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Sport da Budello: Una Guida alla stagione che va a iniziare

Francesco Beltrami

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In vista dell’imminente inizio della stagione in cui a farla da padrone sono gli sport invernali, noi di Io Gioco Pulito abbiamo deciso di andare a conoscere le varie realtà delle discipline della neve e del ghiaccio in modo da raccontarvi i programmi e i protagonisti attesi di ciascuna di loro, senza limitarci all’unica veramente popolare in Italia, cioè lo Sci Alpino. Iniziamo questa settimana parlando degli sport da budello, definizione che raggruppa, dal tipo di pista utilizzato per le gare, Bob, Skeleton e Slittino. Ne parliamo con Alessandro Genuzio, redattore del sito specializzato in discipline invernali NeveItalia.it che da anni segue queste specialità.

Alessandro cominciamo dal Bob…

Il Bob è la disciplina da budello con la più lunga storia olimpica. Vi venne inserito fin dalla prima edizione, a Chamonix nel 1924, ed è sempre stato presente nel programma tranne che nel 1960 a Squaw Valley dove per motivi economici non era stata costruita la pista. Il Bob nacque in Svizzera dove veniva utilizzato per far divertire i ricchi inglesi in vacanza sulle Alpi che non sapevano sciare facendoli scendere lungo una pista che richiamava le montagne russe. Nacque così a Sankt Moritz nel 1902 la prima pista di bob, che esiste tuttora ed è l’unica rimasta a refrigerazione naturale, visto che è posizionata a Nord del paese e ancor oggi non necessita di sistemi artificiali e viene costruita ex-novo ogni anno. In Italia c’erano molte piste naturali, la più famosa quella di Cervinia, che però da quasi trent’anni vige in stato di abbandono. Nel nostro paese non sono più presenti nemmeno impianti artificiali. Quello storico di Cortina è stato chiuso dal Sindaco nel 2008 quando si preparava ad ospitare i Mondiali 2011 e mai più riaperto, la pista Olimpica di Cesana che ha ospitato le Olimpiadi di Torino 2006 ha avuto vita breve.

Quindi l’attività in Italia ne soffre?

La nazionale non vince un oro Olimpico da Nagano 1998 con l’equipaggio Huber/Tartaglia, c’è stato poi un bronzo femminile conquistato da Gerda Weisensteiner e Jennifer Isacco a Torino. Gli equipaggi sono costretti ad allenarsi all’estero, soprattutto a Innsbruck sulla pista di Igls o sui tracciati tedeschi.

Per quel che riguarda la stagione che sta per iniziare l’Italia non potrà contare almeno fino a gennaio sul suo principale pilota, Simone Bertazzo, infortunatosi seriamente a una coscia durante un allenamento estivo, e si affiderà a Simone Fontana, in passato frenatore di Bertazzo che dopo aver debuttato come pilota nella stagione 2014-2015 ed essere poi tornato frenatore nel Bob a Quattro la scorsa stagione rientrerà come pilota nel circuito di Coppa Europa. Invece in campo femminile non dovremmo presentare equipaggi in quanto l’unica pilota all’altezza Martina Schiavon non è nemmeno stata inserita nella rosa degli atleti FISI per la prossima stagione. Favoriti per la coppa maschile i tedeschi, soprattutto con Francesco Friedrich, attenzione ai Coreani che stanno ben lavorando per le Olimpiadi casalinghe nel 2018 e che già lo scorso hanno, approfittando anche di un infortunio di Friedrich, vinto la Coppa del mondo di Bob a Due. Nel Quattro probabile invece una sfida tutta tedesca tra Walther e Friedrich stesso.

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Passiamo allo Skeleton…

Anche lo Skeleton nasce a Sankt Moritz e diventa olimpico abbastanza presto, proprio per i Giochi disputati nel 1928 nella località Svizzera, dove ritornerà nel programma nel 1948, prima di uscirne perché considerato troppo pericoloso fino al 2002. Pochi lo sanno ma proprio dallo Skeleton è arrivato il primo oro olimpico invernale per l’Italia, col valtellinese che viveva e si allenava a Sankt Moritz Nino Bibbia che vinse proprio nella cittadina svizzera nel 1948 sulla famosa Cresta Run.

L’Italia non ha poi mai avuto grandi specialisti in questa disciplina, anche se proprio in questi ultimi anni si sta mettendo in luce il giovane Mattia Gaspari, medaglia di bronzo lo scorso anno ai Mondiali Juniores, secondo miglior risultato di sempre in una gara internazionale per un italiano dopo l’oro di Bibbia, conquistando anche quattro piazzamenti tra i primi dieci in gare di Coppa del Mondo. Se teniamo conto che Mattia ha disputato in tutta la sua carriera tra allenamenti e gare, un numero minori di discese rispetto a quelle che un atleta per esempio russo fa in una stagione ci rendiamo conto di quanto questi risultati siano straordinari. In campo femminile si nutre qualche speranza nelle nuove leve portate in pista dal Bob Club Cortina e dalla Sarda Sport. C’è un po’ di curiosità nel vedere Elena Scarpellini alle prese con lo skeleton, lei attuale saltatrice con l’asta che ha debuttato in estate ai Campionati Italiani di spinta, certo bisognerà vederla sul ghiaccio per capire tutto il suo valore: nello skeleton si corre col mento a pochissimi centimetri dal ghiaccio e basta un attimo per farsi male, dunque capita spesso che chi lo provi provenendo da altra disciplina rinunci magari dopo una sola discesa.

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A livello internazionale favori del pronostico all’eterno fuoriclasse Martins Dukurs lettone, che avrà tra i maggiori rivali il russo Tretiakov che lo ha battuto alle Olimpiadi di Sochi nel 2014, e il coreano Yun, atleta del 1994, secondo in Coppa lo scorso anno e su cui la Corea ha molto investito per le prossime Olimpiadi, titolo che manca a Dukurs, che pure ha vinto tutto il possibile tra Coppa e Mondiali. Tra le donne tornerà Maya Pedersen, svizzera, 44 anni, che non gareggia dalle Olimpiadi del 2010 a Calgary e che in passato è stata una delle più grandi atlete della disciplina, ora è norvegese per matrimonio e vorrebbe regalare delle soddisfazioni nello skeleton al suo paese di adozione dove questa disciplina non ha grandi tradizioni. Favorite però resteranno le tedesche Hermann e Loelling.

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La situazione nello slittino invece?

Lo slittino è Sport Olimpico dal 1964, ma ha una storia molto più antica, i primi Europei sono datati addirittura 1914. Nasce come mezzo di trasporto per scendere a valle dai paesi alpini, poi, approfittando delle prime piste da Bob inizia a svilupparsi come attività agonistica. La stagione 2016/17 inizierà il prossimo 26 novembre con la prova di Coppa del Mondo programmata sulla pista di Winterberg in Germania.

Per quel che riguarda l’Italia si punterà molto su Domink Fischnaller, classe 1993, che pareva essere l’erede designato di Armin Zoggeler e che viene da due stagioni non positive in cui è stato superato oltre che dai soliti tedeschi anche da atleti russi e austriaci, due anni fa a Sigulda ha mancato la medaglia mondiale ribaltandosi sull’ultima curva, e pure lo scorso anno non è andato bene a Koenigssee quest’anno coi Mondiali in programma a fine gennaio a Igls, Innsbruck, pista su cui gli italiani si allenano abitualmente e dove lui ha vinto nel novembre 2015 è atteso al grande risultato. Sarà anche chiamato al riscatto il giovane doppio composto da Ludwig Rieder e Patrick Rastner, persosi un po’ nelle ultime stagioni soprattutto per problemi fisici mentre ancora alte sono le quotazioni dello storico equipaggio composto da Christian Oberstolz e Patrick Gruber che pure è sulla soglia dei quarant’anni, classe ’77 Oberstolz, ’78 Gruber.

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Tra le donne Sandra Robatscher e Andrea Votter, entrambe classe 1995 ma con parecchia esperienza nel circuito, dovranno cercare di lottare per avvicinarsi alle prime sette posizioni della classifica, soprattutto in chiave prova a squadre di Mondiali e Olimpiadi dove la frazione femminile è fondamentale. In chiave successo finale in Coppa del Mondo l’atleta favorito tra gli uomini è il solito tedesco Felix Loch pronto ad avvicinarsi ai record di Zoggeler nel singolo e i due doppi della Germania, tra le donne sfida tra le tre tedesche con un occhio alle americane.

Nelle prossime settimane su Io Gioco Pulito, speriamo sempre con il fondamentale apporto di esperti dei vari settori, continueremo a presentare le Coppe del Mondo delle discipline invernali che ci terranno compagnia nelle loro bianche cornici per tutti prossimi mesi.

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Stupende lo stesso! Italvolley, la speranza (non solo sportiva) da cui ripartire

Emanuele Sabatino

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TricoloRosa: si ferma sul piú bello, ad un passo, il sogno mondiale della nazionale di pallavolo femminile. Dispiace per le ragazze ma arrivati a quel punto il risultato, che anche se positivo, sarebbe stato celebrarlo poco in quella triste e ridondante sfortuna che spetta agli sport minori, conta veramente poco.

Quello che resta é l’emozione, é il trasporto che queste ragazze hanno regalato al popolo italiano tanto da mettere i maxi-schermi nelle piazze.

Quello che invece non va dimenticato mai é che questo paese, nella magia che lo contraddistingue, nonostante i messaggi di chiusura e di xenofobia, per non usare altri termini, da parte dei suoi governanti, che sta pian piano incredibilmente rivalutando e rispolverando certe ideologie da solo, proprio perché magico, tramite lo sport, che é uno dei viatici piú importanti e popolari, mostra l’esempio da seguire e la realtá dei fatti.

Tutti conoscono il termine sliding door, porta girevole, un bivio esistenziale che determina il percorso di vita di ognuno di noi. La sliding door della nazionale azzurra risale a tanto tempo fa, quando non c’erano Ministri pronti a chiudere i porti e gli aeroporti, tanto da permettere ai genitori nigeriani di Paola Ogechi Egonu di approdare nel Bel Paese e nel 1998 dare alla luce un angelo di 190 cm, dal corpo marmoreo e dalla pelle color ebano che dal cielo, guardando le mani dei muri sgretolati delle avversarie, come il piú vendicativo degli stessi, sempre col sorriso genuino e stampato sul viso ha trascinano le sue compagne a suon di “martellate”.

É nata a Cittadella quindi per chi bada a queste cose, evidentemente nella vita non ha nulla da fare o a cui pensare, é 101% italiana.

Questa nazionale è il fulgido esempio di quello che una nazione nel 2018 la logica ci dice dovrebbe essere ed in parte nel silenzio é. Spavalda, giovane, multietnica. Perchè non esiste solo Paola: c’è  la Nwakalor, la Malinov, la Fahr e la Sylla.

Le ragazzine terribili sono il segno che si può emergere indipendentemente dall’etá anagrafica, e che se messi nelle condizioni giuste tutti possono essere integrati, essere felici e rispettare le regole arricchendo la nostra giá sconfinata cultura. Lo stato si auto-batte e ammette la sconfitta se evita il problema con mezzucci invece di affrontarlo e trovare una soluzione credibile e soprattutto al passo con i tempi.

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Paul Allen: storia del Genio tifoso innamorato dello Sport

Alessandro Mazza

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Genio, rivoluzionario, magnate, filantropo. Non bastano le parole, gli aggettivi. Scrivo. Meglio: pigio i tasti del mio PC. Il Personal Computer in ogni casa, la visione, il sogno della Microsoft. E di uno dei suoi fondatori, Paul Gardner Allen, che ci ha lasciato a 65 anni, sconfitto dalle complicazioni legate ad un Linfoma non-Hodgkin, rara forma di cancro che già lo aveva colpito nel 2009 e contro il quale stava combattendo nuovamente, come lui stesso aveva annunciato soltanto pochi giorni fa. Il co-fondatore di Microsoft se ne va nella sua Seattle, la città dello smeraldo e della prestigiosa scuola privata Lakeside, dove giovanissimo conobbe William Henry Gates III, meglio noto come Bill, con il quale fonderà nell’Aprile del 1975 il colosso informatico destinato a cambiare la vita di miliardi di persone. Servirebbero libri, film, documentari. Ci sono stati, ci saranno.

Un uomo diverso, dai molteplici interessi, la sua enorme ricchezza (oltre 20 miliardi di Dollari secondo Forbes) messa a disposizione di svariati progetti. E delle sue passioni. La musica, con la sua band, gli Underthinkers, e il mito di Jimi Hendrix che lo accompagnerà tutta la vita. E lo sport, l’altro grande amore di Paul Allen. Nel Giugno del 1988, Allen acquista i Portland Trail Blazers, storica squadra NBA: 70 milioni di Dollari a Larry Weinberg, uno dei fondatori della franchigia e un “sogno che diventa realtà” per il genio dell’informatica. La squadra è buona, futuribile, la stella del giovane Drexler ha cominciato a brillare e il tocco di Allen (all’epoca il più giovane proprietario nello sport professionistico americano) sembra quello di Re Mida. Dopo una prima stagione interlocutoria, Portland cambia marcia: tre Finali di Conference consecutive, due delle quali vinte. Si perde in Finale NBA, troppo forti i Bad Boys di Detroit nel 1990 e il Michael Jordan del ’92, lanciato nell’Olimpo dal primo titolo conquistato l’anno prima contro i Lakers (che avevano sconfitto proprio i Blazers nelle finali dell’Ovest). Vinceranno, si pensa, questo giovane miliardario troverà il modo di trionfare anche nello sport. E invece non vince. Si ricomincia con le uscite al primo turno dei Playoffs, Drexler chiede e ottiene la cessione, la squadra non ingrana. Alla fine degli anni ’90, uno spiraglio: un gruppo nuovo, giovani promettenti (Wallace, Stoudamire), veterani di spessore (Pippen, Smith), leggende europee (Sabonis, Schrempf). Sembrano pronti, dopo le Finali dell’Ovest perse nel ‘99, nel 2000 si mettono alle corde i soliti Lakers, stavolta in versione Kobe&Shaq. Ma il quarto periodo della decisiva gara7 è un calvario, la rimonta di Los Angeles stronca i sogni di Portland e la finale di Conference va di nuovo ai gialloviola.

Paul Allen spende tantissimi soldi, spesso male. La squadra non migliora, anzi, si riempie di personalità e caratteri discutibili (a qualcuno viene in mente di chiamarli Jail Blazers vista l’attitudine comportamentale di qualche giocatore di riferimento). Fuori dal campo le cose non vanno meglio: la Rose Garden Arena va in bancarotta, per molti Allen pensa di cedere la squadra o addirittura di trasferirla nella sua Seattle, destinata di lì a poco a perdere la franchigia che verrà spostata dai nuovi proprietari ad Oklahoma City. Paul Allen, invece, mantiene il controllo dei Trail Blazers. Non solo, smentisce categoricamente l’idea del trasferimento a Seattle. Dove invece aveva salvato un’altra squadra. Già, perché nel 1996 Paul Allen decide che la NFL deve rimanere a Seattle e acquista i Seahawks da Ken Behring, orientato a trasferirli in California. Col Football, la storia sembra ripetersi: la squadra va bene praticamente da subito, cominciano ad arrivare le vittorie in Regular Season, le qualificazioni ai Playoffs e soprattutto il primo Superbowl, anno 2006. Anche stavolta, però, una sconfitta: sulla strada dei Seahawks, gli Steelers di Roethlisberger, la storia che va ancora una volta da un’altra parte, anche decisioni arbitrali controverse. Ma quando vince Paul Allen? Fidatevi, vince. E lo fa proprio con la squadra della sua città, trionfando nel Superbowl XLVIII in una partita in cui la clamorosa difesa dei Seahawks, la “Legion of Boom”, metterà in ginocchio l’attacco dei Denver Broncos e del leggendario QB Peyton Manning. Paul Allen alza al cielo il Vince Lombardi Trophy, festeggia, si narra che nel party per la vittoria abbia nuovamente imbracciato la chitarra e suonato. Come faceva nelle sue celebri feste sull’Octopus, lo yacht (oddio “yacht”, il palazzo galleggiante di sua proprietà) che ospitava la serata più divertente dell’intera settimana del Festival di Cannes. Chitarra che, a proposito, secondo il leggendario Quincy Jones sapeva suonare proprio come Hendrix.

Paul Allen perderà ancora: un Superbowl in maniera clamorosa, con uno scellerato ultimo possesso che toglierà ai Seahawks il bis del titolo e consegnerà l’anello ai Patriots dei monumenti Brady e Belichick. E perderà ancora con Portland, dove infortuni, scelte sbagliate e avversari oggettivamente troppo superiori hanno tenuto i Blazers lontano dalle Finali e da un titolo (l’unico) che manca dal 1977. Ma questo miliardario tifoso c’è sempre stato, fino alla fine, nella vittoria e nella sconfitta. Persino in qualche trasferta (cosa assai rara per i proprietari statunitensi), seguendo le proprie squadre con una passione probabilmente unica. Domenica per Seattle c’è il turno di riposo, Portland invece comincerà ufficialmente la stagione tra un giorno, tra le mura amiche e proprio contro i soliti Lakers. Sarà l’esordio con Los Angeles di LeBron James, per i Blazers sarà soprattutto la prima gara senza Paul Allen. Il posto vuoto sotto al canestro, il ricordo, certamente le lacrime.

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Storia di Ciprian, l’atleta Special Olympics salvato da Madre Teresa di Calcutta

Olympics Italia

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Il 17 Ottobre 1979 veniva assegnato il Premio Nobel per la Pace a Madre Teresa di Calcutta, una donna divenuta Santa per le sue immense opere di carità verso i più poveri e i più sfortunati al mondo. Tra le tante storie che accompagnano la sua vita, c’è quella di Ciprian. Insieme a Special Olympics vi raccontiamo la sua meravigliosa vicenda.

Madre Teresa di Calcutta è stata proclamata santa da Papa Francesco; tra i suo “miracoli” c’è certamente quello di aver salvato la vita a Ciprian, oggi un Atleta Special Olympics.
La sua rinascita ha inizio quando, a Tirgoviste vicino Bucarest, Madre Teresa di Calcutta varcando la soglia di un orfanotrofio, per casi incurabili, con scarse condizioni igieniche e cibo insufficiente, lo prese in braccio e decise di portarlo via con sé, ancora piccolino. Un incontro che, invertendo un destino già segnato, ha aperto le porte ad una nuova vita fatta di attenzioni, cure ed attività di riabilitazione che gli hanno permesso di sentirsi parte di una famiglia e di avere le giuste condizione per poter vivere pienamente.

La nascita
Ciprian è nato in un piovoso giorno di gennaio, durante gli anni della dittatura di Ceausescu. Per i medici è già un miracolo che sia ancora vivo perché le conseguenze del parto si rivelano drammatiche: le ossa del cranio non si saldano, non permettendo un corretto sviluppo del cervello; il neonato è destinato ad andare incontro a seri problemi durante la crescita. Le gravi malformazioni alla nascita e le conseguenti preoccupazioni portano probabilmente la madre ad abbandonarlo.

L’arrivo in Italia
La sua nuova casa diventa, fino a quando non gli viene permesso di arrivare in Italia, l’Istituto delle Suore Missionarie della Carità a Bucarest. Accolto successivamente a Roma in un Convento delle Suore Missionarie, viene sottoposto, al Policlinico Gemelli, a diverse operazioni chirurgiche che riescono a salvargli parte della vista dell’occhio destro. Madre Teresa, negli anni, non si è mai dimenticata di Ciprian al quale, tornando in Italia nel 1993, fa da madrina di battesimo.

Il Serafico, una nuova famiglia
Nel 1995 per il Tribunale dei Minori di Roma Ciprian può essere adottato; le Suore Missionarie si adoperano per trovargli una famiglia ma le sue difficoltà spaventano così tanto che nessuno porta avanti, fino in fondo, l’intenzione di adottarlo. Ad occuparsi di lui nelle vesti di tutore legale, fino ai 15 anni, è una religiosa delle Suore Missionarie della Carità; successivamente si aprono le porte del Serafico di Assisi, centro di riabilitazione e ricerca per ragazzi con disabilità plurime, nonché team Special Olympics. Ciprian soffre di una encefalocele fronto-nasale a suo tempo corretta chirurgicamente con un residuo visivo e un ritardo mentale medio lieve, ma la riabilitazione, le numerose attività svolte, lo sport e l’affetto hanno fatto un vero e proprio miracolo in termini di crescita.

Lo Sport e Special Olympics
Ciprian è un ragazzo simpatico, vitale, sempre allegro; i volontari raccontano “uno straordinario smontatore di oggetti”, che ama conoscere nei dettagli per avere la certezza che ogni pezzetto, anche il più piccolo, ha un ruolo ed è prezioso. Nella struttura di Assisi diventa attore negli spettacoli del laboratorio teatrale, pittore al laboratorio grafico e un grande sportivo.
Partecipa ai primi Giochi Nazionali Special Olympics, nel 2007 a Lodi, dove conquista le sue prime medaglie, entrambe d’oro nei 100 metri e nel salto in alto; da lì un percorso di crescita continua la strada da fare è ancora lunga ma Ciprian non ha paura, ha già dimostrato a se stesso di avere una gran voglia di continuare a correre.

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