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La “Diplomazia del Ping Pong”

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La “Diplomazia del Ping Pong”

L’ambito sportivo, nel corso della storia, ha ricoperto anche ruoli più “diplomatici”. Esso è stato usato, in alcune occasioni, per risolvere questioni politiche di una certa importanza.

Tutti noi abbiamo ancora in mente la cerimonia di inaugurazione delle olimpiadi invernali 2018 svoltesi nella contea di Pyeongchang, in Corea del Sud. In quell’occasione le delegazioni olimpiche della Corea del Nord e della Corea del Sud, due paesi confinanti ma divisi dalla guerra fratricida che si combattè dal 1950 al 1953, si presentarono alla cerimonia di apertura sotto un’unica bandiera che raffigurava l’intera penisola coreana in blu su sfondo bianco.

Nel corso della storia, però, lo sport ha aiutato a risolvere anche situazioni ben più tese di questa che vedevano sfidarsi sul campo dei paesi che erano considerati delle vere e proprie “super-potenze”. L’esempio più lampante che mi viene sotto questo punto di vista è ciò che successe negli anni ’70 del XX secolo tra gli Stati Uniti e la Repubblica Popolare Cinese: questi eventi, per chi non lo sapesse, sono passati allo storia come “Diplomazia del ping pong”.

Con tale termine si intende lo scambio di visite tra giocatori di ping pong dei governi di Washington e Pechino. Per alcuni, queste visite sportive diedero il via al viaggio cinese del presidente americano Richard Nixon avvenuto nel 1972.

Il primo incontro ebbe inizio il 10 aprile 1971 quando la squadra di tennis da tavolo americana, impegnata in Giappone nel 31º Campionato Mondiale di tale disciplina sportiva, arrivò in Cina. Era la prima volta, da quando il leader comunista Mao Tse-Tung era salito al potere nel 1949, che alcuni cittadini americani mettevano piede sul suolo del gigante paese asiatico.

I rapporti, fino ad allora, erano stati molto tesi tra le due super-potenze. Prima di questa visita infatti, solo undici americani erano riusciti ad essere ammessi nella Cina comunista, per una settimana, in quanto affiliati al Partito internazionale delle Pantere Nere.

Detto ciò sorge, spontanea, una domanda. Cosa spinse il gigante asiatico guidato da Mao Tse-Tung ad aprirsi, per la prima volta in maniera ufficiale, al paese emblema del capitalismo occidentale? Leggenda vuole che tutto sia iniziato per un puro e fortuito incontro tra due esponenti delle delegazioni americana e cinese di tennis da tavolo. L’americano si chiamava Glenn Cowan mentre il cinese Chuang Tse-tung.

I due si conobbero a Nagoya, città giapponese che era una delle sedi in cui il sovra-citato torneo di Tennis da Tavolo. Cowan, che si era allenato per un periodo più lungo durante il pomeriggio, perse l’autobus con cui la squadra americana doveva far rientro in albergo dopo la fine degli allenamenti quotidiani.

Mentre Cowan cercava invano l’autobus della sua squadra, un giocatore cinese gli fece cenno di salire sull’autobus della rappresentanza di Pechino. Dopo una conversazione nata sul momento, grazie all’ausilio di un interprete, Chuang Tse-tung salutò l’atleta della delegazione a stelle e strisce e, senza minimamente pensare alla portata del suo gesto, gli regalò un ritratto su seta dei monti Huangshan, un souvenir tipico della regione cinese di Hangzhou.

Cowan, dal canto suo, cercò di ricambiare il gentile gesto: sul momento, però, non trovò nulla di meglio che un pettine e quindi esitò. Una volta sceso dal mezzo riuscì a comprare una maglietta con la bandiera raffigurante il simbolo pacifista in rosso, bianco e blu e le parole della celebre canzone dei Beatles “Let It Be”; tale regalo fu consegnato all’atleta cinese, durante un secondo incontro casuale, e questi lo accettò.

I giornali giapponesi locali, dal canto loro, non ci misero molto a mettere in risalto un incontro ed uno scambio di regali del genere. Con il clima politico che si respirava ai tempi della Guerra Fredda, il fatto assunse rapidamente un valore simbolico molto più alto.

Lo stesso Mao, che già in passato aveva espresso la sua voglia di apertura nei confronti degli Stati Uniti, non si lasciò sfuggire l’occasione. Dopo aver letto la notizia dell’incontro tra Chuang Tse-tung e Glenn Cowan sulle pagine di Dacankao, un giornale disponibile solo alle più alte gerarchie del governo cinese, il leader comunista affermò: “Questo Chuang Tse-tung non solo gioca bene a ping pong, ma è bravo in affari esteri, è portato per la politica”.

Fu così che la nazionale americana, secondo leggenda, potè entrare nel paese grazie ad un ponte tra la città di Honk Kong e la Cina continentale. Gli americani trascorsero nel paese una settimana tra partite dimostrative, visite guidate ed eventi mondani.

Tale “diplomazia del Ping Pong”, per assurdo, rischia di vedere svanire i risultati raggiunti nell’epoca attuale. Sono infatti molti i brutti presagi, legati all’attuale guerra economica tra Washington e Pechino, che rischiano di far saltare un percorso diplomatico che ci ha messo parecchi anni prima di arrivare a risultati del genere.

La storia, evidentemente, non risulta perdere quel ruolo di “maestra di vita” solo entro i confini nostrani…

Classe 1991. Romano e laureato in storia. La mia passione per lo sport, in particolare rugby e calcio, comincia fin da piccolissimo. Il lato culturale l'ho acquisito nel corso del tempo e con un po' di fatica. Con i miei articoli cerco di unire i miei tre interessi principali: sport, storia e cultura.

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