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Calcio

Storia di un biglietto: Atalanta-Roma, la partita che vogliono far morire

Simone Meloni

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“Cucs, visti da qua siete ancora più terroni”. Alle menti proibizioniste e bigotte che popolano il football al giorno d’oggi potrebbe sembrare l’ennesima idea sgarbata di quelle bestie manigolde con la sciarpa al collo. Ai più addentrati e amanti del mondo curvaiolo invece risuonerà soave come un concerto di Mozart. La stagione 1987/1988 vede l’Atalanta (retrocessa l’anno prima in Serie B) prender parte alla Coppa delle Coppe, in virtù della finale di Coppa Italia persa l’anno precedente con il Napoli Campione d’Italia. Arriverà fino alla semifinale dove il sogno verrà infranto dai belgi del Mechelen, futuri vincitori. E questo striscione, esposto all’esordio contro i gallesi del Merthyr Tydfil, sarà uno dei simboli di quella competizione.

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Il Cucs (Commando Ultrà Curva Sud) in quegli anni è il cuore del tifo romanista. Uno dei gruppi che in Italia fanno scuola. Chi oggi ha qualche capello bianco e sa dilettare i propri interlocutori con storie dell’epoca, vi racconterà menadito del gemellaggio esistente tra le due fazioni a inizio anni ottanta. Perché, malgrado ciò che la morale comune vuol far passare, le curve degli stadi sono stati (e in parte lo sono tutt’oggi) dei veri e propri poli in grado di aggregare e assembrare persone di ogni estrazione sociale, politica e geografica. Posti così profondi e variegati da creare interazioni impensabili, favorite comunque da una società paradossalmente più aperta e vogliosa di scoprire ciò che la circondava. “Avevamo poco, ma avevamo tutto”, mi raccontò una decina di anni fa un signore sulla quarantina, in un anonimo Roma-Messina. Aveva probabilmente ragione. Lui ricordava con simpatia un altro striscione, della Sud, sempre negli anni ’80. “Atalantino Idiota Del Settentrione”, con le iniziali a formare l’acronimo AIDS. Oggi sarebbero scattate multe e chiusure dei settori, allora veniva interpretato per ciò che era: uno striscione fine a se stesso, peraltro inserito perfettamente in un contesto di profonda tensione sociopolitica tra Nord e Sud. Ci vorrebbe meno moralismo e più elasticità mentale alle volte. Ma si sa, nel 2016 i click chiamano e i lettori non comprano giornali che non sanno riportare titoloni e articoloni sensazionalistici pure per descrivere il più stupido degli eventi.

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Atalanta-Roma non è una partita qualunque. Nerazzurro e giallorosso sono bande cromatiche che già di loro si contrastano aspramente. E noi che siamo malati quelle maglie ce le figuriamo sempre nella fanghiglia della Brumana o sotto un diluvio all’Olimpico, in un contrasto cruento tra Nela e Stromberg. Sarebbe stato bello affrontare il suo aspetto antropologico l’indomani della sfida di campionato dello scorso novembre. Ma abbiamo dovuto analizzare e smontare in fretta e furia buona parte delle inesattezze riportate a corollario delle tensioni registrate al termine della gara. Un peccato, perché come sempre in Italia si vuole drammatizzare, terrorizzare e distogliere l’attenzione invece che fare cronaca, prevenire, riflettere e raccontare storie che hanno reso la gioventù di tante persone migliore e ricca di aneddoti. Narrare, per il sottoscritto, rappresenta l’aspetto più interessante e formativo della propria professione. Perché dà l’opportunità di conoscere e abbattere paletti che, giocoforza, le nostre menti erigono di concerto con le storture offerte dal circo mediatico e dall’opinione pubblica.

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Eppure Atalanta-Roma non è mai una gara qualunque. Perché nella mediocrità in cui l’italico calcio si è ormai adagiato, rappresenta quella scintilla in grado di farti tornare ventenne almeno per novanta minuti. Al netto di divieti, limitazioni e montatura mediatica. Sia chiaro. Il mio esordio all’Atleti Azzurri d’Italia ebbe un sapore particolare. Stagione 2004/2005. Quella dei cinque allenatori, per i romanisti. Quella di una folle ricorsa alla salvezza nel girone di ritorno, per gli atalantini. Uno scontro di fine stagione che va in scena il 22 maggio. Due modi così diversi di approcciarsi al calcio. Eppure così simili. La metropoli turbolenta, passionale, non vincente ma fascinosa contro la provincia sanguigna, riservata, schiva ma dal cuore grande. Sarà anche per questo che romani e bergamaschi non si amano. In ognuno di loro c’è un pizzico di meridionalità e settentrionalità. Gli opposti che si attraggono e allo stesso tempo si respingono.

La sera prima si gioca Empoli-Genoa. Quel Genoa che a fine stagione verrà promosso in A ma sarà successivamente retrocesso in C per lo scandalo della “valigetta” di Preziosi nell’ultima sfida col Venezia. Si parte prima alla volta del Castellani, per puro spirito voyerista, e poi, a notte inoltrata, Firenze Campo Marte mi aspetta come fondamentale nodo di scambio. Là transita il treno dei tifosi diretto a Milano. Là comincia la trasferta che attendevo da una settimana. Diciassette anni e tanta voglia di vedere, fare e conoscere. Come fosse oggi ricordo la frenesia con cui il mercoledì saltai scuola per andare a prendere il biglietto. 10 Euro erano sufficienti all’epoca. Nessun documento e nessuna tessera. Semplicemente “un biglietto per il settore ospiti, grazie”. E poi l’ansia successiva. L’attesa quasi spasmodica. Il pensiero che andava sempre e comunque a Bergamo. Perché il calcio è una religione e come tale l’avvicinarsi della liturgia rappresenta il momento più importante della settimana.

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E i chilometri che passavano di stazione in stazione, con quell’odore di ferraglia che ogni tanto si impadroniva dei vagoni, annunciava che stavamo arrivando. Bergamo per noi era come andare in un altro Paese. Per chi era abituato a quelle trasferte e le aveva vissute due decadi prima non c’era quasi emozione. Ma per me il solo fatto di poter entrare in una città che ci era ostile in tutte le sue componenti e che calcisticamente voleva farci ogni tipo di sgambetto era una vera e propria palpitazione. Ho sempre rispettato gli atalantini. Una tifoseria fiera, tosta e verace. Un popolo dal quale molti dovrebbero prendere spunto. Molti di quelli che si chiedono come si faccia a tifare un club che non vince mai. Molti di quelli che non capiscono quanto il pallone sia identità territoriale, campanilismo e sfottò. E cosa c’è di male? Come quei vecchi che dai balconi e dalle strade ci lanciavano ogni tipo di offesa. Come quello stadio stracolmo in ogni ordine di posto. Deluso a fine partita, per la retrocessione sancita dallo 0-1 maturato sul terreno di gioco, ma fieri dei propri colori. Il pubblico di Bergamo, come quello di Roma, è stato spesso demonizzato. Dipinto a priori. Come quello di Roma a volte ha esagerato, compiuto degli eccessi, tuttavia ne ha sempre pagato le conseguenze. Il pubblico orobico è il cuore dell’Atalanta.  È ruvido, inospitale e profondamente attaccato a tutto quello che riguarda la Dea. Andrebbe ricordato che se la violenza è un fenomeno da condannare sempre e comunque, il folklore è un patrimonio dei nostri stadi. Sebbene negli ultimi anni si sia fatto di tutto per cancellarlo e annullarlo.

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Il gol di Cassano, l’esultanza, gli sfottò, l’acre odore delle torce e dei fumogeni e il ritorno in treno con tanti ragazzi che negli occhi avevano la mia stessa emozione. Il tifo incessante degli atalantini, la tensione del settore ospiti che si tagliava a fette e l’unisono di quei 700 cuori (all’epoca il settore ospiti era ancora confinato nell’angoletto tra Curva Sud e Tribuna Centrale) impegnati a sostenere una squadra sgangherata, che però non avevano abbandonato, anzi si erano stretti ancor più attorno ad essa. Ricordo tutto di quella giornata. Persino la nottata passata a Piazza del Popolo per ingannare il tempo nell’attesa del ritorno a casa dei miei. Per questo tornare a vedere un Atalanta-Roma dopo undici anni, stavolta dalla tribuna stampa, ha rappresentato un qualcosa di diverso. Emozionante lo stesso. Ma profondamente differente da raccontare. Con l’età che avanza la razionalità ha la meglio su molti sentimenti. E soprattutto l’idiosincrasia verso qualsiasi tipo di divieto e repressione aumenta la ragione nell’assistere a questo genere di sfide. Sappiamo che non dureranno a vita. Sappiamo, noi calciofili d’essai, che siamo destinati a vedere morire i nostri punti cardine. Perché siamo fuori luogo. Demodé direbbero quelli bravi. Perché se proviamo a dire che un Atalanta-Roma con i fumogeni, i cori ostili e le esultanze velenose è la quintessenza del calcio qualcuno è pronto a etichettarci come “ultrà ripuliti” o “fiancheggiatori dei violenti”. Perché, se da romani, ridiamo di gusto alla coreografia di qualche stagione fa della Nord, quella che con tanti piccoli carri armati e la frase “Vamos Tanque” sbeffeggiava le polemiche nate in estate per il celebre carrarmato guidato da Migliaccio che “investiva” delle macchine romaniste e bresciane, siamo dei “beceri che foraggiano i teppisti”. Suvvia, perché in questo Paese non si riesce mai a scernere la goliardia, magari anche esasperata, dalla vera violenza o dai comportamenti davvero da bollare?

Forse perché tutto ciò costituisce una grande forma di Eco (in maiuscolo non a caso). Forse perché chiudere settori popolari qualche giorno prima, punendo senza motivo chi stava per organizzare la coreografia significativa e riaprirli poi per il sacrosanto risentimento popolare (è successo lo scorso anno in occasione di Atalanta-Chievo quando la Nord aveva organizzato una giornata in memoria di Yara Gambirasio) fa parte di quel disegno volto a criminalizzare e indebolire ogni forma di aggregazione. Soprattutto se viene da uno stadio. Soprattutto se, come a Bergamo, riesce a creare eventi ludici che coinvolgono l’intera città (Festa della Dea). Allora si preferisce colpire nel mucchio. Si preferisce mettere delle barriere in mezzo a una curva, rendere uno stadio pari a un lager e vietare qualsiasi forma di tifo pena sanzione pecuniaria, accusando i tifosi di ogni amenità possibile. Perché Atalanta-Roma deve morire.

“L’Atalanta è magia, la Nord è follia!”. Brigate Nerazzurre

“La Roma è una fede, gli ultrà i suoi profeti”. CUCS Roma

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5 Commenti

5 Comments

  1. Gaspare

    gennaio 5, 2017 at 12:09 pm

    “La sera prima si gioca Empoli-Genoa. Quel Genoa che a fine stagione verrà promosso in A ma sarà successivamente retrocesso in C per lo scandalo della “valigetta” di Preziosi nell’ultima sfida col Venezia.”

    No, aspetta.
    Hai già segnalato che era la stagione 2004/2005. Hai segnalato il giorno ed il mese.
    Stai parlando di Atalanta e Roma.
    Mi spieghi cosa diamine c’entra, in questo resoconto, quel periodo inerente a Empoli-Genoa ?
    Poi, capisco che eri diciassettenne allora e lo sei anche adesso.
    Purtroppo tu (come la maggior parte) non conosce a fondo la storia.
    Non è un vostro delitto il non informarvi. Ormai in quest’ Italia con un’altissima percentuale di analfabetismo che si mescola alla stessa percentuale di persone che camminano con uno smartphone in mano a scrivere pensieri grammaticalmente scorretti e pensieri inopinatamente stupidi, non mi stupisco neanche più che chi opera nel campo dell’informazione, ormai scriva per sentito dire e senza neanche la volontà di approfondire gli argomenti.
    Se tu l’avessi fatto, probabilmente manco avresti scritto quel periodo che è completamente avulso da ogni attinenza col testo che hai scritto ed al tempo stesso, questo tuo teso, lo hai sminuito e lo fai apparire solo come un inutile e banale articolo da blogger.

    Saluti

    • Gaspare

      gennaio 5, 2017 at 12:10 pm

      EDIT: “Purtroppo tu (come la maggior parte) non conosce a fondo la storia.”

      CORREZIONE: Purtroppo tu (come la maggior parte delle persone), non conosci a fondo la storia.

      Saluti

  2. Giovannino Malagò

    gennaio 5, 2017 at 3:37 pm

    Caro Gaspare (nome che peraltro ricordo con gaudio vicino a quello di Zuzzurro come ottimo comico) spero tu stia scherzando. In caso tu dica sul serio ti devi porre qualche quesito sulla tua comprensione (e soprattutto contestualizzazione) della lingua italiana. L’autore comincia il racconto della sua trasferta facendo presente che la sera prima si trovava al Castellani di Empoli, davvero non si capisce cosa ci sia di complicato nel capirlo.

  3. dolcissimo

    gennaio 6, 2017 at 12:14 pm

    calcio vintage che a noi cinquantenni lascia il dolce in bocca, la trasferta all’olimpico per noi veri atalantini e una delle cose che devi fare (slaggare?) nella vita,vedervi tutti cantare il vostro inno vendittiano (bellissimo)e sentire i vostri cori all’unisono fa un po tremare le chiappe mentre noi 4 pulmann di giovani ben compattati vi insultiamo e uno dei ricordi + belli del mio calcio che nn ce’ piu.E vero probabilmente non vinceremo mai nulla ma la storia di Davide contro Golia affascina ancora dopo 2000 anni.La partita che racconti nn l’ho vista perche temevo la fine del sogno A (ancora odio il brufoloso per quello)bel pezzo Simone ciao

  4. Manuel71

    gennaio 6, 2017 at 10:19 pm

    Bell’articolo. Era anche la mia prima a Bergamo quella e l’emozione fu tanta benché già adulto da un bel pezzo. Ma solo chi ha vissuto un certo calcio romantico può capire. E purtroppo chi dirige la baracca oggi non è romantico e nemmeno competente. Quel calcio (popolare e romantico a volte rozzo e violento) deve sparire per i tifosotti 2.0. E si perderá davvero molto.

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Calcio

Jules Rimet, il visionario padre dei Mondiali che ha cambiato il ‘900

Leonardo Ciccarelli

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Il 16 ottobre 1956 moriva Jules Rimet, il padre dei Mondiali di Calcio. Ripercorriamo la sua vita che attraversa tutti i momenti cruciali della storia moderna. Un uomo di sport, oltre lo sport.

Al civico 45 in Avenue Marx-Dormoy, in Bagneaux, provincia di Parigi, c’è un meraviglioso cimitero extra muros in cui sono sepolti alcuni importanti francesi, da Claude Berri a Frida Boccara, da Jules Laforgue a Charles Denner, c’è anche la salma di un visionario che ha cambiato per sempre la storia dello sport più radicato del pianeta, il calcio. Parliamo di Jules Rimet.

Nato nel 1873 e cresciuto nel bel mezzo del niente nelle colline della Francia di fine ‘800, si trasferisce a ridosso del nuovo secolo a Parigi insieme alla famiglia per sfuggire alla fame e alla povertà. Nella capitale ad 11 anni lavora nella drogheria di suo padre, ed in questa splendida città scopre il calcio giocato dai ragazzi nelle strade e si convince dei benefici dello sport nell’educazione fisica e morale dei giovani, che porta benessere e amicizia tra le persone. Diventa uno studente coscienzioso fino a diventare un avvocato.

Contemporaneamente si impegna nello sport e fonda col fratello nel 1897 i Red Star, una delle società più antiche della Francia, attualmente in Ligue 2, la Serie B francese, e l’anno dopo fonda anche un giornale cristiano, repubblicano e democratico, La Revue, che si fonde nel gennaio del 1899 con Le Sillon di Marc Sangnier, una rivista per la quale numerosi cristiani divennero ostili alla monarchia.

La politica è centrale nella vita di Jules Rimet che fin da giovane si avvicina alla Democrazia Cristiana transalpina, restando però con ideali vicini alla sinistra, chiedendo una collaborazione forte e reale tra la chiesa ed il popolo e pretendendo un riformismo che avvicini le classi sociali, smussando i conflitti sociali.

Vede nel calcio il mezzo per smussare i suddetti conflitti, vede lo sport e proprio il football in particolare, un veicolo serio e concreto di emancipazione per i meno fortunati e crede fermamente nello sport come un fattore reale di avvicinamento tra i popoli.

Rimet è un contemporaneo di Pierre de Coubertin, l’inventore delle Olimpiadi moderne e all’indomani della fine della Prima Guerra Mondiale la voglia di non spargere più sangue e risolvere i propri dissensi nello sport è davvero forte, prende forma in questo clima l’idea di un Campionato del Mondo di Calcio, un clima fortemente politicizzato proprio dal suo fondatore che usa questa idea per scalare i vertici della Fifa che approva questo nuovo torneo.

Il primo organizzatore è l’Uruguay che negli anni ’20 e ’30 è un felice Paese del Sudamerica e che nel calcio sta dominando nell’unico torneo mondiale fino ad allora esistente, il torneo olimpico, che la nazionale vince sia nel ’24 sia nel ’28. Sono i più forti del mondo, ed infatti vincono la prima edizione del torneo iridato, organizzato da loro che festeggiano quell’anno proprio il centenario dell’indipendenza. Il 31 luglio oggi è festa nazionale in Uruguay, per ricordare quel glorioso giorno.

E’ stato un successo, Jules Rimet diventa uno degli uomini più potenti del mondo, le nazioni guardano con coraggio questo sport inventato dagli inglesi e i capi di governo si ingolosiscono. Tra questi, Mussolini ottiene l’organizzazione dela Coppa del Mondo del ’34, vinta dalla stessa Italia che sulla bandiera ha il fascio littorio, impresa ripetuta 4 anni dopo nell’edizione francese della competizione iridata.

La Coppa del Mondo del ’38 è il manifesto di quello che sarebbe successo l’anno successivo: la Germania schiera 5 austriaci, poco dopo l’annessione dell’Austria al Terzo Reich, ed esclude ogni atleta di origine ebraica dalla competizione.

Dopo la Guerra le cose cambiano. Si riuniscono i comitati a Lussemburgo e stilano alcune regole ancora oggi in vigore, come quella di dedicare la coppa al suo ideatore e soprattutto di donare il trofeo alle nazioni in grado di vincerlo per 3 volte. La prima a riuscirci è stata la nazionale brasiliana, poi ha seguito l’Italia nel 1982, infine la Germania, nel ’90.

Rimet lascia la presidenza Fifa ad 84 anni, due anni dopo sarebbe morto in solitudine, con un ideale ben chiaro a lui, ben poco a chi i campionati li avrebbe organizzati come ha dimostrato l Italia e come dimostreranno il Cile di Pinochet, l’Argentina di Videla.

La sua idea di calcio romantico, che unisce i popoli sotto un unico dominatore, è parzialmente riuscita e forse l’esempio migliore è stata la sua nazionale, che nel ’98 lo omaggia con una piazza nei pressi del Parco dei Principi e con una scritta sulla fiancata del pullman: “Liberté, Égalité, Jules Rimet”. Una nazionale fatta da francesi, algerini, baschi, sudamericani, africani, tutti uniti sotto un’unica bandiera, quella francese, tutti uniti per un bene ideale, quello del Calcio.

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Calcio

65 anni del Divino: Falcao, l’addio, la politica e il Papa

Matteo Luciani

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Compie oggi 65 anni Paulo Roberto Falcao, l’ottavo Re di Roma, rimasto nella memoria dei tifosi giallorossi per aver portato il tricolore a Roma. Ma ci fu un momento in cui il brasiliano fu ad un passo dall’Inter. Vi raccontiamo questa storia di calciomercato sfumata per un soffio.

Giugno 1983. La capitale d’Italia è in tripudio dopo che la sua parte giallorossa ha appena conquistato il secondo tricolore della propria storia. Merito di un gruppo di uomini e calciatori eccezionali guidati sapientemente dal ‘Barone’ Nils Liedholm.

Neppure il tempo di gustarsi il sapore della vittoria, però, che nei pressi di Trigoria scoppia la bomba: il ‘Divino’ Paulo Roberto Falcao, uno dei simboli del successo ottenuto soltanto poche settimane prima sul campo, vuole andare via ed ha trovato l’accordo con l’Inter per trasferirsi all’ombra della Madunina.

I tifosi della lupa sono sconvolti. Proprio lui, l’uomo che, arrivato a Roma soltanto tre anni prima (quando i giallorossi erano in possesso di una squadra ancora non eccellente), dichiarò subito senza dubbi “entro pochi anni vinceremo lo Scudetto”, cambiando il modo di pensare e rapportarsi alla realtà calcistica di supporter tutt’altro che abituati a trionfi e coppe, decide di abbandonare la nave ora che questa si appresta a salpare pure in Europa per dare l’assalto alla Coppa dei Campioni.

A gettare benzina sul fuoco, in quei giorni caldissimi, arrivano le dichiarazioni dello stesso Falcao, che da Porto Alegre, dove si trova in vacanza, parla già da ex giallorosso e dichiara: “Lasciare Roma è stato un trauma”. Sembrano ormai non esserci più speranze, dunque, per la permanenza del numero cinque nella Capitale. Dino Viola, però, sa bene che nessun club ha raggiunto un accordo anche con la società per lasciare libero il campione brasiliano e non si preoccupa più di tanto.

Si parla di offerte da parte di Verona e Napoli ma la realtà è che Falcao vuole solo l’Inter. Il merito dell’operazione è da ascrivere a Sandro Mazzola, allora dirigente nerazzurro, che insieme al procuratore del nazionale verdeoro Cristoforo Colombo ha lavorato per molto tempo nell’ombra. Alla fine, Mazzola riesce a portare l’accordo con Falcao tra le mani del presidente interista Fraizzoli. E’ ormai tutto fatto. Manca solo l’ultimo tassello: l’accordo economico con la Roma.

Fraizzoli, mostrando una correttezza d’altri tempi, alza il telefono per chiamare Dino Viola e comunicargli che ha la firma del numero cinque romanista in mano. La richiesta implicita è: “Quanto serve per lasciarlo andare?”. La risposta del numero uno giallorosso è sorprendente: l’assoluto silenzio. Viola, infine, comunica di aver preso atto della faccenda e attacca.

Da questo punto in poi, il calcio inizia ad entrarci poco. Per bloccare la partenza di Falcao, infatti, si muove addirittura Giulio Andreotti (insieme al fido braccio destro Evangelisti). La prima mossa riguarda il contatto con la mamma di Falcao, la signora Azise, a cui viene fatto sapere che anche Papa Wojtyla desidera che il campione brasiliano rimanga nella Capitale. “Non vorrai mica dare un dispiacere al Santo Padre?”, saranno le parole di Azise al figliolo.

L’accordo con l’Inter, ora, vacilla. A dare il colpo di grazia a Fraizzoli ci pensa Andreotti in persona. Quest’ultimo, infatti, chiama Fraizzoli e, ancor prima di parlare di Falcao, si rivolge al presidente interista con le seguenti parole: “mi dicono si tratti di affari importanti…..”. Il riferimento è ai capi d’abbigliamento che Fraizzoli fabbrica e che vengono distribuiti anche ai ministeri.

Il numero uno nerazzurro capisce che ormai la situazione si è fatta più grande di lui e contatta immediatamente Sandro Mazzola. “Il contratto di Falcao va stracciato”. La macchina della politica si è messa in moto ed il povero Fraizzoli non può far altro che lasciare il ‘Divino’ lì dove ha appena fatto la storia.

Il calciomercato non è mai sembrato argomento tanto ‘piccolo’.

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Calcio

Fasce e lacci arcobaleno, ma il Calcio resta ancora uno sport omofobo

Matteo Luciani

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Il 14 Ottobre 1979 negli Stati Uniti, a Washington, si svolse la prima marcia per i diritti LGBT. A distanza di anni le cose sono migliorate, ma grandi problemi rimangono palesemente. Anche lo Sport soffre le stesse criticità. In particolare il calcio, dove è quasi impossibile mostrarsi per quello che si è.

Novembre 2016: i capitani delle squadre della Premier League indossano fasce color arcobaleno mentre tutti i calciatori scendono in campo con i lacci delle scarpe dello stesso tipo. La ragione? Tutto ciò è parte integrante della campagna anti-omofobia ‘Rainbow Laces’ promossa dall’organizzazione Stonewall.

L’evento viene visto dai media come un grande passo per uno sport spesso ritenuto reticente nei confronti delle comunità LGBT; ma lacci e fasce arcobaleno sono veramente un segno tangibile di progresso nel trasformare il calcio in uno spazio in cui i giocatori LGBT si sentano liberi di esprimere la propria sessualità anche in pubblico?

Francamente, no.

È piuttosto singolare, infatti, che soltanto un ex atleta della Premier League, passato pure in Serie A per una fugace apparizione con la maglia della Lazio, il tedesco Thomas Hitzlsperger, abbia ufficialmente fatto coming out (peraltro, soltanto a carriera conclusa) quando il 2% della popolazione maschile britannica oggi si identifica come gay e si è a conoscenza del fatto che oltre 500 giocatori della Premier League, tra passato e presente, sono omosessuali.

Hitzlsperger affermò, riguardo alla sua dichiarazione pubblica, di essersi ispirato a quanto fatto dal cestista John Amaechi, dal tuffatore Tom Daley, dalla stella gallese di rugby Gareth Thomas e dall’ex calciatore di Leeds United e LA Galaxy Robbie Rogers; il tedesco spiegò pure di sperare che il proprio gesto potesse aiutare altri colleghi a fare lo stesso.

Parole, purtroppo, poco utili se si pensa che addirittura il presidente della FA, Clarke, non certo il primo venuto, ha recentemente dichiarato che sarebbe “impossibile” per un giocatore attuale fare coming out poiché la lega non sarebbe in grado di proteggerlo a sufficienza dagli attacchi esterni di tifosi avversari.

Di certo, il precedente dell’ex attaccante del Norwich City e del Nottingham Forest, Justin Fashanu (peraltro, il primo calciatore di colore ad essere pagato un milione di sterline nel calcio inglese), in tal senso, ha segnato un profondo solco.

Fashanu, uscito allo scoperto nel 1990, decise di porre fine alla sua vita soltanto otto anni dopo a causa degli enormi problemi (lavorativi e non) che il suo coming out gli aveva creato.

Presso il già citato ‘Rainbow Laces Summit’, diversi atleti britannici si sono riuniti per discutere sul modo in cui poter aiutare la comunità LGBT nel mondo dello sport.

Due stelle dell’hockey britannico, Kate e Helen Richardson-Walsh, regolarmente sposate, sono intervenute, così come il rugbista Keegan Hirst.

A quanto pare, soltanto il calcio è rimasto così indietro sull’argomento.

In tal senso, durante il vertice, il presidente Clarke, ha dichiarato che il calcio è “due decenni indietro” rispetto alla possibilità di diventare oggi un posto sereno anche per gli omosessuali.

Clarke ha affermato che sta tentando di parlare con molti calciatori gay del mondo inglese, in merito alla chance di effettuare il coming out, ma che, tuttavia, nessuno si sente veramente tranquillo all’idea.

Mancherà ancora molto, in Inghilterra e non, per rendere anche il calcio uno sport più civile?

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