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Snooker Tips: Chiamare qualcuno “Coach”

Davide Coltro

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Lo snooker è un gioco strano e bellissimo. Sembra antico perchè la foggia dei suoi enormi tavoli da dodici piedi per sei (360 cm x 180 cm) è tuttora quasi invariata rispetto alla tarda epoca vittoriana che lo ha partorito. Eppure è la specialità del biliardo più telegenica di sempre, con un pubblico di telespettatori che ha fatto la fortuna di mamma BBC da quando ha introdotto le riprese a colori all’inizio degli anni settanta fino ad oggi e si può tranquillamente aggiungere che su youtube è sport seguitissimo. E’ stato inventato circa 150 anni orsono da un giovane ufficiale dell’esercito coloniale di Sua Maestà, ma è dal 1969 con l’avvento della TV a colori che ha dimostrato tutto il suo potenziale comunicativo. Anche nei nostri giorni, esempio paradossale ma indicativo di questo fenomeno di ascolti, insieme a milioni di appassionati di ogni età, una moltitudine di anziane signore, britanniche e non, restano incollate allo schermo per seguire i duelli di questi eleganti cavalieri moderni, quasi impassibili alle sofferenze profonde di un match, che si congedano anche dopo le più brucianti sconfitte con una cavalleresca stretta di mano.

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Parlando di televisione e audience, l’argomento che segue naturalmente riguarda l’economia generale di questo sport. Rispetto alle altre specialità del biliardo, nel commercio di materiali da gioco ha una mole di affari inferiore, le stecche sono meno elaborate e la loro produzione non comporta grandi difficoltà di lavorazione. Per conseguenza, i prezzi sono molto più abbordabili rispetto al Pool americano, al nostrano 5 birilli o alla carambola francese. L’evoluzione tecnica dei materiali procede molto più a rilento, quasi seguendo l’indole conservativa caratteristica del popolo che ha inventato questo bellissimo gioco. La forma dei tavoli, anch’essi non troppo costosi, tranne qualche esperimento compiuto a cavallo degli anni settanta e ottanta, non presenta grandi innovazioni se non per le discutibili colorazioni dorate o argentate, di gusto nettamente asiatico, recentemente introdotte dai grandi costruttori cinesi. Lo snooker però, proprio in virtù dei materiali e delle misure che adotta, ha un asso nella manica e presenta il più fiorente mercato nella trasmissione del “know how” tecnico e agonistico.

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In parole più semplici significa che la necessità di apprendere con ordine ed in buona coscienza i fondamenti tecnici è molto più vincolante che in altre specialità. Colpire la palla correttamente per farla procedere in traiettoria lineare è la base di tutto il successivo sviluppo delle capacità avanzate e, pur sembrando l’affermazione una banalità, il fatto è tutt’altro che scontato. Provare per credere. Questa premessa è necessaria per comprendere che lo snooker, principe del biliardo televisivo, ha milioni di appassionati in tutto il mondo perché giocato a livello professionistico ha qualcosa di prodigioso, al limite del funambolismo da circo e suscita smisurata ammirazione per i suoi protagonisti.

L’approccio al tiro è governato da leggi autoctone, avulse dalle percezioni ordinarie, tutto si regge su linee immaginarie che dobbiamo riuscire a vedere ad occhio nudo e senza filtri. La famosa “line of aim”, letteralmente “linea di mira”, che unisce la nostra impugnatura con il centro della palla battente, va seguita come bussola in alto mare. Così, sin dall’inizio di questo nostro tentativo di diffusione, uno dei problemi principali che si sono profilati nell’orizzonte italiano è stato quello della formazione tecnica in assenza di materiali autorevoli e ben tradotti nella nostra lingua. Imparare a tirare dritto, colpire correttamente le bilie, sembra l’imperativo che questo gioco ci mette davanti e la nostra cultura biliardistica non sembra in grado di sopperire a tali lacune. Noi ci intendiamo di sponde e rimanenze, elaboriamo sistemi, geometrici e matematici, siamo maestri nei tiri di calcio e di sensibilità ma, nella precisione assoluta del punto palla e nel controllo della battente per i giochi di serie siamo disarmati, disallineati, non efficaci.

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Così, cercando di diffondere lo snooker attraverso il canale della pratica effettiva sul tavolo, il dilemma di scegliere l’adesione ad una delle principali linee di insegnamento è stato il primo scalino da superare. Obiettivo primario: formare i primi veri Coach italiani, iniziare un cammino di formazione presso una grande scuola, metterli in grado di creare altre figure uguali e di essere a disposizione dei giocatori di ogni livello.  Dopo aver visitato i siti web dei principali coach del panorama europeo, visto innumerevoli filmati su youtube e seguito blog inglesi specializzati, la scelta di affidare questo primo passo nella storia del nostro snooker non è andata verso l’inghilterra e neppure nel Regno Unito ma confinante e verdissima Repubblica di Irlanda. E finalmente parliamo di Patrick Joseph Nolan, irlandese purosangue, 25 anni di esperienza effettiva sul campo, migliaia di studenti di ogni età: l’uomo giusto. Sotto la guida di Terry Griffiths e Steve Davis ha conseguito la massima qualifica come istruttore della WPBSA ed è tuttora Head Coach EBSA, massima organizzazione europea per lo snooker amatoriale, porta sicura per il professionismo.  In definitiva, PJ Nolan è uno dei Coach più accreditati del mondo e dal suo curriculum possiamo capire che ha assunto la missione di diffondere correttamente le basi tecniche dello snooker, in modo che possa venire giocato con soddisfazione nonostante le grandi difficoltà che presenta ai principianti e le asperità che neppure i professionisti riescono a superare con disinvoltura. PJ Nolan è stato da subito la giusta guida, paziente e preciso, professionista di altissimo livello, aperto all’innovazione con i nuovi strumenti, capace di operare costantemente una sintesi delle migliori istanze del coaching internazionale, senza alcuna prosopopea e con una forte simpatia per il nostro paese.

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Il suo primo Camp italiano è stato convocato direttamente da F.I.Bi.S. nel febbraio 2015 per formare i primi EBSA Coaches, tuttora operanti nelle rispettive academy di Milano, Roma, Verona e Tirano. Il secondo ed il terzo seminario, rivolti esclusivamente alla formazione dei giocatori, sono stati organizzati da Ambrosian Academy in settembre 2016 e gennaio 2017 con partecipazione da ogni parte d’Italia. Seguiranno altri appuntamenti con il nostro PJ, nume tutelare al quale abbiamo affidato la crescita della nostra passione. Il suo efficace insegnamento, possiamo annunciarlo con gioia e partecipazione, ha portato il brillante 21enne Josh Boileau, passato professionista grazie alla vittoria del Campionato EBSA Under 21 del 2016,  a vincere in questi giorni il suo primo grande incontro da professionista nel Welsh Open 2017 contro il campione del mondo 2005 Shaun Murphy!

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 Questa rubrica, che sarà come le altre ad appuntamento mensile, fornirà consigli ed esempi sulle questioni tecniche di base, le più importanti, seguendo principalmente la scuola di Nolan e della sua 147 Academy ma con elementi di confronto estratti dai testi di altri coach internazionali. Commenteremo passo dopo  passo gli argomenti fondamentali come ad esempio STANCE, ALIGNMENT, GRIP, BRIDGE, ADDRESS POSITION, AIMING TECHNIQUE, TIMING e CUE ACTION, illustreremo gli esercizi consigliati da eseguire sul tavolo vero e quelli pensati apposta per essere fatti sul tavolo della cucina di casa. Poi parleremo di tattica, partite famose, filosofie di gioco in attacco o difesa, di molti altri argomenti che fino ad ora non hanno mai trovato adeguata traduzione nel nostro idioma. Tutto questo grazie alla combinazione detonante di due fattori: la nostra acerba passione e la competenza che questo grande tecnico dello snooker ci mette instancabilmente a disposizione. Ecco perchè, ogni volta che lo chiamo su skype, al telefono o in chat per chiedere un consiglio, inizio sempre con una frase che mi riempie di soddisfazione e di sicurezza, sperando che un giorno, non lontano, anche nelle nostre academy, centinaia di appassionati possano salutare con fiducia qualcuno che si occupa di loro con un semplice: “Ciao Coach, oggi che facciamo?”

 E così mettere in moto il grande universo del biliardo sportivo, l’unico biliardo che ci interessa e non a caso nel blog di “IO GIOCO PULITO” ha trovato finalmente la sua casa.

9 Commenti

9 Comments

  1. Aldo Fonzari

    febbraio 17, 2017 at 9:17 am

    Interessantissimo grazie, avanti così vi seguirò sempre

  2. orazio Palmiotto

    febbraio 17, 2017 at 1:59 pm

    Grande Coach, bellissimo articolo e complimenti da parte mia e da tutti i compagni snookeristi.

  3. wini

    febbraio 17, 2017 at 3:19 pm

    Interessante e stimolante a seguire le prossime pubblicazione
    .

  4. paolo

    febbraio 17, 2017 at 3:22 pm

    Che bell’articolo, complimenti per esso e per tutta la passione per lo snooker che diffondete!

  5. Fabian

    febbraio 17, 2017 at 3:43 pm

    meraviglioso, grande Davide!

  6. Mario

    febbraio 17, 2017 at 6:10 pm

    Provare per credere…purtroppo l’ho fatto e ora devo gestire una nuova e virale passione. Ottimo spazio per far conoscere un gioco che non appaga mai. Ottimo Davide.

  7. Davide

    febbraio 17, 2017 at 9:43 pm

    Bell’articolo !! C’è da dire che purtroppo in Italia Coach come il grande Nolan non ce sono e avendo fatto Coaching per il secondo anno consecutivo con lui ma dalla durata di un solo giorni all’anno non è abbastanza…. gli insegnamenti e consigli dei fondamenti di Snooker sono di un’altro livello rispetto alla realtà italiana e si può percepire da giocatore quanto ci sia da lavorare. Bisognerebbe (sempre a giudizio personale) avere più costanza e tempo da dedicare a questo gioco ma qui (in Italia) bisognerebbe avere molte più sale da Snooker e di conseguenza avere più possibilità di giocare e più tavoli con orari di gestione continuativi da mattina a sera per esigenze di un pubblico possibilmente più vasto.

  8. Federico B

    febbraio 18, 2017 at 8:36 am

    Bell’articolo. Lo snooker è davvero un giuoco affascinante.

  9. gerardo

    febbraio 19, 2017 at 11:40 am

    Rubrica promettente. Grande occasione per i neofiti italiani.

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Lucio, la Lazio e il suo canto libero

Jacopo DAntuono

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Il 9 Settembre 1998 Lucio Battisti, uno dei più grandi della storia della musica italiana. Un artista la cui musica è diventata l’inno dei tifosi della Lazio che hanno sempre rivendicato la sua passione per i colori biancocelesti.

Lucio Battisti era tanto grande quanto riservato. Per questo non ha mai manifestato apertamente la sua passione per la Lazio. Proprio non sopportava l’idea di essere etichettato. Eppure di etichette in quegli anni, gliene sono state affibbiate addosso tantissime. Un giorno era di destra per ‘Il mio canto libero’, un altro era fascista perchè tifava Lazio. Insomma il festival dei luoghi comuni e delle banalità.

Lucio non è mai stato compreso fino in fondo. Spesso è stato frainteso. Quando ha tagliato con i fan e i giornali qualcuno ha pensato che si fosse montato la testa. E Lucio ne avrebbe avuto tutto il diritto, perchè la sua musica era come la mano di re Mida. Ha rappresentato qualcosa di importante per ognuno di noi. E continua farlo ancora oggi.

“Mio figlio era un grande tifoso della Lazio, amava andare allo stadio senza farsi riconoscere” rivelò tempo fa suo padre Alfiero. Battisti distingueva nettamente la vita privata da quella artistica. Voleva parlare al suo pubblico esclusivamente attraverso la musica. E basta. Tanto da dribblare abilmente questi argomenti non inerenti al suo lavoro.

Ma un bel giorno Lucio si stufò anche di questo. Era stanco di dover far fronte ad un qualcosa più grande di lui: la sua popolarità. Decise il silenzio totale. Battisti era un gran tifoso della Lazio, ma non solo. Tanti altri aspetti della sua vita privata restano ignoti al grande pubblico. Ed è giusto così in fondo.

Un artista non può camminare dietro il suo pubblico, un artista deve camminare davanti“. E’ difficile camminare davanti al proprio pubblico. E’ molto pericoloso e ci vuole gran coraggio. Ma in queste parole è racchiusa tutta la sua essenza. L’essenza di un artista che vuole lasciare incontaminata la sua immagine. Fu così che all’apice della sua carriera Lucio decise di non rilasciare più interviste ai giornali, rifiutò di posare per fotografie e diede una mazzata alle tv sostenendo che l’olio di ricino fosse meglio.

I toni si inasprirono, la critica cominciò ad attaccarlo. Nel frattempo arriva la separazione da Mogol. Il grande amore finisce, i due viaggiavano su binari diversi. Lucio voleva evolversi, spingendosi artisticamente fino al limite della sperimentazione.

Inizia la collaborazione con Panella. Il taglio col passato è nettissimo. I testi sono dei giochi di parole e doppi sensi. Musicalmente esplora luoghi inusuali, sfornando brani come “La Sposa Occidentale”, “La Metro eccetera”, “Almeno l’inizio”, “Estetica”, “Fatti un pianto”, “Cosa farà di nuovo”  e “Il Diluvio”. Dei capolavori.

E al diavolo chi ha osato bestemmiare dicendo che ormai fosse diventato un dilettante spaventoso. Lucio ha ricevuto tanto amore meritato. Ma anche tanti insulti. Musicalmente parlando e non. Che fosse tifoso della Lazio ormai è risaputo. Da genoano, vantando Faber e Savoretti non dovrei provare alcuna invidia. Ma Lucio è Lucio e un po’ di gelosia c’è. Ma in fondo cosa importa. Nemmeno a lui interessava. Battisti parlava attraverso la musica. E ciò che aveva da dire era fantastico, oltremodo fantastico.

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Johann Trollmann, il pugile sinti vittima delle Leggi Razziali

Matteo di Medio

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Con l’introduzione delle Leggi Razziali, nella Germania nazista e nell’Italia fascista la popolazione ebraica fu definitivamente messa al bando. Ma non furono i soli a subire le conseguenze del regime. Anche i sinti vennero perseguitati e uccisi in massa. Tra loro Johann Trollmann, il pugile “zingaro” che mai si piegò al germe che si era propagato in tutta Europa.

Adolf Hitler amava la boxe. Per lui la nobile arte rappresentava il massimo esempio di forza e supremazia sotto forma di prestanza fisica, disciplina e velocità di decisione, in barba a coloro che la volevano relegare ad attività volgare lontana dall’eleganza della scherma. Johann Trollmann era un pugile. Diverso dallo stereotipo del Fuhrer.

Nato nel 1907 in Bassa Sassonia da una famiglia sinti, in mezzo ad otto fratelli, cominciò a tirare a 8 anni, seguito da un allenatore ebreo. Cresce di età e di fisico diventando, incontro dopo incontro, uno dei pugili più richiesti del panorama tedesco. Fisico asciutto e scultoreo, chioma riccia e mora lo trasformano in “Rukelie”, l’albero, e a bordo ring le ragazze fanno a gara per accaparrarsi un sorriso, uno sguardo di quel rom che è già un divo e un rubacuori. Ma la sua diversità con il perfetto boxeur hitleriano non è solo nell’aspetto, così lontano dalle caratteristiche estetiche tanto amate dal dittatore. Trollmann è un pugile moderno, assimilabile per stile a Muhammad Ali. Veloce, leggero nei movimenti, Johann saltella intorno all’avversario, lo sfianca, lo irride per poi sferrare il colpo decisivo, quello della vittoria.

Nella categoria dei pesi medi è uno degli atleti più temuti. L’apice della sua carriera lo tocca in occasione dell’incontro valevole per il titolo contro il tedesco Adolf Witt, il 9 giugno 1933. In quella occasione, quello “zingaro” sconfigge l’avversario, sfruttando, appunto, le sue caratteristiche che lo hanno reso famoso. Caratteristiche vincenti ma che non piacevano all’ambiente nazista. Per questo, Georg Radamm, presidente dell’Associazione Pugili Tedeschi non vuole convalidare la vittoria, ma la rivolta del pubblico presente mette fine a questa ingiustizia, portandolo letteralmente in trionfo e obbligando la commissione a confermare il titolo. Le lacrime di Trollmann, in quell’occasione, sono il ricordo più vivo.

Ricordo che rimase vivo anche nella mente della Federazione che, una settimana dopo, per squallidi motivi legati al suo stile di combattimento (effeminato) e alle lacrime (non consone ad uno sport così virile), annullano il match, “concedendogli” la possibilità di rifarsi in occasione di un incontro organizzato contro Gustav Eder. Ma con delle limitazioni: niente balletti e giravolte, si boxa alla maniera nazista, maschia, al centro del ring.

La reazione di Trollmann vale il prezzo del biglietto e i fatti raccontati si mescolano con la leggenda: pare che l’atleta si sia presentato con i capelli ossigenati, biondo. Sul corpo un velo di farina che lo ricopriva completamente. La perfetta maschera dell’ariano perfetto. I cinque round che si susseguono sono una rivolta silenziosa: Johann fermo in mezzo al “quadratoincassa a ripetizione fino a perdere la sfida. Da quel giorno, Trollmann non fu più pugile, fatte salve alcune apparizioni in match secondari o fiere di Paese.

A partire dal 1938, fu costretto alla sterilizzazione, in quanto sinti, secondo le leggi razziali introdotte dal nazismo. Per evitare problemi alla sua famiglia, divorziò dalla moglie Olga, separandosi anche dalla figlia Rita, che cambiarono cognome.

Partito per il fronte con la divisa della Wermacht al confine russo, fa ritorno con licenza nel 1942. La situazione è drasticamente cambiata. La sterilizzazione non era più sufficiente. Un po’ di carcere ad Hannover e, più tardi, deportato nei campi di concentramento insieme ad altri 500.000 innocenti di etnia rom e sinti.

A Neuengamme, vicino ad Amburgo, torna ad essere pugile. Nel campo di lavoro è costretto, pur di avere una doppia razione di cibo, a combattere come “sparring partner“, più che altro come punching ball, negli incontri organizzati dalle guardie naziste. Vittima sacrificale, umiliato e deriso pur di mangiare, di resistere. Si è spenta la luce che incantava le ragazze negli occhi di Johann. L’ironia, quella danza intorno all’avversario, il non prendersi sul serio hanno lasciato spazio a disperazione e rabbia.

Viene trasferito al campo adiacente di Wittenberge. Anche qui, riconosciuto da un ex arbitro, non sfugge al suo amaro destino.

Ennesima nottata, ennesimo incontro. Di fronte a lui, il kapò Emil Cornelius. Solo il nome incute terrore. Trollmann è stremato e pelle ossa. Malgrado questo, lo spirito dell’uomo che fu rivive nei guantoni del pugile che, con l’ultimo sforzo, sconfigge il suo aguzzino, urlando metaforicamente la sua anima libera. L’umiliato che umilia l’umiliante. Inaccettabile per un devoto nazista: giorni dopo, mentre era a lavoro, Cornelius raggiunge Trollmann e si prende la sua vendetta. Lo uccide. C’è chi dice con una pallottola in testa, chi massacrato a badilate. E’ il 9 Febbraio 1943. Si parla di morte accidentale. Ma nessuno ci crede. Robert Landsberger, un testimone, racconterà la verità, a conflitto terminato.

Il ricordo di Trollmann è vivo nel popolo tedesco: nel 2003 viene consegnata alla famiglia la cintura di campione dei pesi medi (quella che gli avevano negato) e nel 2010 nel Viktoria Park, quartiere di Kreuzberg a Berlino gli viene dedicato un monumento a forma di ring. Molti autori hanno trattato la sua storia: ricordiamo il nostro Dario Fo, con il libro “Razza di Zingaro.

Ennesima vittima innocente di un folle ideale, Trollmann non si è mai piegato. Come un Rukelie, un albero, ha accettato la sua condizione, la privazione della libertà e della gioia di essere atleta, colpito nel corpo ma con l’anima di chi ha provato a resistere, oltre l’umiliazione di essere considerato inferiore dai veri inferiori. Non fu la resa a spegnere il sorriso di Trollmann, ma il livore di chi, incapace di batterti sul “campo”, con una pallottola o una pala, poco conta, ti ha lasciato steso nella terra.

LEGGI LA STORIA DI MATTHIAS SINDELAR, IL PATRIOTA ANTI HITLER

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Bianchi contro Neri, la partita “razzista” dove nessuno si sentì discriminato

Matteo Luciani

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Estate 1979; West Midlands, più precisamente West Bromwich.

La società di casa allo stadio The Hawthorns è alla ricerca di una grande idea da proporre al proprio pubblico per omaggiare il calciatore Len Cantello; un nome che dalle nostre parti non dice molto ma che per i tifosi del WBA è da considerare una vera e propria leggenda.

Nato a Manchester nel 1951, ma cresciuto nelle giovanili del West Brom, Cantello inizia la propria, lunga, militanza tra le fila dei ‘Baggies’ nel 1968. Resta in maglia bianco-blu per ben undici anni, con 301 partite e 13 gol in First Division (i tempi della Premier League e della ‘rivoluzione inglese’, infatti, sono ancora piuttosto lontani).

Proprio nel 1979, tuttavia, le strade del WBA e di Cantello si dividono, con quest’ultimo che decide di trasferirsi al Bolton.

Il club in cui è cresciuto, comunque, non può fare a meno di rendergli il giusto tributo per una così grande fedeltà mostrata negli anni.

C’è, però, un problema che inizialmente blocca l’iniziativa: “come dividiamo le squadre?”, la domanda che si pongono i vertici della società anglosassone.

Alla fine, ecco il ‘colpo di genio’: i ragazzi del WBA si sfideranno divisi in due squadre in base al colore della pelle. Il match sarà tra ‘Blacks’ e ‘Whites’.

Oggi si sarebbero sollevati polveroni enormi; allora, invece, tutto sembrò normale, come spiegato da Cyrille Regis, uno dei membri del ‘Black Team’.

“Durante i nostri allenamenti spesso capitava di dividerci tra bianchi e neri. Penso che l’idea sia sorta quasi in modo naturale nella dirigenza, dopo aver pensato a tale fatto.”

“Nessuno ci contattò per dirci ‘hey, ma non pensate alle implicazioni che questa faccenda potrebbe avere?’. Per noi fu solo un’occasione di enorme divertimento. Ricordo negli spogliatoi prima della partita che eravamo fuori di testa per salutare Len”

I problemi, semmai, accadevano durante lo svolgimento delle gare stagionali: le banane lanciate sul campo all’indirizzo di calciatori neri furono solo uno dei tristi esempi che molti ragazzi dovettero affrontare in giro per l’Europa già da quegli anni.

Un esempio viene riportato alla BBC da George Berry, uno dei partecipanti alla gara in onore di Cantello, che alcuni anni prima, proprio sul campo del WBA, ma con indosso la maglia del Wolverhampton, dovette affrontare un tifoso di casa, reo di averlo definito ‘negro bastardo’ e di avergli consigliato di ‘tornare sopra gli alberi’.

Per fortuna, comunque, la partita al The Hawthrons si svolse in un clima di assoluta serenità.

Len Cantello ottenne un tributo straordinario da oltre ventimila persone, accorse solo per salutare il suo eccezionale esempio di fedeltà calcistica.

Per la cronaca, la partita terminò 3-2 in favore dei calciatori di colore. Il dato interessante riguardò il fatto che molti tifosi neri si precipitarono sulle tribune dell’impianto per guardare la partita e partecipare alla festa.

Nessuna protesta.

Zero polemiche per una scelta, comunque, non proprio lungimirante.

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