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Calcio

Storia di un biglietto: Venezia-Padova, l’eterna sfida tra “contadini” e “gondolieri”

Simone Meloni

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È una serata di fine novembre. Il vento soffia gelido in Piazzale Roma. Venezia è il solito crocevia di turisti che caoticamente si riversano lungo le sue calli e nella sempiterna Piazza San Marco. Venezia è un luogo magico che sistematicamente viene svestito in maniera maldestra da quello che oggi chiamano “consumismo sfrenato”: l’esagerazione nel fare le foto, l’ossessione di alcuni gitanti nel gettare cibo in terra per i piccioni e – diciamocela tutta – l’atavica ignoranza di quelli che non hanno ben capito quanto cotanto gioiello e patrimonio della cultura mondiale sia pur sempre una città. Con i suoi abitanti e i suoi sentimenti. Poco inclini a esser trattati come un bel souvenir da guardare per poi mandare al macero pochi istanti prima di salire sul treno che riporta verso casa.

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Si potrebbe parlare di Venezia, della sua bellezza e della sua unicità per giorni interi. Ma si farebbe un torto a quello che abitualmente non si vede. E che puntualmente si può assaporare concedendosi una camminata fuori dal normale: da Piazzale Roma allo stadio Pierluigi Penzo. Senza battello ma armati di pazienza e buone scarpe. Poco meno di quattro chilometri tra ponti, canali e la luce della luna che in questa fredda serata novembrina si infrange nell’acqua della Laguna. I nomi delle calli scritti rigorosamente in dialetto e la ferrea divisione in Sestieri (le sei zone in cui è ripartita Venezia) che campeggia un po’ ovunque: Cannaregio, Castello, Dorsoduro, Santa Croce, San Marco, San Polo. Anche e soprattutto nelle gondole, dove il ferro di prua è caratterizzato da sei denti che rappresentano le zone di cui sopra, oltre alla Giudecca (il dente rivolto all’indietro), il cappello del Doge, il Ponte di Rialto e il Canal Grande. “Cosa significa Fondaco?” chiedo ingenuamente a un autoctono leggendo una targa. Il fondaco, nel Medioevo, altro non era che un magazzino, spesso utilizzato anche come alloggio dai mercanti stranieri. Basti pensare al Fondaco dei Turchi o a quello dei Tedeschi. Insomma, quando si guarda anche il più piccolo aspetto della città di Venezia bisogna prima conoscerne un minimo di storia per decifrarne appieno il significato.

E questo accenno di storia abbraccia perfettamente quasi ogni incontro sportivo tra le province venete. C’è il derby col Padova. Dopo sette anni. C’è di nuovo un Venezia pronto ad ammaliare il proprio pubblico e dare battaglia per conquistare la Serie B, mentre dall’altra parte della barricata il sodalizio biancoscudato si è fatto largo lentamente tra le big di questo torneo e ora impensierisce un po’ tutti. Una mina vagante impazzita. Con una tifoseria entusiasta che non è riuscita a polverizzare tutti i biglietti del settore ospiti solo a causa dell’infelice orario in cui si disputerà questa sfida: lunedì alle 20.45. Un vero colpo basso per chi il giorno dopo deve lavorare e contestualmente fare i conti con gli spostamenti tutt’altro che agevoli tra la terraferma e lo stadio.

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Eppure il grosso dei supporter padovani c’è ed ha scelto il treno per raggiungere il capoluogo. Meno di trenta minuti a bordo di un regionale per regalare una sfida calda e sentita a intere generazioni che, un po’ per un fattore meramente sportivo e un po’ per l’introduzione della tessera del tifoso, non avevano mai respirato l’aria di questa partita. Il Veneto è una delle tante regioni italiane che si porta dietro un antico retaggio di rivalità legate alla storia delle sue città. Aneddoti che permeano nei secoli e vanno spesso a intersecarsi con sgarbi e dispetti perpetrati da una città all’altra. Così Venezia-Padova non si limita a essere il derby tra i “caga in acqua” o “magna alghe” veneziani e i “campagnoli” o “luamari” (letamai) patavini ma l’incontro tra due entità che hanno sempre affermato la propria estraneità l’una dall’altra. Beninteso che le “storiche” esultanze di Roberto Muzzi (che andando in gol con la maglia del Padova in un derby imitò un gondoliere) e Scantamburlo (il quale segnando con la maglia arancioneroverde irrise gli avversari mimando una gallina) restano pagine “epiche” nella cronologia guascona del match. Una bella testimonianza su cosa sia la rivalità tra le due città ce la offre lo scrittore vicentino Ferreto dei Ferreti, attivo principalmente all’inizio del 1300; nella sua Historiae rerum in Italia gestarum vengono infatti descritte diverse ostilità consumatesi per la difesa del territorio e l’approvvigionamento di quello altrui.

Così, come spesso succede, il calcio funge da vera e propria trasposizione storica ai giorni d’oggi. Per buona pace dei benpensanti di turno, determinate dispute sono ancora vive nell’anima degli italiani e sebbene oggi non si combattano più a cavallo o armati di fucile (fortunatamente) godono ancora di una loro malcelata celebrazione durante gli eventi sportivi, le feste patronali e le tante gare contradaiole che si svolgono ancora a pieno regime in tante parti della Penisola.

Via Garibaldi (l’unica a portare il prefisso di “Via” in tutta Venezia) pullula di ragazzi e ragazze intenti ad affollare le “cicchetterie” mentre annodano più stretta la sciarpa arancioneroverde al collo, per coprirsi dal freddo che si fa sempre più incombente. C’è una Venezia vera e genuina da queste parti. Fatta quasi esclusivamente di veneziani. Il sestiere Castello è forse una mosca bianca, dove tutti ancora si conoscono e si aiutano quasi fossimo in un paesino a parte. E dove la vicinanza dell’Arsenale fa tornare indietro nei secoli, immaginando le possenti navi qui fabbricate con cui la Serenissima era solita contrastare vere e proprie potenze come gli Ottomani. Una Venezia che si fa romanticamente spettrale inoltrandosi oltre il Parco della Biennale e passeggiando tra le distese di panni sospesi in aria tra un palazzo e l’altro. Un piccolo anfratto di Sud che rimanda ad altre città di mare della nostra Italia. C’è un po’ di Napoli e un po’ di Genova.

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Dietro un angolo sbuca finalmente lo stadio, sull’isola di Sant’Elena. I tifosi del Padova stanno sbarcando e lanciano all’indirizzo dei “cugini” diverse invettive. Tutto come da copione: il derby è ufficialmente iniziato. Le motonavi della polizia e dei carabinieri fanno la spola esattamente di fronte all’ingresso principale dello stadio, mentre una cospicua fila si è ormai assembrata di fronte agli ingressi. Il Penzo (che deve il suo nome a un aviatore veneziano morto ad inizio secolo durante un’operazione di salvataggio) trasuda storia da ogni sua porticina e da ogni sua gradinata, sebbene negli anni abbia subito numerosi interventi e rifacimento e soltanto la tribuna coperta sia rimasta quella originaria. Resta, ad oggi, uno degli stadi più vecchi ancora “in attività”. Dal 1913 – se si fa eccezione per il momentaneo trasferimento al Baracca di Mestre per lavori di ristrutturazione tra il 1987 e il 1991 – il calcio lagunare ha conosciuto qua tutti i suoi successi (tra cui spicca la Coppa Italia del 1941 vinta contro la Roma) e tutte le sue disgrazie. Il terribile tornado del 1970 ha provato a spazzarlo via e sebbene da decenni si parli di uno stadio da costruire sulla terraferma (negli ultimi anni la zona individuata era quella di Tessera, dove sorge anche l’aeroporto) il Penzo resta a tutti gli effetti la casa dei pallonari veneziani.

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Rimangono indelebili negli occhi degli sportivi locali, oltre alle tribune avvicinate al campo grazie all’eliminazione della pista d’atletica, le curve ampliate in occasione degli ultimi campionati di Serie A disputati (a cavallo tra gli anni novanta e i primi duemila) con Zamparini presidente (nonché fautore dell’unione tra il vecchio FC Venezia e il Mestre Calcio nel 1987, da cui il colore arancioneroverde). Settori popolari in grado di contenere circa 5.000 tifosi che al saltellio degli stessi erano soliti “tremare”, lasciando forse intendere criteri di sicurezza tutt’altro che eccellenti (bisogna sempre pensare, inoltre, ai forti agenti atmosferici di una zona così particolare).

Dalla città dei “gran dotori” sono arrivati in buon numero e per un forestiero è sempre enigmatico assistere alle schermaglie in dialetto. Soprattutto se il dialetto è quello veneto: distante tanti chilometri dal mio, incomprensibile a tratti, armonioso per certi versi e divertente in alcune sue particolari locuzioni. Peraltro Padova è una degna rivale – anche in fatto di storia, cultura e bellezza – di Venezia. I biancoscudati portano con sé la nobiltà del Prato della Valle, di Piazza dei Signori e di Piazza delle Erbe. La solennità e l’autorevolezza della Basilica di Sant’Antonio e del Palazzo della Ragione. “Venezia la bella, Padova sua sorella” dice un proverbio popolare.

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È battaglia in campo. Non si risparmiano i colpi. Il più quotato Venezia va in vantaggio cono uno sfortunato autogol di De Risio ma Dettori, Russo e Neto Pereira ribaltano il risultato regalando un’incommensurabile gioia ai propri tifosi. Se sul rettangolo verde i colpi bassi, i cartellini rossi e le proteste non si placano, sugli spalti la contesa è ancora più bella, effervescente e colorata. Condita dalle coreografie, dai cori, dalle torce e dai fumogeni. Manco a dirlo tutto questo folklore sarebbe in parte vietato dai burocrati che gestiscono il pallone in Italia. Manco a dirlo è la parte più bella e destinata a rimanere impressa negli occhi, nel cuore e nella mente degli oltre settemila che in questa sera hanno gremito i vetusti spalti del Penzo. Così come eterni rimangono gli sfottò e gli striscioni di scherno. Perché se derby dev’essere tutto questo non può mancare. Si è visto in questa serata, quando a distanza di anni si è rigiocato un Venezia-Padova a tutti gli effetti. Senza divieti e senza porte chiuse. Sembra incredibile, ma in un calcio che va eticamente al contrario di una società volta a favorire gli spostamenti e le interazioni, questa è già una grande vittoria.

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La Strage allo Stadio Lenin di Mosca e l’insabbiamento del regime

Lorenzo Martini

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Il 20 Ottobre 1982 allo Stadio Lenin di Mosca una tragedia colpì il mondo del pallone. Durante una partita di Coppa Uefa 66 persone persero la vita. Una strage paragonabile all’Heysel, ma che a differenza di quest’ultima sappiamo poco perchè intervenne il Regime a nascondere tutto.

Da anni il problema della sicurezza negli stadi è uno dei temi che più sta a cuore agli organismi sportivi nazionali e internazionali. Controlli serrati all’entrata, le contestate tessere del tifoso, i DASPO e tanti altri provvedimenti sono stati gli strumenti principali per rendere gli stadi più vivibili e sicuri.

Purtroppo, però, le azioni intraprese dallo Stato sono state adottate in maniera poco strutturata e organizzata, andando a colpire spesso solo i tifosi, tralasciando gli aspetti legati alla manutenzione e alla messa in sicurezza degli impianti. Le ripercussioni conseguenti a questa incapacità gestionale hanno sfociato, in molti casi, in disordini, tafferugli e persino vittime. Tali fatti di cronaca hanno amaramente campeggiato su tutti i giornali nazionali, causando un totale oscuramento del calcio giocato per dare spazio a episodi di violenza che non avremmo mai voluto vedere.

Ma come veniva affrontato questo tema più di trent’anni fa, quando l’ambiente stadio e i problemi ad esso associati avevano una risonanza mediatica completamente diversa?

Quella del 20 ottobre 1982 è una data chiave per capire come una tematica simile fosse tutt’altro che prioritaria. Quella sera si disputava la partita di andata di sedicesimi di Coppa Uefa tra i padroni di casa dello Spartak Mosca e gli olandesi dell’HFC Harlem. Allo Stadio Centrale Lenin di Mosca – oggi stadio Luzhniki – erano accorsi oltre 15mila tifosi, malgrado gli oltre 10 gradi sotto zero. Questo perché lo Spartak era la squadra rappresentativa del popolino, della gente umile che si animava per le giocate dei proprio beniamini, contrapposta al Lokomotiv, la squadra dei ferrovieri, alla Dinamo e al CSKA, con cui si identificavano le forze di polizia.

A causa del ghiaccio, alcuni settori dello stadio non erano agibili e tutti gli spettatori erano stati disposti nella Tribuna Est, che era stato sistemato all’ultimo alla bell’e buona. Questa scelta era stata anche apprezzata dai tifosi moscoviti, visto che la maggior parte di loro – soprattutto operai e studenti – avevano preso la metro per arrivare allo stadio e la fermata dava proprio sulla Tribuna Est.

Dopo 16 minuti dal fischio di inizio, è lo Spartak ad andare in vantaggio, grazie ad un gol di Edgar Gess. Poi la partita scorre lenta e monotona, anche a causa delle pessime condizioni climatiche e del campo. Con la partita in stallo, verso l’ottantesimo molti tifosi moscoviti, allora, decidono di abbandonare lo stadio, così da non trovare file o intoppi alla metro. Sembrerebbe una tranquilla serata di calcio come tante altre, quando all’85 il difensore Sergei Shvetsov  sigla il definitivo 2 a 0: la gente, accalcata sulle scale per l’unica uscita, sente l’esultanza proveniente dalle tribune e quindi in molti decidono di tornare indietro, venendo però bloccati dalla polizia.

E’ una bolgia.

 Ma il peggio ancora deve venire. Infatti, mentre la persone restano imbottigliate tra le scale, spintonate a destra e a manca, accade l’imprevedibile: inadatte a sopportare un peso simili, le scale cedono di schianto. E’ una carneficina.

Alla fine il bilancio ufficiale è di 66 morti e 61 feriti, anche se, secondo alcune fonti, le vittime sarebbero addirittura 300. Il tutto a causa, non solo del crollo delle scale e della calca che si era generata, ma anche perchè le milizie erano tutt’altro che preparate per un intervento immediato e i soccorsi arrivarono con molto ritardo. La totale disorganizzazione della polizia provocò inoltre problemi nell’uscita degli altri spettatori ancora sugli spalti, che rimasero a lungo intrappolati nello stadio.

Al contrario, la polizia fu tutt’altro che disorganizzata nell’insabbiare tutta la vicenda. Appena terminato l’incontro, mentre ancora si cercava di capire l’entità dell’incidente, le due squadre vennero sbrigativamente allontanate dallo stadio. Il giorno seguente sul giornale “Il Vespro di Mosca” riportò che nello stadio Lenin “c’erano stati degli incidenti che avevano comportato lesioni a qualche tifoso”. Una rilettura totalmente distorta di ciò che era avvenuto.

Nei giorni successivi, i rapporti ufficiali sulla vicenda non sono per nulla chiari e omettono di spiegare la gravità dell’incidente. Come capro espiatorio viene identificato un tale Panchickin, il custode dello stadio, che viene ritenuto il responsabile delle precarie condizioni dell’impianto e viene condannato a 18 mesi di lavori forzati.

Perché tutto questo? Perché di mezzo c’è la politica. Breznev, ormai malato e sul punto di lasciare la guida della Russia, voleva che comunque l’Unione Sovietica avesse dato ancora un’immagine di sé forte e invincibile, lontano da qualsiasi debolezza. Uno scandalo come quello dello stadio Lenin sarebbe inaccettabile, ed è  per questo che viene dato inizio ad un’autentica campagna di disinformazione. Pur di non apparire una nazione in declino e lontana dalle superpotenze mondiali, si cerca di nascondere tutto.

Solo anni dopo, il nuovo segretario del PCUS Jurii Andropov ordinò un’inchiesta sul disastro avvenuto e vennero riportati alla luce molti dettagli e aspetti della vicenda che erano stati celati. Eppure il tentativo di insabbiamento durò ancora per anni e alcuni decessi furono tenuti nascosti dalle alte sfere del Cremlino.

Oggi lo stadio Luzhniki è uno stadio all’avanguardia, cinque stelle nel ranking UEFA, ed è uno degli impianti più sicuri al mondo. Eppure quelle 66 persone sono morte proprio su quegli spalti, a causa dell’incuria e dell’inesistente manutenzione della struttura.

 “Non avrei mai voluto segnare quel gol.”

Molti giorni dopo il tragico evento, furono queste le dichiarazioni del difensore Sergei Shvetsov, autore del raddoppio dello Spartak Mosca. Si sentiva responsabile di quanto era accaduto.

Ed è proprio per questo che il tema della sicurezza negli stadi deve essere affrontato con sempre maggiore attenzione e determinazione. Perché un momento di gioia sportiva non può e non deve essere mai la causa di una strage di vittime innocenti.

 

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Calcio

Ranieri, il Leicester e lo zampino di Santa Rita, protettrice dei casi impossibili

Andrea Corti

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Compie oggi 67 anni Claudio Ranieri, attuale allenatore del Nantes, che verrà per sempre ricordato come colui che ha compiuto una delle imprese più belle della storia del calcio, quella del Leicester Campione d’Inghilterra. Una vittoria miracolosa, non a caso collegata ad un fattore divino che vi raccontiamo.

I gol di Vardy, ovviamente. I dribbling di Mahrez e la parate di Kasper Schmeichel, of course. E la tanta saggezza di mister Ranieri in panchina, nemmeno a dirlo. Ma a dare una grande mano al Leicester laureatosi clamorosamente campione d’Inghilterra nel 2016 potrebbe essere stato anche un fattore decisamente insospettabile: “Da anni Ranieri è devoto a Santa Rita – ci raccontò Claudia Mannelli nel ristorante ‘La Porrina’ di Roccaporena, gestito dalla sua famiglia da generazioni -, e credo ci sia lo zampino della protettrice degli impossibili nello scudetto che ha vinto”.

Siamo in Umbria, nel pieno della Valnerina, a pochi minuti da Cascia. Roccaporena è un paese tanto piccolo quanto grazioso, adagiato alla base di una piccola conca e abitato da poco più di 50 persone. In questo luogo è nata nel XIV secolo Santa Rita, passata alla storia per essere la patrona dei casi impossibili e disperati, e proprio qui Claudio Ranieri negli ultimi trent’anni ha portato molte delle sue squadre in ritiro pre-campionato. Il cuore pulsante di Roccaporena è il centro sportivo, gestito fino a poco tempo fa dal Rettore dell’Opera di Santa Rita, don Sante Quintiliani, scomparso nel 2017, con cui Ranieri aveva costruito negli anni una solida amicizia. L’Opera accoglie ormai da decenni orfani e ragazzi provenienti da famiglie difficili, che nelle scorse estati hanno potuto ammirare da vicino fior di campioni. Sul bel campo di calcio si sono allenati, tra gli altri, il Chelsea di Zola e Desailly e la Fiorentina di Batistuta e Rui Costa. Ogni volta che una squadra del tecnico testaccino ha fatto tappa qui è stata organizzata una sfida amichevole contro una selezione locale: “Tutte le volte abbiamo preso belle ‘imbarcate’ – ci racconta Luca Rasi -, ma ci siamo sempre divertiti e qualche volta siamo anche riusciti a segnare!”.

Al centro di Roccaporena c’è lo Scoglio di Santa Rita, piccolo promontorio sulla sommità del quale la Santa andava a pregare e ora c’è un santuario a lei dedicato. Tra gli allenamenti che Ranieri faceva fare alle sue squadre c’era anche la salita e la discesa di corsa di questa ripida scalinata: “Normalmente ci vogliono 20 minuti per arrivare su, – continua Rasi -, ma i giocatori impiegavano al massimo cinque minuti…”. Chiaramente questa piccola comunità ricorda ancora con stupore i giorni caotici in cui folle di tifosi invadevano gioiosamente la loro quiete: “All’epoca in cui qui veniva la Fiorentina – assicura Enrico Di Curzio, il direttore dell’hotel dove soggiornano le squadre – facevo salire Batistuta sulla mia Panda per evitare di farlo andare al campo di allenamento a piedi, e per fare un tratto di strada per il quale solitamente ci vogliono due minuti ce ne mettevamo trenta a causa dei tifosi che bloccavano il percorso”. Non mancano poi gli aneddoti: “Qui c’è poco da fare – spiega Rasi -, al massimo ci sono i bar: mi ricordo che i giocatori del Chelsea bevevano come matti!”. Inevitabile poi qualche ‘scappatella’: “I giocatori durante il ritiro sono sottoposti a una dieta ferrea – ricorda Claudia -, e spesso venivano nel mio ristorante per mangiare di nascosto dall’allenatore. Mi ricordo che una volta Ranieri stava per entrare e i ragazzi sono scappati dalla finestra nel retro!”.

Ovviamente nella vittoria della Premier non è intervenuta la mano divina, quel che è certo è che la sua devozione per la protettrice dei casi impossibili gli ha quantomeno portato bene nel realizzare quella che è da più parti considerata la più grande impresa dello sport inglese, che a molti ha ricordato le vittorie del Nottingham Forest di Brian Clough, regalando una boccata di ossigeno a chi si ostina a non arrendersi alla logica del calcio moderno in cui dominano le regole dello show business.

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Calcio

Truffe e affini: quando lo Sportivo è vittima di raggiro

Emanuele Sabatino

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Il detto parla di gallina dalle uova d’oro ma se ribaltiamo il sesso possiamo tranquillamente parlare del pollo dalle uova d’oro. Il pollo in questione è il calciatore, o atleta di successo in generale, spesso miliardario in giovane età, improvvisamente o quasi, contornato da persone che gli vogliono bene ma anche da falsi cortesi che salgono sul carro del vincitore, di chi nella vita ce l’ha fatta e ha un bel po’ di grana. Indifeso e sprovveduto corre spesso il rischio di fidarsi troppo buttando alle ortiche gran parte della propria fortuna monetaria. Di seguito una carrellata di casi in cui i poveri atleti sono stati vittime di truffe e raggiri più un paio di chicche extra.

ALESSANDRO GAMBERINI

Ultimo in ordine cronologico la truffa ai danni dell’ex giocatore della Fiorentina Alessandro Gamberini che sarebbe stato raggirato da due suoi ex amici di Prato ed un banchiere per una cifra intorno al milione e seicento mila euro. Gamberini credeva di aver investito 1 milione di euro in un fondo obbligazionario al 3% (era scontento della gestione della banca precedente che gli fruttava solo lo 0,7% annuo), rivelatosi inesistente, e gli altri 620.000 in una fideiussione che non si ricordava neanche di aver firmato. Questi soldi sono stati usati dai due truffatori per coprire i loro debiti e comprare delle case. Ora dopo la deposizione in tribunale è in attesa che la giustizia faccia il suo corso.

MACCHINE PAGATE E MAI ACQUISTATE

Cosa hanno in comune Mexes, Ferrari, Zotti e Vucinic? Oltre ad aver militato nella Roma, gli stessi sono stati truffati da un concessionario della capitale che vendeva le auto, incassava i soldi ma non era in grado di fare il passaggio di proprietà perché queste ultime non erano di proprietà del concessionario ma in leasing. Scoperta fatta dalle forze dell’ordine in seguito alla denuncia di uno dei tanti comuni cittadini raggirati.

QUELLA PORSCHE FANTASMA

Stessa città, Roma, sempre una concessionaria. Sorte malevole è toccata anche ai calciatori Giorgio Venturin ed Andrea Silenzi che hanno comprato una porsche da 200 mila euro ma che non hanno mai visto dal vivo. Per loro una doppia beffa: oltre a non guidare mai la supercar anche l’archiviazione del caso da parte del giudice e addio soldi.

IL MADOFF DEI PARIOLI

Vittime del più classico degli schema Ponzi sono stati i due calciatori ex Roma Stefano Desideri e Ruggero Rizzitelli che hanno mal riposto i loro soldi nella mani (bucate) di Gianfranco Lande detto “Il Madoff dei Parioli”. Garantiva investimenti con ritorni incredibili nel corto-medio termine e riusciva a pagare tutti fintanto che riusciva a portare soldi nuovi dentro il suo schema. Una volta saturo è scappato con la cassa. Rizzitelli ha perso circa 3 milioni di euro. Lande è stato condannato a 5 anni e mezzo di carcere, già scontati, per un ammontare di soldi rubati pari a 170 milioni di euro ma c’è chi giura siano molti di più.

MAMMA HO PERSO L’AEREO

Dall’erba al parquet il discorso non cambia. Anche un grande campione come Scottie Pippen è stato truffato alla grande. L’ex stella degli imbattibili Bulls di MJ ha comprato un aereo, rivelatosi poi rotto, per 4 milioni di dollari. Oltre il danno anche la beffa: per riparare ha dovuto spendere un milione di dollari aggiuntivo.

SE TI TRUFFA ANCHE LO STATO

Quante volte abbiamo sentito parlare della Spagna come il paradiso fiscale per i giocatori che lì pagavano meno tasse? Fu proprio Galliani a dire anni fa, prima che la situazione cambiasse, che non c’era partita perché la fiscalità spagnola a parità di offerta era sempre la metà preferita dai calciatori.

In Spagna però le cose sono cambiate ed i calciatori che pagano in Spagna il 50% di tasse, una volta venduti all’estero e cambiando la residenza fiscale abbattono l’aliquota fino al 20%. La differenza deve tornare nelle casse dei contribuenti. Non è stato così però per alcuni calciatori come ad esempio Sahin ai tempo del Real, Salvio con l’Atletico Madrid e Zapata con il Villarreal che una volta cambiato squadra e lasciata la Spagna non hanno ricevuto nulla. Dove finivano i soldi? Su un conto off-shore intestato ad un’ispettrice del dipartimento fiscale spagnolo. Il piano era perfetto perché in teoria i calciatori ignari del vantaggio fiscale non avrebbero mai preteso la cifra. Peccato per lei che alcuni calciatori sono sprovveduti ma altri si affidano a fior di professionisti per pagare meno tasse e avere vantaggi economici in continuazione (come il trasferimento di Ronaldo alla Juve).

TRUFFARE UNA FEDERAZIONE

Dovrebbe vincere il premio di truffatore del millennio. Il personaggio in questione è Wilson Perumal ora in carcere ma prima una delle persone più potenti ed influenti del calcioscommesse mondiale. Cosa faceva? Organizzava finte amichevoli tra nazionali comprando le divise e raccattando le persone per strada. Così da far uscire risultati clamorosi e scommettendoci sopra. Come è stato scoperto? Grazie ai suoi agganci organizzò a Manama un’amichevole tra Bahrein e Togo. Il Togo era una nazionale forte perché annoverava tra le sue fila Adebayor mentre il Bahrein era una squadra modesta. Quote stra-sbilanciate a favore dei togolesi che però persero 3-0. Il perché è da ricercarsi proprio nel fatto che chi vestiva la maglia della nazionale togolese erano dei figuranti. Mentre in Bahrein festeggiavano la vittoria, il ministro dello Sport del Togo lesse sul giornale di quella partita e incredulo scrisse una lettera alla Fifa: la nazionale, quella vera, era impegnata in Botswana nelle qualificazioni della Coppa d’ Africa.

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