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Tor di Valle e l’età dell’oro del trotto romano

Francesco Beltrami

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A causa delle vicende legate alla realizzazione dello stadio della Roma, è ritornato in questi giorni agli onori delle cronache l’ippodromo del trotto di Tor di Valle, che sorge proprio dove si dovrebbe costruire il nuovo impianto per il calcio. La richiesta di vincolo proprio sulle strutture dell’ormai dismesso trotter formulata dalla Sopraintendenza ai Beni Culturali su proposta di Italia Nostra è l’ultimo intralcio in ordine di tempo all’effettiva partenza del progetto stadio. Noi di Io Gioco Pulito abbiamo ritenuto giusto, andare a scoprire la storia dell’ippodromo che è stato per decenni, dagli anni Sessanta agli anni Novanta, un punto di riferimento del trotto italiano e spesso internazionale, in anni in cui le corse dei cavalli erano qualcosa di molto importante in Italia, mi perdoneranno i colleghi romani se l’ho fatto io che romano non sono, ma frequentatore di ippodromi e innamorato dell’ippica da oltre trent’anni sì.

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Fu costruito tra il 1957 e il 1959, parte dei lavori per le Olimpiadi di Roma 1960, a Villa Glori,, dove dal 1908 venivano disputate le corse al trotto nella Capitale, doveva sorgere il villaggio olimpico, e così sì studio per il trotto, allora in grande auge, un impianto nuovo, enorme, uno dei più grandi d’Europa ancor oggi, e venne fatto progettare all’architetto madrileno Julio Lafuente, archistar dell’epoca, che lo disegnò con criteri innovativi, la struttura delle tribune è considerata la più grande paraboloide iperbolica al mondo, e ha un punto di forza nella grande e spettacolare vetrata, anche se gli interventi realizzati negli anni ne hanno compromesso il carattere, con un ampliamento del solaio, tribune e parterre inscatolati, controsoffitti che occultano le “umbrelle”, oltre alla perdita di funzionalità della vetrata posteriore. Era in grado di ospitare fino a 50.000 spettatori. La pista da corsa è lunga 999,508 metri e il fondo pista è così composto, dal basso verso l’alto: uno strato di sabbia di 10 cm, un sottofondo  in breccione di 45 e un manto di tufo compatto di 20 cm, entriamo tanto nei dettagli perché la conservazione del sedime del tracciato è uno dei motivi, insieme all’architettura delle tribune, che hanno portato la Sovraintendenza a richiedere il vincolo sull’impianto.

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Torniamo ora indietro nel tempo e trasferiamoci nella Roma del dicembre 1959, in piena fibrillazione per le imminenti Olimpiadi. A Tor di Valle si lavorava alacremente, per poter inaugurare la struttura entro fine anno. Il “Trotto italiano” del giorno 11 dicembre ’59 così descriveva la situazione:

“A Tor di Valle si correrà il 26 dicembre. Le migliorate condizioni del tempo hanno permesso un più celere andamento dei lavori per cui risulta confermato che da lunedì prossimo saranno agibili la pista d’allenamento ed almeno 300 boxes per ospitare i trottatori.

Naturalmente non si può pretendere che Tor di Valle sia perfettamente a punto: ma è, stando alla conferma degli elementi responsabili, in condizione di funzionare.
E’ pertanto assicurata l’inaugurazione per il 26 dicembre”

Come prova centrale della giornata d’apertura venne creata una corsa ad hoc, il premio Tor di Valle per cavalli di ogni paese di 4 anni e oltre e bel dieci milioni di Lire in palio al traguardo. Ancora il Trotto Italiano” del 15 dicembre ’59 a firma Carlo Biffi ci racconta gli ultimi preparativi e le prime sgambature dei cavalli già arrivati a Roma, quelli dell’allenatore bolognese Mario D’Errico:

“ A questo proposito liete sono le voci raccolte nell’avanguardia che ha potuto sgambare solo sulla pista di esercizio e cioè di un fondo eccellente che ci si augura sia eguale anche nella pista di 1000 metri sulla quale sabato si è cominciato a gettare la sabbia.

Certo la pioggia che da sabato pomeriggio ha ripreso a cadere quasi senza interruzione su Roma e dintorni non è fatta per facilitare il compito delle squadre di operai che lavorano al completamento della pista stessa e anche quelli addetti al settore delle tribune.

Sarà bene precisare subito che Tor di Valle non potrà essere inaugurato con un impianto completamente rifinito il giorno di Santo Stefano ma ad ogni modo è già stato motivo di soddisfazione constatare che ad ogni visita si vedeva qualcosa di più completo lasciando sperare in un inizio soddisfacente se non irresistibile.”

Il maltempo però non dette tregua a Roma nei giorni successivi e in quello previsto per l’inaugurazione, Santo Stefano, la pista era al limite dell’impraticabilità, ma ormai il dado era tratto e si dovette correre. Nel Premio Tor di Valle erano rimasti in cinque: Tornese e Crevalcore, i due grandi rivali del trotto italiano, la cui interminabile sfida vi abbiamo raccontato qualche tempo fa qui su Io Gioco Pulito, lo statunitense Silver Song e altri due ottimi soggetti come Icare IV e Nievo. La pista ridotta a un lago, con pozze ovunque. Al via Crevalcore si era avviato in testa seguito da Tornese, con Icare IV all’esterno che a più riprese tentò di superare Crevalcore che non gli diede mai strada, per sbagliare andatura sulla curva finale, coinvolgendo nell’errore anche Tornese. Sembrava fatta per l’allievo di Vivaldo Baldi, ma il grande Tornese, il “Sauro Volante” rimesso rapidamente al trotto da Sergio Brighenti tornò fortissimo in dirittura per vincere di misura sul palo. Una grande corsa destinata a rimanere nella storia del trotto nonostante i pochi partenti e il pessimo stato della pista, di cui esiste ancora testimonianza filmata.

Dal 1960 Tor di Valle sviluppò un’attività regolare, fu sede del Derby del Trotto e di molte altre grandi corse internazionale, frequentato dai VIP della dolce vita romana insieme a migliaia di persone comuni e appassionate. Furono gli anni d’oro del trotto romano, coi più grandi campioni a quattro zampe in pista e intere generazioni di guidatori che divennero vere star, su tutti Marcello Mazzarini, nell’ambiente noto come l’Ottavo Re di Roma.

Le corse continuarono per oltre cinquant’anni, prima floride e ben frequentate, poi dai primi anni Duemila, con sempre meno denaro, meno  pubblico e grandi campioni, fino al giorno in cui a Orlando in Florida il Presidente della Roma James Pallotta e il proprietario dei terreni Luca Parnasi firmarono un accordo per la costruzione del nuovo stadio della Roma in luogo dell’ippodromo: era il 30 dicembre 2012. Il 30 gennaio 2013 venne disputata l’ultima riunione, effettuata l’ultima corsa e diramato l’ultimo ordine d’arrivo e l’ultimo cavallo uscì dalla pista da corsa in tufo. Calò per sempre  il sipario sul  trotto romano. L’attività riprese qualche tempo dopo ospite non molto gradita dell’ippodromo del galoppo, quello di Capannelle, ma quella che del trotto romano fu l’età dell’oro era ormai finita da tempo.

 

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Paul Allen: storia del Genio tifoso innamorato dello Sport

Alessandro Mazza

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Genio, rivoluzionario, magnate, filantropo. Non bastano le parole, gli aggettivi. Scrivo. Meglio: pigio i tasti del mio PC. Il Personal Computer in ogni casa, la visione, il sogno della Microsoft. E di uno dei suoi fondatori, Paul Gardner Allen, che ci ha lasciato a 65 anni, sconfitto dalle complicazioni legate ad un Linfoma non-Hodgkin, rara forma di cancro che già lo aveva colpito nel 2009 e contro il quale stava combattendo nuovamente, come lui stesso aveva annunciato soltanto pochi giorni fa. Il co-fondatore di Microsoft se ne va nella sua Seattle, la città dello smeraldo e della prestigiosa scuola privata Lakeside, dove giovanissimo conobbe William Henry Gates III, meglio noto come Bill, con il quale fonderà nell’Aprile del 1975 il colosso informatico destinato a cambiare la vita di miliardi di persone. Servirebbero libri, film, documentari. Ci sono stati, ci saranno.

Un uomo diverso, dai molteplici interessi, la sua enorme ricchezza (oltre 20 miliardi di Dollari secondo Forbes) messa a disposizione di svariati progetti. E delle sue passioni. La musica, con la sua band, gli Underthinkers, e il mito di Jimi Hendrix che lo accompagnerà tutta la vita. E lo sport, l’altro grande amore di Paul Allen. Nel Giugno del 1988, Allen acquista i Portland Trail Blazers, storica squadra NBA: 70 milioni di Dollari a Larry Weinberg, uno dei fondatori della franchigia e un “sogno che diventa realtà” per il genio dell’informatica. La squadra è buona, futuribile, la stella del giovane Drexler ha cominciato a brillare e il tocco di Allen (all’epoca il più giovane proprietario nello sport professionistico americano) sembra quello di Re Mida. Dopo una prima stagione interlocutoria, Portland cambia marcia: tre Finali di Conference consecutive, due delle quali vinte. Si perde in Finale NBA, troppo forti i Bad Boys di Detroit nel 1990 e il Michael Jordan del ’92, lanciato nell’Olimpo dal primo titolo conquistato l’anno prima contro i Lakers (che avevano sconfitto proprio i Blazers nelle finali dell’Ovest). Vinceranno, si pensa, questo giovane miliardario troverà il modo di trionfare anche nello sport. E invece non vince. Si ricomincia con le uscite al primo turno dei Playoffs, Drexler chiede e ottiene la cessione, la squadra non ingrana. Alla fine degli anni ’90, uno spiraglio: un gruppo nuovo, giovani promettenti (Wallace, Stoudamire), veterani di spessore (Pippen, Smith), leggende europee (Sabonis, Schrempf). Sembrano pronti, dopo le Finali dell’Ovest perse nel ‘99, nel 2000 si mettono alle corde i soliti Lakers, stavolta in versione Kobe&Shaq. Ma il quarto periodo della decisiva gara7 è un calvario, la rimonta di Los Angeles stronca i sogni di Portland e la finale di Conference va di nuovo ai gialloviola.

Paul Allen spende tantissimi soldi, spesso male. La squadra non migliora, anzi, si riempie di personalità e caratteri discutibili (a qualcuno viene in mente di chiamarli Jail Blazers vista l’attitudine comportamentale di qualche giocatore di riferimento). Fuori dal campo le cose non vanno meglio: la Rose Garden Arena va in bancarotta, per molti Allen pensa di cedere la squadra o addirittura di trasferirla nella sua Seattle, destinata di lì a poco a perdere la franchigia che verrà spostata dai nuovi proprietari ad Oklahoma City. Paul Allen, invece, mantiene il controllo dei Trail Blazers. Non solo, smentisce categoricamente l’idea del trasferimento a Seattle. Dove invece aveva salvato un’altra squadra. Già, perché nel 1996 Paul Allen decide che la NFL deve rimanere a Seattle e acquista i Seahawks da Ken Behring, orientato a trasferirli in California. Col Football, la storia sembra ripetersi: la squadra va bene praticamente da subito, cominciano ad arrivare le vittorie in Regular Season, le qualificazioni ai Playoffs e soprattutto il primo Superbowl, anno 2006. Anche stavolta, però, una sconfitta: sulla strada dei Seahawks, gli Steelers di Roethlisberger, la storia che va ancora una volta da un’altra parte, anche decisioni arbitrali controverse. Ma quando vince Paul Allen? Fidatevi, vince. E lo fa proprio con la squadra della sua città, trionfando nel Superbowl XLVIII in una partita in cui la clamorosa difesa dei Seahawks, la “Legion of Boom”, metterà in ginocchio l’attacco dei Denver Broncos e del leggendario QB Peyton Manning. Paul Allen alza al cielo il Vince Lombardi Trophy, festeggia, si narra che nel party per la vittoria abbia nuovamente imbracciato la chitarra e suonato. Come faceva nelle sue celebri feste sull’Octopus, lo yacht (oddio “yacht”, il palazzo galleggiante di sua proprietà) che ospitava la serata più divertente dell’intera settimana del Festival di Cannes. Chitarra che, a proposito, secondo il leggendario Quincy Jones sapeva suonare proprio come Hendrix.

Paul Allen perderà ancora: un Superbowl in maniera clamorosa, con uno scellerato ultimo possesso che toglierà ai Seahawks il bis del titolo e consegnerà l’anello ai Patriots dei monumenti Brady e Belichick. E perderà ancora con Portland, dove infortuni, scelte sbagliate e avversari oggettivamente troppo superiori hanno tenuto i Blazers lontano dalle Finali e da un titolo (l’unico) che manca dal 1977. Ma questo miliardario tifoso c’è sempre stato, fino alla fine, nella vittoria e nella sconfitta. Persino in qualche trasferta (cosa assai rara per i proprietari statunitensi), seguendo le proprie squadre con una passione probabilmente unica. Domenica per Seattle c’è il turno di riposo, Portland invece comincerà ufficialmente la stagione tra un giorno, tra le mura amiche e proprio contro i soliti Lakers. Sarà l’esordio con Los Angeles di LeBron James, per i Blazers sarà soprattutto la prima gara senza Paul Allen. Il posto vuoto sotto al canestro, il ricordo, certamente le lacrime.

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Storia di Ciprian, l’atleta Special Olympics salvato da Madre Teresa di Calcutta

Olympics Italia

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Il 17 Ottobre 1979 veniva assegnato il Premio Nobel per la Pace a Madre Teresa di Calcutta, una donna divenuta Santa per le sue immense opere di carità verso i più poveri e i più sfortunati al mondo. Tra le tante storie che accompagnano la sua vita, c’è quella di Ciprian. Insieme a Special Olympics vi raccontiamo la sua meravigliosa vicenda.

Madre Teresa di Calcutta è stata proclamata santa da Papa Francesco; tra i suo “miracoli” c’è certamente quello di aver salvato la vita a Ciprian, oggi un Atleta Special Olympics.
La sua rinascita ha inizio quando, a Tirgoviste vicino Bucarest, Madre Teresa di Calcutta varcando la soglia di un orfanotrofio, per casi incurabili, con scarse condizioni igieniche e cibo insufficiente, lo prese in braccio e decise di portarlo via con sé, ancora piccolino. Un incontro che, invertendo un destino già segnato, ha aperto le porte ad una nuova vita fatta di attenzioni, cure ed attività di riabilitazione che gli hanno permesso di sentirsi parte di una famiglia e di avere le giuste condizione per poter vivere pienamente.

La nascita
Ciprian è nato in un piovoso giorno di gennaio, durante gli anni della dittatura di Ceausescu. Per i medici è già un miracolo che sia ancora vivo perché le conseguenze del parto si rivelano drammatiche: le ossa del cranio non si saldano, non permettendo un corretto sviluppo del cervello; il neonato è destinato ad andare incontro a seri problemi durante la crescita. Le gravi malformazioni alla nascita e le conseguenti preoccupazioni portano probabilmente la madre ad abbandonarlo.

L’arrivo in Italia
La sua nuova casa diventa, fino a quando non gli viene permesso di arrivare in Italia, l’Istituto delle Suore Missionarie della Carità a Bucarest. Accolto successivamente a Roma in un Convento delle Suore Missionarie, viene sottoposto, al Policlinico Gemelli, a diverse operazioni chirurgiche che riescono a salvargli parte della vista dell’occhio destro. Madre Teresa, negli anni, non si è mai dimenticata di Ciprian al quale, tornando in Italia nel 1993, fa da madrina di battesimo.

Il Serafico, una nuova famiglia
Nel 1995 per il Tribunale dei Minori di Roma Ciprian può essere adottato; le Suore Missionarie si adoperano per trovargli una famiglia ma le sue difficoltà spaventano così tanto che nessuno porta avanti, fino in fondo, l’intenzione di adottarlo. Ad occuparsi di lui nelle vesti di tutore legale, fino ai 15 anni, è una religiosa delle Suore Missionarie della Carità; successivamente si aprono le porte del Serafico di Assisi, centro di riabilitazione e ricerca per ragazzi con disabilità plurime, nonché team Special Olympics. Ciprian soffre di una encefalocele fronto-nasale a suo tempo corretta chirurgicamente con un residuo visivo e un ritardo mentale medio lieve, ma la riabilitazione, le numerose attività svolte, lo sport e l’affetto hanno fatto un vero e proprio miracolo in termini di crescita.

Lo Sport e Special Olympics
Ciprian è un ragazzo simpatico, vitale, sempre allegro; i volontari raccontano “uno straordinario smontatore di oggetti”, che ama conoscere nei dettagli per avere la certezza che ogni pezzetto, anche il più piccolo, ha un ruolo ed è prezioso. Nella struttura di Assisi diventa attore negli spettacoli del laboratorio teatrale, pittore al laboratorio grafico e un grande sportivo.
Partecipa ai primi Giochi Nazionali Special Olympics, nel 2007 a Lodi, dove conquista le sue prime medaglie, entrambe d’oro nei 100 metri e nel salto in alto; da lì un percorso di crescita continua la strada da fare è ancora lunga ma Ciprian non ha paura, ha già dimostrato a se stesso di avere una gran voglia di continuare a correre.

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Federico Turrini: “Quitters never win”. Mi riprendo il tempo che mi è stato tolto

Angela Failla

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Occhi accesi e il sorriso di chi non si è mai arreso. Lo sguardo è fermo, le mani tracciano piccoli segni nell’aria, con una calma quasi surreale. Ma quando indossa la cuffia e si tuffa in acqua sembra quasi un supereroe. Lui è Federico Turrini, 31 anni, toscano, uno dei grandi protagonisti del panorama di nuoto mondiale e attuale capitano della nazionale italiana. Il primo a stupirsi dei suoi successi è stato proprio lui. Con il suo metro e 93 di altezza e la medaglia di bronzo 400 misti agli europei in vasca lunga, si prepara, insieme ai compagni, a dare del filo da torcere alle squadre avversarie nei prossimi Mondiali. Un percorso, il suo, iniziato da piccolino e da allora un crescendo di successi consacrati dalla fascia di capitano. Ma anche un periodo buio, quello della squalifica per doping a soli vent’anni. Ma Federico non si è mai arreso e come recita il tatuaggio sul suo addome: Quitters never win si riprende le sue rivincite e insieme ad esse il tempo perduto.

Nel 2014 ha vinto la medaglia di bronzo in una competizione europea in vasca lunga. Una bella soddisfazione, non è vero?

Le medaglie di bronzo che ho vinto ai campionati europei in vasca lunga sono state sicuramente le emozioni più grandi perché arrivare all’appuntamento estivo, che poi è quello che conclude il ciclo di lavoro che hai fatto durante l’anno, e ottenere quello che avevo prefissato come obiettivo massimo, mi ha riempito di gioia e mi ha anche dato la forza di continuare a lavorare per gli anni successivi.

Nel 2007 durante un controllo antidoping l’hanno trovata “non negativo” e squalificato per due anni. Cosa ha provato?

E’ stato uno dei momenti più difficili della mia vita, anche perché si è trattato più che altro di una ingenuità compiuta ad appena 20 anni. Ho usato un collirio che non pensavo potesse contenere sostanze dopanti. Con me sono stati molto severi perché sono stato costretto ad una squalifica di due anni mentre in casi analoghi le squalifiche sono state diverse. Però, senza voler fare polemica su un capitolo ormai chiuso e ampiamente superato grazie ad altre soddisfazioni che mi ha dato lo sport, devo dire che è stato davvero difficile stare fermo per così tanto tempo senza poter gareggiare. Portare avanti allenamenti senza avere mai una verifica e senza lo stimolo della gara non è facile. Ho avuto una grande forza di volontà. Non nascondo che lì per lì ho anche pensato di smettere di nuotare e fare altro visto che comunque sono sempre andato bene a scuola. Ricordo perfettamente quell’estate: c’erano le Olimpiadi di Pechino, alle quali, ironia della sorte, mi ero pure qualificato. All’inizio non riuscivo nemmeno a vedere le gare. I miei compagni di nazionale mi scrivevano messaggi da laggiù e mi facevano ancora sentire parte di loro. E così qualcosa in me è cambiata. Mi è tornata la voglia di mettermi in gioco. E ho ricominciato ad allenarmi.

E cosa è successo dopo?

Sono stato 14 mesi senza poter competere, allenandomi però tutti i giorni. Quando sono rientrato, mi sono ripreso le mie soddisfazioni. Adesso posso dire di aver una carriera lunga anche perché ho già 31 anni e ancora nuoto. Spero di poterlo fare ancora per un po’ di tempo. Magari se non avessi avuto questo stop, mi piace pensare che la mia carriera si sarebbe conclusa prima. Invece le ho dato più longevità perché mi voglio riprendere il tempo che mi è stato tolto.

Cosa significa essere capitano della nazionale italiana di nuoto?

Essere capitano della nazionale italiana di nuoto è davvero una bellissima soddisfazione, senza dubbio.  Questa qualifica era per me una cosa impensabile! Il capitano viene votato dalla squadra e quindi significa che anche all’interno della squadra la mia figura è riconosciuta e può trasmettere qualcosa ai più giovani. I miei compagni di squadra mi hanno dato fiducia e spero di portare avanti questa carica il più a lungo possibile perché è davvero un bel ruolo. E poi succedere a una figura come quella di Filippo Magnini, che ha fatto la storia del nuoto italiano, è un onore e onere.

Le ha dato qualche suggerimento Filippo Magnini?

Mi sono sentito con Filippo Magnini la sera in cui è uscita la notizia della mia elezione come suo successore e, oltre a complimentarsi, mi ha detto che ero la persona adatta a prendere il suo posto. E questo mi ha riempito di gioia e orgoglio. Mi ha anche dato un po’ di consigli su come interfacciarmi con l’ambiente e su come fare il mediatore tra gli atleti e lo staff.  Ho cercato di fare tesoro dei suoi consigli.

E’ fidanzato con la nuotatrice Chiara Masini Luccetti, che abbiamo intervistato, un po’ come è stato tra Federica Pellegrini e Filippo Magnini, sono tante le coppie di atleti che condividono storie d’amore e allenamenti, non trova?

Il nuoto è uno sport dove maschi e femmine fanno le stesse identiche cose, non c’è divisione come invece può esserci in altri sport. Nuotatori maschili e femminili fanno esattamente gli stessi allenamenti, passano le stesse ore di palestra e quindi è facile che si creino dei legami. Con una persona al di fuori del nostro ambiente non credo sarebbe così facile. Ci assentiamo per grandi periodi e siamo costretti anche a parecchie rinunce soprattutto nel periodo di gara, di conseguenza stare con una persona che condivide le tue stesse passioni e stile di vita è più facile. Una persona che conduce una vita diversa dovrebbe comunque, in qualche modo, adattarsi o sacrificarsi.

Galeotta è stata la piscina, possiamo dirlo?

Hai perfettamente ragione. Io e Chiara ci siamo conosciuti durante un collegiale in Sudafrica perché lei si era aggregata alla nostra squadra per fare un periodo di allenamento insieme a noi e da lì tra una cosa e un’altra è iniziata la nostra storia d’amore. Adesso sono 5 anni che stiamo insieme.

Un aggettivo per definire la sua fidanzata?

Chiara è estremamente talentuosa e anche abbastanza testarda. Per questo mi piace da impazzire.

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