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Calcio

Stop al caro biglietti, a Napoli il calcio è ancora “popolare”

Simone Meloni

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“Il Napoli ha bisogno delle sue curve. Sono il vero dodicesimo in campo. Nella nostra città il tifo è viscerale. Siamo legatissimi a quello che il calcio rappresenta per la città. Per questo l’abbassamento dei prezzi nei settori popolari già a partire dalla gara con la Roma rappresenta una vittoria del buon senso. Così esordisce Carmine Sgambati, presidente della Commissione Sport del Comune di Napoli, riunitasi la scorsa settimana per analizzare la proposta di contenimento del prezzo dei biglietti partita dall’avvocato Emilio Coppola e basata sulla convenzione esistente tra Comune e SSC Napoli per l’utilizzo dello stadio cittadino. Questa stabilisce che il prezzo dei biglietti per i settori popolari non debba superare i 15 Euro. Dall’inizio della stagione calcistica il club ha invece vertiginosamente incrementato il costo dei tagliandi delle due curve (40 Euro con Milan e Benfica, 25 contro Bologna e Chievo) azzerando la naturale forbice esistente con i Distinti (da cui si può godere di una migliore visibilità) dove i prezzi sono rimasti invariati, addirittura, nel caso della Champions League, inferiori a Napoli-Borussia Dortmund della passata stagione. Basti pensare che, dopo la Juventus, i partenopei sono attualmente il secondo club europeo con i biglietti più costosi in Champions League.

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Gli occupanti di tali settori hanno visto questo come un gesto di “rappresaglia” da parte del presidente De Laurentiis, da diverso tempo contestato dal tifo organizzato per la sua gestione complessiva del Napoli. Oltre al grande striscione “Settore Popolare” esposto in Curva B nelle gare succitate, i tifosi hanno perorato l’iniziativa dell’avvocato Coppola, facendo leva su una classe politica (maggioranza e opposizione) che si è dimostrata molto attenta e sensibile alla problematica. De Laurentiis ha spesso parlato della costruzione di un nuovo stadio, da 20/30.000 persone, riservato soltanto ai ceti facoltosi e simile in tutto e per tutto a un cinema. “Lui è un imprenditore – continua Sgambati – e giustamente guarda al business, ma i napoletani sono abituati ad avere presidenti passionali e attaccati alla propria storia. Bisogna trovare una via di mezzo. Per ora la priorità è quella di riportare la gente di ogni estrazione sociale al San Paolo. Inviteremo il presidente in Commissione e il consiglio voterà la convenzione che andrà in direzione sinergica tra tutte le parti, per convogliare le note positive sia della società che dei tifosi”.

Quello della convenzione, come spiega l’avvocato Coppola, è un problema annoso, che ha creato un vero e proprio contenzioso tra Comune e società: “È scaduta da un anno e mezzo – racconta – De Laurentiis non l’ha rinnovata, non provvedendo a pagare il canone di locazione e sostenendo che il suo contributo era già pervenuto quando, con l’uscita della Legge Amato, si fece carico di alcuni lavori di ammodernamento, tra i quali l’istallazione dei tornelli che costò 3 milioni di Euro e che, secondo lui, andavano a compensare i futuri campionati. Di contro, non rinnovando la convenzione si è andati avanti a chiamata individuale, e attualmente il Comune vanta un credito nei confronti della società. Tanto che in più di un’occasione è stato ribadito come il Napoli occupi il San Paolo abusivamente”.

Ma a quanto ammonta l’affitto dello stadio? “650.000 Euro, il più basso tra le grandi città italiane. A Roma il Coni chiede 3 milioni mentre a Milano il comune ne pretende 7. Certo – ammette –  a onore del vero va detto che da noi l’utilizzo è consentito al club solo il giorno della partita e fino a sei ore dopo, a causa della presenza di palestre e impianti sportivi al di sotto del San Paolo. Tuttavia va anche sottolineato come nella precedente convenzione il Napoli non si facesse carico del servizio di viabilità, diversamente da quanto fanno Milan e Inter ad esempio, le quali supportano gli oneri spettanti alla Polizia Municipale”.

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Colpire i settore frequentati solitamente dal “popolo” è stata senza dubbio una scelta che ha acuito ancor più la frattura esistente tra presidenza e tifosi. “Il fulcro di tale convenzione – continua Coppola – è la fruizione dell’impianto sportivo anche da parte della classe popolare e dei tifosi meno abbienti. De Laurentiis è rimasto sicuramente insoddisfatto dal rifiuto del Comune di eseguire i lavori di migliorie nella zona della tribuna autorità e della Sky Box. Si è ritenuto, di contro, più giusto mettere mano ai servizi basilari. Per rimettere in sesto completamente l’impianto di Fuorigrotta servirebbero 4/500 milioni, che ovviamente il Comune non ha. Chiaramente ora bisognerà ridiscutere tutto per trovare un punto d’intesa”.

Il manipolo di tifosi accorsi sotto Palazzo San Giacomo testimonia la sincronia di una Napoli ragioniera, combattiva e lungimirante. “Sgambati – evidenzia – ha convocato la commissione a cui hanno partecipato anche il capo gabinetto del Comune Attilio Auricchio, diversi personaggi della maggioranza e dell’opposizione per l’occasione coesi e l’Assessore Ciro Borriello. Chiaramente anche il Napoli è stato invitato, ma De Laurentiis, trovandosi in Cina, ha declinato con una mail in cui poneva come condizione per la sua partecipazione che il Comune si facesse carico del biglietto aereo. Una nota di colore che però denota come spesso il suo modo di porsi non aiuti a pacificare talune situazioni. Di certo – afferma – una società privata non può disporre a proprio piacimento dello stadio cittadino. Con la nuova convenzione verrà inserita come clausola risolutiva quella dei biglietti calmierati, che per i settore popolari non dovranno superare i 15 Euro. Per quest’anno ovviamente non si potrà fare molto, soprattutto per quanto riguarda gli abbonamenti, che tuttavia attualmente rispondono a una media di 18,50 Euro a partita”.

L’aver mosso le acque ha comunque già portato un primo risultato: “Per la partita con la Roma, che in città è la più sentita assieme a quella contro la Juventus – dice – i tagliandi di curva saranno venduti a 25 Euro. Ovviamente De Laurentiis ha capito che non si poteva continuare su questa linea di scontro, ne è palese dimostrazione la nota diramata alle pay-tv in cui le stesse erano invitate a non inquadrare i settori vuoti per non provocare un’ingente perdita di sponsor. Da ciò si capisce che abbiamo toccato i tasti giusti. Perché se è vero che il pubblico che va allo stadio rappresenta il 7-8 percento del fatturato, è altrettanto vero che lo stesso permette l’esistenza del restante 92 percento. Pensate quanto possa esser difficile per una società di calcio trovare sponsor in uno stadio perennemente vuoto. È un semplice ragionamento che ha trovato l’approvazione anche dalla commissione”. Infine sulla costruzione di un nuovo stadio Coppola è laconico: “Se De Laurentiis vuol costruire un impianto ex novo, deve farlo al di fuori del territorio comunale. Su questo la giunta non transige. Un impianto sportivo non deve rappresentare soltanto l’élite della società, dato che il Napoli è uno dei fiori all’occhiello della città e l’orgoglio di tutti i napoletani”.

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Volere è potere verrebbe da dire (come dimostra questa chiacchierata televisiva tra Sgambati e Coppola) In Italia ci lamentiamo spesso di non avere impianti di proprietà ma strutture fatiscenti anche a causa della noncuranza dei Comuni, cui quasi sempre appartengono. L’esempio di Napoli ci mostra un’altra faccia della medaglia: un lavoro di “interforza” tra istituzioni, club e tifosi, magari anche con delle iniziative provenienti proprio dai primi frequentatori delle gradinate, può portare a una maggiore vivibilità dello stadio. Certo, c’è bisogno di una sinergia tra tutte le componenti, e in primis c’è bisogno della presa di coscienza da parte istituzionale di quanto lo sport debba rimanere comunque uno strumento di aggregazione popolare. Il problema del caroprezzi attanaglia buona parte degli italici tifosi, molti dei quali hanno rinunciato a seguire la propria squadra del cuore allo stadio per non dilapidare parte del proprio salario. A Roma, ad esempio, un nucleo familiare di tre persone, per assistere a un anonimo Roma-Crotone, di mercoledì alle 20,45, avrebbe dovuto spendere 75 Euro. Con tutti i problemi legati alla viabilità e alla poca fruibilità dello stadio Olimpico. Si parla spesso di modelli stranieri, dimenticando quasi sempre di citarne gli aspetti che davvero li rendono vantaggiosi e all’avanguardia. Il celebre “muro giallo” del Dortmund è “acquistabile” a circa 15 Euro, così come i settori popolari di uno squadrone chiamato Bayern Monaco. Il rendere accessibile a tutti un evento pubblico denota il grado di sviluppo culturale di un Paese. Cambiare una situazione di svantaggio è possibile. Contestando civilmente ma facendo valere i propri diritti. È l’accettazione passiva di qualsiasi cosa che, al contrario, distrugge una comunità. Rendendola asettica e poco analitica. Parliamo di calcio, è vero, ma il calcio è parte integrante della nostra società. Lo sport, il tifo e le passioni aiutano a vivere meglio. Per questo debbono essere garantiti a tutti in qualsiasi posto si definisca civile.

Calcio

La Strage allo Stadio Lenin di Mosca e l’insabbiamento del regime

Lorenzo Martini

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Il 20 Ottobre 1982 allo Stadio Lenin di Mosca una tragedia colpì il mondo del pallone. Durante una partita di Coppa Uefa 66 persone persero la vita. Una strage paragonabile all’Heysel, ma che a differenza di quest’ultima sappiamo poco perchè intervenne il Regime a nascondere tutto.

Da anni il problema della sicurezza negli stadi è uno dei temi che più sta a cuore agli organismi sportivi nazionali e internazionali. Controlli serrati all’entrata, le contestate tessere del tifoso, i DASPO e tanti altri provvedimenti sono stati gli strumenti principali per rendere gli stadi più vivibili e sicuri.

Purtroppo, però, le azioni intraprese dallo Stato sono state adottate in maniera poco strutturata e organizzata, andando a colpire spesso solo i tifosi, tralasciando gli aspetti legati alla manutenzione e alla messa in sicurezza degli impianti. Le ripercussioni conseguenti a questa incapacità gestionale hanno sfociato, in molti casi, in disordini, tafferugli e persino vittime. Tali fatti di cronaca hanno amaramente campeggiato su tutti i giornali nazionali, causando un totale oscuramento del calcio giocato per dare spazio a episodi di violenza che non avremmo mai voluto vedere.

Ma come veniva affrontato questo tema più di trent’anni fa, quando l’ambiente stadio e i problemi ad esso associati avevano una risonanza mediatica completamente diversa?

Quella del 20 ottobre 1982 è una data chiave per capire come una tematica simile fosse tutt’altro che prioritaria. Quella sera si disputava la partita di andata di sedicesimi di Coppa Uefa tra i padroni di casa dello Spartak Mosca e gli olandesi dell’HFC Harlem. Allo Stadio Centrale Lenin di Mosca – oggi stadio Luzhniki – erano accorsi oltre 15mila tifosi, malgrado gli oltre 10 gradi sotto zero. Questo perché lo Spartak era la squadra rappresentativa del popolino, della gente umile che si animava per le giocate dei proprio beniamini, contrapposta al Lokomotiv, la squadra dei ferrovieri, alla Dinamo e al CSKA, con cui si identificavano le forze di polizia.

A causa del ghiaccio, alcuni settori dello stadio non erano agibili e tutti gli spettatori erano stati disposti nella Tribuna Est, che era stato sistemato all’ultimo alla bell’e buona. Questa scelta era stata anche apprezzata dai tifosi moscoviti, visto che la maggior parte di loro – soprattutto operai e studenti – avevano preso la metro per arrivare allo stadio e la fermata dava proprio sulla Tribuna Est.

Dopo 16 minuti dal fischio di inizio, è lo Spartak ad andare in vantaggio, grazie ad un gol di Edgar Gess. Poi la partita scorre lenta e monotona, anche a causa delle pessime condizioni climatiche e del campo. Con la partita in stallo, verso l’ottantesimo molti tifosi moscoviti, allora, decidono di abbandonare lo stadio, così da non trovare file o intoppi alla metro. Sembrerebbe una tranquilla serata di calcio come tante altre, quando all’85 il difensore Sergei Shvetsov  sigla il definitivo 2 a 0: la gente, accalcata sulle scale per l’unica uscita, sente l’esultanza proveniente dalle tribune e quindi in molti decidono di tornare indietro, venendo però bloccati dalla polizia.

E’ una bolgia.

 Ma il peggio ancora deve venire. Infatti, mentre la persone restano imbottigliate tra le scale, spintonate a destra e a manca, accade l’imprevedibile: inadatte a sopportare un peso simili, le scale cedono di schianto. E’ una carneficina.

Alla fine il bilancio ufficiale è di 66 morti e 61 feriti, anche se, secondo alcune fonti, le vittime sarebbero addirittura 300. Il tutto a causa, non solo del crollo delle scale e della calca che si era generata, ma anche perchè le milizie erano tutt’altro che preparate per un intervento immediato e i soccorsi arrivarono con molto ritardo. La totale disorganizzazione della polizia provocò inoltre problemi nell’uscita degli altri spettatori ancora sugli spalti, che rimasero a lungo intrappolati nello stadio.

Al contrario, la polizia fu tutt’altro che disorganizzata nell’insabbiare tutta la vicenda. Appena terminato l’incontro, mentre ancora si cercava di capire l’entità dell’incidente, le due squadre vennero sbrigativamente allontanate dallo stadio. Il giorno seguente sul giornale “Il Vespro di Mosca” riportò che nello stadio Lenin “c’erano stati degli incidenti che avevano comportato lesioni a qualche tifoso”. Una rilettura totalmente distorta di ciò che era avvenuto.

Nei giorni successivi, i rapporti ufficiali sulla vicenda non sono per nulla chiari e omettono di spiegare la gravità dell’incidente. Come capro espiatorio viene identificato un tale Panchickin, il custode dello stadio, che viene ritenuto il responsabile delle precarie condizioni dell’impianto e viene condannato a 18 mesi di lavori forzati.

Perché tutto questo? Perché di mezzo c’è la politica. Breznev, ormai malato e sul punto di lasciare la guida della Russia, voleva che comunque l’Unione Sovietica avesse dato ancora un’immagine di sé forte e invincibile, lontano da qualsiasi debolezza. Uno scandalo come quello dello stadio Lenin sarebbe inaccettabile, ed è  per questo che viene dato inizio ad un’autentica campagna di disinformazione. Pur di non apparire una nazione in declino e lontana dalle superpotenze mondiali, si cerca di nascondere tutto.

Solo anni dopo, il nuovo segretario del PCUS Jurii Andropov ordinò un’inchiesta sul disastro avvenuto e vennero riportati alla luce molti dettagli e aspetti della vicenda che erano stati celati. Eppure il tentativo di insabbiamento durò ancora per anni e alcuni decessi furono tenuti nascosti dalle alte sfere del Cremlino.

Oggi lo stadio Luzhniki è uno stadio all’avanguardia, cinque stelle nel ranking UEFA, ed è uno degli impianti più sicuri al mondo. Eppure quelle 66 persone sono morte proprio su quegli spalti, a causa dell’incuria e dell’inesistente manutenzione della struttura.

 “Non avrei mai voluto segnare quel gol.”

Molti giorni dopo il tragico evento, furono queste le dichiarazioni del difensore Sergei Shvetsov, autore del raddoppio dello Spartak Mosca. Si sentiva responsabile di quanto era accaduto.

Ed è proprio per questo che il tema della sicurezza negli stadi deve essere affrontato con sempre maggiore attenzione e determinazione. Perché un momento di gioia sportiva non può e non deve essere mai la causa di una strage di vittime innocenti.

 

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Ranieri, il Leicester e lo zampino di Santa Rita, protettrice dei casi impossibili

Andrea Corti

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Compie oggi 67 anni Claudio Ranieri, attuale allenatore del Nantes, che verrà per sempre ricordato come colui che ha compiuto una delle imprese più belle della storia del calcio, quella del Leicester Campione d’Inghilterra. Una vittoria miracolosa, non a caso collegata ad un fattore divino che vi raccontiamo.

I gol di Vardy, ovviamente. I dribbling di Mahrez e la parate di Kasper Schmeichel, of course. E la tanta saggezza di mister Ranieri in panchina, nemmeno a dirlo. Ma a dare una grande mano al Leicester laureatosi clamorosamente campione d’Inghilterra nel 2016 potrebbe essere stato anche un fattore decisamente insospettabile: “Da anni Ranieri è devoto a Santa Rita – ci raccontò Claudia Mannelli nel ristorante ‘La Porrina’ di Roccaporena, gestito dalla sua famiglia da generazioni -, e credo ci sia lo zampino della protettrice degli impossibili nello scudetto che ha vinto”.

Siamo in Umbria, nel pieno della Valnerina, a pochi minuti da Cascia. Roccaporena è un paese tanto piccolo quanto grazioso, adagiato alla base di una piccola conca e abitato da poco più di 50 persone. In questo luogo è nata nel XIV secolo Santa Rita, passata alla storia per essere la patrona dei casi impossibili e disperati, e proprio qui Claudio Ranieri negli ultimi trent’anni ha portato molte delle sue squadre in ritiro pre-campionato. Il cuore pulsante di Roccaporena è il centro sportivo, gestito fino a poco tempo fa dal Rettore dell’Opera di Santa Rita, don Sante Quintiliani, scomparso nel 2017, con cui Ranieri aveva costruito negli anni una solida amicizia. L’Opera accoglie ormai da decenni orfani e ragazzi provenienti da famiglie difficili, che nelle scorse estati hanno potuto ammirare da vicino fior di campioni. Sul bel campo di calcio si sono allenati, tra gli altri, il Chelsea di Zola e Desailly e la Fiorentina di Batistuta e Rui Costa. Ogni volta che una squadra del tecnico testaccino ha fatto tappa qui è stata organizzata una sfida amichevole contro una selezione locale: “Tutte le volte abbiamo preso belle ‘imbarcate’ – ci racconta Luca Rasi -, ma ci siamo sempre divertiti e qualche volta siamo anche riusciti a segnare!”.

Al centro di Roccaporena c’è lo Scoglio di Santa Rita, piccolo promontorio sulla sommità del quale la Santa andava a pregare e ora c’è un santuario a lei dedicato. Tra gli allenamenti che Ranieri faceva fare alle sue squadre c’era anche la salita e la discesa di corsa di questa ripida scalinata: “Normalmente ci vogliono 20 minuti per arrivare su, – continua Rasi -, ma i giocatori impiegavano al massimo cinque minuti…”. Chiaramente questa piccola comunità ricorda ancora con stupore i giorni caotici in cui folle di tifosi invadevano gioiosamente la loro quiete: “All’epoca in cui qui veniva la Fiorentina – assicura Enrico Di Curzio, il direttore dell’hotel dove soggiornano le squadre – facevo salire Batistuta sulla mia Panda per evitare di farlo andare al campo di allenamento a piedi, e per fare un tratto di strada per il quale solitamente ci vogliono due minuti ce ne mettevamo trenta a causa dei tifosi che bloccavano il percorso”. Non mancano poi gli aneddoti: “Qui c’è poco da fare – spiega Rasi -, al massimo ci sono i bar: mi ricordo che i giocatori del Chelsea bevevano come matti!”. Inevitabile poi qualche ‘scappatella’: “I giocatori durante il ritiro sono sottoposti a una dieta ferrea – ricorda Claudia -, e spesso venivano nel mio ristorante per mangiare di nascosto dall’allenatore. Mi ricordo che una volta Ranieri stava per entrare e i ragazzi sono scappati dalla finestra nel retro!”.

Ovviamente nella vittoria della Premier non è intervenuta la mano divina, quel che è certo è che la sua devozione per la protettrice dei casi impossibili gli ha quantomeno portato bene nel realizzare quella che è da più parti considerata la più grande impresa dello sport inglese, che a molti ha ricordato le vittorie del Nottingham Forest di Brian Clough, regalando una boccata di ossigeno a chi si ostina a non arrendersi alla logica del calcio moderno in cui dominano le regole dello show business.

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Calcio

Truffe e affini: quando lo Sportivo è vittima di raggiro

Emanuele Sabatino

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Il detto parla di gallina dalle uova d’oro ma se ribaltiamo il sesso possiamo tranquillamente parlare del pollo dalle uova d’oro. Il pollo in questione è il calciatore, o atleta di successo in generale, spesso miliardario in giovane età, improvvisamente o quasi, contornato da persone che gli vogliono bene ma anche da falsi cortesi che salgono sul carro del vincitore, di chi nella vita ce l’ha fatta e ha un bel po’ di grana. Indifeso e sprovveduto corre spesso il rischio di fidarsi troppo buttando alle ortiche gran parte della propria fortuna monetaria. Di seguito una carrellata di casi in cui i poveri atleti sono stati vittime di truffe e raggiri più un paio di chicche extra.

ALESSANDRO GAMBERINI

Ultimo in ordine cronologico la truffa ai danni dell’ex giocatore della Fiorentina Alessandro Gamberini che sarebbe stato raggirato da due suoi ex amici di Prato ed un banchiere per una cifra intorno al milione e seicento mila euro. Gamberini credeva di aver investito 1 milione di euro in un fondo obbligazionario al 3% (era scontento della gestione della banca precedente che gli fruttava solo lo 0,7% annuo), rivelatosi inesistente, e gli altri 620.000 in una fideiussione che non si ricordava neanche di aver firmato. Questi soldi sono stati usati dai due truffatori per coprire i loro debiti e comprare delle case. Ora dopo la deposizione in tribunale è in attesa che la giustizia faccia il suo corso.

MACCHINE PAGATE E MAI ACQUISTATE

Cosa hanno in comune Mexes, Ferrari, Zotti e Vucinic? Oltre ad aver militato nella Roma, gli stessi sono stati truffati da un concessionario della capitale che vendeva le auto, incassava i soldi ma non era in grado di fare il passaggio di proprietà perché queste ultime non erano di proprietà del concessionario ma in leasing. Scoperta fatta dalle forze dell’ordine in seguito alla denuncia di uno dei tanti comuni cittadini raggirati.

QUELLA PORSCHE FANTASMA

Stessa città, Roma, sempre una concessionaria. Sorte malevole è toccata anche ai calciatori Giorgio Venturin ed Andrea Silenzi che hanno comprato una porsche da 200 mila euro ma che non hanno mai visto dal vivo. Per loro una doppia beffa: oltre a non guidare mai la supercar anche l’archiviazione del caso da parte del giudice e addio soldi.

IL MADOFF DEI PARIOLI

Vittime del più classico degli schema Ponzi sono stati i due calciatori ex Roma Stefano Desideri e Ruggero Rizzitelli che hanno mal riposto i loro soldi nella mani (bucate) di Gianfranco Lande detto “Il Madoff dei Parioli”. Garantiva investimenti con ritorni incredibili nel corto-medio termine e riusciva a pagare tutti fintanto che riusciva a portare soldi nuovi dentro il suo schema. Una volta saturo è scappato con la cassa. Rizzitelli ha perso circa 3 milioni di euro. Lande è stato condannato a 5 anni e mezzo di carcere, già scontati, per un ammontare di soldi rubati pari a 170 milioni di euro ma c’è chi giura siano molti di più.

MAMMA HO PERSO L’AEREO

Dall’erba al parquet il discorso non cambia. Anche un grande campione come Scottie Pippen è stato truffato alla grande. L’ex stella degli imbattibili Bulls di MJ ha comprato un aereo, rivelatosi poi rotto, per 4 milioni di dollari. Oltre il danno anche la beffa: per riparare ha dovuto spendere un milione di dollari aggiuntivo.

SE TI TRUFFA ANCHE LO STATO

Quante volte abbiamo sentito parlare della Spagna come il paradiso fiscale per i giocatori che lì pagavano meno tasse? Fu proprio Galliani a dire anni fa, prima che la situazione cambiasse, che non c’era partita perché la fiscalità spagnola a parità di offerta era sempre la metà preferita dai calciatori.

In Spagna però le cose sono cambiate ed i calciatori che pagano in Spagna il 50% di tasse, una volta venduti all’estero e cambiando la residenza fiscale abbattono l’aliquota fino al 20%. La differenza deve tornare nelle casse dei contribuenti. Non è stato così però per alcuni calciatori come ad esempio Sahin ai tempo del Real, Salvio con l’Atletico Madrid e Zapata con il Villarreal che una volta cambiato squadra e lasciata la Spagna non hanno ricevuto nulla. Dove finivano i soldi? Su un conto off-shore intestato ad un’ispettrice del dipartimento fiscale spagnolo. Il piano era perfetto perché in teoria i calciatori ignari del vantaggio fiscale non avrebbero mai preteso la cifra. Peccato per lei che alcuni calciatori sono sprovveduti ma altri si affidano a fior di professionisti per pagare meno tasse e avere vantaggi economici in continuazione (come il trasferimento di Ronaldo alla Juve).

TRUFFARE UNA FEDERAZIONE

Dovrebbe vincere il premio di truffatore del millennio. Il personaggio in questione è Wilson Perumal ora in carcere ma prima una delle persone più potenti ed influenti del calcioscommesse mondiale. Cosa faceva? Organizzava finte amichevoli tra nazionali comprando le divise e raccattando le persone per strada. Così da far uscire risultati clamorosi e scommettendoci sopra. Come è stato scoperto? Grazie ai suoi agganci organizzò a Manama un’amichevole tra Bahrein e Togo. Il Togo era una nazionale forte perché annoverava tra le sue fila Adebayor mentre il Bahrein era una squadra modesta. Quote stra-sbilanciate a favore dei togolesi che però persero 3-0. Il perché è da ricercarsi proprio nel fatto che chi vestiva la maglia della nazionale togolese erano dei figuranti. Mentre in Bahrein festeggiavano la vittoria, il ministro dello Sport del Togo lesse sul giornale di quella partita e incredulo scrisse una lettera alla Fifa: la nazionale, quella vera, era impegnata in Botswana nelle qualificazioni della Coppa d’ Africa.

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