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Simeone – Ranieri : Il trionfo della competenza

Andrea Muratore

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Sono giorni di grandi imprese, nel mondo del calcio internazionale. Il fascino insito nell’imprevedibilità dello sport risulta dimostrato compiutamente nel momento in cui vengono sovvertiti i pronostici, in cui il successo premia le componenti di fondo, ineliminabili del gioco: volontà, costanza, organizzazione, tattica. Lo spettacolo del calcio si presenta anche attraverso la commistione di questi quattro elementi, e può essere apprezzato ancor più significativamente quando ci si trova di fronte a squadre irripetibili, prodotto di delicati equilibri, caratterizzatesi a tal punto da risultare un tutt’uno con gli uomini che le formano. I casi del Leicester di Claudio Ranieri e dell’Atletico Madrid di Diego Pablo Simeone rappresentano una splendida dimostrazione di quanto detto sinora: il trionfo imponderabile delle Foxes nel campionato inglese e il consolidamento sempre maggiore dei Colchoneros ai vertici della piramide calcistica europea, eloquentemente dimostrato dal raggiungimento di una nuova finale di Champions League, sono pagine di calcio già iscrittesi con merito nella storia di questo sport.

A Ranieri e Simeone vanno attribuiti i meriti maggiori per gli strabilianti risultati raggiunti dai loro team; raramente, infatti, si sono viste nel frenetico calcio del Terzo Millennio delle sinergie tanto efficienti tra giocatori e allenatore e un’adesione tanto integrale delle squadre alle idee calcistiche dei loro timonieri. Nonostante le maniere totalmente antitetiche con le quali esternano i loro sentimenti e comunicano con i propri uomini, Simeone e Ranieri hanno condiviso l’invidiabile capacità di plasmare i propri “undici” a loro immagine e somiglianza, diventando in un certo senso essi stessi la squadra. Non è un caso, infatti, che gli uomini-copertina dei successi del Leicester e dell’Atletico Madrid siano proprio loro, armi segrete e cuori pulsanti del rendimento impressionante dei due club, le cui esperienze sono dunque la testimonianza del valore aggiunto apportato dalla competenza, dalla capacità di padroneggiare i meccanismi che governano il gioco del calcio e di andare contro gli strapoteri rappresentati dal fatturato, dagli investimenti a nove cifre e dalla celebrazione di poche individualità a scapito della squadra in toto. Da veri e propri artigiani di raffinata fattura, hanno saputo trasmettere la propria anima al loro prodotto finito e sono riusciti a garantire una continuità di rendimento che ha consentito di catalizzare un entusiasmo travolgente attorno alle loro squadre, a tal punto che il Leicester è diventato addirittura un vero e proprio fenomeno di costume.

Milioni di appassionati di calcio in tutto il mondo hanno infatti circondato di simpatia e calore la cavalcata di Vardy e compagni verso il trionfo nella Premier League, che ha assunto una sfumatura romantica dopo esser stata idealizzata ed aver acquisito il ruolo di immagine stessa dei valori di fondo dello sport. In realtà, passione e ideale non avrebbero potuto pagare così tanto se a sostenerli non vi fossero state le intrinseche qualità di Claudio Ranieri, uomo di calcio che ha riscattato con un solo successo tutte le sfortune e le delusioni che avevano accompagnato le sue precedenti avventure. Capacità organizzativa, proprietà motivazionali, sagacia tattica e preparazione atletica sono competenze che un allenatore e il suo staff devono possedere per ottenere risultati, e Ranieri ha dimostrato di possederne a profusione e di padroneggiarle egregiamente, trasmettendo tali competenze alla sua squadra in tutti i momenti più topici del campionato. È giusto andare controcorrente rispetto al recente leitmotiv del piccolo Leicester-Davide che abbatte gli svariati Golia della Premier League per consegnare un’impresa storica alla dimensione che si è ampiamente meritata: viste le capacità dimostrate dai giocatori e dall’allenatore, l’unione del gruppo, la capacità di soffrire nelle fasi sfavorevoli delle partite e di vincere in diversi casi con prestazioni degne dei top team, è possibile dire che il Leicester ha vinto proprio perché ha saputo dimostrarsi più forte di tutti. Partito piccolo, ha mostrato atteggiamenti da grande squadra che gli avversari di più nobile blasone non hanno mai espresso nella Premier League 2015-16. Il livello di maturazione conseguito dal Leicester nel corso di questi mesi è la garanzia più solida sulle opportunità concrete che si aprono per un club mai giunto prima a traguardi così prestigiosi: il Leicester si trova di fronte alla possibilità di aprire un ciclo di alto livello, permettendo alla pianta di produrre frutti anche nelle stagioni a venire. Se ciò succederà, sarà un’ulteriore vittoria della competenza e del talento di Claudio da Roma e una nuova pagina da tramandare ai posteri.

Sta dimostrando invece una continuità ammirevole l’opera del Cholo Simeone all’Atletico Madrid. A partire dal trionfo in Europa League del 2011, egli ha plasmato un gruppo unico nel suo genere, trasmettendogli la stessa grinta e lo stesso furore agonistico che animavano Simeone ai tempi in cui dettava legge nei centrocampi di Lazio e Inter, la garra tutta latinoamericana che è diventata il combustibile con cui El Cholo sta alimentando una vera e propria rivoluzione. L’emblematica prima pagina della “Gazzetta dello Sport” del 29 aprile, raffigurante un fotomontaggio di Che Guevara col volto di Simeone, è la copertina più rappresentativa dell’epopea vissuta dai Colchoneros sotto la guida di Simeone, che ha saputo ridestare gli entusiasmi in riva al Manzanarre e proporre un’idea di gioco ardita. Al tiqui-taqua di ispirazione catalana, Simeone ha contrapposto da sempre una versione fortemente rinnovata del classico “calcio all’italiana”, nella quale fase offensiva e fase difensiva si compenetrano attraverso lo strumento del pressing, praticato in maniera tanto asfissiante quanto calcolata per sfinire lentamente gli avversari, frustarne le azioni e poter poi colpire in contropiede sfruttando l’elevato talento di cui da sempre l’Atletico di Simeone è depositario. La Revoluciòn Cholista è opera di un autentico figlio del Sudamerica che ha conseguito successi in terra europea alla guida di una squadra che ha acquisito una mentalità nuova, fondata sull’intensità e sull’applicazione di un metodo tanto dispendioso fisicamente quanto redditizio se applicato con perseveranza. Il principale parallelismo tra Simeone e Ranieri sta proprio nell’intensità che accomuna le loro formazioni. Entrambe dimostrano sempre concentrazione, limitano al minimo le sbavature e recitano un copione ben collaudato. Esse danno lustro alla scuola calcistica italiana, ma percorrono i tempi proponendone una versione moderna, aggiornata, affascinante. La maniera con cui padroneggiano la tattica è impeccabile, e la storia dei loro successi ricorda una volta di più il predominio delle capacità di programmazione sul volume degli investimenti effettuati, dell’applicazione di gruppo sulle capacità individuali. Il Leicester è molto di più di una favola, l’Atletico del Cholo è un meccanismo rodato e temprato da innumerevoli sfide: due opere ben riuscite esaltano le qualità di coloro che le hanno ideate. Nello sport come nella vita, vedere la serietà e la competenza trionfare rappresenta sempre una notizia positiva: questa genuina dimostrazione meritocratica è, forse, la nota più lieta nella grande storia calcistica del Leicester e dell’Atletico Madrid.

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Calcio

L’Antipatico Van Gaal, l’uomo Louis

Francesco Cavallini

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Compie 67 anni oggi Louis Van Gaal, uno dei tecnici più vincenti della storia del calcio. Un carattere forte, per molti antipatico, il tecnico olandese ha mostrato con il suo addio un lato che nessuno conosceva.

Da che mondo è mondo, vincere rende antipatici. Lo cantava anche Morrissey, we hate it when our friends become successful. E se siamo in grado di invidiare i nostri amici, figuriamoci qualcuno che non conosciamo e che già di suo non fa molto per accaparrarsi le nostre simpatie. Prendiamo Louis Van Gaal. Vincente come pochi, odiato come quasi nessun altro. Sarà quel volto perennemente corrucciato, l’espressione severa o quell’aura di superiorità che sembra sprizzare da ogni poro. O forse la causa è la sua profonda conoscenza calcistica, quella capacità di comprendere il gioco più bello del mondo che pochi hanno, che l’ha portato a far risorgere l’Ajax dalle sue ceneri e a vincere ovunque andasse.

Bravo, ma antipatico. Un uomo solo al comando, che porta con sé il fardello di una reputazione ormai dura da cancellare. Reputazione che probabilmente si è anche guadagnato, nel corso di una carriera da allenatore quasi trentennale. I suoi addii al veleno e i suoi ritorni in grande stile sono rinomati quasi quanto le sue vittorie. Un lungo filo rosso di scontri, incomprensioni e polemiche, ingredienti immancabili in ogni sua esperienza manageriale. Un palmarés come quello di Van Gaal dovrebbe garantire genuflessioni al suo passaggio un po’ ovunque. Del resto, su ogni panchina, nazionale esclusa, ha lasciato perlomeno un trofeo. Eppure non c’è mai quell’unanimità di pensiero, quel comune accordo sulla leggendarietà della sua figura che altri, vedi Ancelotti, riescono a guadagnarsi in ogni dove. Lui non piace a tutti. Soprattutto, non piace a chi ha un ego simile al suo. Lì, il conflitto è pressoché inevitabile. In un’idea di calcio in cui tutti sono utili ma nessuno indispensabile, chiunque, anche il Pallone d’Oro, deve piegarsi alla logica di squadra. E non importa che Rivaldo creda di rendere meglio da trequartista, se Van Gaal decide che deve giocare ala, il brasiliano deve adattarsi. Perché Van Gaal è testardo. A volte è un pregio, molte altre un difetto enorme.

Gli si chiede spesso di scendere dal suo piedistallo, ma lui quel piedistallo se l’è costruito con cura, con la consapevole mancata accettazione di un qualsiasi confronto con gli altri. Una volta che ha stabilito un’opinione, solo l’ortodossia più totale può garantire un accordo. Le critiche? Che vadano a farsi benedire, in particolare se provengono dagli odiati giornalisti. Amici della stampa, me ne vado. Complimenti. Il primo addio al Barcellona è il perfetto riassunto di una carriera intera. Vincente, ma mai amato. Forse accettato, di certo mal sopportato. Anche a casa sua. L’Ajax, che a lui tanto deve, lo richiama più volte come direttore tecnico, ma quando è costretto a lavorare con altre icone del club dalla personalità importante, come Koeman o, peggio ancora, Crujiff, lo scontro è garantito. In ogni città c’è spazio per un solo sceriffo, che deve necessariamente chiamarsi Aloysius Van Gaal. Per chiunque altro, le regole sono semplici. Niente personalismi, nessuno spazio per i sentimenti o la gratitudine, a Monaco di Baviera come a Manchester. Contano solo il cervello e le gambe.

Un tipo del genere porta persino a dubitare della effettiva presenza di un cuore sotto l’immancabile cravatta. Fa pensare che l’olandese sia un cyborg insensibile, il cui unico obiettivo è accumulare trofei, fama e denaro. Ma non è così. Il mondo se ne è accorto a inizio 2017, quando la facciata del manager di ghiaccio crolla inesorabilmente davanti alle difficoltà della vita umana. Cosa se ne fa Louis Van Gaal dei milioni cinesi se non è in grado di riportare il sorriso a sua figlia, che in quel periodo ha perso suo marito? Dà più emozioni alzare un’altra Champions oppure trascorrere il tempo che ti resta assieme alla donna, tua moglie, che ami? Già, l’amore. La più improbabile delle motivazioni, per uno come Van Gaal. Quella che offusca il cervello, che non fa ragionare, che a volte ti porta a scelte totalmente assurde. E che ora è lo specchio dell’anima di un uomo, che per anni si è auto-dipinto come una statua in un eremo solitario, ma che come tutti noi ride, piange e, soprattutto, ama. E quindi ha lasciato il calcio Van Gaal, tornando ad essere semplicemente Louis. Lascia la prosopopea delle dichiarazioni pre-partita, l’adrenalina dei novanta minuti e le polemiche del giorno dopo. Se ne è andato dal calcio con pochi amici e molti critici, come era naturale che fosse. Ma con quell’addio, per l’ultima volta in carriera, ha vinto. Ha vinto quell’apprezzamento, quel calore e quella stima che per anni si è volontariamente negato, uscendo tra tanti applausi e qualche lacrima. Perché i trofei soddisfano il cervello. L’amore, quello vero, accarezza il cuore.

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Calcio

L’Orlando City e i seggiolini arcobaleno in memoria della strage del Pulse

Gianluca Pirovano

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Il nuovo stadio di Orlando, inaugurato il 24 Febbraio 2017 in tempo per la data della prima gara ufficiale, contro il New York City, del 5 Marzo dello stesso anno, è un piccolo gioiellino da 25mila posti a sedere, interamente dedicato al calcio.

Un impianto che lo scorso anno finì al centro della cronaca per una decisione presa dal Presidente della squadra  che ha emozionato e mostratogrande vicinanza verso la popolazione della città della Florida, squarciata dall’attacco omofobo avvenuto proprio il 12 Giugno del 2017.

La franchigia viola, in MLS dal 2015, ha deciso infatti di colorare 49 seggiolini del nuovo stadio con i colori dell’arcobaleno.

Il motivo? Orlando, come dicevamo, è stata teatro di una delle peggiori stragi nella storia degli Stati Uniti. 49 morti e più di 50 feriti in seguito ad una sparatoria all’interno del Pulse, locale notturno frequentato dalla comunità omosessuale cittadina.

 “Sono posti che saranno visti da tutto lo stadio, proprio dietro le panchine, e questo ci è sembrato un buon modo per ricordare quel giorno” ha raccontato Phil Rawlins, presidente dell’Orlando City.

I seggiolini sono stati posti nella tribuna Ovest, settore 12.

Non una scelta casuale.

“Il settore è il 12 perché la data della strage è il 12 giugno” ha aggiunto Rawlins.

Chiudendo la presentazione dell’iniziativa e ringraziando chi ha reso possibile realizzarla, Phil Rawlins ha ricordato come scelte di questo tipo rafforzino l’immagine del club ed il suo obiettivo di creare una comunità “inclusiva, variegata ed aperta a tutti”.

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Sport & Integrazione

I bambini israeliani e palestinesi giocano insieme

Matteo di Medio

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Il Primo Giugno si festeggia la Giornata Mondiale del Bambino. Per l’occasione vi raccontiamo la bellissima iniziativa in cui, grazie ad un videogame, i giovani palestinesi e israeliani, vittime innocenti di un conflitto senza fine, giocano insieme, scoprendosi e condividendo.

Ormai le tecnologie e i videogame si stanno pian piano togliendo la cattiva reputazione di essere il male assoluto e la rovina dei giovani. Gli Esports sono diventati a tutti gli effetti degli Sport 2.0 con il riconoscimento da parte del Cio come disciplina e si sta tentando addirittura di farla rientrare nel calendario olimpico.

Esistono casi in cui i videogiochi ricoprono un ruolo fondamentale e rompono definitivamente con gli stereotipi della critica che vorrebbe abolire del tutto l’uso di questi nuovi strumenti come elemento di svago.

Riprendendo quanto scritto da Edwin Evans-Thirlwell nel sito Motherboard.com, raccontiamo il progetto portato avanti da Uri Moshol.

Uri Moshol, ex CEO della società di software Incredibuild, nonché ex militare dell’esercito israeliano, sfruttando il grande interesse verso il mondo del gioco digitale da parte delle ultime generazioni, ha realizzato un programma di carattere sociale per contrastare il clima di odio ed intolleranza religiosa sul territorio della Striscia di Gaza tra Israele e Palestina che ora più che mai è tornato ad essere rovente con conseguenze tragiche e sanguinose per tutta la popolazione.

La Games For Peace (G4P), con sede a Tel-Aviv, è un’organizzazione no profit che, attraverso videogames multiplayer ha l’obiettivo di formare ed informare i giovani delle comunità ebraiche e palestinesi, impegnati in partite online, sul tema dell’integrazione e del rispetto della diversità di fede verso quelle persone che fin da piccole vengono educate al disprezzo del diverso.

L’idea di Moshol nasce dopo una partecipazione nel 2013 ad una Conferenza a New York di Games for Change, organizzazione che pone l’attenzione sul ruolo positivo che i giochi possono avere all’interno della società. Uri è rimasto talmente colpito da questa realtà, non essendo un esperto del settore, da voler esportare questa nuova visione dell’universo videoludico anche verso i territori che ha più a cuore come la Palestina e Israele. Con l’aiuto di esperti del settore, ha individuato come la migliore strada da percorrere l’utilizzo di giochi già esistenti, piuttosto che crearne nuovi ad hoc, per combattere il razzismo e gli stereotipi verso culture che tra loro, in alcuni casi, non sono mai venute a contatto, non si sono mai confrontate.

Il motivo principale di utilizzare videogame già conosciuti è stato dettato dall’intento di creare, sin da subito, coinvolgimento ed adesione da parte dei giovani. Proprio per questo, il gioco scelto per il progetto G4P è stato Minecraft. Con milioni di copie vendute, il videogame creato dalla Mojang nella persona del Presidente Markus Persson, poi venduto per la cifra record di 2,5 miliardi di dollari alla Microsoft, ha come obiettivo quello di costruire città ed edifici di vario genere in un mondo virtuale nel quale il giocatore è il protagonista.

Come racconta Moshol, in alcuni casi, attraverso il videogame, molti bambini si mettevano in contatto per la prima volta con il mondo “dall’altra parte”.

Il progetto Games for Peace porta avanti due diverse iniziative: nella prima, la “Play for Peace”, viene chiesto, ad un numero indefinito di giocatori, di collaborare insieme online per costruire la città. Nella prima occasione di incontro virtuale, il 17 gennaio 2014, parteciparono 50 giovani provenienti da Israele, Palestina, Cisgiordania ed Egitto con l’obiettivo di creare la “Città della Pace”. Alla quinta edizione, nel luglio dello stesso anno, bisognava costruire uno stadio di calcio per i Mondiali.

In queste occasioni, così come nelle altre, le reazioni sono state più che positive e confortanti, tolti singoli casi di comportamenti abusivi, come quando un giocatore cominciò a creare svastiche ovunque. La risposta del resto della comunità fu esemplare: tutti insieme si sono adoperati a cancellarle immediatamente.

La seconda iniziativa è la “Play to Talk”, dove ragazzi di due scuole diverse si sfidano nella costruzione di una città, attraverso la cooperazione e la condivisione di informazioni, pur essendo di religioni od estrazione diversa. Al termine della sessione di gioco, vengono organizzati degli incontri reali tra i giocatori così da commentare tutti insieme l’andamento della partita e conoscersi un po’.

Moshol evidenzia come la Games for Peace stia portando a risultati promettenti e l’evidenza di quanto esposto sta nel fatto che molti giocatori sono rimasti in contatto tramite i social network o addirittura attraverso una frequentazione offline.

L’obiettivo finale del CEO è quello di esportare il G4P in tutto il mondo e in tutte quelle zone dove l’intolleranza e la mancanza di integrazione è il pane quotidiano per le giovani generazioni, diffondendo un messaggio universale senza bandiere o ideologie.

Questa volta, mettiamo da parte la facile critica verso i videogiochi, i peggiori nemici di mamme e papà “disperati”, e poniamo l’attenzione, riconoscendone il merito, sul ruolo che, grazie a persone illuminate come Moshol, la tecnologia ludica può avere per superare ostacoli vecchi un’eternità e far conoscere ai propri figli una realtà che gli è sempre stata tenuta nascosta.

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