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Calcio

Saint-Denis, due anni dopo: la Francia calciofila e il bisogno di un multiculturalismo sostenibile

Andrea Muratore

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Il 14 Novembre 2015, il mondo intero si svegliava ancora scosso dagli attentati del Bataclan e dello Stadio Saint-Denis durante la partita Francia-Germania. A distanza di due anni, la ferita e la paura sono ancora vive. Abbiamo analizzato cosa non ha funzionato nel modello multiculturale francese, da una parte fondamentale per il calcio transalpino, dall’altro specchio di un divario sociale che negli anni si è fatto sempre più evidente.

Saint-Denis, 12 luglio 1998. Gli 80.000 spettatori dello Stade de France esplodono in un impressionante boato corale al triplice fischio del marocchino Said Belqola, che sancisce la vittoria della nazionale padrona di casa ai campionati mondiali di calcio disputatisi, per la prima volta dopo sessant’anni, sul suolo francese. Francia-Brasile 3-0, è l’apoteosi della storia calcistica francese, nonché l’inizio di un quinquennio di assoluta estasi per Les Bleus, che vivranno un ciclo contraddistinto da un’impressionante grandeur conquistando anche l’Europeo del 2000 e le Confederations Cup del 2001 e del 2003.

In quell’indimenticabile notte di luglio, la doppietta di Zinedine Zidane e il sigillo di Petit negarono alla nazionale verdeoro il bis mondiale e regalarono alla Francia e alla città di Parigi un ricordo indimenticabile: la capitale visse nelle ore successive alla conclusione della partita ore di tripudio, le sue strade vennero letteralmente invase dai cittadini in festa per la prima, storica ascesa della Francia ai vertici del calcio planetario. La folla strabocchevole che si riversò per i boulevard, composta da oltre un milione di persone, era di dimensioni addirittura maggiori di quelle che si erano radunate per le strade di Parigi in due eventi simbolo per la storia della città nel XX secolo, ovverosia la festa per la Liberazione, celebrata il 26 agosto 1944 dopo l’ingresso nella città dei generali De Gaulle e Leclerc, e le roventi giornate del “Maggio Francese”, che nel 1968 diedero il via alla storica stagione della contestazione giovanile. I parigini, e più in generale tutti i francesi, esultarono all’impazzata per il trionfo di una squadra irripetibile, che stupì il mondo per la sua eterogeneità etnica. La squadra del 1998, infatti, schierava al suo interno numerosi atleti nati nelle ex colonie o da famiglie immigrate in Francia tra cui si segnalarono fuoriclasse come Thuram, Karembeu, Vieira, Desailly e il protagonista assoluto della finale di Saint-Denis, Zinedine Zidane.

Le cronache di quell’estate non mancarono di sottolineare il grande significato insito nel trionfo conseguito dai multietnici Bleues, valorizzato come il simbolo del modello multiculturale, dell’integrazione andata a buon fine, dell’accoglienza donata dai francesi ai figli dell’ex impero coloniale e ascritto dunque a successo “politico” dai governanti dell’epoca, compreso lo stesso presidente Jaques Chirac, desideroso di presentare dinnanzi al mondo una Francia capace di svilupparsi autonomamente, forte sul piano internazionale e salda al suo interno.


Dietro la patina dorata del successo mondiale, il modello multiculturale della società francese avrebbe di lì a poco rivelate le sue principali lacune, che iniziarono a manifestarsi in tutta la loro ampiezza quando la recessione economica, le prospettive politiche incerte e numerose tensioni sociali iniziarono a far sorgere le prime, sensibili frange antimmigrazioniste nel panorama politico e, soprattutto, insorse il grande problema dello sradicamento: decine di migliaia di immigrati, infatti, riscontrando difficoltà nell’accesso al mondo del lavoro, all’istruzione e ai servizi di base si ritrovarono isolati, costretti a vivere ai margini delle società, in quartieri di periferia squallidi e poco ospitali come le tristi banlieue di Parigi e Marsiglia che nel 2005 furono teatro di violenti scontri tra le forze dell’ordine e migliaia di manifestanti che agognavano più attenzione da parte delle istituzioni.

Anno dopo anno, anche la nazionale di calcio francese cessò di essere l’emblema del multiculturalismo e, da vero specchio della società, iniziò a manifestare le grandi difficoltà con cui doveva nello stesso tempo raffrontarsi l’intera nazione: i Mondiali 2010 suggellarono la crisi, la squadra transalpina vicecampione del mondo in carica si squaglia, la lite tra Nicolas Anelka e il commissario tecnico Domenech apre la strada alla frattura interna al gruppo, che dopo essersi progressivamente diviso per una torbida storia di spionaggio interno e soffiate ai media, giunse a polarizzarsi su gruppi “etnici”. I galletti abbandonarono anzitempo l’edizione sudafricana della Coppa del Mondo, ultimi nel proprio raggruppamento dopo aver racimolato un solo punto.

Nel frattempo, in Francia la crisi economica esacerbava il divario sociale, rendendo ancora più difficile per vaste sacche della popolazione e per una percentuale elevatissima di immigrati di prima e seconda generazione fuoriuscire dall’indigenza, aspirare a un lavoro sicuro, integrarsi con successo nella vita della comunità francese. Le banlieue divennero terreno fertile per uno strisciante risentimento, si popolarono di donne e uomini sradicati, emarginati e privi di qualsiasi punto di riferimento, incapacitati a riconoscersi nella Francia o in qualsiasi altra nazione, meno restii di coloro che avevano conseguito maggior fortuna a ignorare certi messaggi inquietanti, recanti con sé odio, disprezzo e rancore.

Essi non sono innati nell’animo umano, germinano in condizioni ambientali a loro propizie, ma una volta venuti ad esistenza la loro crescita è brutale, sconvolgente, inarrestabile. Lo sanno bene i leader del movimento terroristico internazionale, divenuti abili propagandisti e capaci di attrarre, con i loro messaggi deliranti e blasfemi, centinaia di giovani europei, in gran parte figli sradicati di immigrati, su una strada oscura attraverso allettamenti e martellamenti psicologici di ogni genere. Le banlieue furono interessate massicciamente dal fenomeno, la cui gravità fu compresa dai francesi solamente nel 2015, quando i due clamorosi attentati che a distanza di pochi mesi insanguinarono Parigi mostrarono al mondo la vulnerabilità della Francia di fronte al dilagare del terrorismo. Tanto nell’assalto alla redazione di Charlie Hebdo quanto nella carneficina del 13 novembre gli esecutori furono cittadini francesi e belgi, reclutati dai gruppi terroristici nella massa di umanità sradicata abitante le periferie degradate delle città.

E lo Stade de France venne nuovamente coinvolto nella cupa serata di novembre, quando un’esplosione squassò l’esterno dell’arena verso le 21.20, dando il via all’impressionante serie di attacchi coordinati che causerà 130 morti nella capitale francese. Saint-Denis, ebbe su di sé gli occhi del mondo impietrito per la carneficina consumatasi mentre, per motivi di sicurezza, l’amichevole Francia-Germania veniva portata a compimento dopo l’evacuazione dell’allora presidente Hollande. L’attacco terroristico del 13 novembre ha rivelato le conseguenze estreme a cui hanno portato quindici anni di mala gestione di due problematiche di primaria importanza: l’integrazione delle comunità di immigrati e il dilagare del terrorismo integralista. Il secondo processo ha tratto giovamento dalle gravi difficoltà del primo, mentre la Francia stentava a riconoscere i limiti intrinseci al suo multiculturalismo nel momento in cui le serie problematiche dovute alla crisi economica iniziarono a manifestarsi in tutta la loro veemenza.

A due capi estremi, il 12 luglio 1998 e il 13 novembre 2015 ci parlano dello stesso fenomeno. La Francia mondiale dimostrò a una nazione intera quanto lontano si potesse andare se le energie positive, lo spirito di gruppo e la volontà di superare le reciproche divergenze fossero state messe a disposizione di un obiettivo comune. La tragica notte dello scorso novembre, invece, racconta quanto gravemente la mancata comprensione di dati fenomeni e il disinteresse verso una significativa fetta della popolazione (atteggiamento condiviso anche da altri paesi, Belgio in prima fila, per anni) abbiano potuto generare fenomeni di portata tanto tragica. Lo Stade de France è il tratto d’unione tra queste giornate storiche, seppur per motivi drammaticamente diversi, per la Francia contemporanea, un monumento che oramai trascende il suo ruolo di stadio ed è già un simbolo di eventi che faranno sentire la loro eco negli anni a venire.

La speranza finale è che la ragionevolezza trionfi sempre. Malgrado la nuova direzione che Macron ha mostrato di voler intraprendere, Il sogno è che la Francia dei prossimi anni torni finalmente a essere un punto di aggregazione e attrazione per coloro che sono in cerca di una nuova patria, facendo sì che il degrado, lo sradicamento e l’abbandono delle banlieue non diventino altro che retaggi del passato. La folla di tifosi che, evacuata dallo Stade de France, cantava La Marsigliaise, splendidamente replicata pochi giorni dopo dal pubblico di Wembley, era e rimane l’immagine più bella con cui controbattere al Terrore, all’oscurantismo al rancore. Essa esprime una speranza, un voto tanto semplice da esprimere quanto arduo da realizzare: possano la Libertà, l’Uguaglianza e la Fraternità trionfare davvero, una volta per tutte. E la partita di questa sera, a Colonia, tra Germania e Francia in ricordo delle vittime di due anni fa, può essere un punto da cui ripartire. Di nuovo.

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Calcio

Criptovalute e blockchain: il calcio è pronto all’economia virtuale

Massimiliano Guerra

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Ormai i Bitcoin sono entrati nel nostro gergo quotidiano. Molte persone ancora non lo conoscono e ancora fanno fatica a comprenderne il meccanismo. Il Bitcoin è solo una delle tante criptovalute (monete virtuali) che sono presenti nel mercato borsistico mondiale. Cosa c’entra questo discorso con lo sport? C’entra e come perché i Bitcoin e le criptovalute in generale stanno entrando, pian piano, anche nello sport.

I TOKEN DI JUVE E PSG

E’ notizia di ieri l’accordo di partnership raggiunto dalla Juventus con la piattaforma specifica per lo Sport Socios.com che utilizza la tecnologia blockchain. Il progetto prevede il lancio di uno Juventus Official Fan Token, con l’obiettivo di avvicinare la sterminata fan base bianconera al mondo societario della Vecchia Signora. Infatti, attraverso questi token, la cui emissione è prevista per il 2019, sarà possibile per chi ne possiede interagire direttamente nella vita del club, potendo partecipare attivamente ad alcune scelte della Juventus attraverso sondaggi e votazioni. Per poter avere i token della Juventus sarà necessario acquistarli solo su Socios.com attraverso il Chiliz ($CHZ), token nativo della piattaforma. La scelta di puntare forte sul digitale della Juventus fa eco a quella di qualche giorno fa intrapresa anche dal Paris Saint Germain. Anche il club francese infatti è entrato in partnership con Socios.com. L’obiettivo generale è quello di massimizzare l’interazione del tifoso con la società e offrire esperienze uniche, oltre a rendere il settore al passo con i tempi digitali che stiamo vivendo e che vivremo.

REAL MADRID PIONIERISTICO- Il primo piccolo passo è stato già fatto dal Real Madrid. Il club spagnolo è il primo ad accettare i Bitcoin come forma di pagamento. Da gennaio sarà possibile pagare il tour del Santiago Bernabéu utilizzando la criptomoeneta, grazie ad una storica quanto importante partnership con l’agenzia turistica 13Tickets. Il club Campione d’Europa e del Mondo è stato il primo ad adottare la modalità di pagamento, ma la società responsabile del sistema intende implementarla anche nell’altra rivale della capitale spagnola, l’Atletico Madrid. La 13Tickets sarebbe in trattative avanzate per consentire pagamenti in Bitcoin per le visite al Wanda Metropolitano. Attualmente i visitatori che vogliono effettuare un pagamento “normale” pagano 18 euro per il tour. Dato che una criptovaluta ha un valore che cambia nel tempo, è chiaro che il Real Madrid e la 13Tickets dovranno poi rendere più chiare quali tra le innumerevoli esistenti saranno accettate e come potranno avvenire i vari pagamenti.

SCOMMESSE IN BITCOIN- Sembra incredibile ma già da qualche anno all’estero, in particolare negli Usa e in Gran Bretagna, è possibile scommettere con i Bitcoin. Sono tanti i siti che accettano la criptovaluta per aprire conti e piazzare scommesse. Come i normali conti online è possibile giocare online senza alcun tipo di restrizione. Un’innovazione molto affascinante ma che potrebbe dare il via a speculazioni e modalità non del tutto trasparenti. Già con i metodi tradizionali è molto difficile poter controllare un mercato globale e molto complesso come quello delle scommesse, figurarsi con una moneta virtuale. Le informazioni sulle transazioni di Bitcoin sono raccolte pubblicamente e custodite in modo permanente, in modo che chiunque possa vedere il bilancio e le transazioni di qualsiasi indirizzo Bitcoin. Tuttavia, l’identità dell’utente che si cela dietro un indirizzo resta ignota, finché l’informazione non viene rivelata durante un acquisto o in altre circostanze. Dunque quanto potrebbe essere facile tracciare i flussi delle scommesse? Sarebbe possibile fermare o capire i flussi anomali sulle partite? Queste sono solo alcune delle domande che una applicazione più capillare dei Bitcoin alle scommesse potrebbero porci davanti. Non resta quindi che attendere e osservare se veramente queste criptomonete possano impadronirsi anche del mercato delle scommesse, solo allora veramente il problema della loro reale applicazione al betting potrà concretizzarsi.

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Quando lo stadio è un’astronave

Nicola Raucci

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Isola di Hokkaidō ( 北 海 道 ), la più settentrionale dell’arcipelago giapponese. Capoluogo della prefettura è Sapporo (札幌市), città di oltre 1.9 milioni di abitanti, nota a livello mondiale per le Olimpiadi invernali tenutesi nel 1972, per la prima volta in terra asiatica. Sapporo è una città recente e moderna, in cui muoversi risulta incredibilmente facile. I grattacieli del centro illuminato di Susukino ( す す き の ) si stagliano sui tradizionali edifici nipponici dei sobborghi. Prendendo la Linea Tōhō (東豊線) alla stazione di Ōdōri (大通駅), snodo metropolitano principale, all’interno del omonimo parco alberato dalle numerose fontane, si arriva in una decina di minuti al capolinea di Fukuzumi (福住駅). Una breve camminata sul lungo viale della periferia tra i concessionari d’auto e si giunge ai piedi di quella che sembra una gigantesca astronave dal guscio metallico: il Sapporo Dome (札幌ドーム).

Il Sapporo Dome (soprannominato Hiroba, “piazza”) è uno stadio polivalente progettato dall’architetto Hiroshi Hara per il Mondiale di calcio del 2002. Inaugurato, dopo tre anni di lavori, il 3 giugno del 2001, ha ospitato tre incontri della fase a gironi della manifestazione: Germania – Arabia Saudita 8-0, Italia – Ecuador 2-0 e Argentina – Inghilterra 0-1. Rinnovato nel 2009, è tuttora un impianto avveniristico e innovativo. Situato sul versante collinare di Hitsujigaoka, si estende su un’area di 97.503 m² e ha una capienza generale di 41.484 spettatori. Risulta essere l’unico a livello internazionale ad avere sia una copertura totale, la cupola (Dome), sia un terreno di gioco scorrevole che viene traslato dallo spazio esterno all’interno mediante l’utilizzo del primo sistema di sollevamento ad aria al mondo. Ospita in modo particolare le partite in casa della squadra di calcio dell’Hokkaido Consadole Sapporo (北海道コンサドーレ札幌, club della massima serie giapponese, la J1 League) e della squadra di baseball degli Hokkaido Nippon Ham Fighters ( 北 海 道 日 本 ハ ム フ ァ イ タ ー ズ , formazione che milita nella Pacific League della NPB, Nippon Professional Baseball). Nello spazio esterno è situato il campo da calcio mobile in erba naturale, mentre all’interno vi è il campo da baseball in sintetico.

Prima di una partita di calcio il campo esterno viene spostato dentro l’impianto e prende il posto del terreno di gioco del baseball. Durante il processo di traslazione le gradinate nella parte inferiore ruotano per adeguare la configurazione degli spalti alla forma del campo. Il posizionamento dei posti a sedere negli anelli superiori è ellittica per garantire linee di visione ottimali agli spettatori. Questa possibilità di mutare la disposizione permette all’impianto di ospitare un gran numero di eventi, variando capienza (da 30.000 a 53.796 spettatori) e area dell’arena interna. Il Dome ha ospitato le cerimonie di apertura e chiusura dei Campionati mondiali di sci nordico nel 2007 e la cerimonia di apertura dei Giochi asiatici invernali del 2017. È il primo impianto al mondo in cui si sono tenuti eventi indoor e in notturna di sci. Nello stadio si sono svolte poi le super speciali del Rally del Giappone 2008 e 2010. Inoltre, sarà uno degli impianti della Coppa del Mondo di rugby del 2019 nel Paese del Sol Levante. Uno stadio ricco di attrazioni, utilizzato nel corso di tutto l’anno. Strutturato su quattro piani più due sotterranei, offre un ambiente accogliente. Non solo ristoranti, negozi di merchandise ufficiale e bento stands ma anche un parco giochi, una sala pesi e un punto panoramico a 53 m di altezza: una struttura cilindrica di vetro sospesa fuori dalla cupola che regala una vista mozzafiato dello skyline di Sapporo e della natura incontaminata ai confini della città. Un luogo dedicato a tutti, fornito di un perfetto impianto di climatizzazione e di ogni comfort, come il WiFi gratuito. Dotato di un ampio parcheggio per 1.700 veicoli, è raggiungibile, oltre che dalla linea della metropolitana, da diverse linee di autobus, con tariffe agevolate per bambini e famiglie.

L’impianto coperto e chiuso permette le manifestazioni sportive in ogni situazione. Difatti, lo stadio è stato creato per far fronte perfettamente alle condizioni climatiche e naturali dell’isola di Hokkaidō. Sapporo è caratterizzata da una grande escursione termica stagionale e gli inverni sono freddi. Preda dei gelidi venti provenienti dalla Siberia, le temperature scendono fino a -15°C e le nevicate sono abbondanti, con una precipitazione media annua di 630 cm. L’isola è inoltre fortemente sismica, basti ricordare il terremoto di magnitudo 8,3 avvenuto nel settembre del 2003. Lo stadio costituisce un punto di riferimento per tutta la gente di Sapporo e, in generale, di Hokkaidō, come dimostra l’annuale appuntamento dei tifosi, ragazzi e anziani, del Consadole che dal 2003 si ritrovano a fine inverno, una settimana prima dell’apertura del campionato di calcio, per aiutare lo staff del club a pulire il campo esterno dalla neve. Un momento rituale in grado di rafforzare il sentimento di appartenenza e il legame comunitario per una società che, pur non avendo grandi pretese di classifica, fa registrare sempre un largo seguito di pubblico. Un’immagine emblematica che dovrebbe far riflettere in particolar modo se confrontata al nostro tifo e ai nostri stadi che fin troppo spesso si fanno specchio della decadenza del movimento calcistico italiano.

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Josef Bican, il più grande marcatore della storia dimenticato per colpa della Guerra

Nicola Raucci

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Avrebbe compiuto oggi 105 anni Josef Bican, un nome che potrebbe non dire nulla, ma che in realtà rappresenta il più grande marcatore della storia del calcio. La sua gloriosa storia venne dimenticata per colpa della guerra. Ve la raccontiamo.

Ho sentito molte volte la teoria secondo la quale era più facile segnare ai miei tempi. Ma le occasioni erano le stesse anche cento anni fa  e saranno  le stesse anche tra cento anni. La situazione è identica e tutti dovrebbero concordare sul fatto che una occasione dovrebbe trasformarsi in un gol. Se avevo cinque occasioni facevo cinque gol, se ne avevo sette ne segnavo sette”. (it.uefa.com)

Vienna, 1913. La capitale dell’Impero austro-ungarico è una autentica polveriera politico-sociale. Tra le sue strade un pezzo di storia del Novecento: Freud, Stalin, Trockij, Tito e Hitler.

Qui nasce il 25 settembre 1913 Josef Bican, il più grande marcatore di tutti i tempi con 805 goal in competizioni ufficiali e 1468 reti a referto contando anche le amichevoli. Unico giocatore ad aver militato e segnato in tre diverse nazionali.

Un campione quasi del tutto dimenticato, emblema di un momento storico tragico, la cui carriera reca le ferite di un secolo caratterizzato da cambiamenti improvvisi e assurde atrocità. Un giocatore sul quale sono nate leggende, dalle cinquemila reti ai numeri spettacolari in allenamento in cui colpiva dal limite dell’area una serie di bottiglie posizionate sulla traversa.

Figlio di Frantisek, boemo di Sedlice, giocatore dell’Herta Vienna, e Ludmila, viennese di origine cecoslovacca, passa l’infanzia nell’indigenza e nella sofferenza. A otto anni perde il padre, dopo un tremendo scontro di gioco. Il lavoro della madre nel dopoguerra permette la sola sopravvivenza. Il giovane Josef detto “Pepi” corre scalzo dietro il pallone, il suo grande amore. Si forma nelle categorie giovanili dello Schustek e del Farbenlutz e a 18 anni firma il suo primo contratto da professionista con il Rapid Vienna, il club più importante della città.

Con il tempo matura una raffinata sensibilità in entrambi i piedi che ne fanno un finalizzatore spietato,  supportato  da  una  velocità  impressionante  (100  metri  in  10,80  secondi)  e  da una struttura fisica possente (178 cm, 77 kg). Il tutto unito ad una forza di volontà senza eguali.

Il suo stipendio arriva in solo due anni alla considerevole cifra di 600 scellini. A 20 anni, il 29 novembre 1933, esordisce nella nazionale austriaca, il Wunderteam. L’anno successivo partecipa ai Mondiali italiani e segna una rete decisiva ai supplementari degli ottavi di finale contro la Francia. In totale con la maglia austriaca disputa 19 incontri con 14 reti a referto. Nel 1935 lascia il Rapid Vienna, con all’attivo 68 reti in 61 presenze, un campionato e un titolo di capocannoniere. Si trasferisce al SK Admira Vienna dove continua a vincere e segnare: due campionati (1936, 1937) e 22 goal in 31 partite.

Nel 1937 va in Cecoslovacchia allo Slavia Praga. Lascia l’Austria ormai vicina all’Anschluss e sfugge al regime nazista, rifiutando di vestire la maglia della Germania. Ritorna nella sua terra d’origine, nella quale era solito trascorrere le vacanze estive in tenera età. Prende la cittadinanza ma non può giocare i Mondiali del 1938 con la selezione cecoslovacca per un cavillo burocratico. Farà il suo esordio il 7 agosto 1938, mettendo a segno una tripletta contro la Svezia.

In seguito all’occupazione nazista, veste la maglia del nuovo Protettorato di Boemia e Moravia. Il12 novembre 1939, nel match dal roboante risultato di 4-4 tra Boemia-Moravia e Germania, Josef mette a referto 3 reti, diventando il  primo e finora unico giocatore ad aver segnato con tre nazionali diverse.

Bican è fin da subito il simbolo della polisportiva dello Slavia Praga, senza dubbio la squadra della sua vita. I tifosi estasiati lo chiamano “il cinico”. Negli undici anni in cui milita tra le fila dei Červenobílí segna 385 goal in 204 partite di campionato, vince 4 campionati di Boemia-Moravia (1939-40, 1940-41, 1941-42, 1942-43), un campionato cecoslovacco (1946-47), 3 Coppe di Cecoslovacchia (1941, 1942, 1945), una Mitropa Cup (nel 1938, capocannoniere con 10 goal) e

10 titoli di capocannoniere (6 del campionato di Boemia-Moravia nel 1938-39, 1939-40, 1940-41,1941-42, 1942-43, 1943-44 e 4 del campionato cecoslovacco nel 1937-38, 1945-46, 1946-47 e 1947-48).

Al termine della seconda guerra mondiale molte squadre europee, tra cui la Juventus, lo desiderano. “Pepi” male informato rifiuta il trasferimento in Italia in quanto teme l’avvento di un governo comunista. Sorte che invece tocca proprio alla Cecoslovacchia. Difatti, nel 1948 il partito comunista, con l’appoggio dell’Unione sovietica, prende il potere. Come già fatto nei confronti del nazismo,  rifiuta  di  aderire  al  partito.  Per  tale  ragione  Bican  e  la  sua  famiglia  vengono emarginati e subiscono il sequestro di diverse proprietà.

Per migliorare la sua reputazione di fronte al regime lascia lo Slavia Praga, club di tradizione borghese, e firma per il Sokol Vítkovice Železárny, squadra delle acciaierie di Ostrava con un largo seguito popolare. Vi milita per tre anni, vincendo l’ennesimo titolo di capocannoniere nel 1950. Successivamente, si trasferisce in seconda divisione allo Škoda Hradec Králové, disputando solo pochi incontri. Su pressione del partito comunista è infatti costretto a lasciare la squadra per la sua crescente e pericolosa popolarità tra la popolazione locale.

Nel 1953 ritorna allo Slavia Praga, rinominato allora in Dynamo Praga, dove gioca fino a 42 anni, con 29 presenze e 22 goal. A fine carriera, nel 1955, nessun onore gli è concesso e viene mandato a lavorare come operaio alla stazione ferroviaria di Holešovice.

Intraprende poi la carriera di allenatore senza particolare fortuna. Muore il 12 dicembre 2001 a Praga, a 88 anni. Ricordato come uomo umile ma sicuro di sé, è stato sempre lontano dalle ideologie totalitarie del tempo. Venerato dal pubblico e osteggiato dai poteri forti, Josef “Pepi” Bican ha scritto soprattutto negli anni bui della seconda guerra mondiale pagine leggendarie di storia del calcio, forse per questa ragione dimenticate troppo in fretta.

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