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Smokin’ Joe Frazier: Non sarò mai uno Zio Tom

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Smokin’ Joe Frazier: Non sarò mai uno Zio Tom

Lasciando cadere i ricordi, come i granelli che precipitavano da quel sacco rudimentale che si era fabbricato da sé: sabbia, foglie di mais, calcinacci, muschio per attutire i colpi.

Un ragazzo nero di Beaufort, Carolina del Sud, alla fine degli anni cinquanta in uno stato segregazionista non può frequentare una palestra; può avere una corporatura che fa pensare al futuro Joe Louis, ma non può frequentare una palestra.

Soltanto così puoi raccontare Joe Frazier, dodicesimo di tredici fratelli, orizzonte sciolto dal sole del sud e visuale di campi arati a perdita d’occhio. La fatica incessante dei mezzadri premiata con l’acquisto di un televisore, il primo di tutta la fattoria. Poche cose da vedere, energia elettrica da centellinare. Ma gli incontri di boxe erano frequentissimi, quasi il trenta per cento della programmazione. Lo stile inimitabile di Sugar Ray, la furia demolitrice di Rocky Marciano. Ecco perché quel sacco, iuta e sogni da cullare , che gli altri sfottono affettuosamente. Senza potere immaginare che quella muscolatura così solida, disposta lungo i centimetri di una statura non eccezionale, ne avrebbero fatto un capitello di marmo nero. 

Poi Philadelphia, per nascere di nuovo, stavolta in una vera palestra, con veri guantoni  e con un sacco autentico addosso al quale scaricare tutti i consigli di “Yank” Durham, allenatore, secondo padre, maestro di vita. Quello che per primo riesce a sintetizzare il futuro di Joe sul ring: non solo diventare un pugile, nemmeno soltanto un campione; il ragazzo è destinato a far fumare i guantoni, letteralmente.

Smokin’ Joe.

Abiti sgargianti, una frangia in più sulla giacca di pelle per ogni incontro vinto da professionista, dopo la medaglia olimpica del 1964. Occhi buoni che diventano temibili quando l’arbitro chiama a centro ring; il tronco che oscilla di continuo, per disorientare prima che il gancio trovi la strada. Ha un gancio naturale Joe, per la proporzione delle braccia, fatto apposta per arrivare, senza avvisare alla partenza. 

Lo dice anche ad Ali, durante quel viaggio in macchina: Joe è il campione, il più grande è ancora squalificato. Senza Ali è una corona opaca, un punto imprecisato a metà strada tra la gloria e il dubbio.

Se c’è un uomo su cui Ali possa contare per rivendicare il suo diritto di tornare su un quadrato, quello è Joe, che lo restituisce alla lotta nel momento stesso in cui gli dà appuntamento sul ring.

Strano modo, Ali, di manifestare la sua gratitudine: oltre il limite dell’insulto, della pubblica umiliazione. È il suo modo di cominciare a demolire gli avversari prima ancora che tolgano la vestaglia; una frustrazione che diventa benzina per l’orgoglio smisurato di Joe. Infiammabile, come ogni parola che quest’ultimo ascolta da quell’uomo che gli pianta chiodi nell’anima, da dietro una macchina da presa, mentre Joe si batte il pugno sul palmo, per la rabbia che è già diventata odio represso. 

– Lo voglio, come un cucciolo vuole la sua pappa… –

Forse è stata quasi una storia d’amore; forse due innamorati si cercano meno di quanto si siano cercati loro due, fino a restare in equilibrio l’uno addosso all’altro, per quarantaquattro riprese in totale, equivalenti a un secolo di dolore, di stimmate, di colpi destinati a non trascorrere mai del tutto. 

Trilogia del dolore, i loro tre incontri, sotto la lente d’ingrandimento di un mondo intero che trattiene il respiro; forse è vero che l’America bianca, quella WASP e terrorizzata dal progresso dei diritti civili, fa il tifo per Joe, contro tutto il battage che Ali fa partire appena apre bocca, lasciandola quasi sempre aperta. Ma Joe non sarà mai uno Zio Tom, il nero buono e innocuo, anche se di successo, quindi gradito ai bianchi che nulla hanno da temere da lui. Glielo dice Ali per provocarlo, ma sa di sbagliarsi, stavolta.  Joe è carico di orgoglio, dell’autostima che hanno i figli che sono stati amati nella maniera giusta, dei valori biblici del culto battista. 

Pur di vederli da vicino, Diana Ross e Dustin Hoffman tentano di trovare posto in tribuna stampa, facendosi cacciare dagli organizzatori dell’evento al Madison Square Garden; più furbo di loro Frank Sinatra, accreditato come fotografo, regolarmente presente a bordo ring con la macchina al collo, che offrirà i suoi scatti alle pagine di “Life”: quella sera gli altri fotografi non sanno se puntare l’obiettivo verso il quadrato o verso “The voice”, che ride in mezzo a loro felice come un pupo. 

Un incontro a Joe, uno ad Ali. Ad andare giù solo quest’ultimo, la prima volta: prodigioso il gancio che Joe trova la forza in qualche recesso dell’anima, non del corpo, di scoccare quasi alla fine; ancor più sorprendente l’elasticità con cui Ali si rialza, frastornato, ormai sconfitto, ma sempre verticale, la costante della sua geologica era pugilistica. 

Manila, 1975: sotto gli occhi del dittatore Marcos, per una borsa che all’epoca vale una parte del pil di uno stato asiatico o africano. A un certo punto non è più, ma forse non lo è sin dall’inizio, una questione di muscoli: quelli hanno devoluto ogni risorsa all’umidità che strangola la capitale filippina. È un qualcosa di mistico, rito per metà sacro, per metà pagano, dove un dio vuole annientare l’altro.

All’angolo di una quattordicesima ripresa gli salvano e gli spezzano la vita, al tempo stesso in cui sente quelle parole, con gli occhi ormai appannati: – Basta così ragazzo, nessuno dimenticherà ciò che hai fatto stasera… – 

Maledice chiunque abbia accanto a sé, in quel momento, perché l’ultimo fotogramma che coglie, agli antipodi del quadrato e del destino, è il gesto di Ali, quasi già svenuto, che fa segno di tagliare le cordicelle dei guantoni. Se avessero aspettato dieci secondi, al suo angolo, lo avrebbero fatto rialzare, da campione. Invece accade l’opposto, perché sostengono Ali alzandogli il pugno, quando le sue gambe e il suo tronco hanno già ceduto allo spasmo, alla perdita dei sensi.

Ma proprio Ali dirà, annullando i due milioni di dollari di scommessa che si erano giocati oltre alla borsa, che dopo una lotta del genere entrambi erano diventati uomini liberi. Dirà proprio così.

Philadelphia, oggi, si sveglia ogni giorno ammirando il gancio di Smokin’ Joe, col braccio piegato ad arte e la forza che parte dalle gambe, un attimo prima di portare il colpo: aveva diritto alla sua statua, nella città che è stata anche quella di Rocky; perché Rocky non è mai esistito, invece Frazier ha affrontato Ali, Bonavena, Foreman. Lo ha detto il Reverendo Jesse Jackson, il giorno del funerale di Smokin’ Joe, nel novembre del 2011. Anche contro il tumore aveva continuato a rialzarsi, quasi all’infinito, finché aveva potuto, come quella volta contro Foreman. 

Quando è arrivato in chiesa Ali, camicia bianca e occhiali scuri, sorretto per vincere il tremore, il silenzio tra le navate si è fatto quasi irreale: il dio dei cristiani e quello dei musulmani si sono ritirati sull’uscio, per lasciare che quei due uomini si dicessero ancora qualcosa, in memoria di tutte le volte in cui sono scesi insieme all’inferno. E forse Ali gli ha anche chiesto scusa, in un residuo di lucidità, soprattutto per non avergli mai fatto capire, oltre il teatrino delle provocazioni orchestrate ad arte, quanto davvero lo ammirasse. 

Lo aveva detto già tanto tempo prima, del resto, con un’efficacia difficilmente superabile: – Il giorno in cui dovessi partire per una guerra santa, il primo che vorrei al fianco sarebbe Joe Frazier -.

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