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Special Olympics: la gioia azzurra ai Giochi Mondiali in Austria

Olympics Italia

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In principio
Giulia aveva difficoltà a relazionarsi con i suoi coetanei che tendevano ad isolarla, Mario, cresciuto in campagna in una famiglia di contadini, numerosa e semplice, non aveva mai avuto l’opportunità di viaggiare, Luisa credeva che non avrebbe più potuto coltivare la sua passione, Alessandro voleva a tutti i costi seguire la pista di suo fratello maggiore, istruttore di sci.
Eravamo partiti così, con alcuni esempi di vita, storie vere, fatte di coraggio e determinazione per raccontare i 34 atleti azzurri chiamati a rappresentare l’Italia ai Giochi Mondiali Invernali Special Olympics. Il grande evento che in Austria, dal 14 al 25 marzo, ha coinvolto 2700 atleti con e senza disabilità intellettiva, provenienti da ogni parte del mondo, uniti dalla profonda volontà di dimostrare che lo sport è uno straordinario mezzo in grado di generare inclusione e di anteporre alle differenti capacità il rispetto comune di ogni atleta, di ogni essere umano; dallo sport, alla vita. Ci sono riusciti.

I Giochi Mondiali in Austria e il valore della medaglia
Sotto gli occhi ammirati di 3.000 volontari, 1.100 coach, circa 20.000 spettatori in loco e milioni attraverso i canali televisivi di tutto il mondo, le gare hanno presentato in totale 9 discipline degli sport invernali: pattinaggio artistico (tradizionale e unificato), pattinaggio di velocità su ghiaccio, floorhockey (tradizionale e unificato), floorball (tradizionale e unificato), corsa con le racchette da neve, sci alpino, sci nordico, snowboard e stickshooting.

Gareggiando “con tutte le forze”, così come recita il giuramento dell’atleta Special Olympics, nello sci alpino, nel nordico, nella corsa con le racchette da neve e nello snowboard, gli azzurri sono rientrati in Italia con all’attivo 13 Ori, 9 Argenti e 14 Bronzi ma, al di là delle medaglie conquistate, c’è un traguardo, oltre i gradini di un podio, che è stato sicuramente tagliato. Si trova dentro ad ogni singolo atleta che, attraverso la partecipazione ad un evento di tale portata, ha preso piena coscienza delle proprie potenzialità, è cresciuto in autonomia, socialità ed apertura al mondo, un mondo sfaccettato, fatto di 106 colori, culture, tanti quanti erano i paesi partecipanti all’evento, uniti sotto un’unica bandiera, quella dell’inclusione.
Così, ai Giochi Mondiali in Austria come, a dire il vero, in ogni evento Special Olympics, è molto facile diventare spettatori di gesti altamente improbabili in altri contesti, non solo sportivi: c’è chi gioisce al traguardo all’unisono con l’avversario più vicino, non perché non comprenda il valore di una medaglia, ma perché sa che la sfida da vincere è, prima di tutto, con se stessi. C’è chi, durante la gara, si ferma per aiutare chi si trova in difficoltà e chi, nonostante le proprie difficoltà, vuole terminare ad ogni costo il suo percorso.

La corsa di Luciano
E’ successo in Austria, per esempio, a Luciano, atleta azzurro che nella finale dei 100 metri di corsa con le racchette da neve è finito a terra quasi subito perdendo l’attrezzatura. Nella caduta una ciaspola è scivolata via. Luciano si è rialzato subito, ha preso sottobraccio la ciaspola più vicina, guardandosi attorno, è corso per recuperare anche l’altra e poi non ha esitato a correre ancora, a piedi, verso il traguardo. Tutto il pubblico che era lì ricorderà quella gara, soprattutto per lui, quell’atleta azzurro alto e smilzo che ha raggiunto comunque il traguardo e lo ha fatto con il sorriso. Luciano al suo Mondiale ha perso l’attrezzatura, perdendo anche l’opportunità di classificarsi, ma non ha perso il sorriso e la tenacia, anzi ha dimostrato di essere diventato un uomo e un atleta.

In molti quel giorno, vedendolo, non hanno trattenuto le lacrime dalla commozione, compreso suo padre, che era lì a bordo pista: “L’immagine di Luciano che corre in solitaria, quando ormai gli altri atleti hanno tagliato il traguardo la ricorderò per sempre. Ringrazio tutti di cuore, organizzatori, tecnici e staff, per aver permesso a Luciano di raggiungere questo risultato. Sono un papà orgoglioso.”

Il cambiamento di prospettiva con la Unified Generation
C’è da aggiungere, se vogliamo, un’altra considerazione che, rimanendo in ambito sportivo, potremmo chiamare “il rovescio della medaglia”
Tim Shriver, Presidente di Special Olympics International, in Austria ha ribadito: «Non siamo noi ad accettare queste persone nel nostro mondo, sono piuttosto loro che lasciano noi entrare nel loro universo regalandoci qualcosa di unico. Basta una sola visita ad una gara di Special Olympics, per appassionarsi. È sufficiente scambiare qualche parola con questi atleti, allenarsi con loro per cambiare il mondo». Ecco allora che, a ben guardare, gli agenti principali del cambiamento, del processo di integrazione e di inclusione nella società, sono proprio le persone cosiddette “normodotate” che scelgono di mettersi in gioco per abbattere barriere e pregiudizi di sorta. Le persone con disabilità intellettiva, dal canto loro, tendenzialmente sono già incluse, pronte come sono ad entrare in una squadra sportiva unificata, a mettersi in gioco con spontaneità ed apertura.

A tal proposito, parallelamente ai Giochi Mondiali Invernali, in Austria si è tenuto il “ Generation Unified Summit” che ha riunito giovani atleti e partner provenienti da tutto il mondo. Per l’Italia Paolo Aquilio e Matteo Gioia dall’Aquila hanno testimoniato come la loro amicizia, nata grazie alla stessa passione per la pallacanestro, ha poi finito per coinvolgerli nella quotidianità, rendendoli essi stessi primi promotori del cambiamento sul loro territorio.

Alla fine dei Giochi, il lieto fine
Giulia aveva difficoltà a relazionarsi con i suoi coetanei, oggi torna a casa con una medaglia di bronzo nello sci alpino e una copiosa collezione di spillette che ha scambiato con gli atleti di tante nazionalità diverse. Mario, cresciuto in campagna in una famiglia di contadini, non aveva mai avuto l’opportunità di viaggiare, oggi torna a casa con un quarto posto nei 100 metri di corsa con le racchette da neve, e non vede l’ora di correre ancora.
Luisa, dopo un brutto incidente, temeva che non avrebbe più potuto coltivare la sua passione, oggi torna a casa con una medaglia d’oro nello slalom, sci alpino, ed un sorriso più grande di lei.
Alessandro voleva a tutti i costi seguire la pista di suo fratello maggiore, istruttore di sci, oggi è più vicino perché torna a casa con la medaglia d’oro nel Super G.
E poi ancora, c’è Daniele che, tra la sue principali virtù, possiede il desiderio continuo di mettersi alla prova, oggi torna a casa con la medaglia d’oro nello sport invernale forse più impegnativo: lo snowboard.

E Luciano? L’atleta azzurro alto e smilzo, oggi continua ad usare la sua arma vincente, il suo sorriso, in un bar di Lucca dove lavora dietro al bancone. Naturalmente continua ad allenarsi e sogna un’altra opportunità.

Nel 2019 in Medio Oriente
Il prossimo evento internazionale, che vedrà anche la partecipazione di una Delegazione Italiana, sarà in occasione dei Giochi Mondiali Estivi Special Olympics che si terranno ad Abu Dhabi, dal 14 al 21 marzo 2019. Timothy Shriver, Presidente di Special Olympics, “Non esiste posto migliore o più forte di Abu Dhabi per invitare il mondo ad unirsi a celebrare lo sport, a celebrare le persone di tutte le culture e per dimostrare al mondo che le divisioni possono essere cancellate. Siamo entusiasti all’idea che siano di Special Olympics i primi Giochi Mondiali di questa di grandezza organizzati nel Medio Oriente del Pianeta”.

Grazie agli atleti del team Italia
Sci alpino: Chiara Anghileri, Peter Paul Blaas, Raffaele Boscolo, Michael Carollo, Giulia Colombi, Alessandro Dressadore, Francesco Dho, Michele Fedi, Simone Mollea, Luisa Polonia, Alice Pozzoni, Andreas Psaier.

Snowboard: Daniele Carlini, Stefania Moro.

Racchette da neve: Mauro Boscolo, Sergio Balbis, Marisa Carrozzo, Martina Casagrande, Gianluca Garzetti, Sara Grassi, Mario Maria Palmeri, Adrien Proust, Luciano Ragghianti, Annalisa Zemignan,

Sci di fondo: Paola Begliardo, Marco Casalini, Mauro Carissimi, Mirco Cavalli, Laura Giambrone, Tobia Kostner, Roberto Lolla, Valter Magatelli, Valentina Pettinacci, Matilde Zipoli.

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Paul Allen: storia del Genio tifoso innamorato dello Sport

Alessandro Mazza

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Genio, rivoluzionario, magnate, filantropo. Non bastano le parole, gli aggettivi. Scrivo. Meglio: pigio i tasti del mio PC. Il Personal Computer in ogni casa, la visione, il sogno della Microsoft. E di uno dei suoi fondatori, Paul Gardner Allen, che ci ha lasciato a 65 anni, sconfitto dalle complicazioni legate ad un Linfoma non-Hodgkin, rara forma di cancro che già lo aveva colpito nel 2009 e contro il quale stava combattendo nuovamente, come lui stesso aveva annunciato soltanto pochi giorni fa. Il co-fondatore di Microsoft se ne va nella sua Seattle, la città dello smeraldo e della prestigiosa scuola privata Lakeside, dove giovanissimo conobbe William Henry Gates III, meglio noto come Bill, con il quale fonderà nell’Aprile del 1975 il colosso informatico destinato a cambiare la vita di miliardi di persone. Servirebbero libri, film, documentari. Ci sono stati, ci saranno.

Un uomo diverso, dai molteplici interessi, la sua enorme ricchezza (oltre 20 miliardi di Dollari secondo Forbes) messa a disposizione di svariati progetti. E delle sue passioni. La musica, con la sua band, gli Underthinkers, e il mito di Jimi Hendrix che lo accompagnerà tutta la vita. E lo sport, l’altro grande amore di Paul Allen. Nel Giugno del 1988, Allen acquista i Portland Trail Blazers, storica squadra NBA: 70 milioni di Dollari a Larry Weinberg, uno dei fondatori della franchigia e un “sogno che diventa realtà” per il genio dell’informatica. La squadra è buona, futuribile, la stella del giovane Drexler ha cominciato a brillare e il tocco di Allen (all’epoca il più giovane proprietario nello sport professionistico americano) sembra quello di Re Mida. Dopo una prima stagione interlocutoria, Portland cambia marcia: tre Finali di Conference consecutive, due delle quali vinte. Si perde in Finale NBA, troppo forti i Bad Boys di Detroit nel 1990 e il Michael Jordan del ’92, lanciato nell’Olimpo dal primo titolo conquistato l’anno prima contro i Lakers (che avevano sconfitto proprio i Blazers nelle finali dell’Ovest). Vinceranno, si pensa, questo giovane miliardario troverà il modo di trionfare anche nello sport. E invece non vince. Si ricomincia con le uscite al primo turno dei Playoffs, Drexler chiede e ottiene la cessione, la squadra non ingrana. Alla fine degli anni ’90, uno spiraglio: un gruppo nuovo, giovani promettenti (Wallace, Stoudamire), veterani di spessore (Pippen, Smith), leggende europee (Sabonis, Schrempf). Sembrano pronti, dopo le Finali dell’Ovest perse nel ‘99, nel 2000 si mettono alle corde i soliti Lakers, stavolta in versione Kobe&Shaq. Ma il quarto periodo della decisiva gara7 è un calvario, la rimonta di Los Angeles stronca i sogni di Portland e la finale di Conference va di nuovo ai gialloviola.

Paul Allen spende tantissimi soldi, spesso male. La squadra non migliora, anzi, si riempie di personalità e caratteri discutibili (a qualcuno viene in mente di chiamarli Jail Blazers vista l’attitudine comportamentale di qualche giocatore di riferimento). Fuori dal campo le cose non vanno meglio: la Rose Garden Arena va in bancarotta, per molti Allen pensa di cedere la squadra o addirittura di trasferirla nella sua Seattle, destinata di lì a poco a perdere la franchigia che verrà spostata dai nuovi proprietari ad Oklahoma City. Paul Allen, invece, mantiene il controllo dei Trail Blazers. Non solo, smentisce categoricamente l’idea del trasferimento a Seattle. Dove invece aveva salvato un’altra squadra. Già, perché nel 1996 Paul Allen decide che la NFL deve rimanere a Seattle e acquista i Seahawks da Ken Behring, orientato a trasferirli in California. Col Football, la storia sembra ripetersi: la squadra va bene praticamente da subito, cominciano ad arrivare le vittorie in Regular Season, le qualificazioni ai Playoffs e soprattutto il primo Superbowl, anno 2006. Anche stavolta, però, una sconfitta: sulla strada dei Seahawks, gli Steelers di Roethlisberger, la storia che va ancora una volta da un’altra parte, anche decisioni arbitrali controverse. Ma quando vince Paul Allen? Fidatevi, vince. E lo fa proprio con la squadra della sua città, trionfando nel Superbowl XLVIII in una partita in cui la clamorosa difesa dei Seahawks, la “Legion of Boom”, metterà in ginocchio l’attacco dei Denver Broncos e del leggendario QB Peyton Manning. Paul Allen alza al cielo il Vince Lombardi Trophy, festeggia, si narra che nel party per la vittoria abbia nuovamente imbracciato la chitarra e suonato. Come faceva nelle sue celebri feste sull’Octopus, lo yacht (oddio “yacht”, il palazzo galleggiante di sua proprietà) che ospitava la serata più divertente dell’intera settimana del Festival di Cannes. Chitarra che, a proposito, secondo il leggendario Quincy Jones sapeva suonare proprio come Hendrix.

Paul Allen perderà ancora: un Superbowl in maniera clamorosa, con uno scellerato ultimo possesso che toglierà ai Seahawks il bis del titolo e consegnerà l’anello ai Patriots dei monumenti Brady e Belichick. E perderà ancora con Portland, dove infortuni, scelte sbagliate e avversari oggettivamente troppo superiori hanno tenuto i Blazers lontano dalle Finali e da un titolo (l’unico) che manca dal 1977. Ma questo miliardario tifoso c’è sempre stato, fino alla fine, nella vittoria e nella sconfitta. Persino in qualche trasferta (cosa assai rara per i proprietari statunitensi), seguendo le proprie squadre con una passione probabilmente unica. Domenica per Seattle c’è il turno di riposo, Portland invece comincerà ufficialmente la stagione tra un giorno, tra le mura amiche e proprio contro i soliti Lakers. Sarà l’esordio con Los Angeles di LeBron James, per i Blazers sarà soprattutto la prima gara senza Paul Allen. Il posto vuoto sotto al canestro, il ricordo, certamente le lacrime.

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Storia di Ciprian, l’atleta Special Olympics salvato da Madre Teresa di Calcutta

Olympics Italia

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Il 17 Ottobre 1979 veniva assegnato il Premio Nobel per la Pace a Madre Teresa di Calcutta, una donna divenuta Santa per le sue immense opere di carità verso i più poveri e i più sfortunati al mondo. Tra le tante storie che accompagnano la sua vita, c’è quella di Ciprian. Insieme a Special Olympics vi raccontiamo la sua meravigliosa vicenda.

Madre Teresa di Calcutta è stata proclamata santa da Papa Francesco; tra i suo “miracoli” c’è certamente quello di aver salvato la vita a Ciprian, oggi un Atleta Special Olympics.
La sua rinascita ha inizio quando, a Tirgoviste vicino Bucarest, Madre Teresa di Calcutta varcando la soglia di un orfanotrofio, per casi incurabili, con scarse condizioni igieniche e cibo insufficiente, lo prese in braccio e decise di portarlo via con sé, ancora piccolino. Un incontro che, invertendo un destino già segnato, ha aperto le porte ad una nuova vita fatta di attenzioni, cure ed attività di riabilitazione che gli hanno permesso di sentirsi parte di una famiglia e di avere le giuste condizione per poter vivere pienamente.

La nascita
Ciprian è nato in un piovoso giorno di gennaio, durante gli anni della dittatura di Ceausescu. Per i medici è già un miracolo che sia ancora vivo perché le conseguenze del parto si rivelano drammatiche: le ossa del cranio non si saldano, non permettendo un corretto sviluppo del cervello; il neonato è destinato ad andare incontro a seri problemi durante la crescita. Le gravi malformazioni alla nascita e le conseguenti preoccupazioni portano probabilmente la madre ad abbandonarlo.

L’arrivo in Italia
La sua nuova casa diventa, fino a quando non gli viene permesso di arrivare in Italia, l’Istituto delle Suore Missionarie della Carità a Bucarest. Accolto successivamente a Roma in un Convento delle Suore Missionarie, viene sottoposto, al Policlinico Gemelli, a diverse operazioni chirurgiche che riescono a salvargli parte della vista dell’occhio destro. Madre Teresa, negli anni, non si è mai dimenticata di Ciprian al quale, tornando in Italia nel 1993, fa da madrina di battesimo.

Il Serafico, una nuova famiglia
Nel 1995 per il Tribunale dei Minori di Roma Ciprian può essere adottato; le Suore Missionarie si adoperano per trovargli una famiglia ma le sue difficoltà spaventano così tanto che nessuno porta avanti, fino in fondo, l’intenzione di adottarlo. Ad occuparsi di lui nelle vesti di tutore legale, fino ai 15 anni, è una religiosa delle Suore Missionarie della Carità; successivamente si aprono le porte del Serafico di Assisi, centro di riabilitazione e ricerca per ragazzi con disabilità plurime, nonché team Special Olympics. Ciprian soffre di una encefalocele fronto-nasale a suo tempo corretta chirurgicamente con un residuo visivo e un ritardo mentale medio lieve, ma la riabilitazione, le numerose attività svolte, lo sport e l’affetto hanno fatto un vero e proprio miracolo in termini di crescita.

Lo Sport e Special Olympics
Ciprian è un ragazzo simpatico, vitale, sempre allegro; i volontari raccontano “uno straordinario smontatore di oggetti”, che ama conoscere nei dettagli per avere la certezza che ogni pezzetto, anche il più piccolo, ha un ruolo ed è prezioso. Nella struttura di Assisi diventa attore negli spettacoli del laboratorio teatrale, pittore al laboratorio grafico e un grande sportivo.
Partecipa ai primi Giochi Nazionali Special Olympics, nel 2007 a Lodi, dove conquista le sue prime medaglie, entrambe d’oro nei 100 metri e nel salto in alto; da lì un percorso di crescita continua la strada da fare è ancora lunga ma Ciprian non ha paura, ha già dimostrato a se stesso di avere una gran voglia di continuare a correre.

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Federico Turrini: “Quitters never win”. Mi riprendo il tempo che mi è stato tolto

Angela Failla

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Occhi accesi e il sorriso di chi non si è mai arreso. Lo sguardo è fermo, le mani tracciano piccoli segni nell’aria, con una calma quasi surreale. Ma quando indossa la cuffia e si tuffa in acqua sembra quasi un supereroe. Lui è Federico Turrini, 31 anni, toscano, uno dei grandi protagonisti del panorama di nuoto mondiale e attuale capitano della nazionale italiana. Il primo a stupirsi dei suoi successi è stato proprio lui. Con il suo metro e 93 di altezza e la medaglia di bronzo 400 misti agli europei in vasca lunga, si prepara, insieme ai compagni, a dare del filo da torcere alle squadre avversarie nei prossimi Mondiali. Un percorso, il suo, iniziato da piccolino e da allora un crescendo di successi consacrati dalla fascia di capitano. Ma anche un periodo buio, quello della squalifica per doping a soli vent’anni. Ma Federico non si è mai arreso e come recita il tatuaggio sul suo addome: Quitters never win si riprende le sue rivincite e insieme ad esse il tempo perduto.

Nel 2014 ha vinto la medaglia di bronzo in una competizione europea in vasca lunga. Una bella soddisfazione, non è vero?

Le medaglie di bronzo che ho vinto ai campionati europei in vasca lunga sono state sicuramente le emozioni più grandi perché arrivare all’appuntamento estivo, che poi è quello che conclude il ciclo di lavoro che hai fatto durante l’anno, e ottenere quello che avevo prefissato come obiettivo massimo, mi ha riempito di gioia e mi ha anche dato la forza di continuare a lavorare per gli anni successivi.

Nel 2007 durante un controllo antidoping l’hanno trovata “non negativo” e squalificato per due anni. Cosa ha provato?

E’ stato uno dei momenti più difficili della mia vita, anche perché si è trattato più che altro di una ingenuità compiuta ad appena 20 anni. Ho usato un collirio che non pensavo potesse contenere sostanze dopanti. Con me sono stati molto severi perché sono stato costretto ad una squalifica di due anni mentre in casi analoghi le squalifiche sono state diverse. Però, senza voler fare polemica su un capitolo ormai chiuso e ampiamente superato grazie ad altre soddisfazioni che mi ha dato lo sport, devo dire che è stato davvero difficile stare fermo per così tanto tempo senza poter gareggiare. Portare avanti allenamenti senza avere mai una verifica e senza lo stimolo della gara non è facile. Ho avuto una grande forza di volontà. Non nascondo che lì per lì ho anche pensato di smettere di nuotare e fare altro visto che comunque sono sempre andato bene a scuola. Ricordo perfettamente quell’estate: c’erano le Olimpiadi di Pechino, alle quali, ironia della sorte, mi ero pure qualificato. All’inizio non riuscivo nemmeno a vedere le gare. I miei compagni di nazionale mi scrivevano messaggi da laggiù e mi facevano ancora sentire parte di loro. E così qualcosa in me è cambiata. Mi è tornata la voglia di mettermi in gioco. E ho ricominciato ad allenarmi.

E cosa è successo dopo?

Sono stato 14 mesi senza poter competere, allenandomi però tutti i giorni. Quando sono rientrato, mi sono ripreso le mie soddisfazioni. Adesso posso dire di aver una carriera lunga anche perché ho già 31 anni e ancora nuoto. Spero di poterlo fare ancora per un po’ di tempo. Magari se non avessi avuto questo stop, mi piace pensare che la mia carriera si sarebbe conclusa prima. Invece le ho dato più longevità perché mi voglio riprendere il tempo che mi è stato tolto.

Cosa significa essere capitano della nazionale italiana di nuoto?

Essere capitano della nazionale italiana di nuoto è davvero una bellissima soddisfazione, senza dubbio.  Questa qualifica era per me una cosa impensabile! Il capitano viene votato dalla squadra e quindi significa che anche all’interno della squadra la mia figura è riconosciuta e può trasmettere qualcosa ai più giovani. I miei compagni di squadra mi hanno dato fiducia e spero di portare avanti questa carica il più a lungo possibile perché è davvero un bel ruolo. E poi succedere a una figura come quella di Filippo Magnini, che ha fatto la storia del nuoto italiano, è un onore e onere.

Le ha dato qualche suggerimento Filippo Magnini?

Mi sono sentito con Filippo Magnini la sera in cui è uscita la notizia della mia elezione come suo successore e, oltre a complimentarsi, mi ha detto che ero la persona adatta a prendere il suo posto. E questo mi ha riempito di gioia e orgoglio. Mi ha anche dato un po’ di consigli su come interfacciarmi con l’ambiente e su come fare il mediatore tra gli atleti e lo staff.  Ho cercato di fare tesoro dei suoi consigli.

E’ fidanzato con la nuotatrice Chiara Masini Luccetti, che abbiamo intervistato, un po’ come è stato tra Federica Pellegrini e Filippo Magnini, sono tante le coppie di atleti che condividono storie d’amore e allenamenti, non trova?

Il nuoto è uno sport dove maschi e femmine fanno le stesse identiche cose, non c’è divisione come invece può esserci in altri sport. Nuotatori maschili e femminili fanno esattamente gli stessi allenamenti, passano le stesse ore di palestra e quindi è facile che si creino dei legami. Con una persona al di fuori del nostro ambiente non credo sarebbe così facile. Ci assentiamo per grandi periodi e siamo costretti anche a parecchie rinunce soprattutto nel periodo di gara, di conseguenza stare con una persona che condivide le tue stesse passioni e stile di vita è più facile. Una persona che conduce una vita diversa dovrebbe comunque, in qualche modo, adattarsi o sacrificarsi.

Galeotta è stata la piscina, possiamo dirlo?

Hai perfettamente ragione. Io e Chiara ci siamo conosciuti durante un collegiale in Sudafrica perché lei si era aggregata alla nostra squadra per fare un periodo di allenamento insieme a noi e da lì tra una cosa e un’altra è iniziata la nostra storia d’amore. Adesso sono 5 anni che stiamo insieme.

Un aggettivo per definire la sua fidanzata?

Chiara è estremamente talentuosa e anche abbastanza testarda. Per questo mi piace da impazzire.

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