squadra d’Oro”, Ferenc Puskás. Egli merita di essere considerato tra gli assoluti protagonisti della storia sportiva del Novecento, delle sue gesta sui campi da gioco si è scritto e parlato moltissimo e anche delle semplici cifre basterebbero per quantificare la grandezza di un’attaccante inimitabile: 616 gol in 620 partite tra Honved e Real Madrid, 84 in 85 incontri disputati con la nazionale ungherese. Vent’anni di carriera, in pratica, vissuti alla media di un gol a partita: qualcosa di impensabile ai giorni nostri. Ma la statura di Puskás travalica la sfera sportiva, in quanto la sua figura è divenuta una delle maggiormente rappresentative per il popolo ungherese nel secolo scorso. Le tormentate vicissitudini affrontate dall’Ungheria in tutto l’arco del XX secolo hanno conosciuto il proprio acme proprio nei giorni in cui la “Squadra d’Oro” andò incontro a un improvvisa e imprevista fine e l’intero popolo ungherese viveva ore drammatiche, tragiche e esaltanti allo stesso tempo.

Il ruolo giocato dall’ Aranycsapat nella storia del Novecento ungherese si palesò compiutamente nei giorni della Rivoluzione del 1956, quando l’avvio di una stagione di riforme interne e la progressiva destalinizzazione mise a soqquadro il sistema comunista dell’Ungheria filosovietica, portando allo scoppio di aperte rivolte che spinsero le forze armate dell’Unione Sovietica a marciare sul territorio magiaro per reprimere gli aneliti di libertà della popolazione e ristabilire l’ordine. Nel frattempo, i componenti della “Squadra d’Oro” si trovavano in larga parte all’estero con la Honved, impegnata nel doppio confronto contro gli spagnoli dell’Athletic Bilbao nell’ambito della neonata Coppa dei Campioni. Impossibilitati a tornare nella patria sconvolta e totalmente estraniati dall’obiettivo calcistico, divenuto secondario vista la pressante necessità di avere notizie fresche sulle sorti delle famiglie in Ungheria, i giocatori non riuscirono a dare il meglio e finirono eliminati nel corso della gara di ritorno contro l’Athletic disputata all’Heysel di Bruxelles. Tuttavia, dopo che i carri armati sovietici ebbero occupato in maniera brutale Budapest, la “Squadra d’Oro” si rifiutò di tornare nel paese sconvolto e, data la solidarietà provata da molti suoi componenti per gli ideali dei giovani rivoltosi repressi, decise di dare un suo contributo personale al riscatto morale dell’Ungheria dopo la tragica esperienza rivoluzionaria. Su pressante iniziativa di Puskás, infatti, la squadra avviò un tour mondiale di partite amichevoli contro selezioni e squadre di club prestigiose al fine di veicolare attraverso le gesta sportive un messaggio di speranza per i connazionali oppressi. Sfiduciati dalla Federcalcio ungherese e addirittura intimiditi dalla FIFA che vietò loro (maledetto politicaly correct!) di continuare a utilizzare il nome “Honved”, le glorie della nazionale ungherese che aveva incantato il mondo diedero mostra di sé in Brasile, Spagna, Portogallo, Italia, attirando ovunque decine di migliaia di spettatori negli stadi toccati dalla tournée, che del resto segnò il canto del cigno della “Squadra d’Oro”, dato che i fuoriclasse della Honved, fucina di talenti della nazionale ungherese, decisero in seguito di ricostruire le proprie carriere nei campionati professionistici dell’Europa occidentale.

Fu probabilmente in quei giorni che si cementò definitivamente il legame fra il popolo ungherese e il suo più grande fuoriclasse, Ferenc Puskás, che di li a poco avrebbe incantato i campi di tutta Europa con la maglia del Real Madrid dominatore dello scenario calcistico continentale. Sebbene separati da lui, infatti, gli ungheresi videro da allora in avanti in Puskás la bandiera che teneva alto il buon nome della nazione nel mondo, l’ambasciatore di un paese governato da uomini che gli avevano interdetto l’ingresso entro i suoi confini ma che Puskás non tradì mai, dandogli lustro con anni di prestazioni sublimi sui campi da gioco, a cui fece seguito una carriera da allenatore giramondo che lo avrebbe portato verso mete sportivamente esotiche, quali Grecia, Australia, Cile e Paraguay, come a condurre un perenne pellegrinaggio in attesa di poter finalmente rimettere piede nella sua terra. Avuto modo di rientrare in Ungheria dopo la caduta del regime comunista, Puskás poté toccare con mano l’affetto che la sua gente continuava a nutrire per lui anche a oltre trent’anni di distanza dalla Rivoluzione, dimostrato eloquentemente nella partecipazione del pubblico alle gare della squadra ungherese durante il brevissimo intermezzo di Puskás da commissario tecnico di una nazionale magiara oramai decaduta datato 1993 e commoventemente ribadito negli ultimi anni della vita del fuoriclasse, che furono contraddistinti dall’incedere inarrestabile dell’Alzheimer. La morte di Puskás, il 17 novembre 2006, fu commemorata dall’Ungheria con il lutto nazionale. La sua salma fu trasportata nella centralissima Piazza degli Eroi a Budapest e ricevette gli onori militari prima di essere tumulata nella Cattedrale di Santo Stefano, come concesso solo ai grandi della storia ungherese. Ancora oggi, chi viaggia in Ungheria può toccare con mano quanto sia sentito negli ungheresi il ricordo del loro più grande talento sportivo, paragonabile esclusivamente a quello di Imre Nagy, il leader politico della corrente riformista dei comunisti ungheresi che ispirerà i rivoltosi del 1956 e pagò con la vita la sua apertura mentale e i suoi ideali di progresso. Maglie commemorative e foto della “Squadra d’Oro” sono venduti praticamente ovunque nella capitale, e continuano giorno dopo giorno ad essere raccontate le sue gesta che non smettono di affascinare anche a più di sessant’anni dalla dissoluzione forzata dell’Aranycsapat.

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Calcio

Lo Spirito di Eric Cantona

Paolo Valenti

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“Il calcio dà senso alla tua vita. Lo credo veramente. Ma anche la tua vita, la tua storia, la tua essenza danno significato al tuo calcio”.

Comincia così l’articolo che Eric Cantona, stella del Manchester United degli anni Novanta e della nazionale francese, ha deciso di pubblicare per The Players Tribune col titolo “Qual è il senso della vita?”. Un pezzo particolare, in certi passaggi toccante, nel quale l’ex calciatore e successivamente protagonista anche nel mondo del cinema, decide di raccontare la storia dei suoi ascendenti. Un percorso a ritroso che in parte aiuta a interpretare gli aspetti caratteriali di un uomo che non ha mai amato i parametri dell’ordinarietà.

Il suo racconto comincia con la storia dei nonni materni, che nel 1939 furono costretti a scappare da Barcellona per evitare la persecuzione e le rappresaglie del generale Franco. Trovarono rifugio in Francia, in un campo che, nel tempo, accolse più di centomila profughi spagnoli. Provocatoriamente, Cantona si chiede cosa sarebbe accaduto se la Francia avesse deciso di respingerli. “Ma no, i francesi mostrarono compassione, perché l’umanità deve sempre mostrare compassione verso coloro che soffrono”. E’ il primo passaggio, il primo elemento che permette di comprendere le scelte di vita di un personaggio articolato. E che, in qualche modo, spiega anche l’attitudine ribelle e sfrontata dell’Eric Cantona calciatore, quello che in carriera collezionò molteplici squalifiche per comportamenti non propriamente oxfordiani, la più clamorosa delle quali a seguito dell’aggressione a un tifoso del Crystal Palace che gli impedì di giocare per nove mesi e lo costrinse a centoventi ore di lavori socialmente utili. Ma il nipote di due oppositori antifranchisti, che rinunciarono alle loro vite e alle loro comodità per non piegarsi a una dittatura, poteva sopportare senza batter ciglio i ripetuti insulti di uno spettatore sistemato a due metri dal campo di gioco?

Così, da oppositori di regime a migranti, i nonni di Cantona ricominciarono daccapo, lavorando alla costruzione di una diga a Saint-Étienne Cantalès: ”Questa è la vita dei migranti. Vai dove devi andare. Fai ciò che devi”. Più o meno le scelte che, analogamente, fecero i bisnonni paterni, scappati dalla miseria della Sardegna nel 1911 per provare a inseguire un’esistenza dignitosa. Una storia intrisa di fame, guerra e malattia: il bisnonno di Eric, infatti, a causa dei gas respirati nelle battaglie della prima guerra mondiale, fu costretto negli ultimi anni della sua vita a curarsi con l’eucalipto. Anche il figlio fu segnato dai drammi del Ventesimo secolo: la seconda guerra mondiale gli lasciò in eredità un padrino da accudire la notte presso un ospedale psichiatrico, vittima dei traumi mentali causati dagli orrori a cui aveva assistito. Un lascito familiare che ha costruito in qualche modo il sentire di Eric Cantona che, arrivato al successo e alla fama, non ha perduto il senso delle cose importanti e della responsabilità sociale che un fenomeno come il calcio, perennemente in bilico tra sport e show business, è tenuto a supportare.

Da qui il sostegno a Common Goal, movimento nato da un’iniziativa di Juan Mata e Juergen Griesbeck, i cui aderenti, principalmente calciatori professionisti, devolvono l’1% dei loro ingaggi per finanziare attività con scopi sociali. Cantona ne è orgogliosamente diventato primo mentore, consapevole che il calcio sia della gente, ricchi e poveri, capaci di provare le stesse emozioni davanti alle storie di un’ora e mezza raccontate ogni settimana dai tornei di tutto il mondo. Chi ha meno ha diritto ad essere aiutato per il semplice fatto di contribuire al calcio, spesso con maggior passione rispetto a chi ha di più. Un principio non rivoluzionario ma particolarmente sentito da chi l’animo rivoluzionario lo respira nel proprio DNA.
Un animo che porta colui che nel 2001 venne eletto giocatore del secolo del Manchester United da parte dei suoi tifosi a spiegare quale fosse il segreto per il quale la squadra di Sir Alex Ferguson giocasse un calcio così sublime. Per Cantona la risposta è molto semplice: dopo ore e ore di allenamento, nel momento in cui scendevano in campo per disputare una partita ufficiale, i calciatori erano liberi di giocare come volevano. Niente di più adatto per un ribelle come Eric: cos’è il calcio se non espressione di libertà?

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78 anni di O’ Rei: la Leggenda di Pelé che ferma la Guerra Civile in Nigeria

Matteo Luciani

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Compie oggi 78 anni Edson Arantes do Nascimento, meglio conosciuto come Pelé. Considerato il calciatore più forte di tutti i tempi, nel raccontare la sua storia molte sono le vicende che ne sottolineano l’epicità. Come quella volta che con il Santos “fermò” la Guerra in Nigeria. Ma al riguardo esiste più di un dubbio.

“La stagione ufficiale ha inizio con il famoso (e, per molti versi, ancora misterioso) tour in Africa. Una visita così piena di avvenimenti che la commistione tra verità e leggenda tocca vette elevatissime”. Queste le parole del Professor Guilherme Nascimento, autore dell’almanacco ufficiale del Santos.

Siamo nel 1969 e la storia riporta che, grazie al club brasiliano e alla sua stella più lucente, Pelé, per 48 ore le due fazioni (Nigeria e Biafra) che stavano dando vita alla sanguinosa guerra civile nigeriana decisero di cessare il fuoco.

Il calcio per fermare la guerra. Sarebbe bellissimo ma…

Ma è davvero accaduto oppure è soltanto un racconto fantastico?

La certezza, intanto, riguarda il fatto che nel gennaio del 1969, effettivamente, Pelé e compagni intrapresero una tournee estiva nel ‘Continente Nero’ . L’itinerario comprese partite amichevoli in: Congo, Nigeria, Mozambico, Ghana e Algeria.

Pelé, all’epoca senza dubbio il miglior calciatore del globo, già due volte campione del mondo ed in grado di portare l’anno seguente, in Messico, la sua nazionale al successo probabilmente più celebrato è la vera attrazione per tutti coloro che affollano gli stadi africani.

L’arrivo in Nigeria, in particolare, è datato 26 gennaio 1969; una nuvolosa domenica mattina in cui il Santos tocca terra presso l’aeroporto di Lagos. Quello stesso pomeriggio, Pelé e compagni hanno in programma un match contro le ‘Aquile Verdi’, questo il soprannome della squadra nazionale nigeriana. Il Santos è reduce da una sconfitta per 3-2 ottenuta a Kinshasa contro il Congo. Poco importa, però; quel che interessa al Santos è principalmente l’aspetto economico del tour e, grazie a Pelé, da tale punto di vista tutto va a gonfie vele.

Non si può dire lo stesso per la federazione di calcio nigeriana, accusata dall’opinione pubblica di casa di aver speso troppo per una partita di calcio, in un momento storico così delicato a causa della guerra civile in corso.

La partita tra Santos e Nigeria, alla fine, viene disputata senza problemi e termina 2-2. Muyiwa Oshode e Baba Alli realizzano i gol per la selezione africana mentre Pelé, neppure a dirlo, realizza la personale doppietta in favore del Santos.

Lagos è pazza di Pelé.

L’amore, però, seppur intenso, è assai breve. La squadra brasiliana, infatti, il giorno seguente vola alla volta del Mozambico per un’altra partita.

Veniamo, dunque, al caso del ‘cessate il fuoco in nome di Pelé’.

Veramente il fenomeno verde-oro fermò il conflitto bellico grazie al suo talento oppure si tratta solo di leggenda metropolitana? E, qualora quest’ultimo fosse il caso, da dove verrebbe fuori l’incredibile storia?

Su internet, innanzitutto, è possibile riscontrare diverse versioni in merito a tale avvenimento. Una di esse afferma che la partita tra Santos e Nigeria sia avvenuta nel 1967 mentre un’altra data l’evento al 1969. Altri, inoltre, dubitano della sede di Lagos e narrano di una partita disputata, al contrario, in Benin.

La verità, però, è fedele a quanto riportato in precedenza: 1969 l’anno e Lagos la città.

La storia dello stop alla guerra, invece, è, con grande probabilità, un mito.

Nonostante sia possibile trovare ricostruzioni di tale evento presso importanti testate giornalistiche di tutto il mondo, come CNN, Times, The Guardian, The Telegraph, Goal.com o Globoesporte.com, non esistono news di questa vicenda fornite dalla stampa nigeriana.

Due importanti quotidiani nigeriani, Nigerian Daily Times e Observer, pur riportando la cronaca ed il grande successo, in termini di pubblico, riscossi dalla partita amichevole tra Santos e Nigeria, non fanno minimamente menzione ad un possibile ‘cessate il fuoco’.

Come mai, dunque, l’esistenza di questa leggenda?

Probabilmente, a causare ulteriore confusione è stato (involontariamente) anche lo stesso Pelé, che nella sua autobiografia del 1977, “My Life and the Beautiful Game”, afferma di aver visitato Lagos nel 1967 (a gennaio del quale, tuttavia, la guerra civile nigeriana non era ancora esplosa); un errore marchiano, poiché è documentato da diverse fonti che il viaggio in Africa del Santos avvenne nel 1969, effettivamente nel pieno del conflitto.

Pelé ha viaggiato in lungo ed in largo con la sua squadra negli anni Sessanta, quindi non sorprende che le date si mescolino nella sua testa. È interessante, ad ogni modo, che Pelé non abbia menzionato la supposta storia del temporaneo stop alle ostilità in quella circostanza.

Guilherme Guarche, vera ‘Bibbia umana’ sul Santos e coordinatore del Centro di memoria e statistica del club, all’inizio del 2015 ha dichiarato sul sito ufficiale della società sudamericana che la fonte originale della storia del completo cessate il fuoco del 1969 è da ricondurre ad un articolo del 1990, apparso sulla rivista ‘Placar’ a firma Michel Laurence, giornalista franco-brasiliano.

La vicenda è menzionata brevemente nell’articolo come uno degli eventi interessanti che si sono verificati durante la carriera di calcio di Pelé.

“Non sono sicuro che sia completamente vero”, ha successivamente spiegato Pelé nel suo libro del 2007; di una cosa, però, O’Rey è apparso certo: “I nigeriani ci assicurarono che i Biafrans almeno non avrebbero toccato Lagos mentre eravamo lì. Ricordo un’enorme presenza militare per le strade e grande protezione da parte dell’esercito e della polizia durante il nostro soggiorno in Nigeria. Il clima era molto pesante.”

Sempre all’interno del suo recente libro, Pelé spiega anche che fu uno dei massimi dirigenti del Santos ad assicurare ai giocatori (forse per mantenere una certa tranquillità nel gruppo, prima di un tour economicamente fondamentale per le casse societarie) che la guerra civile nigeriana sarebbe stata interrotta per il loro arrivo.

Pelé, infine, non solleva nuovamente i propri dubbi circa la storia durante una sua intervista del 2011 alla CNN. Anzi, appare proprio rinforzarne la veridicità in questa circostanza.

Eccone un breve estratto:

Pelé: Sì, è tutto vero e mi sento fiero di questo. Perché, sapete, con la mia squadra, il Santos, abbiamo fermato addirittura una guerra. La gente era così fuori di testa per il calcio da deporre le armi.

Giornalista CNN: Si sta riferendo al 1967 (errore della giornalista, come spiegato in precedenza ndr), quando accadde il famoso stop al conflitto civile nigeriano.

Pelé: Esattamente.

A quasi cinquant’anni di distanza da quella tournee africana del Santos, ancora resta un vasto alone di mistero sulla vicenda.

Probabilmente la bellezza ed il romanticismo di tale storia permetteranno di farla passare come vera anche in futuro; molti elementi, tuttavia, proprio non tornano.

 

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