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Una serata all’Italian Fighting Championship, la MMA tricolore

Francesco Beltrami

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Domenica scorsa al Teatro Principe di Milano Italian Fighting Championship, la nuova promotion italiana di arti marziali miste che era stata presentata poche settimane fa a Milano, ha iniziato la sua attività organizzando una bella riunione con 6 match dilettantistici come antipasto e 6 professionistici come piatto forte, Card preliminare e Main Card come si dice nel gergo delle MMA. Ero presente tra il pubblico, in incognito. Avevo pensato in un primo momento di accreditarmi per IGP, ma poi ha prevalso il desiderio di voler assistere dalla tribuna, senza punti di vista particolari, come spesso faccio, ad esempio quando vado nei campi di calcio di provincia per raccontarvi poi che atmosfera vi si respira.


Così una ventina di minuti prima delle 17, orario previsto per l’inizio dei match dei dilettanti, sono entrato al Principe e mi sono cercato una sedia. Innanzitutto è doveroso parlare della location, il Teatro Principe, dove tra il 1950 e il 1956, con qualche coda fino ai primi anni Sessanta, il pugilato italiano, allora tra i primi nel mondo, scrisse pagine importanti. Sotto gli occhi del competente e raffinato pubblico milanese sul ring del teatro combatterono fior di pugili, destinati a diventare campioni a livello internazionale, nomi come Duilio Loi, Guido Mazzinghi, fratello maggiore del più celebre Sandro, e tanti altri sono passati per il Principe, come ci ricorda una serie di fotografie scattate all’epoca ed esposte nella galleria dell’ingresso. L’ultima riunione datava 24 maggio 1963, fino al grande ritorno, dopo una pausa di 51 anni, nel dicembre del 2014.

Naturalmente nella nuova sala ristrutturata in arancione e in nero, in quello che praticamente è lo scantinato di un condominio di Viale Bligny a Milano, ci si è adeguati ai tempi e anche le MMA, nate da venticinque anni, quando già da altrettanto tempo al Principe non si combatteva più,  hanno trovato qui il loro spazio. Le luci e le musiche sono da discoteca, mentre si attende l’inizio degli incontri, che arriverà con una mezz’ora di ritardo sul previsto, ma ci sta. Il pubblico è eterogeneo, in gran parte appassionati a loro volta praticanti o comunque vicini al mondo delle arti marziali. Molte le ragazze, alcune notevoli, ma non mancano anche signore un po’ più mature. E’ un pubblico liquido, che si muove e cambia di posto mentre nella gabbia ottagonale che fa da ring ai marzialisti si susseguono le giovani leve della card dilettantistica, tanta passione, tifo, tecniche probabilmente ancora da raffinare ma lo spettacolo non manca. Per le 19.30 è tutto finito, il tempo di una birra e un panino e alle 20, mentre la sala si riempie del tutto o quasi inizia la parte riservata ai professionisti. L’entusiasmo sale. I match si susseguono, cinque soluzioni prima del limite e tutte al primo round rendono serrati i tempi. L’ultimo incontro, il main event, una volta si sarebbe detto alla francese clou, è più equilibrato e va invece ai punti, la spunterà il barese Francesco Nuzzi per verdetto unanime dei tre giudici su Petru Biclea.

Un’analisi più dettagliata la chiediamo direttamente a chi ha fortemente voluto e reso possibile tutto questo, Alex Dandi, voce per Fox Sport Italia della massima promotion MMA mondiale, l’americana UFC, manager di diversi atleti, ora Presidente di IFC, un passato anche da DJ che a giudicare dalla potente colonna sonora della serata non ha dimenticato:

Dalla conferenza stampa di lancio di Italian Fighting Championship all’evento IFC 1 sono passati esattamente 34 giorni. Ammetto che eravamo un po’ in ansia per quello che sarebbe successo. Non abbiamo mai organizzato un evento in soli 34 giorni. Senza contare che parallelamente abbiamo lavorato al lancio della promotion che ha una sua struttura molto originale ma anche molto complessa, alla registrazione del marchio, al lancio del sito ufficiale ed alle card dei prossimi eventi (10 Marzo e 5 Maggio). Ecco in questo senso siamo molto felici di aver registrato 407 presenze nella serata di domenica 18 Febbraio. Poi c’è spazio per le riflessioni. Si poteva ottenere un sold out (562 per il Teatro Principe) se l’evento fosse stato di sabato e si poteva fare di più anche di domenica con più atleti milanesi o delle zone limitrofe. Abbiamo infatti notato che, ancor più che in passato, il pubblico tende a seguire i singoli atleti con dinamiche da tifoseria e che sempre meno è propenso a seguire l’intero spettacolo. Nuzzi, Biclea, Marchesani, Maso, Galluccio sono tutti atleti validi ma hanno avuto pochissimo supporto dal pubblico, proprio perché non della zona. Al contrario i milanesi Moricca e Pugliesi sono stati i più tifati. Detto questo il risultato è stato soddisfacente, soprattutto considerando che era una card incentrata su fighter esordienti o poco più, a parte qualche notevole eccezione (Frasineac e, a sorpresa, Cumani).

Ho notato un pubblico molto di settore, legato ai figther e spesso a sua volta praticante, dacci dei motivi per cui anche uno spettatore non già nell’ambiente dovrebbe appassionarsi e venire agli eventi IFC.

 Questa è la domanda da un milione di dollari! Mi verrebbe da rispondere così: semplicemente perché è uno sport che sa essere sia spettacolare che strategico e che in alcuni casi riesce a creare uno storytelling che altri sport non riescono a creare. Restando su IFC 1 basti pensare che il match più esaltante della serata è stato quello che ha visto Riccardo Cumani, un veterano degli sport da ring, tornare in attività per sostituire il suo allievo, impossibilitato a combattere per un problema di salute, con poche ore di preavviso e regalando al suo avversario diversi chilogrammi di vantaggio. In quale altro sport potrebbe succedere una cosa simile? E pensare che il tema della serata era quello di dare rilievo ai giovani emergenti…cosa che poi è successa comunque con i trionfi di Pagliariccio, Pugliesi, Moricca, Frasineac e Nuzzi. Ecco quello che cercheremo di fare con Italian Fighting Championship sarà di creare un prodotto che sia di grande intrattenimento sia dal punto di vista qualitativo che dal punto di vista della narrativa.

 Per le 22.30 sono di nuovo in strada, in una Milano gelida e adesso anche piovosa, mentre i numerosi locali di Viale Bligny sono già deserti o quasi, a conferma della rigida disciplina di noi lombardi: è domenica domani si lavora, fa freddo…, mentre in tante altre città  cuochi e camerieri sarebbero ancora molto impegnati e i locali pieni…

Foto di: Fabio Barbieri

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L’incredibile impresa di Carlo Airoldi: storia di un eroe italiano

Daniele Esposito

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Avrebbe compiuto oggi 149 anni Carlo Airoldi, un piccolo grande eroe che con la sua impresa ci ha mostrato cosa voglia dire davvero l’amore per lo Sport.

Carlo Airoldi era semplicemente uno sportivo appassionato, maratoneta e podista che aveva vinto solo qualche gara di paese, ma con grande passione. Figlio di contadini, lavorava in una fabbrica di cioccolato.

La sua storia non è nota perché, come sappiamo, chi non vince viene presto dimenticato. Ma, in questo caso particolare, vincere o perdere non ha inciso assolutamente sull’impresa che Carlo ha portato a termine. Qui si va ben oltre.

 

A poco più di un mese dall’inizio delle Olimpiadi di Atene del 1896, Carlo, non potendosi permettere i soldi per affrontare le spese del viaggio, decise di partire per la Grecia a piedi, sfidando qualsiasi corridore e qualsiasi cavallo, con la certezza di essere il migliore e non avere rivali.

Decise di farsi sostenere da un giornale sportivo: “La bicicletta”, al quale promise la corrispondenza e l’aggiornamento riguardo la propria avventura. La sfida era affrontare il viaggio da Milano fino ad Atene, in un mese. Fu un cammino pieno di ostacoli in cui il corridore rischiò anche la vita imbattendosi in gruppi di briganti. Tramite un  piroscafo che lo portò fino a Patrasso, proseguì poi il suo viaggio a piedi fino alla meta tanto bramata, Atene.

Airoldi arrivò nella capitale greca i primi di Aprile, giusto in tempo per l’inizio dei Giochi Olimpici. Ma la sua fama lo precedette, provocando chiaramente preoccupazione e apprensione tra gli organizzatori dei giochi olimpici: la maratona era la gara simbolo della competizione greca e a vincerla doveva essere assolutamente un greco. Grazie ad un cavillo burocratico, infatti, ad Airoldi non venne concessa l’autorizzazione a partecipare alla gara, perché considerato un professionista e i giochi olimpici erano esclusivamente riservati ai dilettanti. Le richieste del consolato italiano furono insistenti, ma servirono a ben poco. La maratona venne vinta, come da copione, da un dilettante greco, Spiridon Louis.

Carlo assistette alla corsa e rilasciò le seguenti parole a “La bicicletta: “E’ necessario che io parta al più presto, giacché ieri ed oggi dura fatica feci a reprimermi. Mi sentivo il prurito nelle mani e non posso tollerare più a lungo i sorrisi ironici di certi villani, ai quali avrei voluto far vedere, se non mi avesse trattenuto il timore di passare per un farabutto, che oltre alle gambe possiedo anche delle buone braccia. Dopo tutto mi consolo perché a piedi vidi l’Austria, l’Ungheria, la Croazia, l’Erzegovina, la Dalmazia e la Grecia, la bella Grecia che lasciò in me un ricordo indelebile.

La storia di Carlo Airoldi è sicuramente una storia che andrebbe raccontata o almeno menzionata nei libri di storia: è intrinseca, al suo interno, la voglia di un uomo di coltivare le proprie passioni nonostante le avversità e gli ostacoli. Carlo era un uomo umile e povero, ma ciò non bastò per frenare la propria indole di sportivo prima, e corridore poi. Dalle sue parole è possibile comprendere quanto l’obiettivo di partecipare fosse importante per lui, ma allo stesso tempo, che il viaggio stesso e la possibilità di credere in un sogno battendosi per quello che si ama, nonostante la sconfitta finale, fosse il vero scopo della sua eroica corsa. Beh, questa è la storia di Carlo Airoldi, un eroe vincente, senza medaglia.

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Esports: quando truccare le partite è un (video) gioco

Emanuele Sabatino

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Qual è il fine a cui tendono gli e-sport? La risposta è molto semplice: emulare nel modo più accurato possibile le stesse situazioni, le stesse dinamiche, della vita reale. O almeno, esclusi i giochi di fantascienza, è quello il proposito dei giochi sportivi e di guerra.

Purtroppo però quando si tenta di emulare al massimo qualcosa, si prendono sia i lati positivi sia quelli negativi. Ed eccoci al punto dolente. Nello sport una delle piaghe più importanti, insieme al doping, è quella del match-fixing, ovvero delle partite truccate.

 Eh sì, anche il mondo virtuale dei joystick e dei mouse e tastiera è entrato nel mirino dei criminali nel settore del match-fixing. Il motivo è sempre lo stesso ed è valido per tutti gli ambiti della vita. Dove girano soldi, tanti soldi, qualcuno vuole prendersi un bel vantaggio aggirando le regole, arricchendosi e trasformando quel mercato e quell’ambiente in marcio.

QUANTI SOLDI VENGONO SCOMMESSI SUGLI E-SPORT?

La domanda che molti, io in primis, mi sono domandato è stata la seguente: “Ok, ma quanti soldi potranno mai generare le scommesse legate agli e-sport?” La risposta è talmente incredibile che ancora oggi fatico a digerire la risposta. Le scommesse abbinate agli e-sport, solo nel 2017 sono state pari a 696 milioni di dollari.

Tantissimi soldi ed il motivo è molto semplice. In tutto il pianeta ci sono 385 milioni di persone che interpretano tre ruoli contemporaneamente: Giocatori, spettatori e scommettitori. A questi vanno aggiunti quelli che scommettono solamente, tra cui le organizzazioni criminali, che muovono tantissima moneta.

L’industria dei videogiocatori si è ampliata, è cresciuta, è diventata lucrosa. In Asia è una realtà già da tempo ed in Europa sta crescendo sempre di più grazie anche all’aiuto di Federazioni, come la Ligue 1 francese che ha istituito la versione virtuale della lega calcistica dove ogni settimana si giocano le stesse partite in programma negli stadi in modo virtuale, e altre squadre che hanno assunto dei pro-player per disputare le partite sotto la propria bandiera.

COME FUNZIONA LA CORRUZIONE

Esistono sono due tipi di corruzione, entrambe fanno leva sul fatto che questi ragazzi ritrovatesi di punto in bianco in auge e in un mondo molto ricco, non sono stati formati per essere professionisti e senza nessuna istruzione dal punto di vista etico. Il primo modo di essere corrotti è se vogliamo “di sopravvivenza”. I pro-player si vendono le partite per auto-finanziarsi l’iscrizione a tornei successivi. Il secondo invece è quello “associativo” dove ci sono dietro le organizzazioni criminali che vanno dai player e li convincono a vendersi le partite dietro lauto compenso.

Ian Smith, commissario per l’integrita della Esport Integrity Coalition (ESIC) ha dichiarato che il giro di scommesse clandestine ed illegali sulle competizioni virtuali si aggira intorno ai 2 miliardi l’anno.

COME SI PUO’ COMBATTERE?

Le quote vengono rilevate in tempo reale, quindi lo stato di allerta si genera subito intorno all’evento. Come per gli sport normali, più si va lontano dalla scena professionista main-stream più il rischio combine diventa concreto.

IL PROBLEMA DELLE SKIN:

Se per combattere le scommesse il vantaggio è quello di avere gli alert delle quote in tempo reale e poter vedere chi ha scommesso seguendo i flussi di denaro. La cosa  che rende più difficoltosa la scoperta e cattura dei giocatori corrotti è il fatto che essi sono internet-addicted, ovvero conoscono molto bene internet ed il mondo dell’informatica e sanno come celare la propria identità. Proprio per questo per ricevere la “mazzetta” per truccare una partita, utilizzano le SKIN. Le skin sono oggetti che vengono usati dai personaggi nei videogiochi. Può essere un’armatura o una spada o anche altro. Più è potente e più è costosa.

Vengono trasferite e vendute anche nel fuori dal gioco nel mercato nero quindi succede uno scenario simile a questo: Criminale vuole corrompere un giocatore. Compra una spada ed un armatura per un importo di 10.000 euro e poi la passa al giocatore da corrompere per perdere la partita. Il corrotto, può rimonetizzare la skin vendendola a sua volta per soldi ad un terzo giocatore.

ARRESTI ILLUSTRI

Nel 2016 il mondo e-sports venne scosso dall’arresto di Lee Seung-Hyun, uno dei giocatori più forti di tutti i tempi di Starcraft 2 che per essersi venduto due partite si è beccato 700.000 KRW di multa, pari a 532 euro, 18 mesi di carcere, 3 anni di spospensione e ban a vita dagli e-sport coreani.

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Tra povertà e persecuzione dei Rohingya, in Myanmar resiste solo lo Sport

Nicola Raucci

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La Corte penale internazionale dell’Aja ha annunciato che verrà aperta un’indagine sulle deportazioni in Myanmar, in passato nota como Birmania, nei confronti dei Rohingya, minoranza di fede islamica vittima di violenza e brutalità. Sotto accusa in particolare i vertici dell’esercito, accusati di genocidio. In un paese così devastato, lo Sport può rappresentare una speranza, una valvola di sfogo per chi non vede più un futuro.

Myanmar, Paese dell’Indocina, dalle condizioni di vita tra le più difficili al mondo. Sotto dittatura militare dal 1962 al 2015, la stagnazione economica, l’isolamento internazionale e i disastri naturali acuiscono i problemi che derivano dalla povertà diffusa e dai conflitti etnici che storicamente affliggono queste terre, tra i quali la persecuzione della minoranza musulmana dei Rohingya, per cui la nazione è tornata all’onore delle cronache nell’ultimo periodo.

A Yangon, città di oltre 5 milioni di abitanti e capitale fino al 2005, tra Anawrahta Road e Maha Bandula Road, strade del quartiere commerciale d’epoca coloniale che si diramano attorno alla Sule Pagoda, stupa birmana di oltre 2000 anni, simbolo inequivocabile della bellezza e della storia di questo Paese, i ragazzi vestiti di stracci palleggiano con piroette incredibili in una sorta di danza. Giocano a chinlone, sport tradizionale e nazionale del Myanmar. Uno dei tanti sport simili presenti nel Sudest asiatico: kator (Laos), sipa (Filippine), cầu mây (Vietnam), sepak raga (Brunei, Indonesia, Malaysia e Singapore) e il più famoso di tutti a livello internazionale, ovvero il sepak takraw (Thailandia). Giravolte e acrobazie incredibili tra l’umidità asfissiante, il frastuono incessante del traffico e i mille odori del mercato.

Il chinlone è praticato ovunque e da chiunque: uomini, donne e bambini, spesso insieme. Le esibizioni più rilevanti avvengono tra la folla, accompagnate dalla musica tradizionale in un’atmosfera mistica, dove movimenti e note si fondono in una simbiosi inestricabile veloce e fluida. Contraddistinto da regole rigorose per quanto concerne il posizionamento e l’orientamento di ciascuna parte del corpo in ogni specifica mossa, da eseguirsi in totale armonia con le altre, l’esibizione vede cinque o, più frequentemente, sei giocatori in cerchio. Senza l’uso di mani o braccia si passano una palla di fasce di rattan, bambù o canna che emette un tipico suono sordo quando colpita. Durante i passaggi i giocatori effettuano un movimento circolare intorno al giocatore posizionato al centro che si esibisce nelle diverse mosse. L’obiettivo è non far cadere la palla per più tempo possibile, realizzando contemporaneamente il maggior numero di movimenti perfetti.

Le origini del chinlone risalgono a circa 1500 anni fa. Il suo stile caratteristico deriva dalle esibizioni, influenzate dalle arti marziali e dalle danze tradizionali, ideate per intrattenere la corte reale birmana. Nel corso dei secoli sono state fatte diverse variazioni, soprattutto riguardo alle centinaia di movimenti da effettuare nel palleggio. Storicamente snobbato dagli europei che lo consideravano alla stregua di un semplice gioco indigeno più che un vero e proprio sport, ha tuttavia registrato un aumento di interesse internazionale nel primo Novecento, quando si sono tenute alcune dimostrazioni in diverse parti d’Europa e Asia. Nel 1953 il capo dell’Associazione Atletica Birmana, U Ah Yein, ricevette l’incarico dal governo di redigere un regolamento ufficiale. Queste regole fecero del chinlone uno sport a tutti gli effetti nel Myanmar e lo stesso anno si tenne a Yangon la prima competizione riconosciuta. Altra tappa fondamentale nella storia del chinlone è stato il 2013, durante i XXVII Giochi del Sud-est asiatico (SEA Games) svoltisi in casa, a Naypyidaw. In occasione di tale evento, è stato incluso come sport separato e le regole sono state aggiornate in modo da avere due squadre che si sfidano in campi circolari distinti. Il punteggio dipende dal livello della performance nello stesso lasso di tempo a disposizione.

La cerimonia di chiusura ha inoltre sottolineato l’importanza e la centralità del chinlone nella cultura birmana. Agli ultimi SEA Games di agosto 2017 a Kuala Lumpur in Malaysia il chinlone è entrato stabilmente tra gli sport della manifestazione, nella disciplina del sepak takraw, con quattro specialità: “senza ripetizione (primo livello)”, “stesso tocco”, “collegamento” e “senza ripetizione (secondo livello)”. Uno sport unico, capace di far risaltare la magnificenza delle tradizioni e della storia della Birmania, al di là dei suoi templi millenari e della sua incantevole natura. Una magnificenza che purtroppo viene tuttora eclissata dalle piaghe della povertà, della fame e dei conflitti armati.

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