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Giochi di palazzo

Titì Henry ed il secondo ‘tradimento’ al suo Arsenal

Matteo Luciani

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Thierry Henry e l’Arsenal: un grande amore da entrambe le parti. Un rapporto bello che, tuttavia, sembra destinato a rimanere ‘litigarello’, come, secondo il noto proverbio, la tradizione vuole per gli amori migliori.

Il francese giunge ad Highbury, storico impianto dei Gunners allora destinato alle partite interne della squadra, sostituito a partire dal luglio del 2006 dall’Emirates Stadium, poco più che ragazzino, a ventidue anni, sul finire del 1999.

Il talento di Les Ulis è reduce da una pessima esperienza italiana nella Juventus della ‘triade’ con Carlo Ancelotti in panchina. Lo stesso tecnico di Reggiolo, diversi anni dopo, ammetterà di aver sbagliato la collocazione tattica di Henry, allontanato dalla porta e posto sulla fascia sinistra di centrocampo, favorendo così il fallimento di Titì all’ombra della Mole.

A Londra, ben presto, ci si accorge che è tutta un’altra storia. I dieci milioni di sterline sborsati da Wenger per portare Henry in Inghilterra vengono considerati il sinonimo di un affare colossale già dopo poche partite.

L’attaccante francese rimane a difendere i colori biancorossi per ben otto stagioni, durante le quali vince: due campionati, tre coppe d’Inghilterra e due Community Shield. In mezzo a cotanto splendore, la grande delusione della finale di Champions League persa contro il Barcellona del fenomeno Ronaldinho a casa sua, a Parigi, nel maggio del 2006.

Si arriva, così, all’estate del 2007. L’Arsenal è ormai lontano parente della squadra dei cosiddetti ‘invincibili’, che fino a soltanto pochi anni prima faceva faville in patria mentre in Europa, eccezion fatta per l’estemporaneo caso della Finale appena citata, le cose non vanno nel modo migliore da tempo.

Henry ha deciso. Con la morte nel cuore, accetta la corte del Barcellona. Il francese è smanioso di successi importanti, che personalmente sfuggono da troppo tempo. Sulla sua decisione, inoltre, pesa l’incertezza mostrata dal club sul futuro di Wenger, tecnico al quale Henry si sente molto legato, avendolo avuto già da giovanissimo ai tempi del Monaco, e vero artefice del rilancio dell’attaccante dopo la ‘disavventura’ italiana.

In Catalogna, Titì rimane per tre anni e contribuisce ai primi successi della straordinaria era di Pep Guardiola sulla panchina dei blaugrana, riuscendo finalmente ad alzare al cielo la tanto agognata Champions League nella magica notte di Roma contro il Manchester United.

Ad un passo dai trentatré anni, tuttavia, Henry capisce che al Barcellona inizia ad essere di troppo; nel mese di luglio del 2010, il francese sceglie così di trasferirsi in MLS per difendere i colori dei New Yok Red Bulls. Il calcio di alto livello è ormai il passato.

C’è, tuttavia, un acuto finale straordinariamente romantico che riporta Titì sulla via dell’Emirates. All’inizio del 2012, infatti, Henry si allena con la squadra di Wenger per tenersi in forma durante il periodo di pausa del campionato statunitense. Le voci di un suo possibile ritorno si fanno sempre più insistenti e fanno sognare tutti i tifosi biancorossi. ‘The dream comes true’, come direbbero da quelle parti, ed Henry sposa di nuovo l’Arsenal il 6 gennaio del 2012, firmando un contratto di due mesi.

La storia che accade di lì a pochi giorni sembra scritta da un grande sceneggiatore hollywoodiano. L’Arsenal fatica ad avere la meglio contro il piccolo ma rognoso Leeds United nel terzo turno di FA Cup. Henry si scalda, ricevendo un’ovazione calorosa, poi entra e segna il gol decisivo. Pazzesco.

Siglerà un altro gol, stavolta in Premier League, prima di tornare a New York e chiudere lì la propria eccezionale carriera.

A partire dal 2014, inizia quindi un nuovo percorso per Titì, che viene ingaggiato da Sky Sports UK come opinionista per le proprie trasmissioni.

Le porte dell’Arsenal, ad ogni modo, per Henry si schiudono nuovamente. Ad ammetterlo è lo stesso Wenger, che all’inizio del 2015 afferma: “Henry è entrato a far parte del nostro settore giovanile come collaboratore. Lo stiamo aiutando nel suo percorso per ottenere il patentino UEFA”.

Il resto è storia di questi giorni. Il tecnico dell’Arsenal propone al proprio ex campione il ruolo di allenatore dell’Under 18 dei Gunners ma ad una condizione: abbandonare il lavoro per Sky Sports e dedicarsi completamente all’attività manageriale.

Il ‘vecchio’ Titì non ci pensa molto su e rifiuta senza neppure troppi ringraziamenti. Qualcuno afferma che il motivo principale sia da addurre all’aspetto economico. Henry, infatti, ha siglato con Sky Sports un contratto faraonico (ben 5 milioni di euro per sei anni), che fa di lui l’opinionista più pagato al mondo; all’Arsenal, il francese non avrebbe avuto alcun contratto speciale ma avrebbe invece dovuto condividere equamente il proprio salario con gli altri allenatori dell’Academy.

Il timore principale di Wenger riguardava il fatto che si potesse arrivare a situazioni poco simpatiche tra il Titì commentatore e l’Arsenal stesso, essendoci un chiaro conflitto d’interessi. Ad Aprile del 2015, ad esempio, Henry affermò senza riserve che il suo ex club non avrebbe mai conquistato il titolo fino a che avesse avuto in squadra come prima scelta per l’attacco il connazionale Olivier Giroud. Immaginate cosa sarebbe potuto accadere se Henry avesse lavorato già all’epoca per i Gunners e i due si fossero incontrati il lunedì seguente presso il centro sportivo biancorosso. Un disastro bello e buono.

Non è il primo caso, comunque, di frizioni tra Wenger ed una sua ex bandiera; Patrick Vieira, infatti, attuale allenatore del New York City di Pirlo ed ormai in orbita Manchester City dal momento che i proprietari dei due club sono esattamente gli stessi, rimase molto deluso dal fatto di non aver ricevuto alcuna proposta da Wenger per tornare nella famiglia dell’Arsenal una volta appesi gli scarpini al chiodo nel 2011.

Che ci sia una sofferenza a confrontarsi con vecchie leggende del club da parte del buon Arséne? La risposta resterà un mistero.

Ad ogni modo, almeno su Twitter, Henry sembra aver metabolizzato la delusione di non poter rimanere all’interno dell’Arsenal a causa dell’aut aut posto da Wenger: “Rispetto la decisione di Wenger, seppur a malincuore, ed auguro ai ragazzi dell’Under 18 i migliori successi per la prossima stagione”.

Un’altra tegola per l’allenatore dei londinesi, già ai minimi storici per quanto concerne la popolarità tra i fan dell’Arsenal; chissà che non sia proprio Henry, invece di quella dei giovani, a prendersi a breve la panchina più importante all’interno della società biancorossa.

Calcio

Mistero Bergamini: Cronaca di un suicidio che non è mai accaduto

Luigi Pellicone

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Avrebbe compiuto oggi 56 anni Donato Bergamini, il calciatore del Cosenza la cui misteriosa vicenda era tornata sotto i riflettori dopo che il procuratore Eugenio Facciolla aveva chiesto la riapertura del caso e la riesumazione del corpo del giocatore: l’ipotesi era che Bergamini fosse già morto prima di finire investito da un tir. La nuova perizia ha sancito che la morte avvenne per soffocamento, escludendo di fatto la pista del suicidio.“Io Gioco pulito” ricostruisce i passi salienti di una storia archiviata, ma non dimenticata. 

Sono le 19.00 del 18 novembre del 1989. Roseto Capo Spulico, Calabria, quasi Basilicata.  Sulla statale ionica 106, una delle strade più pericolose d’Italia, giace un corpo senza vita ai bordi della carreggiata. Non è una novità. Questa volta, però, c’è qualcosa di strano. Misterioso. Velenoso. Irrisolto.

Il corpo è di Donato, Denis, Bergamini. Calciatore talentuoso di un Cosenza ambizioso. Leader  tecnico e carismatico di una squadra che lotta per la promozione in serie A. Denis, talento destinato alla massima serie, con o senza il Cosenza, è esanime. Quel che resta, è a pochi metri da un autoarticolato dell’Iveco.

Bergamini si è suicidato. Si è gettato fra le ruote di un camion guidato da Raffaele Pisano. Che non può evitarlo”.

“Suicidio”. O omicidio?

La testimone è solo una. Si chiama Isabella Internò. É la ex fidanzata di Donato Bergamini. Una storia d’amore tormentata iniziata nel 1988. Lui 26enne, lei poco più che maggiorenne. Sullo sfondo, una gravidanza, l’accettazione del figlio, ma il rifiuto dell’uomo di sposarsi. E un presunto aborto. La storia finisce, divorata da incomprensioni. Una rottura dolorosa. Isabella racconta che Denis, dopo la fine della relazione, perde serenità. E decide di farla finita. Secondo la  sua deposizione, il calciatore, dopo l’ennesimo litigio, scende dalla macchina e si butta sotto un camion. Il mezzo lo avrebbe travolto e trascinato per circa 60 metri.

Ipotesi che non ha mai convinto né familiari, né compagni di squadra, né  amici del calciatore.

Anche perchè, nel primo pomeriggio del 18 novembre, Bergamini è al cinema: come sempre, prima di andare in ritiro. Strano, non viaggia mai da solo. Al termine della proiezione, riceve una telefonata.  Un appuntamento. Prende la sua macchina. E sparisce. É l’ultima volta che i compagni lo vedono vivo. Isabella dirà che voleva partire, lasciare tutto. Era diretto verso Taranto, per poi partire verso la Grecia. Strano. Da Taranto, non si parte per la Grecia. Al massimo, da Bari. E comunque, difficile che Bergamini volesse fuggire senza bagaglio e con pochissimo contante….

Il giallo”  prosegue: entra in scena il professor Francesco Maria Avato.  La sua relazione autoptica consta di 25 pagine. É consegnata un mese e mezzo dopo la morte del ragazzo, il 4 gennaio 1990.  “La causa della morte va riferita all’ emorragia iperacuta connessa alla lacerazione pressoché totale dell’iliaca comune destra”. Sul corpo, “fratture multiple del bacino, in particolare del pube e il reinvenimento dei testicoli estrusi dallo scroto, pene parzialmente solidale con i tessuti legamentosi della radice”. Avato sostiene che Bergamini fu schiacciato da una sola ruota del camion quando era già steso sull’asfalto.

Non certo, insomma, trascinato per 60 metri.

Brividi: tutto lascia pensare, oltre all’ ”arrotamento lento”, alla sceneggiatura di un suicido-omicidio.

Qualcuno sapeva. Forse, due magazzinieri del Cosenza: “scompaiono” il 3 giugno 1990 in un incidente stradale sulla statale 106. Strane coincidenze. E la sensazione di una punizione macabra, quanto simbolica, risalente a una Calabria arcaica. A una questione d’onore. Risolta attraverso l’evirazione e il taglio dei testicoli di chi ha “sbagliato”.  E la messa a tacere di chi sapeva troppo.

L’atto firmato dal dottore Avato non è preso in considerazione dal procuratore capo di Castrovillari, Franco Giacomantonio che non giudica incidente probatorio. “Le ferite sono quelle, ma non sono mai emersi fatti che facessero pensare ad un’azione voluta o ad un atto consapevole”. 

La famiglia Bergamini non si arrende. Vuole chiarezza. É innaturale, per un genitore, seppellire un figlio. Se poi alla morte si aggiunge il mistero, diviene insopportabile. Eugenio Gallerano, l’avvocato che si occupa del caso, non molla.

Passano dodici anni.

Il 29 giugno 2011, il caso è riaperto dalla Procura di Castrovillari. L’ipotesi cambia. Cosi come il reato di accusa. Si ridisegna la scena del suicidio.

Il 22 febbraio del 2012 i Ris di Messina depositano presso la Procura della Repubblica di Castrovillari una nuova perizia.

La tesi è che Bergamini non sia stato investito dal camion. E che il corpo sia stato lasciato lì, già esanime. Emergono ulteriori interrogativi. Inquietanti. Se Bergamini si fosse gettato fra le ruote dell’autoarticolato così come ha sempre sostenuto la fidanzata, perché le scarpe sono pulite? Perché catenine, vestiti e orologio sono intatti?  Eppure, un corpo trascinato da un autoarticolato per 60 metri, avrebbe dovuto subire danni consistenti. Invece è pressoché intatto. E pulito. Per la cronaca: quel 18 novembre pioveva a dirotto. Sul corpo di Bergamini, non una traccia di fango.

Il 15 maggio 2013 Isabella Internò è raggiunta da un avviso di garanzia per omicidio volontario.

Nel dicembre 2014 la magistratura chiede l’archiviazione del caso. Non vi sono indizi sufficienti, né assolute certezze per istruire un processo per omicidio volontario. La tesi del suicidio è sempre più debole. La famiglia Bergamini non molla. Prosegue la ricerca, anche se la strada della verità, è sempre più difficile da percorrere. La nuova perizia dona in parte giustizia ai suoi cari. E la storia di Denis è nuovamente ancora tutta da scrivere.

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Calcio

I benefici del Fair Play Finanziario: il calcio europeo vola

Emanuele Sabatino

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Per la prima volta il calcio europeo è in attivo. Nel 2017 il ricavo del mondo pallonaro ha superato i 20 miliardi di euro secondo i dati forniti dalla UEFA.

Le alte sfere della massima federazione calcistica europea hanno ovviamente attribuito questo dato positivo al Fair play finanziario che proprio ieri ha compiuto 9 anni dalla sua introduzione. La regola del pareggio del bilancio, invece  introdotta nel 2011, in quell’anno il calcio europeo subì una perdita di 1.7 miliardi di euro.

Un aumento dei ricavi totali superiore di 1,6 miliardi di euro rispetto all’anno precedente per un profitto, dopo trasferimenti e costi di gestione, parti a 600 milioni di euro. Il calcio europeo ha 711 clubs contando solo le massime serie divise in 54 nazioni, e 27 di esse, pari proprio al 50 % sono in profitto.

Il Fair Play Finanziario è stato introdotto proprio con il proposito di limitare le spese folli dei club ed evitare che i proprietari ricchi potessero comprare il successo distorcendo il mercato trasferimenti. Su questo punto però la strada è ancora molto lunga.

Grazie a questa regola i club che non rispettano le regole rischiano di essere escluse dalle competizioni UEFA, proprio come era successo in prima battuta al Milan, poi riammesso dopo il cambio di proprietà.

Su questi dati si è pronunciato il presidente Ceferin:Il calcio europeo non è mai stato più sano di così. Le regole da noi imposte funzionano alla perfezione. Il Fariplay finanziario previene i piccoli problemi sul nascere prima che diventino gigantesche catastrofi. La Uefa è in prima linea per valutate ed aiutare i club ad uscire dalle difficoltà e rispettare le regole.”

Regole più strette come ad esempio quella che non tutti conoscono che ogni club che spende più di 100 milioni di euro in una finestra di mercato entra automaticamente sotto stato di osservazione.

La Premier League è ovviamente il torneo con più ricavi pari a 5,34 miliardi di euro, con un incremento pari a 452 milioni rispetto alla stagione precedente. Il loro profitto netto è il più alto con  1.19 miliardi di euro.

Il calcio nostrano, la nostra Serie A, ha avuto un incremento dei ricavi pari al 3,7 percento rispetto alla stagione precedente e per la prima volta dopo sette anni consecutivi in perdita è riuscita ad andare in profitto anche se di pochissimo. I ricavi sono pari a poco più di due miliardi di euro, di cui solo il 10% dai botteghini che dovrebbe farci non solo interrogare sullo stato del calcio italiano, su quello degli stati fatiscenti e di proprietà comunale ma soprattutto sulla strategia dei prezzi in netta contrapposizione con la realtà reddituale e lavorativa attuale.

 

 

 

 

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Calcio

Non solo De Laurentiis: quando il presidente fa collezione di squadre

Matteo Luciani

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Nei giorni scorsi, attraverso un articolo di un quotidiano sportivo croato, è rimbalzata anche da noi la notizia che Aurelio De Laurentiis, il vulcanico presidente del Napoli, dopo il recente acquisto anche del fallimentare Bari, sia interessato a rilevare un altro club, questa volta straniero, l’Hajduk di Spalato, gloriosa squadra croata che naviga in acque burrascose travolto da problemi finanziari. Per adesso non c’è niente di concreto, se non una dichiarazione dello stesso AdL che non chiude la porta. Il numero 1 partenopeo non è il solo in Italia, e all’estero, ad essere proprietario di più squadre. I casi più recente sono sicuramente quelli della Red Bull e del gruppo Suning. Il Toro Rosso oltre al Lipsia (del quale formalmente è solo sponsor) e al Salisburgo, è proprietario anche dei New York Red Bulls mentre il colosso cinese al Jiangsu ha aggiunto l’Inter, pur rimanendo il presidente Thohir, già proprietario del Dc United americano e in cordata della proprietà dei Philadelphia 76ers della Nba. Ma la lista dei multiproprietari nel mondo del calcio è molto lunga.

In Italia, per quanto concerne i casi di multiproprietà di squadre militanti in diversi campionati più vicini temporalmente a noi, si staglia la figura di una famiglia su tutti: i Gaucci, proprietari fino al 2001 di Perugia e Viterbese e poi di Perugia e Catania (fino al 2004).

Personaggio decisamente importante nel calcio di casa nostra tra gli anni Novanta e Duemila, anche Franco Sensi fu proprietario di ben tre club: Roma (che condusse allo storico Scudetto del 2001), Palermo (seppur con presidenza lasciata a Sergio D’Antoni) che portò dalla serie C1 alla serie B e poi cedette a Zamparini, ed, infine, Nizza.

Oggi, il caso più eclatante riguarda certamente Claudio Lotito, patron della Lazio dall’estate del 2004 e della Salernitana (condotta, dopo il fallimento, dalla serie D alla serie B) dall’estate del 2011.

Le storie di questo genere, come dicevamo, sono veramente tante. Eccone alcuni esempi.

Prima del clamoroso crac finanziario avvenuto nel 2003, la Parmalat del presidente del Parma Tanzi aveva anche il controllo del Palmeiras, in Brasile dove militò per un periodo uno dei calciatori simbolo dei gialloblu degli anni d’oro: Faustino Asprilla.

Attualmente, invece, in Europa, c’è la ‘nostra’ famiglia Pozzo, proprietaria di Udinese, Watford e, fino a pochi mesi fa, del Granada (ceduto, poi, ai cinesi di Desport).

Un caso che in Inghilterra ha fatto discutere, invece, è quello del proprietario del Manchester City, lo sceicco di Abu Dhabi Mansour, comproprietario di una franchigia della MLS (New York City FC), di una squadra in Australia (Melbourne Heart) e proprietario del 20% di un club giapponese (Yokohama). La causa scatenante delle polemiche riguardò uno dei calciatori più importanti degli ultimi anni: Frank Lampard. Questi, infatti, dopo essere stato scaricato da quel Chelsea in cui aveva trascorso praticamente l’intera vita calcistica, accettò la proposta di New York; qualche mese dopo, però, tornò in Premier League, proprio al City, in prestito dai NYFC. Per molti, in primis il tecnico dell’Arsenal Wenger, si trattò di una furbata per aggirare le regole del Fair Play finanziario e di una mossa pericolosa, che avrebbe potuto aprire scenari preoccupanti per eventuali altri club satellite in futuro (su questa scia, vedasi il caso, mai chiarito del tutto, Chelsea-Vitesse).

La stessa Red Bull è proprietaria di altre due squadre nel mondo: i New York Red Bulls e Red Bull Brazil; ma le multiproprietà nel calcio toccano il proprio apice in un altro territorio: America settentrionale e centrale.

Negli Stati Uniti, anno 2004, viene fondato il C.D. Chivas dallo stesso proprietario del Chivas de Guadalajara messicano e del Deportivo Saprissa in Costa Rica.

In Messico, TV Azteca ha acquistato l’altra squadra di Guadalajara, l’Atlas, che risulta essere la seconda squadra di sua proprietà dopo il Monarcas de Morelia. Televisa, altro colosso televisivo del medesimo paese, è invece proprietario del Necaxa e dell’America. Alle società già citate, si aggiunge America Movil, proprietario del 30% del Grupo Pachuca, che controlla Leon e Pachuca.

Infine, trattasi di partnership e non di multiproprietà per Atletico Madrid e Fiorentina che ‘controllano’ indirettamente squadre indiane (rispettivamente Kolkata e Pune) o per il Parma con l’NK Gorica sloveno.

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