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Stadio Olimpico: “Teatri vuoti e Inutili”

Lorenzo Contucci

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Le parole del Prefetto Gabrielli – che ha di recente invocato la rimozione delle barriere nei settori popolari dello Stadio Olimpico – avevano acceso un barlume di speranza negli aficionados che si ostinano a voler andare allo Stadio Olimpico non solo in occasione di Roma/Real Madrid ma in tutte le partite della società giallorossa e che, al momento, si astengono da farlo, in una rinuncia che peraltro li accomuna ai dirimpettai della Lazio.

Certo, sorprende che chi ne era apparso – perlomeno mediaticamente – il fautore, a distanza di mesi cerchi di defilarsi in ordine alla loro ideazione e posa in opera, ora attribuita alla task force che siede alla Questura di Roma.

Task force al cui vertice effettivo – come già fu per l’Osservatorio Nazionale sulle Manifestazioni Sportive – siede il dott. Roberto Massucci che ormai da anni cerca di “educare” a colpi di divieti e proibizioni i frequentatori abituali delle curve italiane, in virtù di un “modello Italia” del tutto diverso dal modello inglese o da quello tedesco che, comunque, garantisce – specie il secondo – stadi pieni e colorati in impianti fruibili in cui l’ordine pubblico viene gestito sul campo e non solo con decisioni prefettizie.

E’ evidente che la smarcatura di Gabrielli risente del fatto oggettivo per il quale, salvo Roma/Real Madrid in cui la maggior parte degli spettatori delle curve erano tifosi “occasionali” (nel senso della frequentazione, s’intende, dello Stadio Olimpico), la Curva Sud per la Roma e quella Nord per la Lazio continuano a rimanere inesorabilmente semivuote, senza che si possa legare questo fenomeno all’andamento delle squadre, visto che le stesse sono seguite massicciamente in ogni trasferta.

Per chi vive anche di immagine, credo sia naturale provare un moto di fastidio – in una città calcio-dipendente come Roma – là dove la prima domanda che vien fatta al Prefetto ogni qual volta qualche giornalista lo incontra sia “quando levate le barriere?” e là dove anche i vertici del calcio mostrano un certo fastidio sulle modalità di gestione dell’ordine pubblico allo Stadio Olimpico, ridotto ormai a un teatro vuoto e inutile.

Parafrasando il Giovanni Lindo Ferretti di “Emilia Paranoica”, “teatri vuoti e inutili potrebbero affollarsi, se tu ti decidessi di recitare te”, là dove il recitare se stessi, per quanti ci riguarda, sta a significare che il calcio, senza la liturgia dei tifosi, è ben poca cosa.

E, aggiungo, la liturgia dei tifosi non consiste nell’illuminare la Curva Sud di centinaia e centinaia di cellulari per fare il filmato al pallone agitato a centrocampo con la musichetta della Champions League o anche in qualche raro coro spontaneo, che pure qualche giornalista da tribuna stampa apprezza, ma consiste nel colorare il settore “di casa” con striscioni e bandiere, nel sostenere la propria squadra fino alla fine e – si può ancora o è politicamente scorretto? –  anche nel prendere in giro ferocemente l’avversario, se il caso lo richiede.

Il “ volemose bene ”, in uno stadio, ha scarso appeal.

Come se ne esce?

Per sicurezza – pardon, safety – il prefetto Gabrielli fornendo l’incredibile dato di quattromila persone in più in curva rispetto al consentito (il che implicherebbe circa ventidue scavalcamenti al minuto!), ha avallato e sostenuto l’introduzione delle vituperate barriere, oltre all’elargizione da parte della Questura di multe a gogò per il cambio, pur condiviso, del posto, oltre a perquisizioni ossessive e via dicendo.

Sempre per sicurezza, però, in un Roma/Real Madrid che ha visto appena 55.612 spettatori (Roma/Bayern Monaco della scorsa stagione, prima dell’olio di ricino, ne contò 62.292), sono state lasciati ammassati per un paio di ore in fila migliaia di tifosi “normali” che avevano sborsato 40 euro per la pessima visuale che si ha dalle curve dello Stadio Olimpico.

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E ci si è anche sentiti dire che l’area da cui si accede ai controlli di sicurezza “è anch’essa sicura”, in quanto comunque vigilata dalle forze di Polizia.

Ora, al di là del fatto che il principio per il quale si chiede di avere le scale libere “perché se qualcuno si sente male come facciamo” immagino sia valido anche per l’esterno dello Stadio, è appena il caso di osservare come le nuove forme di terrorismo superino agevolmente le antiche metodologie di bonifica dello Stadio Olimpico e persino quelle di discreta vigilanza visiva.

Il terrorista moderno non mette una bomba ad orologeria come è stato per anni in Italia.

Arriva in motorino, magari, da solo, con un’arma sotto il giubbotto o uno zainetto esplosivo e colpisce senza voler salvare la propria vita o semplicemente fuggire, perché è un kamikaze che ama la shadada, il martirio.

A Roma/Real Madrid, sarebbe stato facilissimo martirizzarsi e martirizzare.

E questo perché lo Stato, che si trova a dover soppesare due esigenze di sicurezza, ne privilegia una a scapito dell’altra, che invece è assai più urgente tutelare.

Di logica, tra due esigenze di sicurezza non armonizzabili, deve prevalere quella che comporta più rischi.

Pensiamoci: le file in questione si sono create per via dei pochi varchi di accesso aperti e per il fatto che il controllo dei biglietti, abbinati al documento di identità, è capillare e richiede tempo.

I funzionari di Polizia dicevano bestemmiando Avete ragione ma se apriamo il cancellone grande ci licenziano”, salvo poi doverlo spalancare – con buona pace dei controlli, del tutto saltati – quando è arrivato l’ordine superiore.

Ora, con riferimento al controllo dei biglietti, tutto questo serve per evitare che un soggetto entri allo stadio con un biglietto che non è il suo.

Non appena verificato il biglietto, si viene invece giustamente perquisiti, per poi essere nuovamente ricontrollati una volta passati i tornelli a lettura ottica.

Tutto questo avviene principalmente per evitare l’introduzione di striscioni sconvenienti, di fumogeni o petardi, la cui pericolosità è comunque assai più ridotta rispetto a ciò che si sarebbe potuto verificare a Roma/Real Madrid se per davvero un qualche esaltato avesse seguito il dettato di Abu Bakr al-Baghdadi o se per qualsiasi ragione si fosse scatenato il panico lì fuori.

Quindi, si chiedono molti, come ci si può fidare del comunicato congiunto uscito qualche giorno fa, là dove – senza i “soliti” tifosi, intere famiglie sono state costrette a file estenuanti e pericolose per le ragioni già dette?

Altri Sport

Usa-Messico: quando un muro serve per unire

Emanuele Catone

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Sono iniziati i lavori per la costruzione del famigerato muro tra il Messico e gli Stati Uniti, uno dei punti fondamentali della campagna elettorale di Donald Trump, che non riesce per ora ad ottenere il completo appoggio economico da parte del Congresso. La barriera in costruzione, infatti, andrà a sostituire e rafforzare quella già esistente, fatta di reti e recinzioni e sarà lunga 6 chilometri su 3200 totali di frontiera. Ma tra i due Stati, c’è chi quel muro lo utilizza per giocare e per unire, non per dividere.

Innalzare un muro per bloccare l’immigrazione, ma costruirlo anche scrivendo la parole fine ad una pratica sportiva che dal 1979 coinvolge le popolazione del Messico e degli Stati Uniti d’America. Donald Trump non molla l’idea di voler rafforzare il muro tra le due nazioni. Rafforzare perché, in effetti, esiste già una trincea separatoria in quella vasta area dove ogni anno ad aprile, in una tradizione nata nel 1979 e divenuta continuativa dal 2006, messicani ed americani si riuniscono per giocare a Wallyball; una partita di pallavolo che ha la particolarità di trasformare quel muro, che ancora tale non è, come rete da gioco. Il match viene disputato precisamente nella zona di Naco, nello stato del Sonora per il Messico e in quello dell’Arizona per gli Stati Uniti.

Di schiacciate non se ne vedono data l’altezza della recinzione e del gesto di “murare” gli amici-avversari neanche l’ombra; solo pallonetti, tanta voglia di divertirsi e il desiderio di dare uno schiaffo alla politica mostrando la nullità delle barriere di fronte all’umanità della “gente comune”. Il tutto, però, limitato nell’arco di tre ore ovvero il tempo limite dettato della legge che non permette una sosta più lunga in quella zona di confine.

Col tempo questa tradizione si è estesa anche a zone diverse dal confine messicano-statunitense: sulle spiagge di San Diego, ad esempio, si è giocato un Beach Wallyball” contro i dirimpettai messicani abitanti di Tijuana.

E il muro ideato da Trump, cavallo di battaglia nella sua corsa all’elezione, potrebbe far terminare questa bellissima iniziativa. La costruzione sarebbe troppo alta per permettere agli atleti di giocare, non riuscirebbero neanche a guardarci attraverso; anche se il presidente non dovesse riuscire nel suo progetto per il costo troppo elevato, ci sarà comunque un rinforzo delle barriere e una aggiunta di recinzione che renderebbero allo stesso modo la partita impraticabile.

“Per noi è un modo per celebrare l’unione dei due paesi”. Questo aveva dichiarato Jorge Villegas, sindaco di Sonora. Parole che vanno ben oltre lo scevro patriottismo trumpiano e che da sole potrebbero servire a mostrare l’inutilità e futilità del progetto Trump.

Illustrazione Copertina: Victor Abarca

 

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Sport & Integrazione

Giornata Mondiale della Pace: I bambini israeliani e palestinesi giocano insieme

Matteo di Medio

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Il 21 Settembre si celebra la Giornata Mondiale della Pace ONU. Per l’occasione vi raccontiamo il grande insegnamento che i bambini israeliani e palestinesi hanno dato a tutti coloro che non credono che un futuro migliore sia possibile.

Ormai le tecnologie e i videogame si stanno pian piano togliendo la cattiva reputazione di essere il male assoluto e la rovina dei giovani. Gli Esports sono diventati a tutti gli effetti degli Sport 2.0 con il riconoscimento da parte del Cio come disciplina e si sta tentando addirittura di farla rientrare nel calendario olimpico.

Esistono casi in cui i videogiochi ricoprono un ruolo fondamentale e rompono definitivamente con gli stereotipi della critica che vorrebbe abolire del tutto l’uso di questi nuovi strumenti come elemento di svago.

Riprendendo quanto scritto da Edwin Evans-Thirlwell nel sito Motherboard.com, raccontiamo il progetto portato avanti da Uri Moshol.

Uri Moshol, ex CEO della società di software Incredibuild, nonché ex militare dell’esercito israeliano, sfruttando il grande interesse verso il mondo del gioco digitale da parte delle ultime generazioni, ha realizzato un programma di carattere sociale per contrastare il clima di odio ed intolleranza religiosa sul territorio della Striscia di Gaza tra Israele e Palestina che ora più che mai è tornato ad essere rovente con conseguenze tragiche e sanguinose per tutta la popolazione.

La Games For Peace (G4P), con sede a Tel-Aviv, è un’organizzazione no profit che, attraverso videogames multiplayer ha l’obiettivo di formare ed informare i giovani delle comunità ebraiche e palestinesi, impegnati in partite online, sul tema dell’integrazione e del rispetto della diversità di fede verso quelle persone che fin da piccole vengono educate al disprezzo del diverso.

L’idea di Moshol nasce dopo una partecipazione nel 2013 ad una Conferenza a New York di Games for Change, organizzazione che pone l’attenzione sul ruolo positivo che i giochi possono avere all’interno della società. Uri è rimasto talmente colpito da questa realtà, non essendo un esperto del settore, da voler esportare questa nuova visione dell’universo videoludico anche verso i territori che ha più a cuore come la Palestina e Israele. Con l’aiuto di esperti del settore, ha individuato come la migliore strada da percorrere l’utilizzo di giochi già esistenti, piuttosto che crearne nuovi ad hoc, per combattere il razzismo e gli stereotipi verso culture che tra loro, in alcuni casi, non sono mai venute a contatto, non si sono mai confrontate.

Il motivo principale di utilizzare videogame già conosciuti è stato dettato dall’intento di creare, sin da subito, coinvolgimento ed adesione da parte dei giovani. Proprio per questo, il gioco scelto per il progetto G4P è stato Minecraft. Con milioni di copie vendute, il videogame creato dalla Mojang nella persona del Presidente Markus Persson, poi venduto per la cifra record di 2,5 miliardi di dollari alla Microsoft, ha come obiettivo quello di costruire città ed edifici di vario genere in un mondo virtuale nel quale il giocatore è il protagonista.

Come racconta Moshol, in alcuni casi, attraverso il videogame, molti bambini si mettevano in contatto per la prima volta con il mondo “dall’altra parte”.

Il progetto Games for Peace porta avanti due diverse iniziative: nella prima, la “Play for Peace”, viene chiesto, ad un numero indefinito di giocatori, di collaborare insieme online per costruire la città. Nella prima occasione di incontro virtuale, il 17 gennaio 2014, parteciparono 50 giovani provenienti da Israele, Palestina, Cisgiordania ed Egitto con l’obiettivo di creare la “Città della Pace”. Alla quinta edizione, nel luglio dello stesso anno, bisognava costruire uno stadio di calcio per i Mondiali.

In queste occasioni, così come nelle altre, le reazioni sono state più che positive e confortanti, tolti singoli casi di comportamenti abusivi, come quando un giocatore cominciò a creare svastiche ovunque. La risposta del resto della comunità fu esemplare: tutti insieme si sono adoperati a cancellarle immediatamente.

La seconda iniziativa è la “Play to Talk”, dove ragazzi di due scuole diverse si sfidano nella costruzione di una città, attraverso la cooperazione e la condivisione di informazioni, pur essendo di religioni od estrazione diversa. Al termine della sessione di gioco, vengono organizzati degli incontri reali tra i giocatori così da commentare tutti insieme l’andamento della partita e conoscersi un po’.

Moshol evidenzia come la Games for Peace stia portando a risultati promettenti e l’evidenza di quanto esposto sta nel fatto che molti giocatori sono rimasti in contatto tramite i social network o addirittura attraverso una frequentazione offline.

L’obiettivo finale del CEO è quello di esportare il G4P in tutto il mondo e in tutte quelle zone dove l’intolleranza e la mancanza di integrazione è il pane quotidiano per le giovani generazioni, diffondendo un messaggio universale senza bandiere o ideologie.

Questa volta, mettiamo da parte la facile critica verso i videogiochi, i peggiori nemici di mamme e papà “disperati”, e poniamo l’attenzione, riconoscendone il merito, sul ruolo che, grazie a persone illuminate come Moshol, la tecnologia ludica può avere per superare ostacoli vecchi un’eternità e far conoscere ai propri figli una realtà che gli è sempre stata tenuta nascosta.

 

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Calcio

L’Antipatico Van Gaal, l’uomo Louis

Francesco Cavallini

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Compie 67 anni oggi Louis Van Gaal, uno dei tecnici più vincenti della storia del calcio. Un carattere forte, per molti antipatico, il tecnico olandese ha mostrato con il suo addio un lato che nessuno conosceva.

Da che mondo è mondo, vincere rende antipatici. Lo cantava anche Morrissey, we hate it when our friends become successful. E se siamo in grado di invidiare i nostri amici, figuriamoci qualcuno che non conosciamo e che già di suo non fa molto per accaparrarsi le nostre simpatie. Prendiamo Louis Van Gaal. Vincente come pochi, odiato come quasi nessun altro. Sarà quel volto perennemente corrucciato, l’espressione severa o quell’aura di superiorità che sembra sprizzare da ogni poro. O forse la causa è la sua profonda conoscenza calcistica, quella capacità di comprendere il gioco più bello del mondo che pochi hanno, che l’ha portato a far risorgere l’Ajax dalle sue ceneri e a vincere ovunque andasse.

Bravo, ma antipatico. Un uomo solo al comando, che porta con sé il fardello di una reputazione ormai dura da cancellare. Reputazione che probabilmente si è anche guadagnato, nel corso di una carriera da allenatore quasi trentennale. I suoi addii al veleno e i suoi ritorni in grande stile sono rinomati quasi quanto le sue vittorie. Un lungo filo rosso di scontri, incomprensioni e polemiche, ingredienti immancabili in ogni sua esperienza manageriale. Un palmarés come quello di Van Gaal dovrebbe garantire genuflessioni al suo passaggio un po’ ovunque. Del resto, su ogni panchina, nazionale esclusa, ha lasciato perlomeno un trofeo. Eppure non c’è mai quell’unanimità di pensiero, quel comune accordo sulla leggendarietà della sua figura che altri, vedi Ancelotti, riescono a guadagnarsi in ogni dove. Lui non piace a tutti. Soprattutto, non piace a chi ha un ego simile al suo. Lì, il conflitto è pressoché inevitabile. In un’idea di calcio in cui tutti sono utili ma nessuno indispensabile, chiunque, anche il Pallone d’Oro, deve piegarsi alla logica di squadra. E non importa che Rivaldo creda di rendere meglio da trequartista, se Van Gaal decide che deve giocare ala, il brasiliano deve adattarsi. Perché Van Gaal è testardo. A volte è un pregio, molte altre un difetto enorme.

Gli si chiede spesso di scendere dal suo piedistallo, ma lui quel piedistallo se l’è costruito con cura, con la consapevole mancata accettazione di un qualsiasi confronto con gli altri. Una volta che ha stabilito un’opinione, solo l’ortodossia più totale può garantire un accordo. Le critiche? Che vadano a farsi benedire, in particolare se provengono dagli odiati giornalisti. Amici della stampa, me ne vado. Complimenti. Il primo addio al Barcellona è il perfetto riassunto di una carriera intera. Vincente, ma mai amato. Forse accettato, di certo mal sopportato. Anche a casa sua. L’Ajax, che a lui tanto deve, lo richiama più volte come direttore tecnico, ma quando è costretto a lavorare con altre icone del club dalla personalità importante, come Koeman o, peggio ancora, Crujiff, lo scontro è garantito. In ogni città c’è spazio per un solo sceriffo, che deve necessariamente chiamarsi Aloysius Van Gaal. Per chiunque altro, le regole sono semplici. Niente personalismi, nessuno spazio per i sentimenti o la gratitudine, a Monaco di Baviera come a Manchester. Contano solo il cervello e le gambe.

Un tipo del genere porta persino a dubitare della effettiva presenza di un cuore sotto l’immancabile cravatta. Fa pensare che l’olandese sia un cyborg insensibile, il cui unico obiettivo è accumulare trofei, fama e denaro. Ma non è così. Il mondo se ne è accorto a inizio 2017, quando la facciata del manager di ghiaccio crolla inesorabilmente davanti alle difficoltà della vita umana. Cosa se ne fa Louis Van Gaal dei milioni cinesi se non è in grado di riportare il sorriso a sua figlia, che in quel periodo ha perso suo marito? Dà più emozioni alzare un’altra Champions oppure trascorrere il tempo che ti resta assieme alla donna, tua moglie, che ami? Già, l’amore. La più improbabile delle motivazioni, per uno come Van Gaal. Quella che offusca il cervello, che non fa ragionare, che a volte ti porta a scelte totalmente assurde. E che ora è lo specchio dell’anima di un uomo, che per anni si è auto-dipinto come una statua in un eremo solitario, ma che come tutti noi ride, piange e, soprattutto, ama. E quindi ha lasciato il calcio Van Gaal, tornando ad essere semplicemente Louis. Lascia la prosopopea delle dichiarazioni pre-partita, l’adrenalina dei novanta minuti e le polemiche del giorno dopo. Se ne è andato dal calcio con pochi amici e molti critici, come era naturale che fosse. Ma con quell’addio, per l’ultima volta in carriera, ha vinto. Ha vinto quell’apprezzamento, quel calore e quella stima che per anni si è volontariamente negato, uscendo tra tanti applausi e qualche lacrima. Perché i trofei soddisfano il cervello. L’amore, quello vero, accarezza il cuore.

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