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Calcio

Stefano Borghi: “La Liga? Non solo Barca e Real. Paragone Serie A? Infattibile. Juve-Champions, sfida (quasi) alla pari”

Federico Rana

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Abbiamo intervistato Stefano Borghi, giornalista sportivo per Fox Sports e volto storico del calcio spagnolo e sudamericano.

Stefano, a te massimo esperto della Liga, non possiamo che chiedere un commento sulla stagione calcistica in Spagna, infuocata forse ancor più degli anni scorsi.

Guarda, io credo che la Liga ci abbia dimostrato soprattutto 2 cose negli ultimi anni. La prima è che non è vero che è un campionato solo di casa per Barcelona e Real Madrid, ma è un campionato in cui possono inserirsi le altre contendenti, nonostante Barça e Real siano costantemente se non le squadre più forti del mondo sicuramente tra le prime 3-4. Seconda cosa, è diventato il campionato dal livello medio più alto al mondo, e questo lo si vede in questa stagione anche dai punti che fanno le squadre di vertice. Una volta era la Liga dei 100 punti, adesso è una Liga in cui anche Barcelona e Real trovano molti meno punti, perché è un campionato difficile. Quest’anno il Siviglia si è inserito per 2/3 di stagione, è stata una squadra bellissima perché produttiva, adesso mi sembra che per tanti motivi abbia avuto un calo lampante. L’Atletico Madrid ha avuto invece una serie di problemi nella parte centrale di stagione, adesso è in forte crescita, credo possa essere una minaccia in Champions League ed una squadra in grado di far saltare gli equilibri in Liga, però un po’ distante dalle 2 grandi che andranno a giocarsi questo campionato fino alla fine.

Una competitività, una lotta al titolo che potrebbe prolungarsi fino all’ultimo turno, come accaduto anche la stagione scorsa. Cosa che in Italia ormai sembra un’utopia. Anche se, alla fine, spesso sono le stesse squadre a lottare. Cosa c’è di diverso tra Serie A e Liga sotto questo aspetto?

Beh, Real Madrid e Barcelona sono 2 tra le squadre più forti del mondo e 2 tra i club più importanti del mondo dal punto di vista del fatturato. In questo tipo di calcio è normale che il potere economico abbia qualche ascendente sui risultati o quantomeno sulla possibilità di arrivarci. Io credo che il paragone tra Liga e Serie A al momento sia infattibile, perché la distanza è abissale. La mia impressione è che in un calcio europeo che sta allontanando sempre di più le sue squadre principali, la Juventus è rimasta attaccata alla parte di alto livello, mentre il resto della Serie A non dico sia andato alla deriva, però diciamo che sta osservando un gap in costante crescita. Io credo che la situazione sia abbastanza seria, nel senso che la Serie A è distante da Liga, Premier League e Bundesliga sotto tanti punti di vista, ed ho l’impressione che il calcio francese sia arrivata, in quanto a livello medio, vicino alla serie A, se non a qualcosa di superiore. Abbiamo visto il Lione eliminare la Roma, il Monaco fare strada in Champions League, il PSG incontrare una serata storia del Barcelona ma comunque fare 4 gol ad una squadra come il Barça. In Serie A i risultati in campo internazionale li fa solo la Juventus. Anche sulla zona retrocessione, pur essendoci un Osasuna ancora più allo sbando forse del nostro Pescara, sembra esserci più equilibrio.

Spesso è capitato, soprattutto in questa stagione, di sottolineare il divario tra le squadre di testa, e quelle di medio-bassa classifica in Italia. E’ un problema questo che affligge anche il calcio spagnolo?

Il divario c’è, però siamo davanti ad una situazione molto diversa secondo me. A parte il fatto che la borghesia della Liga, la classe medio-alta, è di una qualità certamente superiore. D’altra parte, lo dicono anche i risultati. Prendiamo ad esempio il Napoli. Quest’anno a livello internazionale è andato fuori contro il Real Madrid e ok, ma l’anno scorso è uscito contro il Villarreal in Europa League, e ancora prima è andato fuori ai preliminari di Champions contro l’Athletic Bilbao. Si sta parlando del Napoli, che è la seconda, massimo terza forza del campionato italiano, e comunque una delle protagoniste più attese della vigilia. Il Siviglia, squadra che parte come quinta, quarta della graduatoria iniziale, ha vinto per 3 anni di fila l’Europa League. Per cui, c’è una differenza di livello  globale a mio modo di vedere lampante. Poi quest’anno in Liga c’è una situazione magari un po’ diversa perché le ultime 3, soprattutto l‘ultima, l’Osasuna, sono squadre di livello inferiore rispetto le altre, per cui forse c’è una lotta salvezza forse meno accesa, ma fino agli anni scorsi ci sono state delle bagarre incredibili anche sotto, non ci sono spaccature come nel campionato italiano. Direi che un esempio lo abbiamo avuto qualche giorno fa. Il Real Madrid ha giocato contro il Leganes, alprimo campionato in Primera Division della propria storia. Era un Real rimaneggiato, senza Ronaldo, senza Kroos, con molto turnover, però il Real Madrid era sullo 0-3 dopo la prima mezz’ora, il Leganes ha chiuso il primo tempo 2-3, è riuscito a recuperare 2 gol. In Italia non immagino una partita in cui la Juventus vince 3-0 dopo mezz’ora contro qualsiasi squadra, non solo contro la quartultima, perché il Leganes è quartultimo, e la partita viene riaperta prima dell’intervallo. Perciò c’è una differenza di intensità, di minuti di gioco effettivo, che mi sembra molto chiara. L’intensità abbinata alla qualità che c’è nel calcio spagnolo, non la si può trovare da nessun altra parte secondo me.

Ponendo un confronto tra serie A e Liga, non possiamo non chiederti di un uomo che ha militato in entrambe le competizioni, sia da allenatore sia da giocare. Il suo nome è Diego Simeone. Secondo te è agli sgoccioli la sua esperienza all’Atletico Madrid?

No, credo che continuerà anche l’anno prossimo. Lui ha ridotto il contratto di 2 anni quest’estate, per cui scade nel 2018 e non nel 2020, quindi la sensazione è che l’accordo, o la volontà, sia di vivere anche la prossima stagione all’Atletico Madrid. Anche perché, la prossima stagione sarà storica. Sarà la prima nel nuovo stadio, ci saranno tante cose particolari, per cui io vedo il Cholo Simeone alla guida dell’Atletico per un altro anno. Credo  abbia voglia di prendere altre sfide, perché è nel suo carattere, perché obiettivamente i cicli iniziano e finiscono. 

Una domanda sul Siviglia. Ha cambiato tanto, in primis partendo dall’allenatore. Ti aspettavi una stagione del genere, da un club da molti etichettato come in ricostruzione?

Mi ha incantato il Siviglia, per 2/3 di stagione è stata veramente una delle cose più belle che proponesse il calcio europeo, perché ha cambiato tanto, perché è arrivato un allenatore come Sampaoli, che in Europa forse non tutti conoscevano ma che con il Cile aveva dimostrato di essere un meraviglioso nuovo che avanza, poi c’è l’abilità della società di trovare sempre dei pezzi straordinari da mettere a disposizione del club. Ora c’è una frenata che fa un pochino male, perché vedere il calo di intensità che ha avuto il Siviglia, vedere che Monchi ha annunciato l’addio al termine della stagione, vedere che Sampaoli si è fatto un pochino distrarre da qualche sirena, è un peccato, perché poi le stagioni vanno portate a compimento, se no rimangono cicli delle cosiddette incompiute. Però per tutti l’avvio di stagione del Siviglia è stato veramente ammaliante, per come ha giocato, per il livello di intensità che è riuscito a raggiungere, per le idee che ha portato, e per la trasformazione a cui sono andati incontro certi giocatori. In Liga le squadre di non primissimo piano, anche se definire non di primissimo piano il Siviglia, squadra che ha vinto per 3 volte di fila l’Europa League è forse eccessivo, però anche la quinta, la sesta, la settima della graduatoria, penso a Villarreal, Athletic Bilbao, Real Sociedad, che sta giocando un calcio meraviglioso, l’Eibar, un’altra favola bellissima e che secondo me propone un calcio molto gustoso da vedere. Questo è il campionato spagnolo, non solo Barcelona e Real Madrid.

Arriviamo al tema Champions. La Spagna l’anno scorso è stata la prima nazione nella storia a portare 5 club alla fase a gironi, quest’anno l’occasione è sfumata per la sconfitta del Villarreal nei playoff contro il Monaco. È una dimostrazione di forza, di superiorità rispetto agli altri campionati?

Io lo reputo lampante, non solo nella stagione scorsa la Spagna è stato il primo paese a portare 5 squadre alla fase a gironi di Champions, ma i club spagnoli vincono da 3 anni consecutivi sia in Champions sia in Europa League, le ultime 3 finale di Champions League sono state tra squadre spagnole (eccezion fatta per la Juventus nel 2015) mi sembra che siano dati oltremodo eloquenti.

Ora siamo ai quarti, dove su 8 squadre, 3 sono iberiche. Una di queste è il Real Madrid, che ha eliminato agli ottavi il Napoli di Sarri. Come hai visto questa sfida, dentro e fuori dal campo?

Io credo che il Napoli sia uscito a testa alta, nel senso che è riuscito a far vedere le proprie qualità di gioco. Anche dal punto di vista dell’ambiente è stato bellissimo vedere il San Paolo e i tifosi del Napoli, ci sono state ottime dimostrazioni. Il Real Madrid non ha giocato le 2 migliori partite della sua stagione, ha rispettato molto il Napoli, e tutto il movimento di calcio spagnolo ha avuto molto rispetto per il Napoli. Timore no, ma rispetto nell’approccio alla sfida ce n’è stato tanto e direi che questo è una conquista per il Napoli. Però secondo me, anche se ripeto come il Napoli sia uscito a testa altissima e sul piano del gioco abbia proposto delle cose molto belle, la differenza di valori tra le 2 squadre è chiara ed è piuttosto alta.

Adesso è il turno della Juve, scontrarsi con una grande della Liga. Stasera allo Stadium arriva il Barça…

Non la vedo come una sfida impossibile, come ho detto, la Juventus è l’unica squadra italiana che può dare del tu alle grandi del calcio internazionale. Chiaramente il Barcelona rimane il Barcelona, e dopo quello che ha fatto contro il PSG, è ancora di più il Barcelona. È squadra che mi sembra stare molto bene, nonostante la sconfitta contro il Malaga, il turno prima aveva vinto a mani basse contro il Siviglia. Ha un problema molto chiaro nella difesa, è una squadra che concede occasioni e possibilità di segnare a chiunque. E in più non ci sarà Busquets nella gara di andata a Torino, che è un giocatore determinante. Per cui io sono convinto che per la Juventus non sia uno svantaggio giocare la prima partita in casa, anzi. È vero però che sfidare il Barça vuol dire dover fare per forza un’impresa, vuol dire dover mantenere al 100% e oltre il livello di attenzione e di presenza nella partita, fino al 95’, perché squadre come Real e Barcelona possono batterti in pochi minuti, non è mai finita la partita contro di loro. Detto questo, se non proprio 50-50, io dico 55-45, perché la Juventus è una squadra che arriva ad un quarto di finale di Champions con i gradi di quella che è tra le migliori 8 squadre di Europa. Poi forse la squadra di Allegri negli ultimi tempi non è stata bellissima, bisognerà anche vedere il livello di condizione degli uomini più importanti della Juventus, penso soprattutto a Dybala. La Juventus con Dybala è una cosa, senza è un’altra.  Alla fine queste, come tutti i quarti di finale, sono da non perdere. Tutte le grandi partite sono sempre da godere. Bayern Monaco – Real Madrid è un quarto che vale una finale. Atletico Madrid – Leicester è una partita di sicuro intrigante, Borussia – Monaco è una partita potenzialmente di altissima qualità. I quarti di finale di Champions League sono il massimo del calcio mondiale

Una domanda relativa agli arbitri: come vengono vissuti in Spagna episodi più o meno clamorosi (ci viene in mente il gol non concesso al Barcelona contro il Betis) di errori arbitrali?

Hanno più o meno la risonanza mediatica. Durano un pochino meno, perché in italia spesso, come nel caso del post Juve – Inter, a mio modo di vedere si va veramente troppo per il lungo, parlando di cose di cui, ti do una mia opinione personale, sono interessato ad altri aspetti del calcio. Gli episodi hanno un’incidenza decisiva, ovvio, però una volta registrati si può passare ad altro. In Spagna non è diverso, anzi. Ci sono polemiche furibonde. Durano un filino meno, ma possono andare addirittura oltre, e spesso coinvolgono addetti ai lavori, giocatori, Piquè è uno che sui social è molto attivo da questo punto di vista. Inoltre in Spagna ci sono rivalità ancora più fiere di quelle italiane. Ci sono rivalità non solo sportive ma anche politiche. La rivalità tra Madrid e Barcelona, la rivalità tra la capitale e altri centri, come Bilbao, cose che vanno aldilà dello sport. Le ultime dichiarazioni di Piquè dal ritiro della nazionale, che ha detto che “nel palco del Bernabeu si muovono i fili di questo Paese”, ci fa capire quanto sia sentita la questione. Poi in Spagna si arriva a parafrasare labiali, si parla tantissimo perchè gli arbitri sbagliano abbastanza, così come in Italia, per cui da questo punto di vista le differenze non sono molte.

Vorremmo spostare un attimo la nostra attenzione verso il Sud America, calcio di cui sappiamo essere appassionato. A cosa è dovuto secondo te il divario tra questo calcio e quello europeo, nonostante poi numerosi club, molti anche della serie A, attingano dalla fonte del talento sudamericano?

È molto semplice, è una questione di flussi economico-finanziari. Il divario così grande tra il calcio sudamericano e quello europeo, un divario che tra l’altro continua ad allargarsi, è legato al fatto che il flusso economico è in un solo senso. Invertendo questo flusso, o anche solo bilanciando il tutto, credo che le cose sarebbero molto diverse, e forse in Sudamerica sarebbero anche davanti agli europei. Però le cose stanno così, i sudamericani devono vendere i loro migliori giocatori ancora praticamente bambini agli europei per sopravvivere, e così non c’è la possibilità di progettare. È questa mediamente la motivazione per cui il calcio europeo è costantemente migliore di quello sudamericano. Però perché si va a prendere i giocatori di là, e perché i migliori del mondo, ad eccezione di un paio forse, Ronaldo e Ibrahimovic, sono tutti sudamericani, perché di là si cresce meglio, si insegna calcio meglio, c’è ancora una mentalità per cui si gioca a calcio per strada, si gioca a calcio per fame, mentre in Europa anche i settori giovanili mi sembrano abbastanza professionistici, e soprattutto in Italia, mi sembrano ad un livello preoccupante. Ma non parlo di settori giovanili di squadre professionistiche, parlo di squadre di quartiere, squadre cittadine. Ci sono situazioni molto complicate, perché i ragazzini una volta, ma neanche tanto tempo fa, quando io stesso ero ragazzino si passava il tempo a giocare fuori negli oratori, nelle strade, nei club dei quartieri. Adesso credo che i ragazzini passino più tempo davanti alla Play Station che a giocare a calcio davvero. In Sudamerica invece si gioca a calcio, tutto il giorno, per cui crescono giocatori migliori. Per questo il calcio sudamericano è bello, perché si possono vedere i campioni del domani del calcio europeo, nonostante rimangano molto indietro. Può sembrare un paradosso ma è così. Tecnica al potere, tattica quasi zero, anche preparazione fisica relativa. Poi c’è anche da sottolineare che quando si va a prendere un giocatore sudamericano il più delle volte è da aspettarlo e farlo crescere, non ci si può aspettare che renda subito. Io faccio sempre l’esempio di Dybala. Dybala i primi anni è stato considerato un pacco strapagato, e ho sentito più volte il solito discorso trito e ritrito, tra l’altro assurdo, “nella serie C italiana ci sono giocatori migliori di questi stranieri”. Non è assolutamente vero, la Lega Pro italiana è ad un livello mortificante, e Dybala oggi è, se non il migliori giocatore del calcio italiano, sicuramente tra i primi 2. Bisogna avere la giusta lungimiranza e la giusta pazienza. Poi anche in Sudamerica ci sono stati ultimamente degli esempi di cicli di alto livello, penso al River Plate di Gallardo, quello che nel biennio 2014-2015, che ha vinto Recopa, Copa Libertadores e Copa Sudamericana, ed è arrivato a giocarsi il Mondiale per Club con il super Barcelona di Luis Enrique non alla pari, perché non c’è squadra al mondo alla pari, ma secondo me in maniera assolutamente dignitosa e autorevole. Rimane però il problema che non si può progettare. Una squadra che già riesce a durare un biennio è qualcosa di atipico, perché di solito si vive a cicli di semestri, poi le squadre.

Parlando della concezione del calcio in Sudamerica, di come crescano i campioni da queste parti, non possiamo farti una domanda su Mauro Icardi, ormai tra i top player, in Italia e forse in Europa, che non viene preso in considerazione dal c.t. argentino Bauza?

Icardi di sicuro è un giocatore di caratura internazionale, e con ampi margini di miglioramento. Io non conosco personalmente Bauza, quindi non posso darti una risposta precisa. La mia sensazione è che per Icardi in Argentina ci siano difficoltà ambientali. Sono emerse diverse dichiarazioni a riguardo, anche di esponenti anche piuttosto impattanti del calcio argentino, per cui io ho l’impressione che al momento la situazione possa anche riguardare questo. Poi io credo che l’Argentina sia uno dei più grandi paradossi del calcio dell’ultimo quarto di secolo. Che l’Argentina non abbia vinto niente negli ultimi 20 anni a livello senior è qualcosa di incredibile, visti i giocatori che ha avuto a disposizione. Visto anche il momento, credo che Icardi sia da considerare, poi però lì ci sono dinamiche anche diverse oltretutto. Questo è il momento più nero, difficile e personalmente, visto che sono un amante di quel calcio, anche più deprimente del calcio argentino. Il disastro organizzativo che c’è adesso in Argentina è qualcosa che fa male, dico sinceramente.

– Qualche giocatore di particolare talento che ti senti di consigliare? Dei tuoi ‘consigli per gli acquisti’?

Guarda, avremmo bisogno di una giornata intera. Di talenti ce ne sono tantissimi, poi è ovvio che si deve valutare chi ha bisogno di cosa. Quello che dico sempre è che per chiunque, per noi che lo facciamo di mestiere, dagli addetti ai lavori ai semplici appassionati, guardare tante partite, visto che c’è la possibilità di avere un accesso illimitato all’informazione, vedere le partite, i giocatori, studiarli, farsi la propria idea, è qualcosa di bello per un appassionato di sport. Spesso si tende a fare dei paragoni che sono assurdi, quando un giocatore salta all’occhio viene etichettato come ‘il nuovo qualcuno’, o si cerca sempre di fare paragoni. Questa è una cosa che detesto: 1) perché non ha senso, ogni giocatore è a sé; 2) si mettono delle etichette ingiustificate e troppo pesanti a dei ragazzi che possono avere solo del male da questo. Lascio il gioco a chiunque, sono molto contento di fare il giornalista e non il dirigente calcistico, perché è un lavoro difficilissimo, e a volte anche ingrato. Però questo gioco è per chiunque, guardatevi le partite, divertitevi e pensate a costruite le vostre fantasquadre, o a pensare ‘la mia squadra avrebbe bisogno di questo o di quello’, perché è qualcosa di piacevole.

Calcio

Jules Rimet, il visionario padre dei Mondiali che ha cambiato il ‘900

Leonardo Ciccarelli

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Il 16 ottobre 1956 moriva Jules Rimet, il padre dei Mondiali di Calcio. Ripercorriamo la sua vita che attraversa tutti i momenti cruciali della storia moderna. Un uomo di sport, oltre lo sport.

Al civico 45 in Avenue Marx-Dormoy, in Bagneaux, provincia di Parigi, c’è un meraviglioso cimitero extra muros in cui sono sepolti alcuni importanti francesi, da Claude Berri a Frida Boccara, da Jules Laforgue a Charles Denner, c’è anche la salma di un visionario che ha cambiato per sempre la storia dello sport più radicato del pianeta, il calcio. Parliamo di Jules Rimet.

Nato nel 1873 e cresciuto nel bel mezzo del niente nelle colline della Francia di fine ‘800, si trasferisce a ridosso del nuovo secolo a Parigi insieme alla famiglia per sfuggire alla fame e alla povertà. Nella capitale ad 11 anni lavora nella drogheria di suo padre, ed in questa splendida città scopre il calcio giocato dai ragazzi nelle strade e si convince dei benefici dello sport nell’educazione fisica e morale dei giovani, che porta benessere e amicizia tra le persone. Diventa uno studente coscienzioso fino a diventare un avvocato.

Contemporaneamente si impegna nello sport e fonda col fratello nel 1897 i Red Star, una delle società più antiche della Francia, attualmente in Ligue 2, la Serie B francese, e l’anno dopo fonda anche un giornale cristiano, repubblicano e democratico, La Revue, che si fonde nel gennaio del 1899 con Le Sillon di Marc Sangnier, una rivista per la quale numerosi cristiani divennero ostili alla monarchia.

La politica è centrale nella vita di Jules Rimet che fin da giovane si avvicina alla Democrazia Cristiana transalpina, restando però con ideali vicini alla sinistra, chiedendo una collaborazione forte e reale tra la chiesa ed il popolo e pretendendo un riformismo che avvicini le classi sociali, smussando i conflitti sociali.

Vede nel calcio il mezzo per smussare i suddetti conflitti, vede lo sport e proprio il football in particolare, un veicolo serio e concreto di emancipazione per i meno fortunati e crede fermamente nello sport come un fattore reale di avvicinamento tra i popoli.

Rimet è un contemporaneo di Pierre de Coubertin, l’inventore delle Olimpiadi moderne e all’indomani della fine della Prima Guerra Mondiale la voglia di non spargere più sangue e risolvere i propri dissensi nello sport è davvero forte, prende forma in questo clima l’idea di un Campionato del Mondo di Calcio, un clima fortemente politicizzato proprio dal suo fondatore che usa questa idea per scalare i vertici della Fifa che approva questo nuovo torneo.

Il primo organizzatore è l’Uruguay che negli anni ’20 e ’30 è un felice Paese del Sudamerica e che nel calcio sta dominando nell’unico torneo mondiale fino ad allora esistente, il torneo olimpico, che la nazionale vince sia nel ’24 sia nel ’28. Sono i più forti del mondo, ed infatti vincono la prima edizione del torneo iridato, organizzato da loro che festeggiano quell’anno proprio il centenario dell’indipendenza. Il 31 luglio oggi è festa nazionale in Uruguay, per ricordare quel glorioso giorno.

E’ stato un successo, Jules Rimet diventa uno degli uomini più potenti del mondo, le nazioni guardano con coraggio questo sport inventato dagli inglesi e i capi di governo si ingolosiscono. Tra questi, Mussolini ottiene l’organizzazione dela Coppa del Mondo del ’34, vinta dalla stessa Italia che sulla bandiera ha il fascio littorio, impresa ripetuta 4 anni dopo nell’edizione francese della competizione iridata.

La Coppa del Mondo del ’38 è il manifesto di quello che sarebbe successo l’anno successivo: la Germania schiera 5 austriaci, poco dopo l’annessione dell’Austria al Terzo Reich, ed esclude ogni atleta di origine ebraica dalla competizione.

Dopo la Guerra le cose cambiano. Si riuniscono i comitati a Lussemburgo e stilano alcune regole ancora oggi in vigore, come quella di dedicare la coppa al suo ideatore e soprattutto di donare il trofeo alle nazioni in grado di vincerlo per 3 volte. La prima a riuscirci è stata la nazionale brasiliana, poi ha seguito l’Italia nel 1982, infine la Germania, nel ’90.

Rimet lascia la presidenza Fifa ad 84 anni, due anni dopo sarebbe morto in solitudine, con un ideale ben chiaro a lui, ben poco a chi i campionati li avrebbe organizzati come ha dimostrato l Italia e come dimostreranno il Cile di Pinochet, l’Argentina di Videla.

La sua idea di calcio romantico, che unisce i popoli sotto un unico dominatore, è parzialmente riuscita e forse l’esempio migliore è stata la sua nazionale, che nel ’98 lo omaggia con una piazza nei pressi del Parco dei Principi e con una scritta sulla fiancata del pullman: “Liberté, Égalité, Jules Rimet”. Una nazionale fatta da francesi, algerini, baschi, sudamericani, africani, tutti uniti sotto un’unica bandiera, quella francese, tutti uniti per un bene ideale, quello del Calcio.

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Calcio

65 anni del Divino: Falcao, l’addio, la politica e il Papa

Matteo Luciani

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Compie oggi 65 anni Paulo Roberto Falcao, l’ottavo Re di Roma, rimasto nella memoria dei tifosi giallorossi per aver portato il tricolore a Roma. Ma ci fu un momento in cui il brasiliano fu ad un passo dall’Inter. Vi raccontiamo questa storia di calciomercato sfumata per un soffio.

Giugno 1983. La capitale d’Italia è in tripudio dopo che la sua parte giallorossa ha appena conquistato il secondo tricolore della propria storia. Merito di un gruppo di uomini e calciatori eccezionali guidati sapientemente dal ‘Barone’ Nils Liedholm.

Neppure il tempo di gustarsi il sapore della vittoria, però, che nei pressi di Trigoria scoppia la bomba: il ‘Divino’ Paulo Roberto Falcao, uno dei simboli del successo ottenuto soltanto poche settimane prima sul campo, vuole andare via ed ha trovato l’accordo con l’Inter per trasferirsi all’ombra della Madunina.

I tifosi della lupa sono sconvolti. Proprio lui, l’uomo che, arrivato a Roma soltanto tre anni prima (quando i giallorossi erano in possesso di una squadra ancora non eccellente), dichiarò subito senza dubbi “entro pochi anni vinceremo lo Scudetto”, cambiando il modo di pensare e rapportarsi alla realtà calcistica di supporter tutt’altro che abituati a trionfi e coppe, decide di abbandonare la nave ora che questa si appresta a salpare pure in Europa per dare l’assalto alla Coppa dei Campioni.

A gettare benzina sul fuoco, in quei giorni caldissimi, arrivano le dichiarazioni dello stesso Falcao, che da Porto Alegre, dove si trova in vacanza, parla già da ex giallorosso e dichiara: “Lasciare Roma è stato un trauma”. Sembrano ormai non esserci più speranze, dunque, per la permanenza del numero cinque nella Capitale. Dino Viola, però, sa bene che nessun club ha raggiunto un accordo anche con la società per lasciare libero il campione brasiliano e non si preoccupa più di tanto.

Si parla di offerte da parte di Verona e Napoli ma la realtà è che Falcao vuole solo l’Inter. Il merito dell’operazione è da ascrivere a Sandro Mazzola, allora dirigente nerazzurro, che insieme al procuratore del nazionale verdeoro Cristoforo Colombo ha lavorato per molto tempo nell’ombra. Alla fine, Mazzola riesce a portare l’accordo con Falcao tra le mani del presidente interista Fraizzoli. E’ ormai tutto fatto. Manca solo l’ultimo tassello: l’accordo economico con la Roma.

Fraizzoli, mostrando una correttezza d’altri tempi, alza il telefono per chiamare Dino Viola e comunicargli che ha la firma del numero cinque romanista in mano. La richiesta implicita è: “Quanto serve per lasciarlo andare?”. La risposta del numero uno giallorosso è sorprendente: l’assoluto silenzio. Viola, infine, comunica di aver preso atto della faccenda e attacca.

Da questo punto in poi, il calcio inizia ad entrarci poco. Per bloccare la partenza di Falcao, infatti, si muove addirittura Giulio Andreotti (insieme al fido braccio destro Evangelisti). La prima mossa riguarda il contatto con la mamma di Falcao, la signora Azise, a cui viene fatto sapere che anche Papa Wojtyla desidera che il campione brasiliano rimanga nella Capitale. “Non vorrai mica dare un dispiacere al Santo Padre?”, saranno le parole di Azise al figliolo.

L’accordo con l’Inter, ora, vacilla. A dare il colpo di grazia a Fraizzoli ci pensa Andreotti in persona. Quest’ultimo, infatti, chiama Fraizzoli e, ancor prima di parlare di Falcao, si rivolge al presidente interista con le seguenti parole: “mi dicono si tratti di affari importanti…..”. Il riferimento è ai capi d’abbigliamento che Fraizzoli fabbrica e che vengono distribuiti anche ai ministeri.

Il numero uno nerazzurro capisce che ormai la situazione si è fatta più grande di lui e contatta immediatamente Sandro Mazzola. “Il contratto di Falcao va stracciato”. La macchina della politica si è messa in moto ed il povero Fraizzoli non può far altro che lasciare il ‘Divino’ lì dove ha appena fatto la storia.

Il calciomercato non è mai sembrato argomento tanto ‘piccolo’.

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Calcio

Fasce e lacci arcobaleno, ma il Calcio resta ancora uno sport omofobo

Matteo Luciani

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Il 14 Ottobre 1979 negli Stati Uniti, a Washington, si svolse la prima marcia per i diritti LGBT. A distanza di anni le cose sono migliorate, ma grandi problemi rimangono palesemente. Anche lo Sport soffre le stesse criticità. In particolare il calcio, dove è quasi impossibile mostrarsi per quello che si è.

Novembre 2016: i capitani delle squadre della Premier League indossano fasce color arcobaleno mentre tutti i calciatori scendono in campo con i lacci delle scarpe dello stesso tipo. La ragione? Tutto ciò è parte integrante della campagna anti-omofobia ‘Rainbow Laces’ promossa dall’organizzazione Stonewall.

L’evento viene visto dai media come un grande passo per uno sport spesso ritenuto reticente nei confronti delle comunità LGBT; ma lacci e fasce arcobaleno sono veramente un segno tangibile di progresso nel trasformare il calcio in uno spazio in cui i giocatori LGBT si sentano liberi di esprimere la propria sessualità anche in pubblico?

Francamente, no.

È piuttosto singolare, infatti, che soltanto un ex atleta della Premier League, passato pure in Serie A per una fugace apparizione con la maglia della Lazio, il tedesco Thomas Hitzlsperger, abbia ufficialmente fatto coming out (peraltro, soltanto a carriera conclusa) quando il 2% della popolazione maschile britannica oggi si identifica come gay e si è a conoscenza del fatto che oltre 500 giocatori della Premier League, tra passato e presente, sono omosessuali.

Hitzlsperger affermò, riguardo alla sua dichiarazione pubblica, di essersi ispirato a quanto fatto dal cestista John Amaechi, dal tuffatore Tom Daley, dalla stella gallese di rugby Gareth Thomas e dall’ex calciatore di Leeds United e LA Galaxy Robbie Rogers; il tedesco spiegò pure di sperare che il proprio gesto potesse aiutare altri colleghi a fare lo stesso.

Parole, purtroppo, poco utili se si pensa che addirittura il presidente della FA, Clarke, non certo il primo venuto, ha recentemente dichiarato che sarebbe “impossibile” per un giocatore attuale fare coming out poiché la lega non sarebbe in grado di proteggerlo a sufficienza dagli attacchi esterni di tifosi avversari.

Di certo, il precedente dell’ex attaccante del Norwich City e del Nottingham Forest, Justin Fashanu (peraltro, il primo calciatore di colore ad essere pagato un milione di sterline nel calcio inglese), in tal senso, ha segnato un profondo solco.

Fashanu, uscito allo scoperto nel 1990, decise di porre fine alla sua vita soltanto otto anni dopo a causa degli enormi problemi (lavorativi e non) che il suo coming out gli aveva creato.

Presso il già citato ‘Rainbow Laces Summit’, diversi atleti britannici si sono riuniti per discutere sul modo in cui poter aiutare la comunità LGBT nel mondo dello sport.

Due stelle dell’hockey britannico, Kate e Helen Richardson-Walsh, regolarmente sposate, sono intervenute, così come il rugbista Keegan Hirst.

A quanto pare, soltanto il calcio è rimasto così indietro sull’argomento.

In tal senso, durante il vertice, il presidente Clarke, ha dichiarato che il calcio è “due decenni indietro” rispetto alla possibilità di diventare oggi un posto sereno anche per gli omosessuali.

Clarke ha affermato che sta tentando di parlare con molti calciatori gay del mondo inglese, in merito alla chance di effettuare il coming out, ma che, tuttavia, nessuno si sente veramente tranquillo all’idea.

Mancherà ancora molto, in Inghilterra e non, per rendere anche il calcio uno sport più civile?

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