Connettiti con noi

Storie dell'altro mondo

Ternana, il cuore d’acciaio della vecchia “Pista” di Viale Brin

Simone Meloni

Published

on

Il sole è alto e rimbalzando sulla grande scritta “Acciai Speciali Terni” illumina Viale Brin. Da una parte il grande stabilimento delle acciaierie, dall’altro la mensa e un parcheggio. Grande, dove i pannelli fotovoltaici di ultima generazione la fanno da padrone. Un muro di cinta ne delimita buona parte e di primo impatto nessuno direbbe che là si sono giocati oltre quarant’anni di calcio ternano, dalle infime categorie regionali alla Serie B. Sommerso dalle erbacce e dilaniato dal tempo. È ciò che resta della “Pista”. Lo stadio che ha ospitato le gesta della Ternana dal 1925 al 1969. Il catino costruito proprio dall’azienda.

Quando ho saputo che questo è stato il tempio della Ternana, ho smesso di parcheggiarci, per rispetto. Marco Barcarotti è una memoria storica dei rossoverdi. Non c’è un angolo di Terni che per lui non coincida con il club. “Quando passo qua – mi dice mentre attraversiamo Piazza Valnerinanon posso far altro che pensare alla prima promozione in massima serie nel 1972. C’era una grandissima “A” rossoverde piantata al centro, e le macchine dovevano per forza passarci sotto”. E ci svela: “Molti pensano che la “Fera” sia l’effige della Ternana, mentre “Fera” altro non è che un termine dialettale, con cui, soprattutto nel passato, si indicava un animale feroce. La leggenda vuole che i tifosi, tornando dallo stadio, quando la Ternana vinceva, dicessero: “Hai visto che partita? Sono stati delle Fere!”. E così questo termine è finito per diventare il vero e proprio soprannome della squadra”.

serie a

Anche lui è un dipendente AST. Anche lui sa quanto questa sia croce e delizia per la città. 2.400 operai impiegati. Erano 2.800, prima dei recenti licenziamenti (e ben 12.000 durante la Seconda Guerra Mondiale, quando c’erano da costruire armi e strumenti per il conflitto e la città venne rasa al suolo dai bombardamenti). Gli scioperi, le manifestazioni di Roma di due anni fa, i picchetti, una città intera solidale con i suoi operai, l’inquinamento che in alcune zone ha reso impossibile coltivare e utilizzare l’acqua. Il rapporto di “amore e odio”, come racconta Marco, “che ti porta comunque a vegliare i forni, per non farli spegnere” durante la protesta. Perché l’acciaieria è Terni, nel bene e nel male. L’indotto fondamentale per l’economia locale, una speranza per i giovani e un orgoglio nazionale (sebbene il passaggio nelle mani della Thyssenkrupp abbia sancito, praticamente, la fine di una produzione fino ad allora tutta italiana).

[foogallery id=”6716″]

Opere di Orneore Metelli – Veduta Acciaierie e Stadio

Con la macchina arriviamo esattamente dietro al muretto del velodromo. Scendiamo. “Non lo senti?”, mi domanda. “Non senti il grido ‘Fere, Fere!’?. Ogni volta che ci entro mi sembra di rivedere il pubblico attaccato alle reti, i tifosi che salgono sul tetto della mensa per seguire la partita e la tribuna coperta che spaventa gli avversari. E poi provo una grande malinconia nel vedere cosa è diventato. La maggior parte dei ternani – racconta – non sa minimamente che questo era uno stadio”.

“Dopo che la Ternana si trasferì al Liberati – dice – qui si continuò a giocare a livello dilettantistico. Ricordo di aver calpestato anche io questo terreno e di esser venuto spesso a vedere mio fratello, che giocava in una piccola squadra. Purtroppo venne smantellato negli anni ’80, e ciò fu possibile anche grazie alla totale mancanza di una memoria storica collettiva. Inoltre – continua – poco dopo il passaggio al nuovo stadio, si approdò in Serie A, quindi l’entusiasmo del caso aiutò a cancellare tutti i ricordi del vecchio campo di Viale Brin”. Terni, oggi, registra difficilmente numeri alti sulle gradinate. Marco mi spiega che “gli ultimi 15 anni, è come se non fossero esistiti per il tifoso ternano. Le gestioni societarie – spiega – le nuove leggi iper repressive e tante altre motivazioni, hanno contribuito a ciò. Lo stadio si riempie soltanto in occasione dei derby con il Perugia, perché è un qualcosa che va ben oltre l’evento calcistico. Un colpo al cuore, se si pensa agli anni ’80-’90, quando il tifo delle Fere era un qualcosa di unico. Capace di portare 15.000 persone a Cesena per uno spareggio di C2, e migliaia di tifosi in ogni trasferta”.

Un passato glorioso, fatto di storie. Di giocatori che venivano a Terni in cerca di lavoro e trovavano il calore di un pubblico mai domo. Francesco Liguori, da queste parti, è il numero 10 per antonomasia. Uno che Viale Brin l’ha respirato (dal 1965 al 1970), oltre a infiammarlo con i suoi gol. “Arrivai a Terni con mio padre, che era nell’esercito – racconta – ho iniziato a giocare in Promozione, con la Virtus Terni. E giocavamo proprio alla “Pista”. Quando venni preso dagli Allievi della Ternana, la squadra era in IV Serie. Ci sono arrivato fino alla Serie B. Era un campo meraviglioso – continua – ricordo che da bambini , assieme a tutti i ragazzi che abitavano nelle zone della Fabbrica d’Armi e di Viale Brin, andavamo spesso a correrci di nascosto con la bicicletta”. Un catino per tutte le avversarie. “Era un campo che bisognava conoscere e, soprattutto in Serie B, quando arrivavano squadroni come la Lazio, ci tornò molto utile. Il fondo era in terra battuta, con qualche ciuffo d’erba che cresceva qua e là e d’inverno la tribuna centrale era sempre ghiacciata, dato che non ci batteva il sole. Con la B il campo venne un po’ allargato, perché furono erette delle tribune in tubi Innocenti dietro le porte, ciò portò la capienza a circa 6.000 spettatori e permetteva di aver un tifo caldissimo, attaccato alle reti. Certo – dice – non c’erano i comfort di oggi. Ad esempio gli spogliatoi erano direttamente sotto la pista, molto ristretti e fatiscenti, addirittura ricordo quanto fosse complicato entrarci, si rischiava sistematicamente di battere la testa. Molti ci potevano anche prendere per “morti di fame” – scherzama conoscevamo così bene quel luogo che divenne la nostra forza. Proprio ai biancazzurri romani è legato uno dei ricordi più belli. “Chiaramente i tifosi laziali vennero a Terni molto spavaldi, chiedendo “dove fosse er campetto” e prendendo una valanga di multe, perché parcheggiavano le macchine ovunque gli capitava. Dimostrammo quanto valevamo e vincemmo 2-0, grazie a una mia doppietta e a una grande gara di Cardillo”. Era la stagione ’67-’68, e sulla panchina sedeva l’indimenticato Viciani.

[foogallery id=”6719″]

Ternana – Lazio, Stagione 1967/68

Ora la “Pista” non c’è più. Quando passo a Viale Brin mi viene il magone – afferma – il pensiero che al posto del campo ci sia un parcheggio è bruttissimo. E questo succede anche agli altri giocatori. Per la Terni sportiva è un qualcosa di avvilente, forse si sarebbe dovuto fare qualcosa per salvare quello spazio.”. Eppure il Liberati, all’epoca, fu una grande opera. “Ai tempi, con il concetto di stadi polivalenti, fu sicuramente ottimo. Il problema è che con il passare del tempo le cose sono peggiorate. A Terni sono arrivati presidenti con poco attaccamento alla causa, e questo ha influito in peggio nella salvaguardia della storia. Se non si ha un minimo legame con i colori rossoverdi, è difficile dare qualcosa alla gente”.

Silvano, del club “Radio Noce”, è un tifoso che ha vissuto quei tempi. E anche il ricordo dalle gradinate è notevole. Il campo di Viale Brin era tutto per noi – esordisce – era la Ternana. Ho cominciato a frequentarlo a 17 anni. Ricordo che quando venimmo promossi in Serie B, cambiammo tutte le reti di recinzione. Tutta la città partecipò ai lavori – racconta – compreso il vecchio presidente Taddei. C’erano i bruciatori che andavano a nafta e spesso capitava che i giocatori facessero la doccia con l’acqua fredda. Inizialmente la capienza era di soli 3.000 spettatori, così quando non si entrava tutti, si trovavano metodi “alternativi”, come ad esempio arrampicarsi sulla mensa delle acciaierie. Avevamo pochi divertimenti all’epoca, e la Ternana rappresentava il massimo per tutti”.

[foogallery id=”6725″]

Festa Promozione Serie B

Alberto è un altro tifoso storico, che ricorda: “Quando lo stadio venne fabbricato, in tempo di guerra, lo sport era al centro della vita politica – racconta – fu fatto un velodromo come a Como o Varese, e negli anni ’50 passò da queste parti anche il Giro d’Italia. È stato un impianto indimenticabile, le tribune diventavano nere con i fumi delle acciaierie. Un aneddoto particolare è legato alla partita con l’Arezzo, quando ci fu una tentata invasione e un mio amico rimase impigliato alla rete. Oppure nel 1956 – continua – quando ci fu una copiosa nevicata prima della partita e tutti abbiamo dovuto spalare per ripulire campo e spalti dalla neve. Non eravamo una società ricchissima, tanto che agli ingressi venivano piazzate delle “callarelle” (tipo cazzuole) per raccogliere dei soldi. Quando eravamo ragazzini – conclude – ci mettevamo davanti ai cancelli aspettando che arrivassero i più anziani, che ci prendevano per il bavero facendoci entrare gratis”.

Marcello Diomedi ha giocato con la Ternana solo nella stagione ’64-’65, ma conserva un ottimo ricordo. “Ho giocato a Viale Brin sia da avversario, con la Sangiorgese, quando vincemmo 1-0 grazie a un gol del papà di Christian Vieri, che con la casacca rossoverde – spiega –i tifosi seguivano moltissimo la squadra, ricordo che in trasferta si spostava buona parte della città. In particolar modo  – evidenzia – mi è rimasta impressa la grande presenza femminile sugli spalti. La partita più sentita era ovviamente quella col Perugia. Quell’anno vincemmo 1-0 e ci furono tantissimi caroselli”. E ancora spunta il forte legame tra Terni e le acciaierie. “Ai tempi era una città molto ricca – rammenta – anch’io approdai là con la speranza di trovare lavoro negli stabilimenti”.

Quattro anni (dal 1965 al 1969) e 107 partite con maglia delle Fere. Giorgio Vecchiato ha scolpito nel suo cuore i colori rossoverdi. “Eravamo una grande famiglia e a Terni ho trovato persone leali, modeste e brave – dice – l’ambiente era casereccio e caldissimo. Non dimenticherò mai il giorno della promozione in Serie C, contro la Jesina. Feci fare un gol. La gente era letteralmente impazzita”.

Resta quel cuore d’acciaio in tutti i tifosi rossoverdi. E anche oggi, sulle vecchie gradinate del Liberati, per chi ha vissuto quegli anni, o letto storie dell’epoca, per ogni avanzata delle Fere c’è un grido in più: è quello dei tifosi di Viale Brin. Perché la memoria non ne cancelli mai l’esistenza. La storia è come l’acciaio, anche se fusa rinasce e si conserva. Ma non sparisce mai.

Si ringrazia il sito www.memorierossoverdi.it per il materiale fotografico

Guarda la Gallery con le foto del Viale Brin oggi

[foogallery id=”6729″]

 

Clicca per commentare

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

2 × 5 =

Calcio

Mario Corso, il poeta maledetto del calcio italiano

Nicola Raucci

Published

on

Corso gioca un calcio in poesia, ma non è un “poeta realista”: è un poeta un po’ maudit, extravagante. Pier Paolo Pasolini

La storia del calcio è come un grande dipinto su un campo d’erba, ricco di migliaia di personaggi. Alcuni riconoscibili, altri meno; ognuno con le proprie caratteristiche. Solcato da una caterva di atleti, podisti o poco più, battuto da una moltitudine di agonisti senza fantasia, si intravede nella miriade di calciatori buoni e di giocatori mediocri la luce dei veri artisti del pallone. Tra questi spunta un ragazzo un po’ così, svagato e dall’aria sorniona, pochi capelli, orecchie a sventola e voce roca. Non si fa fatica a definirlo poeta: Mariolino Corso.

Talento cristallino ed incompreso, genio assoluto sempre in discussione, insolente fino a far saltare i nervi, affinatore delle sue opere nei minimi dettagli, Mariolino, il poeta maledetto, ha scritto pagine di pura bellezza calcistica.

Nasce a San Michele Extra, quartiere di Verona, il 25 agosto 1941. Esordisce nell’Azzurra Verona, società del rione di San Giovanni in Valle, e ben presto passa tra le file dell’Audace. Il ragazzino non è che corra poi tanto ma ha una classe sublime e un piede sinistro divino. Su quei campetti di periferia il suo primo allenatore, Nereo Marini, ne intuisce il dono e lo costringe ad esercitarsi ogni giorno per ore sui calci piazzati alla fine delle sessioni di allenamento.

Nel 1957 l’Inter lo preleva nell’ambito dell’operazione da 9 milioni di lire che porta anche Guglielmoni, il giocatore ritenuto di maggior talento, e da Pozzo alla società meneghina. Per Corso primo contratto da professionista da 70 mila lire al mese.

Debutta in maglia nerazzurra a 16 anni e 322 giorni, siglando la seconda marcatura di Como Inter 0-3 di Coppa Italia, il 12 luglio 1958. Il 23 novembre dello stesso anno esordisce in Serie A in Inter-Sampdoria 5-1 e la settimana successiva segna in Bologna-Inter 2-2 la sua prima rete nel massimo campionato.

Lega indissolubilmente il suo nome ai colori nerazzurri dove milita dal 1957 al 1973. 502 presenze e 94 reti, quattro Scudetti (1962-1963, 1964-1965, 1965-1966, 1970-1971), due Coppe dei Campioni (1963-1964, 1964-1965) e due Coppe Intercontinentali (1964, 1965), oltre a tre stagioni da capitano (1967-1970). È uno dei leggendari interpreti della Grande Inter di Helenio Herrera, dove gioca svariando tra il centrocampo e l’attacco, senza collocazione fissa. Lo si chiamerebbe poeta errante sebbene sovente lo si veda aspettare il pallone sul lato del campo come fosse in contemplazione. Porta il numero 11 sulle spalle ma non è un’ala, predilige accentrarsi partendo dalla destra per calciare con l’unico piede che utilizza: il sinistro. L’essenza di Corso è tutta nel suo piede sinistro, più precisamente è il piede sinistro di Dio, come dirà di lui la sera del 15 ottobre 1961 il CT avversario Mándi, dopo una doppietta (87’ e 90’) e una prestazione sontuosa in Israele-Italia 2-4. “Meglio un piede solo che due scarsi” afferma Mariolino durante le interviste.

Sua prerogativa sono quei calzettoni abbassati fino alle caviglie, in omaggio al suo idolo, Omar Sivori, al quale il talento di San Michele Extra fa tunnel non appena se lo trova davanti. Ma Corso è fatto così, irriverente, dal carattere forte e anarchico fuori e in campo, dove si aggira indisciplinato a scompaginare gli schemi di gioco. Definirlo risulta difficile, uno sforzo impossibile. Tutto e niente, attaccante esterno non proprio velocissimo, centrocampista di manovra a volte eccessivamente compassato e con scarsa propensione difensiva. Brera lo chiama participio passato del verbo correre per quel dinamismo a corrente alternata in cui a progressioni esaltanti fanno seguito lunghe camminate. E lui risponde a modo suo, con giocate imprevedibili, dribbling che spiazzano gli avversari e passaggi risolutivi per i compagni. Espressioni di un genio assoluto, in quanto libero da ogni limite o ruolo. È la palla che deve correre, non lui. Lui crea, ammalia, stupisce ne la Scala del calcio. Non è un calciatore da lavagna e posizione, lui è sregolatezza ed intuizione. Tanto indisciplinato nella tattica quanto ligio agli allenamenti dove affina le doti, primo ad arrivare, ultimo ad andarsene, perché il dono non basta. Occorre dedizione e lavoro.

Herrera, il comandante, dal carattere autoritario, non ama di certo quel ragazzo discontinuo e riservato ma carismatico, che nello spogliatoio ruggisce, permettendosi di interrompe le sue arringhe estatiche, e che si aggira in modo irritante nelle zone d’ombra del campo quando il sole è particolarmente forte. Alla fine di ogni campionato mette puntualmente il nome di Corso in cima alla sua lista di proscrizione. E Angelo Moratti puntualmente se lo tiene stretto, innamorato del suo genio, tutto estro e imprevidibilità.

Nella macchina perfetta della Grande Inter, Corso è Mandrake mago e illusionista, in grado di tirare fuori dal suo piede azioni impossibili. È il tocco di imprevidibilità capace di risolvere le situazioni di stallo. Come a Madrid il 26 settembre 1964 nello spareggio della Coppa Intercontinentale contro l’Independiente. Sotto il diluvio e in un Santiago Bernabeu totalmente a favore degli argentini, l’Inter resiste stoicamente agli assalti e alla superiorità fisica degli avversari. Mandrake gioca una gara incredibile, di grande sacrificio. Poi, ai supplementari al 110’, controlla la palla di petto su cross dal fondo di Peiró e la colpisce al volo di collo esterno, ovviamente, sinistro. Rete e prima Coppa Intercontinentale per l’Inter.

Il 12 maggio 1965, in un San Siro gremito in ogni ordine di posto per la semifinale di ritorno della Coppa dei Campioni, una delle sue magistrali punizioni a foglia morta, dalla proverbiale traiettoria ad effetto, la quale si alza sopra la barriera e scende in maniera imprevedibile e improvvisa, apre all’8’ la storica rimonta contro il Liverpool. Al 62’ esegue un passaggio filtrante di prima con l’esterno del sinistro per l’inserimento di Facchetti che sigla il 3-0. Beneamata in finale verso il secondo trionfo continentale consecutivo.

Il pezzo più pregiato della sua carriera è l’annata 1970-71 quando, partito Suarez, diviene il regista della squadra. Una stagione straordinaria, nella quale la continuità e la tecnica di Mariolino guidano l’Inter ad una entusiasmante rimonta sul Milan da -7 alla conquista dello scudetto. Prestazione da antologia nel decisivo derby di ritorno del 7 marzo 1971, di cui è l’assoluto protagonista. Al 12’ segna l’1-0 con una punizione dai 18 metri battuta a sorpresa ad aggirare la barriera che si insacca a fil di palo alla destra di Cudicini. Alla mezz’ora, vinto il contrasto con Rivera tra l’ovazione del pubblico, dà il via al contropiede per il definitivo 2-0 di Sandro Mazzola.

Una qualità sopraffina quella di Corso che purtroppo non si è potuta ammirare abbastanza in Nazionale. Solo 23 presenze e nessuna convocazione a Mondiali o Europei. Il 16 maggio 1962, dopo essere stato escluso per il Mondiale in Cile dal CT Giovanni Ferrari a seguito di un confronto a muso duro, durante un’amichevole di preparazione tra l’Inter e la selezione cecoslovacca, Mandrake è autore di un goal capolavoro. Tra l’applauso degli avversari e l’ammirazione del pubblico, Corso cerca con lo sguardo il CT nella tribuna di San Siro e gli dedica platealmente un inequivocabile gesto dell’ombrello. Scalpore, indignazione e addio alla maglia azzurra che da allora in poi diventerà sempre più irraggiungibile.

Un ostracismo favorito comunque dallo spirito ribelle del talento veronese, spesso in contrasto con i suoi allenatori, da Edmondo Fabbri a Heriberto Herrera.

Anche sul campo la sua grinta e il suo carattere forte sono sempre presenti, come nella famosa partita della lattina del  20 ottobre 1971 contro il Borussia Mönchengladbach, nella quale prende a calci l’arbitro Jef Dorpmans nel finale concitato. Riceve una squalifica di sei turni nonostante l’annullamento della gara.

L’esperienza da calciatore nerazzurro termina nel 1973, quando l’allora presidente della società milanese, Ivanoe Fraizzoli, richiama in panchina Helenio Herrera. Senza più la protezione di Moratti, Corso viene ceduto al Genoa. Ma i grandi artisti, è risaputo, non escono mai di scena in sordina, così nella partita contro l’Inter a Marassi, Mariolino mette a referto un goal di testa, un colpo di genio del poeta nei confronti del suo eterno amore nel modo più imprevedibile. Il tutto sotto gli occhi di Herrera.

Il periodo genovese ha storia breve a causa di un grave infortunio alla tibia che lo porta a ritirarsi nel 1975.

È la fine della carriera calcistica del poeta maledetto, di un artista del pallone senza eguali, libero e geniale come le sue giocate, in grado di estasiare con il suo estro intere generazioni: Mariolino Corso.

Continua a leggere

Calcio

Ronaldo: Manifesto di un Futurismo “fenomenale”

Matteo Calautti

Published

on

Compie oggi 42 anni Luis Nazario de Lima Ronaldo, per tutti il Fenomeno. La sua data di nascita resta però discussa in quanto, secondo sue dichiarazioni, dovrebbe risalire al 18 Settembre mentre l’iscrizione all’anagrafe è del 22. Per celebrarlo abbiamo messo in parallelo il suo modo di giocare con l’arte futurista.

Quella di Ronaldo Luís Nazário de Lima, universalmente conosciuto come Ronaldo, è una carriera cinematografica ma non nel senso comune del termine. Bensì una carriera rappresentabile per mezzo di fotogrammi, dalla temperatura spesso antitetica: dal freddo glaciale dei periodi bui al caldo dei momenti di energia che ha regalato all’universo del Pallone. Una serie di diapositive diverse per natura che, se sovrapposte, configurano ciò che è stato e ciò che avrebbe potuto essere. Il tutto con tre minimi comun denominatori: movimento, velocità ed energia.

«Noi vogliamo esaltare il movimento aggressivo, l’insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo ed il pugno». Così recitava il terzo punto del Manifesto del Futurismo, scritto da Filippo Tommaso Marinetti e pubblicato nel 1909 sul quotidiano francese Le Figaro, con sede a Parigi. Un manifesto che ha sconvolto il mondo dell’arte e alimentato le avanguardie, nella città della raffinatezza per eccellenza. Un contrasto, quello tra impeto ed eleganza, che sembra sintetizzarsi nella rete con cui Ronaldo stupisce il mondo ad appena 19 anni ai Giochi Olimpici di Atlanta 1996, sotto la guida di Mário Zagallo. Il Ghana conduce per 2-1 quando si accende il Fenômeno. Goal del pareggio su punizione dal limite dell’area battuto rapidamente ed astutamente da un compagno. Poi la magia per il 3-2: verticalizzazione per Ronaldo dal settore sinistro della tre quarti, il dianteiro verdeoro resiste alla carica di un avversario e supera Simon Addocon un dolcissimo tocco sotto a girare.

Parigi, dicevamo. La città in cui Marinetti ha divulgato al mondo intero il suo nuovo Credo artistico. «Noi vogliamo inneggiare all’uomo che tiene il volante, la cui asta ideale attraversa la Terra, lanciata a corsa, essa pure, sul circuito della sua orbita». Una città, la capitale francese, che ha raccolto i fotogrammi con la differenza di temperatura maggiore. Era il 1997 quando Ronaldo sollevava il suo primo trofeo internazionale in Europa, ovvero la Coppa delle Coppe vinta con il Barça grazie ad un suo calcio di rigore proprio contro il Paris Saint-Germain. Era il 1998 quando il Fenômeno trionfò in Coppa UEFA con la maglia dell’Inter nel derby tutto italiano contro la Lazio, proprio al Parc des Princes. Il suo goal, quello del 3-0, è scolpito nella leggenda: un attaccante capace di intimorire, disorientare e far sedere il proprio avversario, affrontato in un duello condotto senza toccare il pallone. Serie di finte che si disperdono nell’aria, un movimento in corsa, Marchegiani seduto e palla in rete.

Tuttavia, era anche il 1998 quando allo Stade de France, nei pressi di Parigi, il Brasile dello stesso Zagallo perse contro la Francia la finale della Coppa del Mondo. Per mesi, se non anni, si è parlato del malore che lo aveva colto la sera prima dell’atto conclusivo contro i Bleus. Per mesi scorrerà nella mente degli appassionati soprattutto il fotogramma in cui Ronaldo scende dall’aeroplano a Rio de Janeiro dimostrandosi debole e barcollante. Ma era anche il 2008 quando, concretizzata la sua “capriola” sportiva al Milan, venne operato a Parigi per l’ennesimo grave infortunio dal chirurgo Eric Rolland con la consulenza di Gérard Saillant, colui da cui era stato operato otto anni prima. Altri due fotogrammi lampeggiano nella mente: l’infortunio nel 1999 a Lecce e la ricaduta nel 2000 a Roma. «Perché per rinascere dovete morire», come scritto ne L’arte contro l’estetica vicino al nome di Joan Salvat-Papasseit, il più importante poeta futurista catalano. E il Fenômeno rinacque più volte nella sua vorticosa carriera.

Dalla staticità e la freddezza delle diapositive tristi alla gioia dell’ultimo periodo interista, quello della rinascita. Una gestione, quella di Ronaldo da parte di Héctor Cúper, delicata e ragionata. Una gestione che portò il brasiliano ad essere quasi decisivo per la vittoria dello Scudetto con sette reti in dieci presenze. Un campionato, però, che sfugge nella funesta Roma, due anni e 23 giorni dopo la rottura del suo tendine rotuleo nella finale d’andata di Coppa Italia. Una nuova diapositiva, quella del famoso “cinque maggio”: mani in faccia, lacrime che sgorgano dai suoi occhi coperti e un’aura nefasta intorno a lui, che sembra faccia ormai parte della sua stessa essenza. Ma ecco che, dopo esser “morto”, Ronaldo rinasce ai Mondiali del 2002, quelli in Giappone e Corea del Sud. Una competizione trionfale per i Verdeoro, mai in discussione e che ha regalato una delle versioni migliori dell’attaccante di Rio de Janeiro, se non la migliore. Otto reti in tutta la competizione, due solamente nella finale di Yokohama ad Oliver Kahn, mai ossidato come quella sera. Accelerazioni, movimento continui sul fronte offensivo, imprevedibilità nel movimento, potenza palla al piede e colpi da autentico giocoliere. Un fotogramma su tutti rimane nella memoria: quello di un Ronaldo in corsa, con le sue possenti leve in movimento. Un’immagine che richiama con un tono di voce assordante l’animale più famoso dipinto dal futurista Giacomo Balla: il cane di Dinamismo di un cane al guinzaglio. «Il primo studio analitico delle cose in movimento», come affermò lo stesso pittore torinese. Due immagini, quella dell’attaccante e quella del cane, in cui si condensano tutti i fotogrammi che ne designano i moti, che lasciano trasparire l’attimo prima ed intuire l’attimo dopo. Autentica metafora della carriera del Fenômeno, fatta di attimi impressi in diapositive instabili.

«Il coraggio, l’audacia, la ribellione, saranno elementi essenziali della nostra poesia», recitava il secondo punto del Manifesto. Un coraggio, quello di Ronaldo, che gode di un colore impuro, a cavallo tra l’ingratitudine e la prontezza nel cogliere l’attimo. In una notte di fine agosto, precisamente 14 anni fa, il Fenômeno voltava le spalle al suo secondo padre Massimo Moratti per inseguire il sogno galactico. Indifferenza pura nei confronti del Barcellona che tanto l’aveva acclamato al Camp Nou sei stagioni prima. Indifferenza pura anche nei confronti della stessa Inter, affrontata con la maglia del Milan nel 2008, con tanto di beffarda esultanza al derby di ritorno. Ma è lecito contestare le scelte in vita a chi è stato privato della piena realizzazione delle proprie potenzialità dalla sua stessa vita?

Ciò che è stato e ciò che avrebbe potuto essere. Uno scorrere perpetuo di diapositive instabili. Ma, forse, è stata proprio questa l’essenza stessa del Fenômeno.

Ronaldo Luís Nazário de Lima, il primo futurista brasiliano.

LEGGI ANCHE: Cruijff e Kandinskij: rivoluzionari tra geometria e colori

 

Continua a leggere

Calcio

Cosa ci fa un canguro in Repubblica Ceca? La curiosa storia dei Bohemians Praga

Leonardo Ciccarelli

Published

on

Per quale motivo una squadra della Repubblica Ceca, di Praga in particolare, ha come stemma e simbolo un canguro?

Se pensate alla cosa, è davvero strano. Il canguro è un animale che vive solo in Australia, il marsupiale è il simbolo stesso dell’Isola-Continente, eppure la Boemia ha adottato questo amorevole bipede come mascotte.

La storia è piuttosto curiosa e deriva dalla pubblicità: nel 1927 l’Australian Soccer Association è in fase promozionale essendo nata da poco (ed avrà un bel po’ di vicissitudini fino agli anni ’60 tanto che la Football Federation Australia, l’attuale organo di governo del calcio australiano, è stata fondata nel 1961), ed invita varie squadre a dei tour sul suo territorio. Niente da fare, rifiutano tutte. Non è tanto per un vezzo, le tournèè erano molto in voga anche all’epoca, ma pensate cosa doveva essere fare un viaggio dalla Cecoslovacchia all’Australia era un’avventura, con aerei scomodi ed un tasso di rischio molto alto. Oggi da Praga a Sydney il volo non è diretto e con un solo scalo ci vogliono oltre 22 ore di viaggio, pensate quindi 90 anni fa.

Una sola squadra accetta, l’AFK Vrsovice che per l’occasione cambia nome in Bohemians, “i Boemi“, affinché gli australiani capiscano la provenienza della squadra.

20 partite per loro, 15 vittorie e quasi 100 gol segnati a testimonianza della debolezza del gioco australiano, ma non importa perché gli australiani sono impazziti per questa compagine cecoslovacca e in preda ai deliri dei sensi che solo il football può regalare, regalano due canguri vivi alla squadra.

Come i due malcapitati marsupiali siano arrivati sani e salvi in Cecoslovacchia, non è dato sapere anche se pare fossero stati affidati a Oldřich Havlín, un giocatore dell’epoca, che ha poi consegnato i canguri allo zoo di Praga dove hanno trascorso in serenità tutto il resto della loro vita. L’AFK Vrsovice si tenne per sempre il nome Bohemians e il logo richiamante l’antico “regalo” degli Australiani.

Questo il tabellino delle partite in Australia nel ’27:

23.04.1927 Colombo British Army XI 2-4 Bohemians

05.05.1927 Perth Western Australia 3-11 Bohemians

07.05.1927 Perth Western Australia 4-6 Bohemians

11.05.1927 Adelaide South Australia 1-11 Bohemians

14.05.1927 Adelaide Australia XI 1-2 Bohemians

18.05.1927 Melbourne Victoria 0-1 Bohemians

21.05.1927 Melbourne Australia XI 1-4 Bohemians

25.05.1927 Wagga Wagga Southern Districts XI 0-9 Bohemians

28.05.1927 Sydney New South Wales 5-4 Bohemians

01.06.1927 Woonona South Coast XI 1-2 Bohemians

04.06.1927 Newcastle Northern District XI 3-4 Bohemians

06.06.1927 Sydney Australia 4-6 Bohemians

08.06.1927 Cessnock South Maitland XI 3-1 Bohemians

11.06.1927 Brisbane Queensland 3-2 Bohemians

15.06.1927 Ipswich Ipswich & West Moreton XI 3-5 Bohemians

18.06.1927 Brisbane Australia 5-5 Bohemians

21.06.1927 Newcastle Newcastle XI 5-2 Bohemians

23.06.1927 Sydney Metropolis XI 3-5 Bohemians

25.06.1927 Sydney Australia 4-4 Bohemians

02.07.1927 Fremantle Western Australia 2-3 Bohemians

Continua a leggere

Trending

Copyright Io Gioco Pulito srls | Mail: redazione@iogiocopulito.it | Direttore Responsabile Antonio Padellaro | Sito web realizzato da Why Not Web Communication