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Quando Simone Moro ci raccontò l’impresa del Nanga Parbat tra nuvole e spiritualità

Ezio Azzollini

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Compie oggi 50 anni Simone Moro, la leggenda dell’Alpinismo italiano. Per celebrarlo vi riproponiamo l’intervista in cui ci raccontò l’impresa del Nanga Parbat, un scalata dai grandi significati, non solo sportivi.

Dietro l’impresa, dietro la pagina leggendaria che lo ha consegnato, definitivamente, alla storia dell’alpinismo, ci sono attenzione e sensibilità fuori dal comune: per il gruppo, per l’arte nobile dell’alpinismo, per i Paesi che ne sopravvivono. E, soprattutto, per la montagna, che continuamente cerca, e che quasi mai lo respinge.

A un anno dalla clamorosa prima scalata invernale in vetta al Nanga Parbat Simone Moro, unico uomo nella storia ad essere salito per primo in inverno su quattro ottomila (e tale destinato a rimanere per sempre) ci dedicò una lunga chiacchierata. Nella quale, oltre che raccontare l’incredibile storia della salita di due anni fa sul gigante pachistano (la seconda montagna della Terra per indice di mortalità tra chi ha provato a violarla), toccò i grandi temi dell’umanità, della spiritualità, della socialità, evocati dalla storica scalata del febbraio del 2016 con lo spagnolo Alex Txicon, il pakistano Ali Sadpara e la bolzanina Tamara Lunger, da anni sua compagna di cordata.

Un’impresa straordinaria e, come ci spiega l’alpinista bergamasco, in condizioni straordinarie: a Io Gioco Pulito il racconto di Simone Moro del suo Nanga Parbat.

Prima di partire per il Nanga Parbat dicesti soltanto: “Torneremo con o senza vetta, ma sicuramente con una storia da raccontare”. Un anno dopo, che titolo daresti a questa storia?

«Il titolo che darei è “la grande squadra”. Un alpinista conosciuto per ci  che ha fatto e per la sua individualità, che senza ombra di dubbio tributa il merito alla sua squadra, già riporta l’attenzione su un concetto che ultimamente sta un po’ evaporando, quello di cordata: dietro anche a delle grandi personalità, come potevano essere quelle di Messner, Bonatti o Cassin, per certe scalate bisogna essere in grado di tributare i meriti a chi è stato con te.

In tutte le conferenze che sto facendo in Europa, parlo sempre di questa squadra fantastica, eterogenea, con un basco, una sudtirolese, un pachistano e un italiano, che hanno saputo lavorare così bene assieme, e che ricordano questa spedizione per quanto bella, più che per quanto dura, è stata».

Tra gli aspetti più romanzeschi dell’impresa sul Nanga, c’è proprio il decisivo incontro sulla montagna con Txicon e Sadpara…

«Ci siamo scelti, alla fine, non per convenienza, anzi. Per Alex e Ali poteva essere apparentemente sconveniente invitarci dopo che loro avevano già fatto un po’ di lavoro sulla via di salita, ma invece sono stati intelligenti, perché hanno capito che si portavano in casa due persone in più, con cui avevano un rapporto personale ottimo, e che portavano con sé esperienza e forza,  Quindi la storia che mi piace raccontare parla di come oggi si possa anche oggi lavorare assieme con culture, tradizioni e lingue diverse, ma se l’obiettivo è comune i risultati si raggiungono meglio in squadra che non da soli».

Certo, l’incontro e la deviazione rispetto alla strada che avevate previsto, la via Messner sul versante Diamir, ha rappresentato anche un imprevisto. Soli, a migliaia di metri d’altezza, come si gestisce correttamente il contrattempo, il cambio di prospettiva? Quanto è importante prendere la decisione giusta, e in fretta?

«Nelle situazioni difficili o critiche, lo diciamo anche in un momento in cui nel Centro Italia è successo quel che vediamo, una non-decisione è assolutamente la peggior cosa, è molto meglio prendere una decisione magari non ottimale, piuttosto che non prenderla. L’attendismo o, uso un termine forte, la troppa democratizzazione in un momento di emergenza, pu  rivelarsi più grande sciocchezza che si possa fare. A volte è necessario imporsi, è necessario che ci sia qualcuno credibile, carismatico, esperto, che si prenda la responsabilità della decisione, senza guardare troppo che tutti siano d’accordo. Mentre stai li e pensi a quanto costa, a quale possa essere il tornaconto, o la critica, sei già morto. Quindi quando ho capito che non si poteva continuare sulla via Messner, s’è presa subito la decisione, e sono stato strafelice che Tamara sia talmente sintonizzata con me che non ho dovuto discutere un solo secondo, perché è stata anche la sua decisione. E non ci sono stati problemi ad andare da Alex e dire che la via scelta da loro era la migliore: poi scoprire che loro sono i primi ad invitarti, ha fatto sì che non ci fossero imbarazzi. Sono abituato a prendere decisione in situazioni limite, non perché sia più bravo degli altri, ma perché sono più vecchio degli altri. Ho avuto la fortuna di vivere e sopravvivere a tante situazioni, e ho sviluppato un istinto che mi ha permesso primo di portare a casa la pelle, e poi di portare a casa una serie di successi che, piaccia o non piaccia, sono lì e sono risultati storici. E la storia rimane per sempre. Parliamo di pietre miliari che rimarranno tali, raggiunte con persone diverse, delle quali non ho mai dimenticato i nomi».

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Uno immagina l’essere su una montagna di ottomila metri come la situazione più solitaria in cui ci si possa trovare. Ma allo stesso tempo, oltre che con te stesso, ti mette in contatto con chi è con te, in modo del tutto particolare, e con regole in gioco del tutto particolari. Cosa succede nella testa, quando si è lì in alto?

«Anche se si è in gruppo, si è fondamentalmente soli, perché la capacità fisica e muscolare di dare una mano a qualcuno, nel caso ti chiedesse aiuto, è minima o nulla. Non hai le forze fisiche di prendere qualcuno in spalla e portarlo a casa, e quando è stato possibile farlo nella storia dell’alpinismo, come è successo a me nel 2001, sono salvataggi che si ricordano per decenni, con tanto di medaglia al valore civile. Quindi anche con dieci persone, sei solo con te stesso. Ma al tempo stesso, il non essere da solo ti permette di avere consigli, suggerimenti, o di rinforzare alcune decisioni da intraprendere, è più un aiuto psicologico ed esperienziale che fisico. Vivere questa dicotomia è molto formativo, perché ti fa capire che sei responsabile di te stesso, ma anche  che le tue decisioni possono mettere in pericolo gli altri, perché se tu non capisci che forse non ce la fai, e magari rallenti il gruppo perché vuoi stare assieme, metti tutti nelle grane e lasci la responsabilità di tentare un salvataggio estremo a chi era con te, quando tu in coscienza potevi capirlo e rinunciare».

Questo ci porta direttamente alla storia nella storia, quella di Tamara Lunger…

«Si è comportata nel modo completamente opposto. Lei, a 70 metri dal raggiungere un momento epocale dell’alpinismo – perché sarebbe stata la prima donna della storia a fare un’invernale su un ottomila – si ferma e torna indietro per non rischiare la sua vita, e indirettamente per non mettere noi nella condizione di rischiare per darle una mano: ha salvato non solo la sua, di pelle, ma ha dato una mano anche a noi, perché quando è arrivato il buio lei era già nella tenda, e accendendo la lampada ci ha dato la possibilità di trovarla immediatamente».

Più tardi lei ha detto di aver pensato: “Mi fermo qui, altrimenti non torno”. Oltre il trionfo sulla vetta, c’è anche quello della risolutezza, della razionalità, e della vita?

«Io non ricordo che, a memoria d’uomo, ci sia stata una rinuncia così virtuosa, a così poco dalla vetta. Ricordo magari qualcuno che a dieci metri dalla vetta aveva detto di essere stato in cima, e poi era stato scoperto, ma è diverso millantare un risultato non sapendo in realtà compiere gli ultimi metri. Ma una persona che apertamente dice “Ragazzi, io, anche se sono a una distanza tale da salutarvi con una mano, mi fermo e torno indietro perché non ne ho più, e se vado avanti arriver  sicuramente in cima, ma non potr  essere sicura di tornare a casa”, per me rappresenta la grandezza. Una rinuncia così è storica: non posso che essere fiero che per lei venga prima il valore della vita, e poi il risultato. È una cosa che lei sicuramente ha dentro. Non esiste una sola fotografia con me, Ali e Alex al campo base. Una foto, anche dopo la vetta, in tre non c’è, non l’abbiamo voluta fare: esistono solo foto di noi quattro, perché per me, Alex e Alì Tamara è stata in vetta con noi. Ha una forza, una grandezza che la rende forse ancora più virtuosa di noi, anche tenendo presente che ha dovuto fronteggiare una serie di indisposizioni fisiche, tutte cose che non ci aveva detto, proprio per non mettere in apprensione nessuno. Ci ha dato anche un grosso insegnamento, e sono orgoglioso di lei come compagno di cordata, più che come maestro».

Hai detto una volta che nell’alpinismo il muscolo più importante è il cuore: anche il Nanga Parbat di Tamara ne è stato l’esempio perfetto…

«Certo, intendo non solo l’organo che pulsa, ma quello che sottende il sentimento, i valori. Il cuore è sempre collegato alla mente: Tamara ha dimostrato di avere un gran cuore. L’essere riuscita ad arrivare fin lì, senza acclimatamento, con malesseri fisici, con la nausea, su una montagne del genere, ti fa capire quanto è forte Tamara. Non è diventata campionessa mondiale di scialpinismo Under 23 perché è stata fortunata, ma perché ha un motore che nella mia carriera ho visto poter vantare a pochi uomini. Pochi che ho incontrato nella mia vita sono forti quanto Tamara».

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L’acclimatamento, così determinante nelle scalate agli ottomila, ha rappresentato un’impresa nell’impresa. Quanto è costato avere tempi così corti?

«Un’altra cosa che va ricordata di questa scalata, che non ricordo essere successa nella storia dell’alpinismo, è che sia stata raggiunta una montagna di ottomila metri, senza ossigeno, con una sola notte a seimila metri, in inverno. Io e Tamara abbiamo scalato il Nanga Parbat con un acclimatamento che fa ridere, e l’abbiamo fatto senza usare chimica, senza usare l’ossigeno, senza barare, ma usando solo la nostra forza. La vera grandezza di questa scalata, oltre ad essere stata la prima invernale sul Nanga Parbat, è che è stata fatta in un modo mai fatto prima: dormire una notte a seimila, per un ottomila, vuol dire zero».

Ti sei espresso più volte criticamente nei confronti della commercializzazione e della deriva turistica che sta assumendo l’alpinismo: sull’Everest fioccano le spedizioni commerciali, a suon di migliaia di euro, per turisti benestanti quanto impreparati. Credi che la vostra impresa possa essere d’ispirazione per chi si avvicina a questa disciplina nella maniera culturalmente più autentica?

«Rispetto ad altri, forse ho un’opinione un po’ più moderata sulle spedizioni commerciali. Certo non le esorto, ma so benissimo che sono il pane con cui mangia gran parte del Nepal: se non ci fosse un indotto turistico, anche e soprattutto a causa delle spedizioni commerciali, e venissero vietate per una questione etica, sarebbe come chiedere di restituire un panino a uno che sta morendo di fame. Quello che per  vorrei è che non si facesse confusione tra un turismo d’alta quota, che se fatto con quell’intenzione e dichiarato tale non ha nulla di male, e l’alpinismo vero. Chi sale con una spedizione commerciale avrà fatto un grande sforzo, avrà una soddisfazione personale, ma quello non è l’alpinismo esplorativo, non è avventura, non va confuso con altre cose.

Riguardo all’ispirazione, il Nanga Parbat è la prima montagna che è stata tentata dopo il famoso attentato terroristico del 2013, e quindi il mio tentativo del 2014 sul versante Rupal in invernale, che non riuscì, fu la prima volta che tornavamo facendo capire che non era un posto pericoloso. Dopo la salita invernale del 2016, mi hanno detto che c’è già il pieno di prenotazioni di spedizioni alpinistiche, vere, non commerciali, di alpinisti che vogliono scalare il Nanga Parbat: è stato un bello spot per l’alpinismo, per come piace a noi pensarlo».

 

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Stupende lo stesso! Italvolley, la speranza (non solo sportiva) da cui ripartire

Emanuele Sabatino

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TricoloRosa: si ferma sul piú bello, ad un passo, il sogno mondiale della nazionale di pallavolo femminile. Dispiace per le ragazze ma arrivati a quel punto il risultato, che anche se positivo, sarebbe stato celebrarlo poco in quella triste e ridondante sfortuna che spetta agli sport minori, conta veramente poco.

Quello che resta é l’emozione, é il trasporto che queste ragazze hanno regalato al popolo italiano tanto da mettere i maxi-schermi nelle piazze.

Quello che invece non va dimenticato mai é che questo paese, nella magia che lo contraddistingue, nonostante i messaggi di chiusura e di xenofobia, per non usare altri termini, da parte dei suoi governanti, che sta pian piano incredibilmente rivalutando e rispolverando certe ideologie da solo, proprio perché magico, tramite lo sport, che é uno dei viatici piú importanti e popolari, mostra l’esempio da seguire e la realtá dei fatti.

Tutti conoscono il termine sliding door, porta girevole, un bivio esistenziale che determina il percorso di vita di ognuno di noi. La sliding door della nazionale azzurra risale a tanto tempo fa, quando non c’erano Ministri pronti a chiudere i porti e gli aeroporti, tanto da permettere ai genitori nigeriani di Paola Ogechi Egonu di approdare nel Bel Paese e nel 1998 dare alla luce un angelo di 190 cm, dal corpo marmoreo e dalla pelle color ebano che dal cielo, guardando le mani dei muri sgretolati delle avversarie, come il piú vendicativo degli stessi, sempre col sorriso genuino e stampato sul viso ha trascinano le sue compagne a suon di “martellate”.

É nata a Cittadella quindi per chi bada a queste cose, evidentemente nella vita non ha nulla da fare o a cui pensare, é 101% italiana.

Questa nazionale è il fulgido esempio di quello che una nazione nel 2018 la logica ci dice dovrebbe essere ed in parte nel silenzio é. Spavalda, giovane, multietnica. Perchè non esiste solo Paola: c’è  la Nwakalor, la Malinov, la Fahr e la Sylla.

Le ragazzine terribili sono il segno che si può emergere indipendentemente dall’etá anagrafica, e che se messi nelle condizioni giuste tutti possono essere integrati, essere felici e rispettare le regole arricchendo la nostra giá sconfinata cultura. Lo stato si auto-batte e ammette la sconfitta se evita il problema con mezzucci invece di affrontarlo e trovare una soluzione credibile e soprattutto al passo con i tempi.

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Paul Allen: storia del Genio tifoso innamorato dello Sport

Alessandro Mazza

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Genio, rivoluzionario, magnate, filantropo. Non bastano le parole, gli aggettivi. Scrivo. Meglio: pigio i tasti del mio PC. Il Personal Computer in ogni casa, la visione, il sogno della Microsoft. E di uno dei suoi fondatori, Paul Gardner Allen, che ci ha lasciato a 65 anni, sconfitto dalle complicazioni legate ad un Linfoma non-Hodgkin, rara forma di cancro che già lo aveva colpito nel 2009 e contro il quale stava combattendo nuovamente, come lui stesso aveva annunciato soltanto pochi giorni fa. Il co-fondatore di Microsoft se ne va nella sua Seattle, la città dello smeraldo e della prestigiosa scuola privata Lakeside, dove giovanissimo conobbe William Henry Gates III, meglio noto come Bill, con il quale fonderà nell’Aprile del 1975 il colosso informatico destinato a cambiare la vita di miliardi di persone. Servirebbero libri, film, documentari. Ci sono stati, ci saranno.

Un uomo diverso, dai molteplici interessi, la sua enorme ricchezza (oltre 20 miliardi di Dollari secondo Forbes) messa a disposizione di svariati progetti. E delle sue passioni. La musica, con la sua band, gli Underthinkers, e il mito di Jimi Hendrix che lo accompagnerà tutta la vita. E lo sport, l’altro grande amore di Paul Allen. Nel Giugno del 1988, Allen acquista i Portland Trail Blazers, storica squadra NBA: 70 milioni di Dollari a Larry Weinberg, uno dei fondatori della franchigia e un “sogno che diventa realtà” per il genio dell’informatica. La squadra è buona, futuribile, la stella del giovane Drexler ha cominciato a brillare e il tocco di Allen (all’epoca il più giovane proprietario nello sport professionistico americano) sembra quello di Re Mida. Dopo una prima stagione interlocutoria, Portland cambia marcia: tre Finali di Conference consecutive, due delle quali vinte. Si perde in Finale NBA, troppo forti i Bad Boys di Detroit nel 1990 e il Michael Jordan del ’92, lanciato nell’Olimpo dal primo titolo conquistato l’anno prima contro i Lakers (che avevano sconfitto proprio i Blazers nelle finali dell’Ovest). Vinceranno, si pensa, questo giovane miliardario troverà il modo di trionfare anche nello sport. E invece non vince. Si ricomincia con le uscite al primo turno dei Playoffs, Drexler chiede e ottiene la cessione, la squadra non ingrana. Alla fine degli anni ’90, uno spiraglio: un gruppo nuovo, giovani promettenti (Wallace, Stoudamire), veterani di spessore (Pippen, Smith), leggende europee (Sabonis, Schrempf). Sembrano pronti, dopo le Finali dell’Ovest perse nel ‘99, nel 2000 si mettono alle corde i soliti Lakers, stavolta in versione Kobe&Shaq. Ma il quarto periodo della decisiva gara7 è un calvario, la rimonta di Los Angeles stronca i sogni di Portland e la finale di Conference va di nuovo ai gialloviola.

Paul Allen spende tantissimi soldi, spesso male. La squadra non migliora, anzi, si riempie di personalità e caratteri discutibili (a qualcuno viene in mente di chiamarli Jail Blazers vista l’attitudine comportamentale di qualche giocatore di riferimento). Fuori dal campo le cose non vanno meglio: la Rose Garden Arena va in bancarotta, per molti Allen pensa di cedere la squadra o addirittura di trasferirla nella sua Seattle, destinata di lì a poco a perdere la franchigia che verrà spostata dai nuovi proprietari ad Oklahoma City. Paul Allen, invece, mantiene il controllo dei Trail Blazers. Non solo, smentisce categoricamente l’idea del trasferimento a Seattle. Dove invece aveva salvato un’altra squadra. Già, perché nel 1996 Paul Allen decide che la NFL deve rimanere a Seattle e acquista i Seahawks da Ken Behring, orientato a trasferirli in California. Col Football, la storia sembra ripetersi: la squadra va bene praticamente da subito, cominciano ad arrivare le vittorie in Regular Season, le qualificazioni ai Playoffs e soprattutto il primo Superbowl, anno 2006. Anche stavolta, però, una sconfitta: sulla strada dei Seahawks, gli Steelers di Roethlisberger, la storia che va ancora una volta da un’altra parte, anche decisioni arbitrali controverse. Ma quando vince Paul Allen? Fidatevi, vince. E lo fa proprio con la squadra della sua città, trionfando nel Superbowl XLVIII in una partita in cui la clamorosa difesa dei Seahawks, la “Legion of Boom”, metterà in ginocchio l’attacco dei Denver Broncos e del leggendario QB Peyton Manning. Paul Allen alza al cielo il Vince Lombardi Trophy, festeggia, si narra che nel party per la vittoria abbia nuovamente imbracciato la chitarra e suonato. Come faceva nelle sue celebri feste sull’Octopus, lo yacht (oddio “yacht”, il palazzo galleggiante di sua proprietà) che ospitava la serata più divertente dell’intera settimana del Festival di Cannes. Chitarra che, a proposito, secondo il leggendario Quincy Jones sapeva suonare proprio come Hendrix.

Paul Allen perderà ancora: un Superbowl in maniera clamorosa, con uno scellerato ultimo possesso che toglierà ai Seahawks il bis del titolo e consegnerà l’anello ai Patriots dei monumenti Brady e Belichick. E perderà ancora con Portland, dove infortuni, scelte sbagliate e avversari oggettivamente troppo superiori hanno tenuto i Blazers lontano dalle Finali e da un titolo (l’unico) che manca dal 1977. Ma questo miliardario tifoso c’è sempre stato, fino alla fine, nella vittoria e nella sconfitta. Persino in qualche trasferta (cosa assai rara per i proprietari statunitensi), seguendo le proprie squadre con una passione probabilmente unica. Domenica per Seattle c’è il turno di riposo, Portland invece comincerà ufficialmente la stagione tra un giorno, tra le mura amiche e proprio contro i soliti Lakers. Sarà l’esordio con Los Angeles di LeBron James, per i Blazers sarà soprattutto la prima gara senza Paul Allen. Il posto vuoto sotto al canestro, il ricordo, certamente le lacrime.

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Storia di Ciprian, l’atleta Special Olympics salvato da Madre Teresa di Calcutta

Olympics Italia

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Il 17 Ottobre 1979 veniva assegnato il Premio Nobel per la Pace a Madre Teresa di Calcutta, una donna divenuta Santa per le sue immense opere di carità verso i più poveri e i più sfortunati al mondo. Tra le tante storie che accompagnano la sua vita, c’è quella di Ciprian. Insieme a Special Olympics vi raccontiamo la sua meravigliosa vicenda.

Madre Teresa di Calcutta è stata proclamata santa da Papa Francesco; tra i suo “miracoli” c’è certamente quello di aver salvato la vita a Ciprian, oggi un Atleta Special Olympics.
La sua rinascita ha inizio quando, a Tirgoviste vicino Bucarest, Madre Teresa di Calcutta varcando la soglia di un orfanotrofio, per casi incurabili, con scarse condizioni igieniche e cibo insufficiente, lo prese in braccio e decise di portarlo via con sé, ancora piccolino. Un incontro che, invertendo un destino già segnato, ha aperto le porte ad una nuova vita fatta di attenzioni, cure ed attività di riabilitazione che gli hanno permesso di sentirsi parte di una famiglia e di avere le giuste condizione per poter vivere pienamente.

La nascita
Ciprian è nato in un piovoso giorno di gennaio, durante gli anni della dittatura di Ceausescu. Per i medici è già un miracolo che sia ancora vivo perché le conseguenze del parto si rivelano drammatiche: le ossa del cranio non si saldano, non permettendo un corretto sviluppo del cervello; il neonato è destinato ad andare incontro a seri problemi durante la crescita. Le gravi malformazioni alla nascita e le conseguenti preoccupazioni portano probabilmente la madre ad abbandonarlo.

L’arrivo in Italia
La sua nuova casa diventa, fino a quando non gli viene permesso di arrivare in Italia, l’Istituto delle Suore Missionarie della Carità a Bucarest. Accolto successivamente a Roma in un Convento delle Suore Missionarie, viene sottoposto, al Policlinico Gemelli, a diverse operazioni chirurgiche che riescono a salvargli parte della vista dell’occhio destro. Madre Teresa, negli anni, non si è mai dimenticata di Ciprian al quale, tornando in Italia nel 1993, fa da madrina di battesimo.

Il Serafico, una nuova famiglia
Nel 1995 per il Tribunale dei Minori di Roma Ciprian può essere adottato; le Suore Missionarie si adoperano per trovargli una famiglia ma le sue difficoltà spaventano così tanto che nessuno porta avanti, fino in fondo, l’intenzione di adottarlo. Ad occuparsi di lui nelle vesti di tutore legale, fino ai 15 anni, è una religiosa delle Suore Missionarie della Carità; successivamente si aprono le porte del Serafico di Assisi, centro di riabilitazione e ricerca per ragazzi con disabilità plurime, nonché team Special Olympics. Ciprian soffre di una encefalocele fronto-nasale a suo tempo corretta chirurgicamente con un residuo visivo e un ritardo mentale medio lieve, ma la riabilitazione, le numerose attività svolte, lo sport e l’affetto hanno fatto un vero e proprio miracolo in termini di crescita.

Lo Sport e Special Olympics
Ciprian è un ragazzo simpatico, vitale, sempre allegro; i volontari raccontano “uno straordinario smontatore di oggetti”, che ama conoscere nei dettagli per avere la certezza che ogni pezzetto, anche il più piccolo, ha un ruolo ed è prezioso. Nella struttura di Assisi diventa attore negli spettacoli del laboratorio teatrale, pittore al laboratorio grafico e un grande sportivo.
Partecipa ai primi Giochi Nazionali Special Olympics, nel 2007 a Lodi, dove conquista le sue prime medaglie, entrambe d’oro nei 100 metri e nel salto in alto; da lì un percorso di crescita continua la strada da fare è ancora lunga ma Ciprian non ha paura, ha già dimostrato a se stesso di avere una gran voglia di continuare a correre.

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