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Azzardo e piaghe sociali

Se fosse successo allo Stadio Olimpico…

Lorenzo Contucci

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L’allarme bomba di Hannover, con la cancellazione di Germania- Olanda, quattro giorni dopo il  kamikaze di Parigi, che per fortuna non è riuscito a farsi esplodere dentro lo Stade de France. E se fosse successo in Italia, per esempio allo Stadio Olimpico di Roma? Sarebbe stata una strage.

Non tanto per lo scoppio di un kamikaze con cintura esplosiva – ipotesi improbabile nell’area di sicurezza per le ragioni che dirò – quanto per la scontata ondata di panico tra gli spettatori, ormai stretti tra barriere ed uscite di ridottissime dimensioni. Vedete, il modo per evitare le tragedie è uno solo: prevedere l’imprevedibile, giacché il pensare a ciò che solitamente accade equivale a prevenire quel che può succedere nella normalità o nella quasi quotidianità – un infarto, un infortunio – e non in una situazione di eccezionalità.

Abbiamo tutti ancora negli occhi le immagini del derby sospeso del 2004, quando si sparse la voce di un bambino morto nei disordini accaduti all’esterno dell’impianto. Molti spettatori si riversarono in campo attraverso quel cancellone – all’epoca giallo – voluto dagli stessi tifosi che avevano evidenziato i rischi dell’avere tra gli spalti e il campo un fossato e una vetrata invalicabile. Altri, invece, defluirono verso le uscite collocate nella parte medio alta della curva, all’epoca non divisa da una vetrata. Da una delle quattro uscite – ricorderete anche questo – usciva un denso fumo nero che indusse la maggior parte degli spettatori che non erano usciti dal terreno di gioco a scegliere di fuggire dalle altre.

Il vecchio Stadio Olimpico, quando ancora era di marmo, aveva una uscita centrale assai ampia, che permetteva il deflusso di un grande numero di spettatori contemporanemante. Attualmente, gli spettatori della Curva Sud e della Curva Nord hanno a disposizione solo due uscite – le stesse da cui entrano – perché per via della vetrata divisoria che ha di fatto diviso in due i rispettivi settori è impossibile per i tifosi recarsi da una parte all’altra. Se, quindi, per qualsiasi ragione le due uscite di pertinenza di ciascuna metà curva dovessero essere ostruite dal fumo, dal fuoco o da qualsiasi altra ragione, i tifosi non avrebbero altra strada che quella del riversarsi in campo dalla cancellata centrale, ora di colore grigio e chiusa a chiave.

Tempo fa un signore, in Tribuna Tevere morì di infarto sotto i miei occhi. Si chiamava Stefano Marinoni e così le cronache dell’epoca ricordavano il tragico evento: “Sabato pomeriggio, durante Roma-Livorno Stefano Martinangeli presidente del Roma club Big Star Soccer, ma più comunemente conosciuto da tutti i frequentatori dello stadio come “lo sbandieratore della Tevere” si è sentito male. I soccorsi ci hanno messo un po’ ad arrivare, e Stefano nella notte ci ha lasciati. Ancora una volta l’inadeguatezza delle strutture dello stadio Olimpico e chi le gestisce si sono palesate nella più tragica delle occasioni”.

Il “ci hanno messo un po’ ad arrivare” dipese dal fatto che non si trovavano le chiavi del cancello che, dal campo, avrebbe permesso l’arrivo di rapidi soccorsi: “Chi ce l’ha le chiavi?” – “Boh” – “Ce l’hai te?” – “No, io no” – “E allora chi ce l’ha”. Insomma, avete capito la situazione.

Quindi, il concetto del “se fosse accaduto a Roma quel che è accaduto a Parigi” va affrontato con un distinguo: da un lato la severità dei controlli degli accessi, già dall’area di prefiltraggio, molto lontana dai tornelli dello Stadio Olimpico, mi consente di affermare che è assai difficile pensare che un soggetto dotato di una cintura esplosiva possa farsi esplodere sugli spalti, visti i controlli che deve passare. Al limite può farlo fuori, ed anche abbastanza agevolmente visto che si formano lunghissime e densissime file di tifosi nei pressi del lento preingresso vicino all’obelisco. D’altra parte, però, non è impossibile che un attentato possa essere compiuto, all’interno dello stadio, in modi diversi: ad esempio, la norma che prevede che ogni impianto debba avere un metal detector prevedendo sanzioni per gli inottemperanti è rimasta lettera morta.

Mettiamo quindi che quattro o cinque terroristi riescano ad entrare all’interno dello Stadio Olimpico ed inizino a sparare all’impazzata, creando il panico tra i tifosi. Nelle Curve i fans hanno ormai a disposizione solo due delle quattro uscite che avevano prima, oltre al cancellone centrale – di dimensioni abbastanza ridotte – che consente l’ingresso sulla pista d’atletica. Nella Tribuna Tevere ci sono più vie di uscita all’interno del settore, ma la situazione è drammatica, soprattutto nella parte verso la Curva Nord, nel momento in cui si deve uscire materialmente dallo stadio, in quanto c’è la siepe dello Stadio dei Marmi che impedisce un rapido deflusso, in uno con i frangifolla verdi tubolari collocati all’esterno, come sanno tutti i frequentatori dello stadio.

Anche l’uscita dalla Curva Nord e dai Distinti Nord per imboccare via Boselli non è certo agevole ed è anzi pericolosa: viene infatti solitamente aperto – probabilmente per carenza di personale – un solo cancellone del prefiltraggio esterno: a Roma/Barcellona e a Roma/Juventus, per dare una idea, c’era una consistente e “pressata” fila per uscire, e ciò in una situazione di normalità assoluta. Ovviamente proprio davanti all’uscita c’erano e ci sono venditori ambulanti di bibite fresche, di bombe calde alla crema e di bandiere più o meno taroccate.

Bene, in questa situazione, immaginate ora cosa potrebbe accadere in caso di attentato in una partita di grido, con gli spettatori che non seguono le normali vie di deflusso in condizioni di tranquillità ma presi dal panico e con possibili vie di uscita limitate ed ostruite, in una situazione architettonica che rende il tutto ancora più complicato. Accadrebbe l’esatto contrario di quanto accaduto a Parigi, nel cui stadio, senza barriere divisorie, si è vista la gente defluire senza particolari tensioni verso il campo di gioco.

Evidentemente in Italia, per scongiurare un qualche striscione non opportuno e qualche contestazione troppo veemente si dimentica la lezione che, dopo la tragedia di Hillsborough del 1989, dovrebbe ormai essere chiara a tutti, visto che – per errori peraltro imputabili alla Polizia inglese, come si è saputo venticinque anni dopo – 96 tifosi del Liverpool morirono schiacciati per l’assenza di vie di fuga nella “gabbia” loro destinata quali tifosi ospiti.

Repetita, a volte, non iuvant.

LORENZO CONTUCCI

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10 Commenti

10 Comments

  1. vincenzo

    novembre 18, 2015 at 12:51 pm

    Putroppo questà è la triste realtà del nostro paese. Stadi fatiscenti e società che mettono davanti alla sicurezza del pubblico interessi commerciali.

  2. Andrea Meneghetti

    novembre 18, 2015 at 3:58 pm

    Contucci e’ la luce.

  3. MARCO

    novembre 18, 2015 at 4:04 pm

    Complimenti a Lorenzo per aver cosi lucidamente descritto la realtà dell’Olimpico che è il simbolo della triste situazione degli stadi italiani. ci si concentra sulla questione violenza senza andare alla radice del problema. i tifosi ormai in italia non sono i ben venuti, trattati come i peggiori clienti del peggior negozio. gli stadi saranno sempre più vuoti e questo porterà a dire ad un prefetto qualunque che il problema sicurezza è risolto

  4. Ettore Muti

    novembre 18, 2015 at 4:25 pm

    Analisi ineccepibile. Ma si sa, in Italia, ed a Roma in particolare (vetrina d’oro per tutti i funzionari pubblici che aspirino a rapide progressioni di carriera), le “normative” (e virgolette evidenziano che spesso non di leggi si tratta ma di mere circolari elaborate dai medesimi soggetti di cui sopra) e le folli applicazioni delle stesse sono attuate da soggetti che nello stadio non hanno mai messo piede.
    Da qui le follie che l’articolo ben espone e le follie ancor più evidenti che sempre gli stessi soggetti inventano per giustificare quelle applicazioni..

  5. Maurizio

    novembre 18, 2015 at 7:41 pm

    ineccepibile: ma arriverà alle orecchie giuste ??????????

  6. Luca

    novembre 18, 2015 at 8:40 pm

    Tante cose sono ineccepibili e ha in gran parte ragione. Ció che trovo vergognoso e irriguardoso nei confronti delle persone alle quali l’attentato è costato caro, è che l’autore stia “cavalcando l’onda” della tragedia per perorare la propria causa di tifoso. Questo vanifica tutto il resto, peccato.

  7. Walter

    novembre 18, 2015 at 10:03 pm

    Nn mi sembra che stia cavalcando l’onda né che c’entrino le persone dell’atentato visto che il numero di morti maggiori è avvenuto al Bataclan e non allo stadio… è una analisi concreta mica ha detto cosa fare ha sottolineato le criticità

  8. GG

    novembre 19, 2015 at 2:17 pm

    la “causa da tifoso” sarebbe stata se avesse voluto parlare della Roma o della sua squadra del cuore.
    Ma sta parlando di ORDINE PUBBLICO. E sicurezza.
    ESATTAMENTE QUELLA che PROPRIO all’indomani dell’attentato di Parigi è da analizzare con maggior scrupolosità.
    Altro che “causa da tifoso”. E’ “causa da cittadino che conosce molto bene uno degli obiettivi più sensibili in assoluto per la possibilità di massimizzare le vittime col minimo sforzo”

  9. Giampy Mele

    novembre 19, 2015 at 7:52 pm

    Rispondo al caro sig. Luca che vede nell’articolo in questione un vile tentativo di perorare la causa della Curva Sud contraria alle barriere divisorie imposte dal Prefetto di turno: lei sig. Luca troverà pure vergognoso anzi lo ritiene di fatto una chiara strumentalizzazione, peccato che, a prescindere dalle intenzioni dell’autore, rappresenta la incontrovertibile e reale situazione in cui di fatto versa lo Stadio Olimpico, in barba proprio alla sicurezza con cui si riempiono la bocca Funzionari e politici di turno!!!

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Azzardo e piaghe sociali

Il grande inganno dei Bonus di Benvenuto: quando il “regalo” è utile solo ai Bookmaker

Emanuele Sabatino

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Sono messi in grandissima mostra, scritti grandi e con colori sgargianti, sono i bonus dei bookmakers attui ad invogliarci a iscriverci e puntare sulle loro piattaforme. In piccolo invece, molto in piccolo, talmente in piccolo che ci vuole o un monitor 60 pollici o una lente d’ingrandimento, troviamo scritto in un color grigio tristezza i “termini e condizioni” di questi bonus ed è proprio qui che scopriamo le cose più interessanti.

IL BONUS E LA FORMULA DO UT DES

Iniziamo con l’importo del bonus “fino a 100€ per te”. 100 euro di bonus ma per sbloccarlo ci vogliono altrettanti soldi. Ma questo è solo la punta dell’iceberg. Perché alcuni bookmakers sbloccano il bonus solo dopo aver giocato interamente il versamento iniziale. Quindi verso 100 e devo giocare 100 per avere i 100 di bonus. Non solo perché i problemi veri, la trappola, arriva dopo, una volta che il bonus è stato effettivamente accreditato.

LA TRAPPOLA DEL PRELIEVO CONDIZIONATO

Per prelevare bisogna giocare l’importo versato più quello bonus per un numero di volte prestabilito. Di solito più il bonus è alto e più il numero di volte in cui bisogna scommettere il tutto sale. Si va dalle 3 volte, passando alle 6, fino addirittura alle 8 volte. A questo punto il lettore/scommettitore potrebbe pensare: “Ok, nessun problema, mi gioco tutto su una partita live a 1.01 così sono sicuro che la prendo e dopo il numero di volte stabilito dal bookmaker posso prelevare”. Seeee, ti piacerebbe. I bookmakers sono aziende internazionali e non hanno mica “l’anello al naso e la sveglia al collo”. Se vuoi prelevare devi puntare in singola su una partita con quota minima di 1.5, alcuni bookmakers alzano l’asticella a quota 2. In multipla, invece, almeno una partita deve avere una quota pari o superiore a 1.5. Il vantaggio matematico in singola di un bookmaker italiano si aggira dal 5 al 10%, percentuale che lievita vertiginosamente nel momento che aumentiamo il numero di eventi. Facile quindi capire che giocare versamento + bonus per un numero considerevole di volte a quota minimo 1.5 sia il modo migliore, dal punto di vista matematico, di regalare i soldi alle agenzie di scommesse. Al mondo nessuno regala niente, specialmente i soldi, figuriamoci un’azienda internazionale. Il bonus di benvenuto è quindi una pubblicità, ai limiti dell’inganno e della truffa, atta ad intrappolarci il patrimonio, facendoci credere che quei soldi siano effettivamente nostri, per farcelo perdere piano piano.

LO SCIACALLAGGIO SUI BISOGNI PRIMARI DELLE PERSONE:

E’ come se fosse tutto un grande effetto domino: la crisi, la disoccupazione e la povertà portano alla disperazione, quando si è disperati non ci resta che sperare, e noi speriamo che la bolletta di due euro si tramuti in una vincita di 1000. Il problema è questo non avviene quasi mai e così i bookmakers si arricchiscono sempre di più investendo in altri tipi di giochi “invitanti” ma soprattutto in tanta tanta pubblicità che ormai è ovunque e a tutte le ore, formando un circolo vizioso indistruttibile. D’altronde una volta un saggio disse: “Il bookmaker è un borseggiatore che ti lascia fare tutto da solo”.

 

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Altri Sport

NeuroDoping: se l’Elettroshock è la nuova frontiera delle prestazioni sportive

Matteo di Medio

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Dimenticatevi flebo, siringhe e pasticche. L’ultima trovata per migliorare le prestazioni sportive di un’atleta riguarda direttamente il motore dei nostri movimenti: il cervello. Stimolazione cerebrale o Neurodoping per l’appunto. Una metodologia molto semplice che prende spunto dalla fortunatamente abbandonata pratica dell’elettroshock nei lontani anni ’50. In sintesi, la prassi è molto simile anche se il voltaggio è 500/1000 volte più basso: si posizionano due elettrodi ai lati della scatola cranica e si scarica corrente elettrica con l’intento di cambiare i livelli di eccitabilità dei neuroni da essa colpiti.

A portare all’attenzione questa nuova pratica è stata la partnership siglata lo scorso anno tra la squadra di ciclismo Bahrain Merida, per la quale corre il nostro Vincenzo Nibali, con il gruppo Cidimu dell’Istituto delle Riabilitazioni Riba di Torino. Ugo Riba è il Professore che presiede il gruppo ed è convinto che attraverso questa metodologia sia possibile intervenire sulla fatica ma anche sulla rapidità di esecuzione sportiva e recupero da affaticamento post gara.

La tecnica, nota come stimolazione transcranica a corrente continua (tDcs) era stata pensata per il recupero di alcune lesioni al cervello o al midollo spinale. Oggi, trova applicazione per stimolare quei centri neuronali che, già degli anni ’90, si era pensato fossero i responsabili dell’affaticamento e del movimento muscolare. A sperimentare la tDcs è stata la squadra di sci e snowboard statunitense (Ussa) per quanto riguarda il salto con gli sci e le prestazioni dopo 4 applicazioni per due settimane hanno mostrato un aumento della forza e della coordinazione.  Soprattutto per quel che concerne la fatica, e il ciclismo può essere considerato lo sport che più ne sente l’impatto, la stimolazione andrebbe ad intervenire sulla corteccia motoria che è responsabile di inviare segnali di affaticamento. Aumentando l’eccitabilità di quest’ultima, si ottiene una minore percezione cerebrale di sforzo, consentendo al corpo di ottenere performance atletiche più durature. E come ha detto Samuele Marcora, scienziato dell’Università del Kent al FattoQuotidiano.itoltre al reale impatto della pratica si aggiunge anche l’effetto placebo con risultati ancora più incoraggianti.

La stimolazione transcranica può trovare terreno fertile in molti settori anche non sportivi come i videogiochi dal momento che aumenta la concentrazione e la velocità di reazione. Non a caso l’azienda Halo vende già delle cuffie da collegare allo smartphone per un utilizzo fai-da-te. Le evidenze per adesso analizzate, però, non hanno portato a reali conclusioni definitive e, come dice sempre Marcora, non sempre gli esperimenti hanno dato risultati confortanti e ha anche messo in guardia circa i rischi di un utilizzo continuativo della stimolazione, non essendoci ancora studi conclusivi sugli effetti a lungo termine. E se proprio dovesse essere utilizzato, consiglierebbe un uso solo pre-gara e non in fase di allenamento.

Altro discorso sul quale si dovrà ragionare se tale pratica dovesse prendere definitivamente piede, è relativo al concetto di Doping. Ad oggi la stimolazione transcranica è assolutamente legale ma non è escluso che, agendo sulle performance dell’atleta, possa essere considerato alla stregua dei farmaci proibiti in quanto strumento di alterazione del corretto svolgimento di una gara. Ma al riguardo sembrerebbe difficile riuscire a dimostrare un suo utilizzo prima di una evento sportivo. Senza contare che già vengono assunte alcune sostanze, come la caffeina che in certi dosaggi è permessa, che di fatto influiscono a livello cerebrale.

Ma su questo sarà la Wada a dire l’ultima parola. Nel frattempo teniamoci forte, che il futuro è oggi. E non sembra un granché.

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Altri Sport

Doping e Scommesse, la dura vita “da cani”

Emanuele Sabatino

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Un allenatore è stato accusato di aver drogato il proprio cane con un cocktail di droghe tra cui la metanfetamina a cristalli per farlo correre più veloce. E’ stato arrestato.

Un uomo del Queensland (Australia), Anthony Hess di 44 anni, è stato indagato con 70 accuse di frode e possesso illegale di stupefacenti dove aver volontariamente dopato il suo cane per vincere le corse e approfittare delle quote molto alte.

I detective hanno dichiarato che il suo levriero Bonknocka Lass, è stato dopato principalmente con la metanfetamina in tre diverse gare. La prima, la più clamorosa datata il 2 agosto scorso, vide il levriero vincere la gare agevolmente nonostante la sua quota di partenza fosse addirittura di 44.70.

Secondo le analisi di laboratorio, il cocktail era principalmente a base di metanfetamina mischiato con pseudoefedrina e altri eccitanti. Ross Barnett, commissario dell’integrità per la corsa dei levrieri si è detto ovviamente shockato e ha sospeso immediatamente la licenza all’allenatore. Sospensione che con alta probabilità verrà resa definitiva.

Per ottenere la licenza di allenatore di levrieri bisogna mostrare ad una commissione apposita di essere in forma, avere una buona educazione e soprattutto avere il rispetto delle regole.  Al di là del singolo caso, il problema è sicuramente generale. Doping misto al maltrattamento sugli animali per fare più soldi con le corse. Tutto il marcio dello sport e della competizione in una sola frase. Chissà in altre parti del mondo, dove i controlli sono ancor più blandi e dove fanno scommettere gli “animali” sui combattimenti tra animali fino alla morte, quali sostanze diano ad essi per prendersi un vantaggio. E l’anfetamina, purtroppo, potrebbe essere solo la punta dell’iceberg.

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