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Terry Gilliam e il suo Don Quixote conquistano l’Ischia Global fest

Angela Failla

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Visionario, dal talento geniale. Una lunga carriera formata da grandi intuizioni intervallate a rovinose cadute, un cinema incantato e al contempo crudele. Questo e tanto altro è Terry Gilliam: regista, sceneggiatore, attore e all’occorrenza anche disegnatore, capace di creare nei suoi film piccoli mondi sospesi tra favola e realtà senza tralasciare il suo ecclettismo figurativo e quel suo personalissimo delirio poetico. Dall’apocalittico e distopico “Brazil” (che gli è valsa la candidatura agli Oscar come miglior sceneggiatura nel 1986) al Medioevo di “Jabberwocky”, attraversando la storia con i viaggi de “I banditi del tempo” e il beffardo “Le avventure del barone di Munchausen”. E poi ancora i bassifondi di New York in “La leggenda del Re Pescatore”, in viaggio per le strade di “Paura e delirio a Las Vegas”, nell’universo fiabesco e deformato dei “Fratelli Grimm”, senza tralasciare il faustiano “Doctor Parnassus”.

Finalmente, dopo quasi 30 anni di attesa, fatti di traversie inenarrabili, Terry Gilliam ha presentato quest’anno, all’Ischia Global Festival di Pascal Vicedomini l’anteprima italiana di “The Man Who Killed Don Quixote”.

«Ci sono voluti tanti anni per fare il mio “Don Quixote”, è stato un vero e proprio viaggio nel tempo, ma anche il mio primo western. Ho sempre amato e desiderato fare un western».

Ha esordito così Terry Gilliam raccontando quello che è il suo Don Quixote, liberamente ispirato all’opera incompleta di Welles, che l’autore di Bazil ha ambientato nell’epoca moderna.

«Ho sempre avuto il lavoro di Orson Welles in testa, probabilmente perché non è riuscito a portarlo a termine. Io sono stato, forse, più determinato. Mi piaceva molto la sua idea di portare Don Chisciotte nel XX secolo. Ma il mio progetto era diverso. Quando ho cominciato a lavorare al film, nel 1989, il problema principale che mi si è presentato è stato quello di spiegare al pubblico la differenza tra diciassettesimo e ventesimo secolo. Il film dell’epoca prevedeva un personaggio contemporaneo e la storia era ambientata tra XVII e XX secolo. Il mio film è completamente diverso perché è tutto ambientato nel XXI secolo. E sono davvero molto soddisfatto del risultato ottenuto».

Un Don Chisciotte diverso da quello che siamo abituati a vedere nell’opera di Cervantes e che, grazie a Gilliam si colora di chiaroscuri e debolezze umane. «La storia di Cervantes parlava di cavalieri ma anche di quel mondo che aveva corrotto la mente di Don Chisciotte. Più che sognatore lo definirei un pazzo con una visione confusa della realtà. L’immaginazione è il mezzo più potente che abbiamo e spesso mi ci perdo dentro. Per questo ringrazio mia moglie che riesce sempre a tenermi con i piedi per terra! A volte smarrisco completamente il senso del tempo».

E se Don Chisciotte è il protagonista indiscusso del libro di Cervantes, nel film di Gilliam assume una connotazione diversa e altri personaggi vanno alla ribalta.

«Don Chisciotte, a differenza di quanto si pensi, non è l’unico protagonista della storia. Accanto a lui c’è infatti Sancho Panza e tutti noi abbiamo dentro una parte dell’uno e dell’altro. Racconto questa storia attraverso gli occhi di Toby, il personaggio di Adam Driver».

Un film che diventa anche una denuncia verso quel mondo magico che travolge e spesso corrompe le persone. «Oggi è il cinema, con i suoi film, a corrompere la mente delle persone del nostro tempo. Ho fatto questo film per vedere  l’effetto che il cinema ha sulle persone e per mostrare cosa voglia dire realizzare un film».

Un lungo lavoro, durato quasi trent’anni, pieno di insidie. Una su tutte è stata, come racconta lo stesso regista, quella di trovare i finanziamenti per raggiungere il budget che serviva a completare l’opera.

«Non è facile, oggi, produrre un film a medio budget. Le difficoltà di finanziamento per produrre “The Man Who Killed Don Quixote”, sono state enormi. Avevamo 12 milioni e mezzo di dollari ma dovevamo arrivare a 16. Per fortuna ci è venuta incontro  una ricca signora che ha creduto nel progetto. Mi sembra ridicolo che oggi non si riescano a fare film a medio budget. E’ davvero una cosa assurda».

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Vite Spezzate

Patrizia Angelozzi

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Genova. Stavamo per augurarci questa mattina un buon ferragosto. Invece non sarà così.
Non lo sarà con l’ennesima tragedia che in moltissimi stanno seguendo in diretta per sapere se qualcuno, vicino o lontano, è vivo o no.
L’ennesima strage senza un perché.
Abbiamo imparato a restare inebetiti di fronte a un Paese che non funziona pi
, Ustica, l’irpinia, Rigopiano, il terremoto in Molise, la terra dei fuochi con tutti i malati di cancro…e molto altro.
Un’altra tragedia immensa dalla quale, insieme agli abitanti di questa nazione speriamo che questa Italia possa imparare a recuperare e tornare a vivere dentro la legalità dei controlli, dei collaudi, delle manutenzioni e non più garante di bandi da far gestire al minimo ribasso, perché stiamo pagando con la vita, tutto il fallimento di un Paese che crolla inesorabilmente. Mentre restiamo in attesa del numero delle vittime, allo stato attuale, sono 
440 evacuati e aumenteranno, 11 palazzi svuotati, in corso sopralluoghi…tra loro,un bambino di 10 anni. Solo dieci anni. E come lui, arriveranno nomi, facce, vite spezzate per incuria.
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La Casa del Futuro è qui. Ve la mostriamo in anteprima

Marco Fiocchi

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Dopo il progetto, i rendering, la grafica 3D, i modellini, finalmente entriamo fisicamente nella Casa del Futuro.

I lavori della Solar House del Team Sapienza presso il Centro Cefme-CTP di Pomezia sono terminati con successo. Siamo andati a visitarla dal vivo, prima che venga smontata e rimontata a Dubai, per  partecipare al Solar Decathlon ME 2018.

Gli studenti del Team, guidati dall’inossidabile Prof. Marco Casini, provati dal grande lavoro fin qui eseguito, possono essere fieri.

Più di 80 metri quadrati ricchi di comfort e soluzioni tecnologiche che rendono Restart4Smart, il miglior prototipo di casa intelligente del futuro.

In grado di adattarsi alle condizioni climatiche, sfruttando al massimo l’energia solare ed offrendo una dotazione impiantistica e domotica di ultimissima generazione.

Come potete vedere, la casa non è però un’astronave. Conserva tradizione (in primis, per ovvi motivi, quella araba) e canoni a cui siamo abituati. Esposizione, illuminazione e profondità, rispettando gli spazi e le misurazioni europee in ogni ambiente.

Dalle finestre alle camere da letto, dal living ai cortili. Parete verde e fontana a muro d’acqua. Tutto in un’armonia di design e lusso, considerando i materiali innovativi ed i sistemi di home automation, che ognuno di noi imparerà a conoscere ed usare un domani.

Riconoscimento facciale e dell’impronta, localizzazione e monitoraggio degli abitanti della casa, virtual house keeper, sensori di avvicinamento, Hololens, avanzato sistema di recupero e riciclaggio delle acque (Redi) ma soprattutto i PCM (phase change materials), le nanotecnologie isolanti come nei pannelli Aeropan, i tessuti per le tende I-Mesh che permettono un vero e proprio “impacchettamento” a protezione del sole senza rifiutare la sua preziosa luce naturale. E ovviamente l’incredibile copertura di pannelli solari che garantisce una totale, se non superiore, auto-efficienza. Tanto per citare solo alcuni dei gioielli che fanno di questa Solar House un diamante del panorama energetico e tecnologico.

In questa ultima settimana di luglio la Casa sarà sottoposta a diversi test di funzionamento e sarà allo stesso tempo aperta ai visitatori. Proseguiranno invece sino ad Ottobre i lavori di programmazione e messa a punto del sistema domotico con Microsoft, Softjam e Ilevia.


Dal 30 Luglio all’8 Settembre saremo impegnati nella fase di smontaggio ed imballaggio della casa nei container. Pronti per la “spedizione”. Con il supporto del partner Kuehne-Nagel la Solar House partirà dal porto di Napoli il 21 Settembre per arrivare al porto di Dubai circa 20 giorni dopo. Nell’Emirato, ci sarà il contributo di LC&Partners per tutte le operazioni di riassemblaggio dell’abitazione, che sarà sempre nelle competenti mani degli studenti e dei dirigenti del Team.

Il 16 Settembre è prevista l’ultima consegna documentale agli organizzatori, compreso il terzo video ufficiale che sarà proiettato a Dubai e sarà oggetto di valutazione della giuria internazionale.

La fase di montaggio della Solar House a Dubai avrà luogo dal 29 Ottobre al 13 Novembre. La competizione si svolgerà dal 14 Novembre (cerimonia di apertura) al 28 Novembre (cerimonia di chiusura e premiazione). Sono attesi oltre 500.000 visitatori. Il villaggio resterà aperto al pubblico sino al 1° Dicembre.

Nel corso della competizione sempre a Dubai si svolgeranno i due importanti eventi Big Five e Dubai Design Week con attività congiunte al Solar Decathlon.

Chiudiamo con un’informazione sul diario del Team Sapienza. Che sarà presente con un proprio stand di 16 mq al Maker Faire di Roma dal 12 al 14 Ottobre presso la Fiera di Roma, dove verranno esposti il progetto, i video, i componenti della casa, mixed e virtual reality, ecc, subito prima della partenza per Dubai.

https://www.instagram.com/stories/highlights/17962044205046916/

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Lettera di un servitore dello stato

Francesco Beltrami

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Il mio nome è Ubaldo, il cognome lo saprete alla fine, e sono nato a Lucca il 23 dicembre del 1878. Ho studiato matematica alla “Normale” di Pisa per il primo biennio, poi sono entrato nel Corpo delle Capitanerie di Porto, giovane allievo ufficiale, era il 1901 e avevo 23 anni. Da allora sono un servitore dello stato. Per quarant’anni. Una carriera da oscuro funzionario militare di quelli di cui nessuno parla, ma che fanno il loro lavoro con coscienza. Sono stato al comando dei porti di  Molfetta, Barletta, Sebenico, Ancona, Livorno e Napoli. Maggiore nel 1919, Tenente-Colonnello nel 1924, Colonnello nel 1927. Ho ricoperto incarichi al ministero, sono stato inviato negli Stati Uniti dove ho contribuito all’organizzazione di quella enorme macchina che era, ed è, il porto di New York.

Tornato in Italia ho servito a Genova dove ho organizzato la stazione marittima di Sampierdarena, nel 1937 sono diventato Generale di Porto e ho operato due anni nell’Ispettorato delle Capitanerie. Nel 1939, a due anni dalla pensione,  quando mi è stato chiesto di rimettermi in viaggio ed assumere il comando del porto di Tripoli ho risposto “obbedisco” come ogni servitore dello stato deve fare. A Tripoli ho affrontato il primo anno di guerra, in condizioni di difficoltà estreme, sotto i bombardamenti inglesi. Quella volta forse sono andato un po’ oltre il mio dovere, anche se io non me ne sono accorto, visto che sono stato insignito della medaglia d’argento al valor di Marina. Nel marzo del 1941 sono rientrato a Roma, dove ho continuato il servizio presso il Comando Generale del Corpo delle Capitanerie di Porto, passando tra gli ausiliari, sostanzialmente il pensionamento, il 22 dicembre di quello stesso anno.

Pochi mesi dopo però, per esigenze belliche sono stato richiamato in servizio, e ancora ho obbedito,  questa volta presso la Direzione Generale della Marina Mercantile. Il 14 settembre 1943 ho detto il primo no della mia vita, ho rifiutato di salire al Nord al seguito delle truppe della Repubblica Sociale, terminando quel giorno definitivamente il servizio. Ho vissuto ancora a lungo, sempre con discrezione e senza che nessuno parlasse troppo di me, fino al 4 giugno del 1963 quando alla rispettabile età di 85 anni ho lasciato questo mondo.

Quasi quarant’anni dopo un servitore dello stato come me fece il mio nome per battezzare un’unità della nostra Marina Militare e la proposta fu accolta. Il 20 luglio del 2002 i cantieri di Muggiano mi consegnarono per la ripresa del servizio attivo, stavolta sotto forma di nave. CP902 la mia sigla, con base a Messina. Nulla di eclatante, né portaelicotteri, né modernissimo incrociatore, ma un modesto pattugliatore della Guardia Costiera. Tornai ad essere un umile servitore dello stato, per dieci anni, lavorando in silenzio in ogni missione che mi fu affidata. Nel 2012 a seguito di un accordo internazionale tra Italia e Panama, partii per quel paese, cui ero stato venduto, sempre senza fiatare, da molti anni non andavo in America e la cosa tutto sommato non mi dispiacque, solo che i panamensi cambiarono nome alla nave e io tornai alla pensione.

Non ci rimasi molto stavolta, il 15 luglio del 2013 i cantieri di Castellammare di Stabia consegnarono alla Marina un nuovo pattugliatore, modernissimo, ipertecnologico, e anche a lui fu dato il mio nome. Meno di un anno dopo ero all’Isola del Giglio, sempre in silenzio come un servitore dello stato deve fare, a rimettere a galla e accompagnare durante le operazioni di rimorchio il triste relitto della Costa Concordia. Qualche mese fa però è successa una cosa che mi ha sconvolto, tutti parlano di me, non c’è giornale che non metta il mio nome in prima pagina, non c’è telegiornale che non mi nomini, indichi la mia posizione, racconti del mio triste carico di disperati, che il mio lavoro attuale è quello, trasportare disperati. Preferivo continuare a servire lontano dalla ribalta, ma visto che è andata così nemmeno mi va che il mio nome sia detto a caso, e che chi lo ascolta pensi che io sia un bizzarro numero pronunciato in un’insensata forma plurale. Se proprio il mio nome si deve fare che lo si faccia dandogli la giusta dignità, che si sappia che servo in silenzio, sotto forma umana o navale da oltre cento anni. Quindi ho chiesto a un amico che si definisce “un frelance”, una cosa che riempie la bocca ma che in realtà non vuol dir nulla benché lui sostenga che significhi non avere padroni e che sia nobile quasi quanto servire lo stato in silenzio, di fingersi me e scrivere questa lettera per spiegare chi sono. Io continuerò intanto a servire, che sia sotto le bombe inglesi o impegnato nel mio triste compito attuale.

 

Maggior Generale di Porto Ubaldo Diciotti, medaglia d’argento al valor di Marina.

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