Connettiti con noi

Top & Flop

Tabù infranti e Sogni spezzati nel Tour normanno

Andrea Muratore

Published

on

Peter Sagan torna con merito a battere un colpo sulle prestigiose strade del Tour de France. Il fuoriclasse slovacco, campione del mondo di ciclismo in carica, ha conquistato ieri la vittoria nella seconda tappa della Grande Boucle, conclusasi nella città normanna di Cherbourg dopo aver attraversato le zone caratterizzate dal suggestivo scenario del bocage, che furono teatro delle operazioni militari negli storici giorni seguiti al D-Day. La maglia iridata di Sagan spicca nel policromatico assortimento del gruppo lanciato in volata e si colora di giallo, un giallo più acceso e prestigioso della fluorescente tinta della divisa caratterizzante la sua Tinkoff e del quale si sveste Mark Cavendish, stoico nella sua resistenza sino al proibitivo strappo finale che ha visto il velocista britannico segnare definitivamente il passo e alzare bandiera bianca.

Il prestigioso passaggio di consegne ai vertici della classifica del Tour avviene al termine di un’azione dirompente con la quale Sagan, pilotato dal compagno di squadra Roman Kreuziger, si è avventato verso il traguardo spinto non solo da una condizione straordinariamente limpida ma anche, e forse soprattutto, da un’indomita volontà di riscatto. Nonostante le quattro affermazioni consecutive di Sagan nella classifica a punti del Tour de France, lo slovacco non riusciva a centrare un successo di tappa nella corsa a tappe regina dal 2013, quando si impose sul traguardo di Albi. A partire da allora, il suo score al Tour aveva fatto registrare ben 15 classificazioni sul podio su percorsi differenti, da pianeggianti tappe concluse in volate di gruppo a più dure frazioni con finale simile a quello delle classiche del Nord, senza che Sagan riuscisse a sconfiggere il sortilegio del piazzamento. L’eterno ritorno degli eguali, ovverosia del secondo e del terzo posto, aveva intrappolato un campione che nelle ultime stagioni ha furoreggiato continuamente, entusiasmando spettatori e addetti ai lavori con il formidabile mix costituito da una classe cristallina, una personalità travolgente e un’imprevedibilità ammirevole. Se fosse un calciatore, Peter Sagan sarebbe Juan Roman Riquelme: estro, fantasia e presenza attiva da un lato, cali di lucidità ed episodi di scarsa concretezza dall’altro, senza in ogni caso essere mai banali e scontati.

Lo sprint di Cherbourg ha visto Sagan conquistare la quinta vittoria al Tour e l’ottantacinquesimo successo generale di una carriera che, per quanto giovane, è già sfavillante e nella quale spiccano i due gioielli del titolo mondiale conquistato a Richmond nel 2015 e il Giro delle Fiandre concluso trionfalmente dallo slovacco nello scorso mese di aprile. Al suo fianco, sul podio di Cherbourg si sono classificati il talentuoso francese Julian Alaphilippe e l’intramontabile spagnolo Alejandro Valverde, regolati di potenza al termine di uno sprint che ha visto i corridori del gruppo riassorbire a poche centinaia di metri dal traguardo il più tenace dei fuggitivi di giornata, Jasper Stuyven.

Ha avuto un retrogusto romantico, l’azione con cui Stuyven ha dapprima condotto con sé un gruppetto di quattro fuggitivi scattati assieme a lui all’inizio della tappa, senza chiedere che sporadici cambi e rallentando esclusivamente per ricevere rifornimenti, e in seguito portato avanti con caparbietà un’azione solitaria, insidiato dalla rimonta del gruppo, trainato dalle squadre maggiormente attrezzate in una rincorsa che, senza pietà alcuna per il più stoico degli attaccanti, ha visto il riassorbimento di un gap di oltre tre minuti nel giro degli ultimi venti chilometri. Stuyven ha dovuto soccombere dopo che la sfida centrale della corsa era divenuta la contrapposizione diretta tra il singolo e il gruppo, tra la razionalità meccanica dei cambi organizzati e dei treni costruiti dalle squadre e la volontà di un singolo che procedeva fidandosi delle sensazioni al fine di premiare il colpo del proprio istinto. Stuyven ha perseguito il suo sogno pedalando a testa bassa, e la crudele beffa della fine di qualsiasi ambizione di gloria consumatasi in vista del traguardo è giunta improvvisa ed immeritata. Il lato umano del ciclismo si ravvisa in momenti come questi, quando sono proprio i limiti imposti dalla fisiologia, dalla stanchezza dell’atleta e dal peso della fuga sulle gambe a bloccare un corridore lanciato verso il successo. A Cherbourg sul coraggio ha prevalso il tempismo, e a consolazione di Stuyven vi è il fatto che a negargli il successo è stato un altro coraggioso corridore fuori dagli schemi, quel Peter Sagan a cui il successo non ha mai levato i connotati di rivoluzionario delle due ruote e istrionico protagonista del gruppo che da sempre lo contraddistinguono. Negli albi d’oro apparirà Sagan, mentre Stuyven vedrà il ricordo dell’azione odierna sbiadire mano a mano che le cronache degli arrivi diverranno almanacchi e tabelle; queste righe scritte in ammirazione della sua azione valgono da suggello al ricordo di tante gesta simili, tante imprese sfiorate, vittorie evaporate sul più bello e onesti pedalatori arrivati a un soffio dal conquistarsi un giorno di gloria. La lunga epopea del ciclismo rivive ogni volta che un’azione del genere si manifesta, e si esalta nei casi in cui la cavalcata del fuggitivo si conclude a braccia alzate, speranza che anima la categoria nobile degli attaccanti, tenaci cacciatori all’inseguimento del proprio, personale, angolo di gloria.

bannertour

Altri Sport

Storia di Ciprian, l’atleta Special Olympics salvato da Madre Teresa di Calcutta

Olympics Italia

Published

on

Il 17 Ottobre 1979 veniva assegnato il Premio Nobel per la Pace a Madre Teresa di Calcutta, una donna divenuta Santa per le sue immense opere di carità verso i più poveri e i più sfortunati al mondo. Tra le tante storie che accompagnano la sua vita, c’è quella di Ciprian. Insieme a Special Olympics vi raccontiamo la sua meravigliosa vicenda.

Madre Teresa di Calcutta è stata proclamata santa da Papa Francesco; tra i suo “miracoli” c’è certamente quello di aver salvato la vita a Ciprian, oggi un Atleta Special Olympics.
La sua rinascita ha inizio quando, a Tirgoviste vicino Bucarest, Madre Teresa di Calcutta varcando la soglia di un orfanotrofio, per casi incurabili, con scarse condizioni igieniche e cibo insufficiente, lo prese in braccio e decise di portarlo via con sé, ancora piccolino. Un incontro che, invertendo un destino già segnato, ha aperto le porte ad una nuova vita fatta di attenzioni, cure ed attività di riabilitazione che gli hanno permesso di sentirsi parte di una famiglia e di avere le giuste condizione per poter vivere pienamente.

La nascita
Ciprian è nato in un piovoso giorno di gennaio, durante gli anni della dittatura di Ceausescu. Per i medici è già un miracolo che sia ancora vivo perché le conseguenze del parto si rivelano drammatiche: le ossa del cranio non si saldano, non permettendo un corretto sviluppo del cervello; il neonato è destinato ad andare incontro a seri problemi durante la crescita. Le gravi malformazioni alla nascita e le conseguenti preoccupazioni portano probabilmente la madre ad abbandonarlo.

L’arrivo in Italia
La sua nuova casa diventa, fino a quando non gli viene permesso di arrivare in Italia, l’Istituto delle Suore Missionarie della Carità a Bucarest. Accolto successivamente a Roma in un Convento delle Suore Missionarie, viene sottoposto, al Policlinico Gemelli, a diverse operazioni chirurgiche che riescono a salvargli parte della vista dell’occhio destro. Madre Teresa, negli anni, non si è mai dimenticata di Ciprian al quale, tornando in Italia nel 1993, fa da madrina di battesimo.

Il Serafico, una nuova famiglia
Nel 1995 per il Tribunale dei Minori di Roma Ciprian può essere adottato; le Suore Missionarie si adoperano per trovargli una famiglia ma le sue difficoltà spaventano così tanto che nessuno porta avanti, fino in fondo, l’intenzione di adottarlo. Ad occuparsi di lui nelle vesti di tutore legale, fino ai 15 anni, è una religiosa delle Suore Missionarie della Carità; successivamente si aprono le porte del Serafico di Assisi, centro di riabilitazione e ricerca per ragazzi con disabilità plurime, nonché team Special Olympics. Ciprian soffre di una encefalocele fronto-nasale a suo tempo corretta chirurgicamente con un residuo visivo e un ritardo mentale medio lieve, ma la riabilitazione, le numerose attività svolte, lo sport e l’affetto hanno fatto un vero e proprio miracolo in termini di crescita.

Lo Sport e Special Olympics
Ciprian è un ragazzo simpatico, vitale, sempre allegro; i volontari raccontano “uno straordinario smontatore di oggetti”, che ama conoscere nei dettagli per avere la certezza che ogni pezzetto, anche il più piccolo, ha un ruolo ed è prezioso. Nella struttura di Assisi diventa attore negli spettacoli del laboratorio teatrale, pittore al laboratorio grafico e un grande sportivo.
Partecipa ai primi Giochi Nazionali Special Olympics, nel 2007 a Lodi, dove conquista le sue prime medaglie, entrambe d’oro nei 100 metri e nel salto in alto; da lì un percorso di crescita continua la strada da fare è ancora lunga ma Ciprian non ha paura, ha già dimostrato a se stesso di avere una gran voglia di continuare a correre.

Continua a leggere

Altri Sport

Usa-Messico: quando un muro serve per unire

Emanuele Catone

Published

on

Sono iniziati i lavori per la costruzione del famigerato muro tra il Messico e gli Stati Uniti, uno dei punti fondamentali della campagna elettorale di Donald Trump, che non riesce per ora ad ottenere il completo appoggio economico da parte del Congresso. La barriera in costruzione, infatti, andrà a sostituire e rafforzare quella già esistente, fatta di reti e recinzioni e sarà lunga 6 chilometri su 3200 totali di frontiera. Ma tra i due Stati, c’è chi quel muro lo utilizza per giocare e per unire, non per dividere.

Innalzare un muro per bloccare l’immigrazione, ma costruirlo anche scrivendo la parole fine ad una pratica sportiva che dal 1979 coinvolge le popolazione del Messico e degli Stati Uniti d’America. Donald Trump non molla l’idea di voler rafforzare il muro tra le due nazioni. Rafforzare perché, in effetti, esiste già una trincea separatoria in quella vasta area dove ogni anno ad aprile, in una tradizione nata nel 1979 e divenuta continuativa dal 2006, messicani ed americani si riuniscono per giocare a Wallyball; una partita di pallavolo che ha la particolarità di trasformare quel muro, che ancora tale non è, come rete da gioco. Il match viene disputato precisamente nella zona di Naco, nello stato del Sonora per il Messico e in quello dell’Arizona per gli Stati Uniti.

Di schiacciate non se ne vedono data l’altezza della recinzione e del gesto di “murare” gli amici-avversari neanche l’ombra; solo pallonetti, tanta voglia di divertirsi e il desiderio di dare uno schiaffo alla politica mostrando la nullità delle barriere di fronte all’umanità della “gente comune”. Il tutto, però, limitato nell’arco di tre ore ovvero il tempo limite dettato della legge che non permette una sosta più lunga in quella zona di confine.

Col tempo questa tradizione si è estesa anche a zone diverse dal confine messicano-statunitense: sulle spiagge di San Diego, ad esempio, si è giocato un Beach Wallyball” contro i dirimpettai messicani abitanti di Tijuana.

E il muro ideato da Trump, cavallo di battaglia nella sua corsa all’elezione, potrebbe far terminare questa bellissima iniziativa. La costruzione sarebbe troppo alta per permettere agli atleti di giocare, non riuscirebbero neanche a guardarci attraverso; anche se il presidente non dovesse riuscire nel suo progetto per il costo troppo elevato, ci sarà comunque un rinforzo delle barriere e una aggiunta di recinzione che renderebbero allo stesso modo la partita impraticabile.

“Per noi è un modo per celebrare l’unione dei due paesi”. Questo aveva dichiarato Jorge Villegas, sindaco di Sonora. Parole che vanno ben oltre lo scevro patriottismo trumpiano e che da sole potrebbero servire a mostrare l’inutilità e futilità del progetto Trump.

Illustrazione Copertina: Victor Abarca

 

Continua a leggere

Sport & Integrazione

Giornata Mondiale della Pace: I bambini israeliani e palestinesi giocano insieme

Matteo di Medio

Published

on

Il 21 Settembre si celebra la Giornata Mondiale della Pace ONU. Per l’occasione vi raccontiamo il grande insegnamento che i bambini israeliani e palestinesi hanno dato a tutti coloro che non credono che un futuro migliore sia possibile.

Ormai le tecnologie e i videogame si stanno pian piano togliendo la cattiva reputazione di essere il male assoluto e la rovina dei giovani. Gli Esports sono diventati a tutti gli effetti degli Sport 2.0 con il riconoscimento da parte del Cio come disciplina e si sta tentando addirittura di farla rientrare nel calendario olimpico.

Esistono casi in cui i videogiochi ricoprono un ruolo fondamentale e rompono definitivamente con gli stereotipi della critica che vorrebbe abolire del tutto l’uso di questi nuovi strumenti come elemento di svago.

Riprendendo quanto scritto da Edwin Evans-Thirlwell nel sito Motherboard.com, raccontiamo il progetto portato avanti da Uri Moshol.

Uri Moshol, ex CEO della società di software Incredibuild, nonché ex militare dell’esercito israeliano, sfruttando il grande interesse verso il mondo del gioco digitale da parte delle ultime generazioni, ha realizzato un programma di carattere sociale per contrastare il clima di odio ed intolleranza religiosa sul territorio della Striscia di Gaza tra Israele e Palestina che ora più che mai è tornato ad essere rovente con conseguenze tragiche e sanguinose per tutta la popolazione.

La Games For Peace (G4P), con sede a Tel-Aviv, è un’organizzazione no profit che, attraverso videogames multiplayer ha l’obiettivo di formare ed informare i giovani delle comunità ebraiche e palestinesi, impegnati in partite online, sul tema dell’integrazione e del rispetto della diversità di fede verso quelle persone che fin da piccole vengono educate al disprezzo del diverso.

L’idea di Moshol nasce dopo una partecipazione nel 2013 ad una Conferenza a New York di Games for Change, organizzazione che pone l’attenzione sul ruolo positivo che i giochi possono avere all’interno della società. Uri è rimasto talmente colpito da questa realtà, non essendo un esperto del settore, da voler esportare questa nuova visione dell’universo videoludico anche verso i territori che ha più a cuore come la Palestina e Israele. Con l’aiuto di esperti del settore, ha individuato come la migliore strada da percorrere l’utilizzo di giochi già esistenti, piuttosto che crearne nuovi ad hoc, per combattere il razzismo e gli stereotipi verso culture che tra loro, in alcuni casi, non sono mai venute a contatto, non si sono mai confrontate.

Il motivo principale di utilizzare videogame già conosciuti è stato dettato dall’intento di creare, sin da subito, coinvolgimento ed adesione da parte dei giovani. Proprio per questo, il gioco scelto per il progetto G4P è stato Minecraft. Con milioni di copie vendute, il videogame creato dalla Mojang nella persona del Presidente Markus Persson, poi venduto per la cifra record di 2,5 miliardi di dollari alla Microsoft, ha come obiettivo quello di costruire città ed edifici di vario genere in un mondo virtuale nel quale il giocatore è il protagonista.

Come racconta Moshol, in alcuni casi, attraverso il videogame, molti bambini si mettevano in contatto per la prima volta con il mondo “dall’altra parte”.

Il progetto Games for Peace porta avanti due diverse iniziative: nella prima, la “Play for Peace”, viene chiesto, ad un numero indefinito di giocatori, di collaborare insieme online per costruire la città. Nella prima occasione di incontro virtuale, il 17 gennaio 2014, parteciparono 50 giovani provenienti da Israele, Palestina, Cisgiordania ed Egitto con l’obiettivo di creare la “Città della Pace”. Alla quinta edizione, nel luglio dello stesso anno, bisognava costruire uno stadio di calcio per i Mondiali.

In queste occasioni, così come nelle altre, le reazioni sono state più che positive e confortanti, tolti singoli casi di comportamenti abusivi, come quando un giocatore cominciò a creare svastiche ovunque. La risposta del resto della comunità fu esemplare: tutti insieme si sono adoperati a cancellarle immediatamente.

La seconda iniziativa è la “Play to Talk”, dove ragazzi di due scuole diverse si sfidano nella costruzione di una città, attraverso la cooperazione e la condivisione di informazioni, pur essendo di religioni od estrazione diversa. Al termine della sessione di gioco, vengono organizzati degli incontri reali tra i giocatori così da commentare tutti insieme l’andamento della partita e conoscersi un po’.

Moshol evidenzia come la Games for Peace stia portando a risultati promettenti e l’evidenza di quanto esposto sta nel fatto che molti giocatori sono rimasti in contatto tramite i social network o addirittura attraverso una frequentazione offline.

L’obiettivo finale del CEO è quello di esportare il G4P in tutto il mondo e in tutte quelle zone dove l’intolleranza e la mancanza di integrazione è il pane quotidiano per le giovani generazioni, diffondendo un messaggio universale senza bandiere o ideologie.

Questa volta, mettiamo da parte la facile critica verso i videogiochi, i peggiori nemici di mamme e papà “disperati”, e poniamo l’attenzione, riconoscendone il merito, sul ruolo che, grazie a persone illuminate come Moshol, la tecnologia ludica può avere per superare ostacoli vecchi un’eternità e far conoscere ai propri figli una realtà che gli è sempre stata tenuta nascosta.

 

Continua a leggere

Trending

Copyright Io Gioco Pulito srls | Mail: redazione@iogiocopulito.it | Direttore Responsabile Antonio Padellaro | Sito web realizzato da Why Not Web Communication