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Calcio

Tommaso Labate: “Serie A a 18 squadre? Non risolve il problema. Globalizzazione nel calcio? Atipica e condivisibile. Sudditanza? Insita nell’uomo”

Federico Rana

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Abbiamo intervistato Tommaso Labate, giornalista del Corriere della Sera e conduttore televisivo. Con lui abbiamo parlato della Serie A e della globalizzazione nel calcio, della Inter, sua squadra del cuore e della Calabria, terra natìa.

Ciao Tommaso, secondo te, esiste nel calcio una sorta di sudditanza psicologica degli arbitri, che in alcuni tendono a fischiare più facilmente per una squadra blasonata che per una piccola? In Italia come all’estero…

Mettiamola così, da che mondo e mondo, la psiche degli uomini li porta ad essere molto più accondiscendenti con i più forti che con i più deboli, è una cosa che fa parte dell’uomo. Non voglio parlare di sudditanza psicologica, soprattutto per non riaprire delle vecchie ferite passate. Però penso che in un campionato, nella fattispecie quello italiano, dove la seconda, la terza e la quarta in classifica si lamentano sistematicamente, a ragione o a torto, di quello che accade intorno alla prima, non fa bene neanche ai tifosi della prima. Diciamo che c’è bisogno di progresso. Tra l’altro il progresso tecnologico, e anche umano, che è stato apportato in porta, gol- non gol, ecc. fino ad adesso non ha portato grandi benefici, o quantomeno non così evidenti. Il mio timore è che perfino l’ingresso della moviola in campo non risolverà tutte le polemiche, per cui abbiamo bisogno di maggiore serenità e di maggiore ‘attenzione’, chiamiamola così.

Entriamo nel vivo del calcio nostrano. La serie A di quest’anno, oltre ad alcune sorprese, sta soprattutto facendo riflettere per il livello lasciato vedere in fondo alla classifica. Può essere una buona mossa quella, a tratti vociferata, di una riduzione delle squadre da 20 a 18?

Io non penso possa portare grandi differenze, anche perché, potrei sbagliarmi, ci sono stati campionati a 16 squadre, ed i primi a 18, che avevano una condannata con larghissimo anticipo rispetto alla fine dell’anno. Certo, il fatto che tu abbia 20 squadre ti porta ad avere dei blocchi che sembrano fondati. Si compete per non retrocedere da una parte, dall’altra si compete per andare in Europa League. In mezzo c’è tutta una fascia di squadre che competono per posizioni alla fin fine inutili, salvo i rimborsi della Lega. Secondo me a cosa che andrebbe fatta è una ripartizione molto più a favore delle piccole della torta dei diritti televisivi, perché con le società grandi, penso per esempio all’Inter, che si mettono nelle mani di imprenditori molto forti, il divario rischia ancora di aumentare. Perché è ovvio che il divario tra Moratti e il presidente dell’Empoli è già elevato e già lo conosciamo. Ma il divario tra Suning e Corsi è ancora più elevato. Quindi, prima che tutto finisca per incrementare ancora il gap, occorre una ripartizione dei diritti televisivi che favorisca ancora di più le piccole, perché è quello il punto in cui si riequilibra il campionato, è il punto in cui si dà alle squadre più piccole l’opportunità di competere meglio. Non è con l’aritmetica delle 18, delle 20 e delle 16 squadre, secondo me, che si risolve il problema di un campionato deciso per sua parte. Io poi, essendo un tradizionalista, come tutti quelli che erano già tifosi da bambini dei miei tempi, mi sento assolutamente contrario all’introduzione di schemi come playoff o playout. Per me campionati maggiormente competitivi, senza sentenze già scritte a metà dell’anno, si ottengono soltanto con la ripartizione dei diritti televisivi, soprattutto se questa porta a favorire le piccole rispetto alla grandi. Ovvio, che ci siano gare con poco appeal per gli spettatori e poche motivazioni da parte dei giocatori, è già successo, anche nei campionati a 16 squadre. Lo schema che ti ho esposto potrebbe evitare che, per farti un esempio con il campionato attuale, il Palermo, il Pescara e il Crotone siano già condannate alla serie B, perché se si evita questo, se ci sono squadre che lottano per non retrocedere, forse, non so, un Chievo – Empoli, con magari entrambe le squadre risucchiate nella zona calda, sarebbe molto più interessante.

Un campionato che sembra segnato nelle retrovie, così come in testa alla classifica. La Juve è davvero così forte ed imbattibile?

Al momento si, perché la cosa più forte che ha è una tenuta societaria e in campo che in Italia non ha eguali. Guardate la Roma per esempio, che è tornata ad offrire prestazioni ottime, ciniche, però veniva da serie di sconfitte. La Juve invece cade in un incidente pochissime volte. Questo lo si deve alla solidità di una società e di un gruppo a cui le altre concorrenti non possono ambire. Le altre non hanno chance al momento. Se si ragiona con i se e con i ma sai bene che non si va da nessuna parte. Se l’Inter si fosse affidata a Pioli da inizio stagione, per fare un esempio, forse già ci sarebbe stata una contendete più pericolosa per la Juve. Ovviamente questo non lo avremmo saputo e non lo sapremo mai. Però al momento un allenatore confermato, che ha confermato un gruppo di ottimi giocatori, che è stato addirittura potenziato, quindi un’organizzazione societaria, tecnica a tutti i livelli più solida delle altre. Guarda quello che succede a Roma. A Roma basta da un granello di sabbia per danneggiare l’intero ingranaggio, cose che alla Juve non succedono. Io provo ad immaginare se fosse successo a Roma, o anche a Napoli, il caso Allegri – Bonucci, con l’allenatore che reagisce agli insulti del calciatore, non mandandolo addirittura in campo, e parliamo di un big mondiale della difesa, in una partita decisiva come quella dell’andata degli ottavi di finale contro il Porto, avremmo avuto i processi per strada, lì invece la cosa è stata ammortizzata con un dibattito interno abbastanza feroce, ma ottenendo comunque una importante vittoria in quella circostanza, per poi vedere ricomposto il tutto nelle partite seguenti. Altrove quel caso là sarebbe stato semidistruttivo, alla Juve non lo è stato. Il caso De Laurentiis – Sarri dopo l’uscita del Napoli agli ottavi di Champions secondo me alla Juve non sarebbe successo. L’organizzazione della società, la distribuzione dei ruoli, il chi fa chi senza sbattere i piedi agli altri è fondamentale. La Roma, per esempio, oltre ad un ambiente appassionato, certe volte anche troppo, paga questo snodo tra la proprietà americana e i manager italiani come era, prima appunto di andarsene, Walter Sabatini, per cui si ritrovava sempre come nei film di parecchi anni fa in cui non si sapeva se rivolgersi allo sceriffo o all’FBI.

Focalizziamoci sulla tua squadra del cuore, l’Inter. Pensi che, dopo la partenza ad handicap sotto la guida di De Boer, il terzo posto sia ancora alla portata dei nerazzurri?

Guarda, io più che alla portata, visti i valori in campo, mi appello all’aritmetica. Lo è alla portata, perché se a 2 battute di arresto della squadra che ti precede ti uniscono 2 vittore consecutive che ti portano bottino pieno, riesci a ridurre il gap. Il punto è che gli scontri diretti ormai scarseggiano, e quelli passati sono stati negativi. Escludendo arrivi a pari punti, che ci penalizzerebbero, non è facile, perché non è nelle mani dell’Iter questa ipotesi. Ci sono state battute d’arresto, come il 2-2 in casa del Torino, che ci può stare, perché comunque, a parte la classifica, ha un organico secondo me superiore a molte che le stanno davanti, ma anche se avesse vinto le cose non sarebbero cambiate di molto. Senza contare che Roma e Napoli non mollano un colpo. Resterebbe da fare la riflessione, che però non spetta a me, se a quel punto valga davvero la pena farsi un altro anno di Europa League, una competizione in cui comunque il meglio di noi non abbiamo mai dato, e da cui abbiamo preso soltanto il peggio, ovvero giocatori ancora più stanchi per il campionato. Anche se, vedendo l’Inter attuale, sarebbe stato bello essere lì a giocarsela, questo senza alcun tipo di dubbio. E dico lo stesso, con grande rammarico, anche della Coppa Italia. Ricordiamoci che il rilancio dell’Inter sulla scena mondiale partì proprio dalla vittoria di una coppa Italia, che interruppe un digiuno che durava da anni e anni, e da lì poi in breve tempo la squadra tornò a vincere scudetti, e riuscì a conquistare la coppa dei Campioni nel giro di pochi anni. Però è difficile che succeda un altro caso simile al Nottingham Forrest, l’unica squadra se non mi sbaglio che ha più coppe dei Campioni che scudetti. Solitamente la rinascita di un club, blasonato come nel caso dell’Inter, riparte da un anno in cui magari riesce a portare a casa Europa League o coppa Italia, che portano entusiasmo per la stagione successiva.

In ogni caso, la seconda parte di stagione sotto la gestione Pioli ha lasciato intravedere gioco e personalità da anni persi sulla sponda nerazzurra della Madonnina. Merito ovviamente anche della gestione societaria. Come valuta l’organizzazione del gruppo Suning? E in generale, come vede lo sbarco degli imprenditori stranieri nel calcio italiano?

Guarda, io innanzitutto farei una grande differenza tra i cinesi dell’Inter e quelli del Milan, che non si sono ancora visti, non hanno una loro conformazione designata. Tra l’altro, tutti i personaggi più o meno noti che erano stati tirati in causa hanno smentito il loro ingresso in cordata, per cui parliamo di persone che non conosciamo. Al contrario, quelli dell’Inter rappresentano un gruppo solido. Ci sono molti modi per riuscire ad avere la meglio. Il gruppo che ha preso in mano l’Inter ha scelto come primo allenatore Pioli, perché sappiamo che De Boer è stato scelto dalla vecchia dirigenza. Ha capito che il modello da cui partire è quello nostrano, un usato italiano, che conosce il campionato. Quindi, se la cordata straniera parte da presupposti di leggere bene le esigenze, si può far bene, si può vincere, si possono aprire cicli. Se invece la cordata straniera ragiona su logiche esclusivamente di business o di fantacalcio, mi riferisco per creare operazioni per esempio, anche se qui non si parla di spagnoli, del Real Madrid dei Galacticos, in cui ti crei la squadra di fantacalcio e la butti in campo, creerai forse più entusiasmo nella prima parte di stagione, ma nella seconda rischi comunque di mandare in malora anche il progetto. Per cui, chi investe in un paese straniero deve partire da quelli che sono i meccanismi di quel paese. Importare modelli dall’estero, impiantandoli sul territorio, si rischia di fare la fine di quelli che volevano impiantare la democrazia dagli USA, e poi abbiamo visto come è andato a finire. Il calcio è una faccenda di uomini. Gli uomini, perfino i più grandi, possono sbagliare. Neymar, Messi e Suarez si pensava a tutto il peggio possibile, che non sarebbero riusciti a giocare insieme. Però quei 3 hanno dimostrato che non è nell’esaltazione del singolo che costruiscono il loro successo, ma è su quanto ciascuno è disposto a cedere un pezzo di se stessi agli altri che il Barcelona va avanti. A me è venuto in mente durante Barcelona -Valencia. In occasione di una punizione dal vertice sinistro dell’area che sembrava fatta apposta per uno tra Neymar e Messi, che erano entrambi sul pallone. Alla fine ha tirato Suarez, senza il minimo battibecco. Guardiamo quanti casi ci sono stati in Italia, mi viene in mente anche la storia dei rigori nel Torino. 3 campioni come Neymar, Suarez e Messi questi problemi non li vivono nemmeno.

Una tendenza, dettata anche dalla tanto proclamata globalizzazione. Che ha portato a programmare il derby di Milano sabato alle 12:30…

Io la penso all’esatto contrario di Sarri. A me vedere la mia squadra giocare alle 12:30 piace parecchio. Orario bello, è domenica mattina, ti sei svegliato, hai letto il giornale, sei uscito a fare un giro, e alle 12:30 ti piazzi a vedere la partita dell’Inter. Dopo di che, se hai il tempo materiale, per rinfrancarti da eventuali sconfitte, oppure goderti le vittorie, in ogni caso lo fai rilassato su una mega diretta gol delle altre. Quindi, opinione mia personale, se devo scegliere se godermi l’Inter alle 12:30 o nell’anticipo serale, io scelgo sempre le 12:30, proprio per mia caratteristica personale. Poi ovviamente, questa decisione è stata presa per permettere la visione del derby anche in Cina, ed è una mossa che io condivido. Se io posso fare una festa a cui i miei amici vengono lo stesso, e riescono a portare altra gente, perché non farla in un orario in cui ci possono essere più persone, senza che nessuno dei miei amici si perda? Vuoi una partita con 100 milioni di spettatori o ne vuoi una con 600 milioni di spettatori? Se nessuno ci resta male dei nostri, ma perché privarci di avere un pubblico più grande? E poi ti aggiungo una cosa: chi usa il tema della globalizzazione, del tema del calcio globalizzato, forse in questo caso ne abusa. Perché la globalizzazione, così come l’abbiamo conosciuta nei mercati economico-finanziari, porta la concentrazione dei grandi capitali dove il costo del lavoro è più basso, mentre in questo campo li porta da noi, dove il livello è più alto. Quindi se la globalizzazione quella classica ha favorito un paese come la Cina, che la sta difendendo a spada tratta contro gli Stati Uniti, assistendo a cose fino a qualche anno fa folli, come il presidente della Cina che difende la globalizzazione contro il presidente americano. Nel calcio invece il caso è l’opposto: c’è la concentrazione delle risorse là dove il livello è più alto, per esempio nel campionato italiano. Applicare il teorema della globalizzazione economica al calcio avrebbe prodotto effetti opposti a quelli a cui stiamo assistendo, cioè avremmo imprenditori italiani top investire in squadre cinesi, e questo non è successo. È una globalizzazione atipica questa qui. Non sarebbe dovuto essere Suning a comprare una squadra italiana, ma per esempio Moratti avrebbe dovuto comprare una squadra cinese, perché lo stipendio di un calciatore cinese è inferiore rispetto a quello che ti chiede Icardi, però non è così. Quando ci sono i sogni di mezzo, c’è il talento più che il costo di lavoro bassi. Anche il cinema è un business, anche l’arte. Però attenzione, quando si incrociano sogni e business, la qualità deve puntare al rialzo. Se il cinema è un business, non è che tu fai meno film con Robert De Niro, ne fai di più, perché comunque la gente vuole sognare con Robert De Niro, non con Mario Rossi. Lo stesso dovrebbe succedere nel calcio.

Un punto sulla Champions: cosa ne pensi dei sorteggi? La Juve ha le armi per giocarsela alla pari con il Barça? Una tua favorita per la vittoria della Champions?

Non so se la Juve ha o meno grandi possibilità di giocarsela con il Barcelona. Dico che i valori sono sotto gli occhi di tutti, e che la mia opinione personale, che ho ribadito più volte, è: in Italia tifo per le italiana, in Europa per le europee. E mettiamola così, per me la favorita per la Champions è quella che passa tra Juve e Barcelona.

In onore delle tue origini, e della tua infanzia passata a Marina di Gioiosa Ionica, non possiamo evitare una domanda sul calcio della tua terra, la Calabria. Il Crotone ad un passo dalla B, il Cosenza in zona Playoff in Lega Pro, nello stesso girone C in cui la Reggina rischia la retrocessione. La tua valutazione del calcio in una regione difficile da gestire a livello politico e amministrativo.

Guarda, alcune delle più buie pagine politiche della Calabria, anche dal punto di vista della criminalità, hanno coinciso con dei grandi boom delle squadre calabresi, per cui diciamo che la simmetria tra i due temi non è perfetta. Dico solo che il calcio spesso e volentieri incide. Io mi ricordo quando ero bambino, nell’anno in cui l’Inter vinse lo scudetto, 1988- 89, arrivarono al quarto posto in serie B, alla pari, 3 squadre: Cosenza, Reggina e la Cremonese. La classifica avulsa fece fuori il Cosenza, poi ci fu lo spareggio tra le altre 2, e ai rigori vinse la Cremonese, nella famosa partita dell’Adriatico di Pescara. Per cui qualche esperienza di alto livello le squadre calabresi l’hanno vissuta. Molto spesso si nutre di cicli. Ricordo quando in Calabria si celebravano il gloriosi anni del Catanzaro in serie A, e poi ci si siamo trovati quasi inaspettatamente in serie A una Reggina che in campo ci aveva Pirlo e Baronio, tanto per dirne una. La stessa cosa si può dire per la pallacanestro. Manu Ginobili, grandissima stella del basket americano, io l’ho visto giocare al palazzetto quando giocava in serie A. Kobe Bryant ha fatto le elementari a Reggio Calabria, dove il padre giocava. Ci sono molto spesso delle coincidenze, anche perché la regione non è un ente territoriale valido per lo sport, lì sono da prendere in considerazione le città e le province, quindi tu ti puoi trovare, come è successo alla Sicilia, con diverse squadre nelle categorie superiori, penso a Palermo, Catania, Messina, e poi disperderle nel giro di pochi anni. La ricetta giusta ce l’ha sempre l’Atalanta, perché se si riesce a mantenere quasi sempre nella massima serie negli ultimi 20 anni lo deve ai grandissimi investimenti che fa nel territorio per il settore giovanile. Questa è la vera benzina delle squadre che non possono permettersi grandi campioni e grandi nomi. Il mitico centro di Zingonia catalizza sempre i migliori giovani del territorio, non si va a prendere gente che viene da altrove. Puntare sul settore giovanile, anche penalizzando gli acquisti sulla prima squadra, nel giro di qualche anno ti può portare ad avere un grandissimo serbatoio di giocatori: a) che fai giocare, fai esordire, fai allenare ecc. b) che puoi vendere. Per le squadre di provincia il modello a mio parere rimane l’Atalanta. Investire sul settore giovanile alla lunga ripaga. Ovviamente devi avere dei tifosi che lo capiscano, che non ti chiedano tutto e subito.

Calcio

Quelli che sono stati anche figli di Beppe Viola

Ettore zanca

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Il 17 Ottobre 1982 ci salutava quel genio giornalistico, ma non solo, di Beppe Viola. Un uomo unico nel suo genere che è rimasto nella memoria di tutti. Per ricordarlo vi riproponiamo l’intervista alla figlia Marina, che ha scritto un libro a lui dedicato, facendoci scoprire quel Beppe che solo una figlia può conoscere.

Marina Viola ha un cognome importante, almeno lo è per chiunque si avvicini a lei dall’esterno. Perchè lei è figlia di una icona del giornalismo sportivo e non solo. Un uomo poliedrico e geniale, un punto di riferimento per chi parla e scrive di sport ancora adesso. Autore anche di una canzone indimenticabile, E la vita, la vita, cantata da Cochi e Renato e da Enzo Jannacci. Ma anche dei dialoghi di “romanzo popolare”, film con Ugo Tognazzi, Michele Placido e Ornella Muti. Marina ha scritto un libro in cui invece mostra l’animo intimo di quest’uomo, parliamo di Beppe Viola, il signor “Quelli che”. Parliamo insieme a Marina di questo manoscritto, del suo percorso. Mio padre è stato anche Beppe viola, il titolo.

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Il libro su tuo papà dà l’impressione di un buon vino in decantazione, è stato un percorso di consapevolezza graduale, un rimettere a posto le tessere di un mosaico. Quando scrivevi di lui, che spirito avevi? Le parole venivano fluide o è stato un percorso ad ostacoli?

Stava crescendo in me il terrore di dimenticarmi alcuni dettagli della mia vita con lui. Quando è morto avevo solo 15 anni, e già molte cose si stavano offuscando. Questo desiderio di mettere nero su bianco i miei ricordi e in qualche modo cementarli da qualche parte è stato il motivo che mi ha spinto a scrivere di lui. Spesso quindi scrivevo esattamente quello che la mia mente ricordava in certe occasioni: quando andavamo con lui alla RAI, o quando eravamo in vacanza insieme, o quando sono andata con lui a intervistare Umberto Tozzi o a fare una pubblicità per l’olio IP. In quei casi è stato abbastanza facile scrivere, perché era un po’ come raccontare un film. Poi ci sono stati alcuni passaggi difficili, per esempio quando mi sono sentita in dovere di analizzare, in un certo senso, questa figura emblematica che era mio padre, nascosto nell’ombra della sua popolarità. L’ostacolo più difficile da superare è stato raccontare alcuni episodi pertinenti al rapporto fra i miei genitori, che finora non erano mai stati discussi né all’interno della nostra famiglia e men che meno pubblicamente. Sapevo di far soffrire mia mamma e le mie sorelle, ma ho deciso comunque di parlarne, perché altrimenti non sarebbe stato un racconto onesto. Ma mi è costata moltissima fatica, devo ammetterlo.

Emerge un padre di grande cuore, dai molti gesti per dimostrarlo, una sorta di sanbernardo emotivo, dannoso, ma mai pernicioso, irruento, di cuore. Tanto da lasciare una traccia forte in molte persone, che anche dopo la sua scomparsa vi sono venute a dare prova del loro affetto. Sembra che tua mamma con la sua pazienza fosse l’ideale contraltare, come è stato il loro amore, che impressioni ti ha lasciato e che patrimonio?

A parte appunto un periodo difficile nella loro relazione, mia madre e mio padre si amavano moltissimo. Sono cresciuti insieme, e si conoscevano intimamente come poche altre persone. Il loro rapporto (da quel che mi posso ricordare) era basato su un profondo rispetto e era estremamente bilanciato: mio madre sapeva che non avrebbe mai potuto chiedere a suo marito di non volare via e fare il marito e il papà tradizionale. Non avrebbe funzionato. E mio padre sapeva che mia madre sarebbe stata una compagna perfetta con cui condividere una famiglia, ma non solo: per mio padre mia madre è stato forse l’unico punto fisso della sua vita: una persona estremamente intelligente e sensibile con cui confidarsi e a cui tornare, sempre e comunque. C’è anche da dire che erano altri tempi, e che allora i papà non si prendevano le responsabilità che si prendono adesso. Poi, fortunatamente per la moglie ma anche per i figli, la figura del papà è diventata più prominente nelle famiglie.

Da tutto il libro sembra emergere un dato interessante, più che le parole, nella vostra famiglia hanno contato i gesti. Si dimostrava il proprio amore con quelli. Molto bella ad esempio, la scena dell’orologio, tua mamma si tiene un ricordo di tuo papà molto significativo, senza dire una parola. è giusta questa impressione?

Mah, non saprei. Quando muore qualcuno così improvvisamente, quello che rimane sono le sue cose, che assumono d’un tratto un’importanza enorme, per esempio, appunto, l’orologio. Ci sono alcune cose che mi ricordano moltissimo mio padre, per esempio la sua scrivania, in sala. Quando vado a Milano mi piace sedermi su quella sua sedia e osservare il mondo da lì. Ma credo che tutto questo sia abbastanza normale per chi, come me non ha che alcuni ricordi. Un papà, specialmente per una figlia femmina, è una figura essenziale, e cerco spesso di rivivere alcune sensazioni, inventandomele, ovviamente.

Che cosa ti ha trasmesso sapere che alcune pietre miliari della canzone ironica italiana, del giornalismo, dei film, vengono da tuo papà, come hai vissuto questo suo continuare nelle cose che ha fatto?

Mah, mio padre non ci ha mai coinvolto nel suo lavoro, in parte perché eravamo piccole e in parte perché non gliene fregava assolutamente nulla di far sapere a noi o a nessuno i contributi che dava a amici e colleghi. Certamente è bello ritrovare il suo lavoro e le sue parole in alcune canzoni, o alcuni dialoghi nei film a cui ha partecipato ascrivere la sceneggiatura. Noi non eravamo interessate al fatto che mio padre fosse giornalista o men che meno famoso, anche perché per noi era solo il nostro papà.

Hai avuto nella tua vita alcuni momenti non facili, per cui hai combattuto, che cosa diresti di te, in questo momento? Come ti vedi nei tuoi traguardi e nelle tue lotte da fare?

Come tutti, anche io ho avuto la mia bella dose di momenti non facili, per esempio un figlio severamente autistico e con la sindrome di Down, che è sì il mio fiore all’occhiello, ma anche abbastanza difficile da gestire. Fortunatamente ho un marito molto bravo che supporta e sopporta ogni mio momento difficile e mi aiuta a superarlo. Non solo, ho il supporto di mia mamma e delle mie sorelle che anche se lontane sento vicinissime. Non vedo la vita o le sue difficoltà come una lotta da superare, ma piuttosto come delle opportunità di crescita e di esplorazione. Solo così, credo, si può raggiungere un certo strano tipo di cosa che qualcuno insiste a chiamare felicità.

Vi invito a porre una piccola attenzione in più a questa ultima frase, che credo contenga un buon modo di vedere la vita, anche quando sembra tutto prossimo al crepaccio del nulla.

Quelli che la vita la vivono esistendo, a volte fin troppo brevemente, come Beppe Viola, perchè la vita l’e bela.

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Calcio

Jules Rimet, il visionario padre dei Mondiali che ha cambiato il ‘900

Leonardo Ciccarelli

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Il 16 ottobre 1956 moriva Jules Rimet, il padre dei Mondiali di Calcio. Ripercorriamo la sua vita che attraversa tutti i momenti cruciali della storia moderna. Un uomo di sport, oltre lo sport.

Al civico 45 in Avenue Marx-Dormoy, in Bagneaux, provincia di Parigi, c’è un meraviglioso cimitero extra muros in cui sono sepolti alcuni importanti francesi, da Claude Berri a Frida Boccara, da Jules Laforgue a Charles Denner, c’è anche la salma di un visionario che ha cambiato per sempre la storia dello sport più radicato del pianeta, il calcio. Parliamo di Jules Rimet.

Nato nel 1873 e cresciuto nel bel mezzo del niente nelle colline della Francia di fine ‘800, si trasferisce a ridosso del nuovo secolo a Parigi insieme alla famiglia per sfuggire alla fame e alla povertà. Nella capitale ad 11 anni lavora nella drogheria di suo padre, ed in questa splendida città scopre il calcio giocato dai ragazzi nelle strade e si convince dei benefici dello sport nell’educazione fisica e morale dei giovani, che porta benessere e amicizia tra le persone. Diventa uno studente coscienzioso fino a diventare un avvocato.

Contemporaneamente si impegna nello sport e fonda col fratello nel 1897 i Red Star, una delle società più antiche della Francia, attualmente in Ligue 2, la Serie B francese, e l’anno dopo fonda anche un giornale cristiano, repubblicano e democratico, La Revue, che si fonde nel gennaio del 1899 con Le Sillon di Marc Sangnier, una rivista per la quale numerosi cristiani divennero ostili alla monarchia.

La politica è centrale nella vita di Jules Rimet che fin da giovane si avvicina alla Democrazia Cristiana transalpina, restando però con ideali vicini alla sinistra, chiedendo una collaborazione forte e reale tra la chiesa ed il popolo e pretendendo un riformismo che avvicini le classi sociali, smussando i conflitti sociali.

Vede nel calcio il mezzo per smussare i suddetti conflitti, vede lo sport e proprio il football in particolare, un veicolo serio e concreto di emancipazione per i meno fortunati e crede fermamente nello sport come un fattore reale di avvicinamento tra i popoli.

Rimet è un contemporaneo di Pierre de Coubertin, l’inventore delle Olimpiadi moderne e all’indomani della fine della Prima Guerra Mondiale la voglia di non spargere più sangue e risolvere i propri dissensi nello sport è davvero forte, prende forma in questo clima l’idea di un Campionato del Mondo di Calcio, un clima fortemente politicizzato proprio dal suo fondatore che usa questa idea per scalare i vertici della Fifa che approva questo nuovo torneo.

Il primo organizzatore è l’Uruguay che negli anni ’20 e ’30 è un felice Paese del Sudamerica e che nel calcio sta dominando nell’unico torneo mondiale fino ad allora esistente, il torneo olimpico, che la nazionale vince sia nel ’24 sia nel ’28. Sono i più forti del mondo, ed infatti vincono la prima edizione del torneo iridato, organizzato da loro che festeggiano quell’anno proprio il centenario dell’indipendenza. Il 31 luglio oggi è festa nazionale in Uruguay, per ricordare quel glorioso giorno.

E’ stato un successo, Jules Rimet diventa uno degli uomini più potenti del mondo, le nazioni guardano con coraggio questo sport inventato dagli inglesi e i capi di governo si ingolosiscono. Tra questi, Mussolini ottiene l’organizzazione dela Coppa del Mondo del ’34, vinta dalla stessa Italia che sulla bandiera ha il fascio littorio, impresa ripetuta 4 anni dopo nell’edizione francese della competizione iridata.

La Coppa del Mondo del ’38 è il manifesto di quello che sarebbe successo l’anno successivo: la Germania schiera 5 austriaci, poco dopo l’annessione dell’Austria al Terzo Reich, ed esclude ogni atleta di origine ebraica dalla competizione.

Dopo la Guerra le cose cambiano. Si riuniscono i comitati a Lussemburgo e stilano alcune regole ancora oggi in vigore, come quella di dedicare la coppa al suo ideatore e soprattutto di donare il trofeo alle nazioni in grado di vincerlo per 3 volte. La prima a riuscirci è stata la nazionale brasiliana, poi ha seguito l’Italia nel 1982, infine la Germania, nel ’90.

Rimet lascia la presidenza Fifa ad 84 anni, due anni dopo sarebbe morto in solitudine, con un ideale ben chiaro a lui, ben poco a chi i campionati li avrebbe organizzati come ha dimostrato l Italia e come dimostreranno il Cile di Pinochet, l’Argentina di Videla.

La sua idea di calcio romantico, che unisce i popoli sotto un unico dominatore, è parzialmente riuscita e forse l’esempio migliore è stata la sua nazionale, che nel ’98 lo omaggia con una piazza nei pressi del Parco dei Principi e con una scritta sulla fiancata del pullman: “Liberté, Égalité, Jules Rimet”. Una nazionale fatta da francesi, algerini, baschi, sudamericani, africani, tutti uniti sotto un’unica bandiera, quella francese, tutti uniti per un bene ideale, quello del Calcio.

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Calcio

65 anni del Divino: Falcao, l’addio, la politica e il Papa

Matteo Luciani

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Compie oggi 65 anni Paulo Roberto Falcao, l’ottavo Re di Roma, rimasto nella memoria dei tifosi giallorossi per aver portato il tricolore a Roma. Ma ci fu un momento in cui il brasiliano fu ad un passo dall’Inter. Vi raccontiamo questa storia di calciomercato sfumata per un soffio.

Giugno 1983. La capitale d’Italia è in tripudio dopo che la sua parte giallorossa ha appena conquistato il secondo tricolore della propria storia. Merito di un gruppo di uomini e calciatori eccezionali guidati sapientemente dal ‘Barone’ Nils Liedholm.

Neppure il tempo di gustarsi il sapore della vittoria, però, che nei pressi di Trigoria scoppia la bomba: il ‘Divino’ Paulo Roberto Falcao, uno dei simboli del successo ottenuto soltanto poche settimane prima sul campo, vuole andare via ed ha trovato l’accordo con l’Inter per trasferirsi all’ombra della Madunina.

I tifosi della lupa sono sconvolti. Proprio lui, l’uomo che, arrivato a Roma soltanto tre anni prima (quando i giallorossi erano in possesso di una squadra ancora non eccellente), dichiarò subito senza dubbi “entro pochi anni vinceremo lo Scudetto”, cambiando il modo di pensare e rapportarsi alla realtà calcistica di supporter tutt’altro che abituati a trionfi e coppe, decide di abbandonare la nave ora che questa si appresta a salpare pure in Europa per dare l’assalto alla Coppa dei Campioni.

A gettare benzina sul fuoco, in quei giorni caldissimi, arrivano le dichiarazioni dello stesso Falcao, che da Porto Alegre, dove si trova in vacanza, parla già da ex giallorosso e dichiara: “Lasciare Roma è stato un trauma”. Sembrano ormai non esserci più speranze, dunque, per la permanenza del numero cinque nella Capitale. Dino Viola, però, sa bene che nessun club ha raggiunto un accordo anche con la società per lasciare libero il campione brasiliano e non si preoccupa più di tanto.

Si parla di offerte da parte di Verona e Napoli ma la realtà è che Falcao vuole solo l’Inter. Il merito dell’operazione è da ascrivere a Sandro Mazzola, allora dirigente nerazzurro, che insieme al procuratore del nazionale verdeoro Cristoforo Colombo ha lavorato per molto tempo nell’ombra. Alla fine, Mazzola riesce a portare l’accordo con Falcao tra le mani del presidente interista Fraizzoli. E’ ormai tutto fatto. Manca solo l’ultimo tassello: l’accordo economico con la Roma.

Fraizzoli, mostrando una correttezza d’altri tempi, alza il telefono per chiamare Dino Viola e comunicargli che ha la firma del numero cinque romanista in mano. La richiesta implicita è: “Quanto serve per lasciarlo andare?”. La risposta del numero uno giallorosso è sorprendente: l’assoluto silenzio. Viola, infine, comunica di aver preso atto della faccenda e attacca.

Da questo punto in poi, il calcio inizia ad entrarci poco. Per bloccare la partenza di Falcao, infatti, si muove addirittura Giulio Andreotti (insieme al fido braccio destro Evangelisti). La prima mossa riguarda il contatto con la mamma di Falcao, la signora Azise, a cui viene fatto sapere che anche Papa Wojtyla desidera che il campione brasiliano rimanga nella Capitale. “Non vorrai mica dare un dispiacere al Santo Padre?”, saranno le parole di Azise al figliolo.

L’accordo con l’Inter, ora, vacilla. A dare il colpo di grazia a Fraizzoli ci pensa Andreotti in persona. Quest’ultimo, infatti, chiama Fraizzoli e, ancor prima di parlare di Falcao, si rivolge al presidente interista con le seguenti parole: “mi dicono si tratti di affari importanti…..”. Il riferimento è ai capi d’abbigliamento che Fraizzoli fabbrica e che vengono distribuiti anche ai ministeri.

Il numero uno nerazzurro capisce che ormai la situazione si è fatta più grande di lui e contatta immediatamente Sandro Mazzola. “Il contratto di Falcao va stracciato”. La macchina della politica si è messa in moto ed il povero Fraizzoli non può far altro che lasciare il ‘Divino’ lì dove ha appena fatto la storia.

Il calciomercato non è mai sembrato argomento tanto ‘piccolo’.

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