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Terroni contro polentoni: tutti siamo Salernitana-Verona

Simone Meloni

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Il caldo trattiene la Campania con fare minaccioso. Dalla strada costiera si intravedono i primi container che annunciano l’arrivo a Salerno, con il suo operoso porto. Torre del Greco, Torre Annunziata, Castellammare di Stabia, Pagani, Nocera, Cava. Li abbiamo superati, passando nel cuore di questi paesi, ricchi di storia e colmi di aneddoti calcistici da raccontare. Al netto delle tensioni e degli sfottò, qua il calcio è vissuto come una religione, e ognuno ha la sua chiesa dove pregare e il suo Papa al quale rivolgersi. Ci lasciamo la Costiera Amalfitana alle spalle, con il suo paesaggio fiabesco e i suoi bagnanti impegnati a imbellettarsi di creme e profumi negli ultimi giorni di vacanza. “Anche questo è Sud”, cantava Rino Gaetano. Un Sud che si prepara a una sfida tanto attesa, una “classica” per il calcio italiano e per chi ama le tribali schermaglie tra tifosi. I loro riti, i loro amori, i loro gesti, i loro fragili precipizi sentimentali. Salernitana-Verona da queste parti va ben oltre un qualsiasi derby di Madrid in finale di Champions o una Juventus regina del mercato. Ci sono sensazioni che prescindono da qualsiasi vittoria di vertice, e che esistono proprio grazie alla storia che il calcio ha disseminato in oltre un secolo di esistenza, riuscendo a mescolarsi alla perfezione con usi e costumi degli italiani, integrandosi con i drappi eretti sui campanili dei centri urbani, issati per far vedere la propria supremazia al comune più attiguo.

Sud contro Nord. Terroni come polentoni. Arretrati, privi di morale, qualunquisti. Anche un po’ perditempo e manchevoli di buon senso. Ma a noi piace così. E ci piace perché diamo il giusto peso a quanto accade, perché non ci scandalizziamo per un coro politicamente scorretto e non prendiamo seriamente o alla lettera ogni singolo epiteto liberato nell’aria durante una partita di football. Perché molti di quelli che parlano a vanvera e con disprezzo degli stadi e del loro modus vivendi dovrebbe entrarci almeno una volta nella propria vita per respirarne l’atmosfera. Saggiare quanto sia bella, unica e rara l’aggregazione tra ragazzi, donne, bambini, comunisti, fascisti, bianchi e neri che quel luogo riesce a creare. Ma in una gara vera. Senza quei divieti medievali che da un decennio sono piombati come una mannaia sul pubblico italiano. Con le due tifoserie presenti. Con le offese in differenti dialetti, con le radici che affondano prepotenti a indicarci antiche storie di civiltà e retaggi culturali di cui il nostro Paese dovrebbe andar fiero, anziché averne paura. La rivalità nel calcio esiste, e che Dio ce la conservi sempre e comunque. Perché se dobbiamo prendere le distanze da episodi di violenza, non possiamo però fare le educande di fronte al confronto dialettico, alle invettive, ai cori di scherno. Bisognerebbe dare a tutto ciò la corretta misura, e non scomodare elicotteri della polizia o numerosi agenti per un centinaio di tifosi ospiti in arrivo dal Veneto. Peraltro già ampiamente scortati e controllati dalla loro partenza. Occorrerebbe giustificare tale dispiego, e rispondere alla domanda che in tanti si sono fatti domenica sera: ma perché dobbiamo finanziare questo spreco? E, soprattutto, ce n’è davvero bisogno? Con i container disposti per dividere la zona della Tribuna centrale dal settore ospiti e con i tanti blindati posti attorno all’Arechi, in attesa di due pullman, è giustificato e giustificabile tutto ciò?

La gente corre all’impazzata proprio attorno all’impianto sportivo, quando mancano una manciata di minuti al fischio d’inizio. C’è ancora coda alla biglietteria. Alla fine saranno circa 20.000 i paganti. Un numero considerevole, in virtù di un calcio che giornata dopo giornata conosce la palese morìa dei propri aficionados. Salerno è una di quelle roccaforti dove la palla fa ancora battere il cuore. Esattamente come Verona. Un pubblico, quello scaligero, che ha conosciuto l’onta della Serie C1, sfiorando un’umiliante retrocessione in C2 e rialzandosi lentamente. Senza però lasciar mai sola la propria squadra. In quegli anni, quando al Bentegodi si poteva scegliere se andar a vedere l’Inter, il Milan e la Juve o il Rodengo Saiano, il Mezzocorona e il Carpenedolo (con tutto il rispetto per quest’ultime), la maggior parte dei veronesi ha spinto il secondo pulsante. Qualcuno si è accorto che all’ombra dell’Arena non c’erano propriamente dei beceri tifosi, ignoranti e razzisti, ma che la Curva Sud (quella gialloblu) era ed è il cuore di una squadra, di una città e di un club che hanno scritto una delle pagine più belle del nostro calcio, in quel lontano 1985. I ragazzi dell’Hellas, che della goliardia (magari a volte tracimante) hanno fatto il marchio di fabbrica, si sono rimboccati le maniche, risalendo la china lentamente. E superando proprio a Salerno uno snodo fondamentale per quel Verona di Mandorlini, che sarà capace di ritornare in Serie A.

Il 19 giugno 2011 è una data indimenticabile per i due club. Una di quelle in cui il calcio sa mandarti in paradiso come all’inferno. Si gioca il ritorno della finale playoff del girone A della Lega Pro tra granata e gialloblu. All’andata, di fronte a 22.000 spettatori, i veneti si impongono per 2-0, grazie al doppio rigore di Ferrari. Li attende un Arechi bollente. 25.000 ugole a spingere la Salernitana. Carrus apre le danze, firmando, sempre su rigore, l’1-0 per i campani. Ma il risultato non cambierà più e sarà l’ago della bilancia per il futuro prossimo delle due società. Florido quello veronese, disastroso quello salernitano. Arriva il fallimento in riva al Tirreno, si riparte dai dilettanti. Uno smacco per una città che vive di calcio e respira calcio nelle sue strade, nei suoi negozi e nella memoria dei suoi anziani che ancora oggi, passando davanti al vecchio stadio Vestuti, narrano le gesta delle squadre che furono e che emozionarono un popolo. Ci vorranno tre anni per tornare tra i cadetti. Eppure l’Arechi tornerà spesso a esser una polveriera, mostrando le sue coreografie, i suoi colori e le sue cascate umane ai gol. Se si è abituati a guardare il calcio in tv o a seguire gli asettici squadroni di Serie A, è difficile capire tutto ciò. Anche per questo Salernitana-Verona non è una partita come le altre. E anche per questo la salsedine che viene dal Lungomare inebria l’ambiente che circonda uno stadio dove tutti i chioschetti e i punti di ritrovo sono stati chiusi (per ordine pubblico, si capisce) ma che già offre i giusti rumori di sottofondo. In tanti vogliono trovare il riscatto per quelle scampagnate di massa a Marino, Fidene e Palestrina, proprio contro l’ultimo appiglio di calcio che conta affrontato prima dell’oblio.

Arrivano i tifosi del Verona. Sono 111. Fischi, improperi, gestacci. Da parte di tutto lo stadio. I loro drappi sono sistemati in uno dei due settori riservati agli ospiti. Al classico “chi non salta veronese è” gli ospiti rispondono con i classici sberleffi che ironizzano sulla meridionalità, trovando in risposta l’altrettanto ironico “Veronese pagaci le tasse”. In questa invettiva si può racchiudere tutto il nocciolo di questa sfida. E al pari di chi ascolta scandalizzato ci sono in tanti venuti apposta. Addirittura ragazzi arrivati dalla Germania per assistere allo spettacolo. Ne incontro uno fuori, conosciuto in giro per l’Italia in altre occasioni simili, in un italiano stentato mi dice: “Ciao Simone, tutto bene?”, col sorriso beffardo, quasi a dirmi: “Lo so, sono malato”. Siamo malati evidentemente. Ma il bello sta qua. Il bello sta nell’euforia, nel “veleno” della gente all’entrata delle squadre in campo e al pathos che fa salire il cuore in gola anche se si tifa chi, probabilmente, non vincerà mai nulla. Il calcio è l’Arechi, il Bentegodi, il pubblico con le bandiere, in piedi su quasi tutte le gradinate, i cori dei tifosi, le torce e gli sfottò.

Segna l’Hellas. Ganz, figlio d’arte. I butei vanno in visibilio. La Sud è leggermente frenata, proprio da quel pathos di cui parlavamo. Li capisco, so che si prova. Li invidio. Ricordo gli anni belli della curva, del tifo appassionato nella mia città. Quando pur volendo, la voce non mi usciva perché un misto di paura e voglia di lasciare lo stadio mi pervadeva finché la palla non finiva in rete. Sono emozioni che non ho più provato. Forse anche per colpa mia, troppo intento a razionalizzare tutto. O forse semplicemente perché non ho più avuto uno spazio adatto dove tirarle fuori. Ma le conosco, e non è un caso che nel secondo tempo, assimilato lo svantaggio, il tifo granata ritorni su livelli ottimali e con esso si porti dietro il pareggio di Coda. Un gran gol, di testa, che fa esplodere l’Arechi, trasformandolo in polveriera. Curva e Distinti aumentano i decibel, colorano le gradinate con le torce e nessuno si fa male. Perché non ci si fa male con la passione. La signora accanto mi abbraccia. Non la conosco, sono neutro, ma la cosa mi fa sorridere. Lo avrei fatto anch’io. I veronesi non fanno una piega e continuano ad agitarsi, cantando pure se sono pochi e pure se l’inerzia sembra ora dalla parte dei dirimpettai.

In realtà il risultato non cambierà più. Pari e patta. Con l’appendice dell’ultimo scambio di “vedute” tra le opposte fazioni e le curiose movenze di un tifoso scaligero in tenuta da sci. Nonostante i 30 gradi della serata. Farebbe ridere chiunque ed è il fedele specchio di cosa sia il tifo in Italia. Le luci si stanno spegnando e la notte si prepara ad accompagnare gli ospiti verso casa, con un viaggio che ripercorrerà buona parte dello Stivale. Carichi per aver avuto uno stadio contro e soddisfatti a metà per il punto colto. Nell’antistadio migliaia di macchine e motorini sono incolonnati, nel tentativo di rincasare. C’è chi commenta la partita e chi stringe la sciarpetta granata al collo del proprio pargolo. E tutta al vita torna a scorrere. Come nulla fosse per chi non ha perso le coronarie durante un’azione e chi non ha il mal di gol dopo aver gridato sperando di spingere la palla in rete.

 “Non è facile diventare un tifoso di calcio, ci vogliono anni. Ma se ti applichi ore e ore entri a far parte di una nuova famiglia. Solo che in questa famiglia tutti si preoccupano delle stesse persone e sperano le stesse cose. Cosa c’è di infantile in questo?”. Nick Hornby (Febbre a 90°).

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1 Commento

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  1. Granata forever !!!

    settembre 15, 2016 at 11:40 pm

    Complimenti, l’articolo trasuda di passione calcistica. La stessa che spinge noi supporters granata, da oltre un secolo, a seguire la Salernitana, sempre.

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Truffe e affini: quando lo Sportivo è vittima di raggiro

Emanuele Sabatino

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Il detto parla di gallina dalle uova d’oro ma se ribaltiamo il sesso possiamo tranquillamente parlare del pollo dalle uova d’oro. Il pollo in questione è il calciatore, o atleta di successo in generale, spesso miliardario in giovane età, improvvisamente o quasi, contornato da persone che gli vogliono bene ma anche da falsi cortesi che salgono sul carro del vincitore, di chi nella vita ce l’ha fatta e ha un bel po’ di grana. Indifeso e sprovveduto corre spesso il rischio di fidarsi troppo buttando alle ortiche gran parte della propria fortuna monetaria. Di seguito una carrellata di casi in cui i poveri atleti sono stati vittime di truffe e raggiri più un paio di chicche extra.

ALESSANDRO GAMBERINI

Ultimo in ordine cronologico la truffa ai danni dell’ex giocatore della Fiorentina Alessandro Gamberini che sarebbe stato raggirato da due suoi ex amici di Prato ed un banchiere per una cifra intorno al milione e seicento mila euro. Gamberini credeva di aver investito 1 milione di euro in un fondo obbligazionario al 3% (era scontento della gestione della banca precedente che gli fruttava solo lo 0,7% annuo), rivelatosi inesistente, e gli altri 620.000 in una fideiussione che non si ricordava neanche di aver firmato. Questi soldi sono stati usati dai due truffatori per coprire i loro debiti e comprare delle case. Ora dopo la deposizione in tribunale è in attesa che la giustizia faccia il suo corso.

MACCHINE PAGATE E MAI ACQUISTATE

Cosa hanno in comune Mexes, Ferrari, Zotti e Vucinic? Oltre ad aver militato nella Roma, gli stessi sono stati truffati da un concessionario della capitale che vendeva le auto, incassava i soldi ma non era in grado di fare il passaggio di proprietà perché queste ultime non erano di proprietà del concessionario ma in leasing. Scoperta fatta dalle forze dell’ordine in seguito alla denuncia di uno dei tanti comuni cittadini raggirati.

QUELLA PORSCHE FANTASMA

Stessa città, Roma, sempre una concessionaria. Sorte malevole è toccata anche ai calciatori Giorgio Venturin ed Andrea Silenzi che hanno comprato una porsche da 200 mila euro ma che non hanno mai visto dal vivo. Per loro una doppia beffa: oltre a non guidare mai la supercar anche l’archiviazione del caso da parte del giudice e addio soldi.

IL MADOFF DEI PARIOLI

Vittime del più classico degli schema Ponzi sono stati i due calciatori ex Roma Stefano Desideri e Ruggero Rizzitelli che hanno mal riposto i loro soldi nella mani (bucate) di Gianfranco Lande detto “Il Madoff dei Parioli”. Garantiva investimenti con ritorni incredibili nel corto-medio termine e riusciva a pagare tutti fintanto che riusciva a portare soldi nuovi dentro il suo schema. Una volta saturo è scappato con la cassa. Rizzitelli ha perso circa 3 milioni di euro. Lande è stato condannato a 5 anni e mezzo di carcere, già scontati, per un ammontare di soldi rubati pari a 170 milioni di euro ma c’è chi giura siano molti di più.

MAMMA HO PERSO L’AEREO

Dall’erba al parquet il discorso non cambia. Anche un grande campione come Scottie Pippen è stato truffato alla grande. L’ex stella degli imbattibili Bulls di MJ ha comprato un aereo, rivelatosi poi rotto, per 4 milioni di dollari. Oltre il danno anche la beffa: per riparare ha dovuto spendere un milione di dollari aggiuntivo.

SE TI TRUFFA ANCHE LO STATO

Quante volte abbiamo sentito parlare della Spagna come il paradiso fiscale per i giocatori che lì pagavano meno tasse? Fu proprio Galliani a dire anni fa, prima che la situazione cambiasse, che non c’era partita perché la fiscalità spagnola a parità di offerta era sempre la metà preferita dai calciatori.

In Spagna però le cose sono cambiate ed i calciatori che pagano in Spagna il 50% di tasse, una volta venduti all’estero e cambiando la residenza fiscale abbattono l’aliquota fino al 20%. La differenza deve tornare nelle casse dei contribuenti. Non è stato così però per alcuni calciatori come ad esempio Sahin ai tempo del Real, Salvio con l’Atletico Madrid e Zapata con il Villarreal che una volta cambiato squadra e lasciata la Spagna non hanno ricevuto nulla. Dove finivano i soldi? Su un conto off-shore intestato ad un’ispettrice del dipartimento fiscale spagnolo. Il piano era perfetto perché in teoria i calciatori ignari del vantaggio fiscale non avrebbero mai preteso la cifra. Peccato per lei che alcuni calciatori sono sprovveduti ma altri si affidano a fior di professionisti per pagare meno tasse e avere vantaggi economici in continuazione (come il trasferimento di Ronaldo alla Juve).

TRUFFARE UNA FEDERAZIONE

Dovrebbe vincere il premio di truffatore del millennio. Il personaggio in questione è Wilson Perumal ora in carcere ma prima una delle persone più potenti ed influenti del calcioscommesse mondiale. Cosa faceva? Organizzava finte amichevoli tra nazionali comprando le divise e raccattando le persone per strada. Così da far uscire risultati clamorosi e scommettendoci sopra. Come è stato scoperto? Grazie ai suoi agganci organizzò a Manama un’amichevole tra Bahrein e Togo. Il Togo era una nazionale forte perché annoverava tra le sue fila Adebayor mentre il Bahrein era una squadra modesta. Quote stra-sbilanciate a favore dei togolesi che però persero 3-0. Il perché è da ricercarsi proprio nel fatto che chi vestiva la maglia della nazionale togolese erano dei figuranti. Mentre in Bahrein festeggiavano la vittoria, il ministro dello Sport del Togo lesse sul giornale di quella partita e incredulo scrisse una lettera alla Fifa: la nazionale, quella vera, era impegnata in Botswana nelle qualificazioni della Coppa d’ Africa.

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Calcio

Il Derby delle due Tirano e il Regio Decreto 28 giugno 1863

Francesco Beltrami

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Come anticipato qualche settimana fa, presentandovi il nuovo campionato unico Seconda e Terza Categoria della provincia di Sondrio, abbiamo approfittato di uno dei frequenti viaggi di famiglia in Valtellina, per andare a vedere una partita di questo particolare campionato, e riprendere le nostre cronache dal calcio minore. Non una partita qualunque tra l’altro, ma un derby che non credo abbia un nome, ma che mi verrebbe di chiamare Derby delle Due Tirano. Un po’ di storia.

Tirano è una cittadina di 9.000 abitanti in Alta Valle. Importante crocevia con la vicinissima Svizzera,  famosa per il Santuario della Madonna di Tirano e per essere capolinea di ben due ferrovie, quella nazionale sulla linea Milano-Lecco-Tirano e del cosiddetto Trenino Rosso del Bernina, linea elvetica di alta montagna che attraverso il Passo del Bernina raggiunge Saint Moritz. Il Trenino Rosso è da qualche anno patrimonio dell’umanità dell’Unesco e Tirano oltre che capolinea è l’unica stazione in territorio italiano.

La squadra calcistica di Tirano è la US Tiranese, attualmente in Seconda Categoria, con qualche trascorso in categorie superiori, una stagione in Promozione quando era quarta serie nell’immediato dopoguerra come livello più alto raggiunto.

Villa di Tirano invece di abitanti ne ha 3.000 e non è e non è mai stato una frazione di Tirano. E’ un comune autonomo confinante e transitando lungo la Strada Statale 38, la famosa via del Passo dello Stelvio, si attraversa, andando in direzione Nord prima Villa, poi ci si trova a Tirano senza quasi accorgersene visto che ormai tra gli abitati non c’è più alcuna separazione. Fino al 1863 Villa di Tirano era solo Villa, con le sue undici frazioni. Poi, con l’unità d’Italia sorse il problema che di località chiamate Villa ce n’erano troppe e un Regio Decreto del 28 giugno 1863 stabilì di aggiungere un determinativo. Villa del mandamento di Chiavenna divenne Villa di Chiavenna e Villa del mandamento di Tirano divenne Villa di Tirano. Percorrendo la statale 38 prima ancora di Villa, ma questa è un’altra storia e tra l’altro l’abbiamo già raccontata, si attraversa un altro comune, quello di Bianzone, patria del primo oro olimpico invernale italiano, Nino Bibbia che vinse la prova dello skeleton a Saint Moritz nel 1948. Torniamo al calcio.

 

La squadra locale è la sezione calcio Polisportiva Villa, associazione che si occupa di molti sport e anche collabora all’organizzazione di feste e sagre come la ormai trentennale Sagra dell’Uva e della Mela, motivo per cui eravamo in Valle lo scorso week-end. La squadra milita in terza categoria e gioca nello stadio di Stazzona, una delle undici frazioni, probabilmente quella in cui ci furono in epoca remota i primi insediamenti, in riva all’Adda dalla parte opposta della 38. Risalendo il fiume lungo la strada locale che attraversa vigneti e meleti si arriva al Comunale di Tirano, casa della US Tiranese.

Il Derby, reso possibile dalla fusione dei due campionati, non si giocava da oltre dieci anni, ed era dunque attesissimo, anche se la concomitanza con la Sagra della Mela a Villa e con la Corsa del Sole a Tirano oltre al non grande seguito che il calcio di provincia ha ormai in questi tempi in cui le TV offrono Ronaldo, Messi e compagnia in alta definizione tutti i giorni a tutte le ore, ha fatto sì che al Comunale di Tirano arrivassero non più di un centinaio di persone.

 

Zona tutta dedicata allo sport quella dove sorge il Comunale, campi da tennis, piscine, stadio, che confina a sua volta con il poligono di tiro, da cui per tutta la partita è arrivato l’assordante rumore di fucilate e pistolettate. L’esterno si presenta da impianto di una certa importanza, doppia biglietteria divisa da una parete su cui è dipinto lo stemma della US Tiranese. Come sempre vado in incognito, pago i miei 5 euro di biglietto ed entro, circa venti minuti prima dell’inizio. Il campo è in erba sintetica, la tribuna coperta. Lavori effettuati una decina d’anni fa con un notevole esborso economico, oltre 500.000 euro trovo su articoli di siti locali. I seggiolini singoli sui cinque gradoni della tribuna sembrano precedenti, a un rapido conteggio sono circa 350 il che fa pensare che in periodi antecedenti, quando ci si sedeva direttamente sul cemento, la struttura potesse arrivare ad ospitare quasi 500 spettatori.

Le squadre terminano il riscaldamento e qualche sostenitore inizia ad arrivare. Ci sono parenti e amici dei giocatori, diverse sorridenti fidanzate e qualche immancabile anziano che probabilmente vede calcio da una sessantina d’anni. Anche tre asinelli che guardano da un terreno confinate, insieme al loro proprietario e ad alcuni ragazzini. Si comincia. La Tiranese è nettamente favorita, ma nei derby non si può mai dire. Infatti la Polisportiva Villa regge tutto il primo tempo e al trentottesimo va addirittura in vantaggio con un tiro da fuori di Acquistapace. Passano cinque minuti e la Tiranese, punta sul vivo arriva al pareggio, grazie a un’autorete di Fiorina. Un minuto e con un altro tiro dalla distanza il Villa torna avanti con Bruga e va al riposo sorprendentemente in vantaggio.

In tribuna le fidanzate chiacchierano tra loro, lo stesso fanno gli anziani. Uno sostiene che un certo giocatore della Tiranese debba essere sostituito immediatamente perché non in grado di controllare la palla. Poi confida all’amico di aver mangiato la sera prima la crostata di frutta. – E il diabete? . Gli domanda subito l’altro. – E’ andato a 165! Ma per una volta…- Il discorso torna al calcio.

La ripresa è un assedio, dopo venti minuti la Tiranese ha l’opportunità di pareggiare grazie a un calcio di rigore, ma il portiere Zubiani del Villa si supera e devia in corner. L’assalto dei padroni di casa continua, gli ospiti si difendono come possono, qualche fallo in più ma il clima resta sostanzialmente sereno. Lunghissimo il recupero, poi il fischio finale e la festa dei giocatori della Polisportiva può iniziare. Per loro è un successo che vale quasi una stagione. In casa della Tiranese c’è tristezza, un ragazzo delle giovanili, sul campo come raccattapalle, si sfoga attraverso la recinzione col padre: – Che vergogna! Abbiamo perso con quelli del Villa!-

E’ il fascino del calcio più vero, della provincia più lontana, ai piedi delle grandi montagne. Che nessuna sigla CR7 trasmessa da TV certificate da altre sigle come HD o SuperHD, potrà mai avere.

 

 

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St. Pauli: i Pirati tedeschi che giocano contro l’odio

Ettore zanca

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Contro slogan di intolleranza e razzismo o provvedimenti che prendono a calci il buon senso, parlando di panini e mense autorizzate solo per pochi, contro l’autorità che si travisa dietro la legge per fare provvedimenti dubbi, una delle soluzioni sarebbe andare in un quartiere a luci rosse, poi, vedere una partita.
No, non è una boutade, è la realtà.

Ad Amburgo c’è un motto, esistente da sempre in quella che viene definita la Venezia del nord: «I posteri abbiano cura di conservare degnamente la libertà che gli antenati partorirono.». 
Già avete capito che qui la democrazia passeggia libera e anche un po’ libertina. Infatti al suo interno, c’è il covo, o l’alcova di un quartiere a luci rosse, che si confonde con portuali che farebbero arrossire un camallo, per la loro forza espressiva. Una zona in cui poco tempo fa perfino un serial killer era meglio girasse scortato.

Dentro questo ventre, o meglio, monte di Venere della città, alberga una squadra. Il suo nome è St. Pauli FC. Gioca in seconda divisione e fino a poco tempo fa sognava di scontrarsi e battere i cugini dell’Amburgo, famosi per avere un orologio che segnava da sempre il loro non essere mai retrocessi, fino all’anno scorso.

Il St. Pauli non è una squadra trascendentale, si suda salvezze impossibili e spesso con giocatori che si applicano tanto, ma poco ottengono. Eppure l’amore per questa squadra è incondizionato. Intanto perchè è una squadra dichiaratamente antinazista e multirazziale. Non è raro, come quest’anno, trovare sulle loro maglie ricamato anche l’arcobaleno, simbolo di pace e di molto altro. Inoltre sono una a polisportiva che ospita molti ragazzi che stanno lontani dalla strada.

I ragazzi di marrone vestiti però hanno tanti motivi per far battere i cuori dei rudi portuali. Intanto lo stadio e le sue zone limitrofe sono sede di vaste iniziative di creatività, musica pittura, scrittura e arti varie, qui sono bene accette e stimolate.

Poi tutto quanto quello che la squadra decide, viene concertato con i tifosi più rappresentativi, che cercano sempre insieme ai giocatori di organizzare incontri benefici o iniziative a favore delle categorie più deboli e svantaggiate.
Una delle giornate più belle, allo stadio del St.Pauli, si ebbe quando si giocò contro la Lampedusa Hamburg Football Club, nel 2013, una squadra improvvisata di migranti, venuti appunto da Lampedusa e rifugiatisi qui. La partita servì a finanziare acquisti di cibo, coperte e vestiti, inoltre la società cercò attivamente di favorire l’integrazione di chi era arrivato in questo covo di bellissimi pirati del calcio.

Già perchè il simbolo della squadra è la bandiera del Jolly Roger, quella dei pirati, portata per scherzo da alcuni tifosi tanti anni fa e rimasta nella tradizione del club. Inoltre, piccolo particolare, andatevi a vedere le maglie che hanno indossato dal 2014 ad adesso, sono delle meraviglie.

Insomma un posto dove la democrazia non è solo un modo per sciacquarsi la bocca. Già perchè anche a guardare un compagno di squadra a cui passare il pallone, dovremmo ricordare che “compagno”, ha origine dall’etimo del “mettere il pane in comune”, dividerlo.
E perchè forse bisogna ripartire da una forma di bellissima pirateria ribelle e sana, perchè tutto non vada a puttane. E non mi riferisco al quartiere a luci rosse, stavolta.

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