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Pugilato

Rubin Carter. Il grido dell’innocenza

Francesco Gallo

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Rubin Carter. Il grido dell’innocenza

Il 6 Maggio 1937 nasceva Rubin Carter, il pugile afroamericano la cui storia è diventata un’icona di lotta per la giustizia e la libertà. Ve la raccontiamo.

Rubin Carter nacque a Clifton, nel New Jersey, il 6 maggio del 1937, lo stesso giorno in cui, a pochi chilometri di distanza, lo Zeppelin LZ 129 Hindenburg si riduceva in cenere nel giro di pochi secondi. La sua famiglia, che dopo poco tempo si trasferì a Paterson, una città poco distante, era composta da sette figli, tra fratelli e sorelle.

A differenza dei fratelli più grandi, Rubin fu un ragazzo difficile da controllare, peraltro afflitto da una rilevante balbuzie che, ovviamente, gli procurava lo scherno da parte dei suoi coetanei. L’ambiente in cui crebbe Rubin fu abbastanza agiato, almeno per quanto poteva esserlo per una famiglia di neri negli anni tra la Grande Depressione e la Seconda Guerra mondiale. Paterson era una città famosa per le proprie fabbriche di seta, per la nutrita comunità di immigrati italiani — ne faceva parte anche l’anarchico Gaetano Bresci, che nel 1901 vi era partito per andare ad assassinare il re d’Italia Umberto I —, per le pistole che nel 1835 Samuel Colt aveva cominciato a produrre proprio lì, e in futuro lo sarebbe stata anche come città inaugurale del viaggio On the road di Jack Kerouac.

Ma a quattordici anni, Rubin, conobbe per la prima volta i rigori della legge e finì in riformatorio per aggressione aggravata verso alcune persone. Era stata, questa, una sentenza giusta, ma che venne rifiutata dal giovanissimo Rubin Carter il quale pensò bene di fuggire dal carcere minorile e arruolarsi nell’esercito.

Era il 1954, un anno dopo la fine della Guerra di Corea, e Rubin completò il suo addestramento a Fort Jackson, nella Carolina del Sud. Fu in quel periodo che cominciò ad avvicinarsi alla boxe, un buon metodo per canalizzare tutta la sua rabbia, le sue energie. Sul ring dell’esercito riuscì a combattere per ben 56 volte, riportò 51 vittorie di cui più della metà per k.o. Ma non appena tornò a casa sua, nel New Jersey, ad attenderlo trovò la giustizia: avrebbe dovuto scontare gli ultimi dieci mesi della pena per la fuga dal riformatorio.

Rubin, detto “The Hurricane”

Finita questa seconda condanna, il 22 settembre del 1961 Rubin Carter divenne professionista e nel suo primo incontro riuscì a sconfiggere Pike Reed. A quell’incontro seguirono undici k.o. vincenti in quattordici match. Carter si presentava sul ring con la testa rasata, baffi lunghi e sguardo aggressivo. Aveva una presenza estremamente minacciosa, era dotato di due mani enormi che chiuse nei guantoni facevano tanto male ai suoi avversari. Fu così che si meritò il soprannome di “Hurricane”, perché tutto ciò che gli capitava davanti lui distruggeva, proprio come un uragano. E dunque, nel 1963, dopo aver spazzato via tutti i suoi contendenti, venne inserito tra i primi dieci probabili sfidanti al titolo mondiale dei pesi medi.

In questa fase, il suo incontro migliore fu quello in cui affrontò Emile Griffith, il 20 dicembre 1963. Griffith è stato uno dei più grandi pugili di sempre. Non era propriamente un medio naturale, era piuttosto un peso welter che boxava bene, con rapidità, molto resistente e dotato di una vitalità straordinaria. Pur essendo piccolo, imponeva la propria boxe agli avversari, passando spesso sotto la loro guardia. Era un campione di tutto rispetto, le cui battaglie con Nino Benvenuti furono indimenticabili. Ma nell’incontro alla Civic Arena di Pittsburgh contro Carter, Griffith volò al tappeto al primo round per ben due volte. E l’arbitro decretò il k.o. tecnico.

Dopo quella grande vittoria, Carter si esaltò e sulle ali dell’entusiasmo vinse altri due splendidi incontri, tra cui uno con Jimmy Ellis il quale, due anni dopo, passò nella categoria dei massimi e fu lui il primo a raccogliere la corona mondiale lasciata vacante da Muhammad Ali dopo la squalifica per il rifiuto di arruolarsi nell’esercito diretto in Vietnam.

Carter si posizionò così al terzo posto di quella speciale classifica, e il 14 dicembre 1964 salì sul ring contro Joey Giardello, il campione italoamericano dei medi — il cui vero nome era Carmine Orlando Tilelli — il quale però sconfisse Rubin Carter nonostante avesse rischiato fino all’ultimo un tremendo k.o. A Filadelfia, davanti a seimila persone, Carter era partito subito fortissimo, replicando la strategia vincente con cui aveva sorpreso Griffith un anno prima. Ma i giudici, con verdetto unanime, attribuirono la vittoria ai punti al suo avversario.

Dopo quella inaspettata e indigesta sconfitta, cominciò per Carter una parabola discendente. Uscì sconfitto più volte dai numerosi incontri successivi e finì parecchie volte al tappeto, soprattutto nel drammatico match con Dick Tiger durante il quale andò k.o. per ben tre volte di fila. A tal proposito disse: «è stata la peggiore sconfitta della mia vita, dentro e fuori dal ring». Si sbagliava.

 L’ergastolo

La sua vita cambia per sempre il 17 giugno del 1966. Sono le due e mezza del mattino. Due uomini afroamericani entrano nel Lafayette Bar and Grill di Paterson e aprono il fuoco. Altri due uomini restano uccisi, sono Fred Nauyoks e il barista Jim Oliver. Una donna, Hazel Tanis, morirà un mese dopo per le ferite subite. Una quarta persona sopravvive, ma perderà la vista. La scena del crimine di Paterson viene raggiunta da Alfred Bello, un criminale che stava compiendo una rapina a pochi metri dal fattaccio, e da una donna che abitava al piano di sopra. La donna, Patricia Graham, chiama la polizia e denuncia due uomini neri in fuga su una macchina bianca.

Una volante, più tardi, ne ferma una che corrisponde alla descrizione. Dentro c’è Rubin Carter. Nel veicolo trovano anche una pistola calibro 32 e dei proiettili per fucile calibro 12, lo stesso utilizzato per assassinare i malcapitati nel locale. Rubin Carter e il suo amico John Artis vengono portati in ospedale per il riconoscimento, ma l’uomo ferito dice che non sono stati loro a sparare. Tuttavia, lo stesso sergente che dodici anni prima aveva riportato il giovane Carter in prigione, il quale non nasconde il desiderio di sbattere nuovamente dietro le sbarre il pugile nero, pare abbia già manipolato due testimoni per convincerli a giurare il falso in tribunale. Al processo, infatti, i due accuseranno Carter e l’amico di essere loro gli spietati killer. Carter e Artis vengono così arrestati, incriminati, processati e condannati a tre ergastoli da una  giuria all white, tutta composta da bianchi.

Per Carter si profila un’intera vita all’interno del carcere. Così dopo le immancabili difficoltà iniziali, decide di cambiare radicalmente la sua strategia all’interno del carcere. Comincia una sorta di resistenza passiva alla Gandhi. Si trasforma in una specie di monaco, un’asceta, imponendosi un rigore e una disciplina necessari non più alla battaglia tra le corde del ring, ma a contenere l’odio crescente per l’ingiustizia subita. Legge moltissimo, ristudia il caso, impara a memoria i libri di Jiddu Krishnamurti che gli insegnano la strada del distacco dalle cose materiali, anche quello dalla sua famiglia.

Poi decide di scrivere un libro in cella, la sua verità in un’autobiografia. Il titolo è Il sedicesimo round. Il suo testo provocherà all’esterno reazioni energiche le quali daranno il via alla nascita di un movimento di opinione che spingono i movimenti per i diritti civili dei neri a scendere in piazza per la revisione del caso. Accanto a loro anche Muhammad Ali, alcuni dei giornalisti più in vista dell’epoca e ovviamente Bob Dylan, che per Carter cesella una canzone che ancora oggi è leggenda: Hurricane.

 Giustizia è fatta 

La Corte suprema nel 1976 concesse a Carter un secondo processo. Uno dei  testimoni, l’italoamericano Bello, nel frattempo aveva ritrattato e riconfermato la propria deposizione un paio di volte. Stavolta, però, la giuria non era composta da solo giurati bianchi, ma ci furono al suo interno anche due afroamericani. Ciò nonostante, la condanna ai tre ergastoli venne riconfermata. Ma quando sembrava davvero finita, accadde il miracolo. Quattro anni dopo, in un improvvisato mercatino canadese di libri usati, un giovane ragazzo afroamericano, che aveva lasciato gli Stati Uniti per sfuggire al ghetto e che ora viveva nel Paese dell’acero in compagnia dei suoi tutori, pescò nel mucchio di testi di seconda mano la biografia di Rubin Carter. Dopo averla pagata solo venticinque centesimi, cominciò a leggerla e, pagina dopo pagina, si appassionò notevolmente alla vicenda dell’ex pugile. Decise, così, di metterne a conoscenza anche i suoi tutori, che di mestiere facevano gli avvocati, e la sera l’intratteneva leggendo alcuni passi cruciali ad alta voce. Alla fine, tutta questa famiglia allargata decise di andare a conoscere di persona Rubin Carter e poi di prendere in mano la sua situazione giudiziaria per cercare di far riaprire il caso.

Carter, allora, combatterà ancora un altro round, il sedicesimo, quello più importante della sua vita. Non senza difficoltà burocratiche, minacce di morte e sabotaggi, il caso a distanza di dieci anni venne riaperto. Nel 1985 il giudice Sarokin sostenne che Rubin Carter non aveva avuto un processo equo, che l’accusa nei suoi confronti era fondata su motivazioni razziali, e che dunque Carter era da ritenersi prosciolto dalle accuse.

Dal ring al cinema      

Quasi quindici anni dopo la scarcerazione di Carter, nel 1999 il regista canadese Norman Jewison decise di portare sul grande schermo l’incredibile, controversa e sfortunata storia del pugile. La sceneggiatura si basava sulla biografia dello stesso Carter dal titolo: Il sedicesimo round: da sfidante numero 1 a numero 45472.

Il film è interpretato da Denzel Washington che per entrare nei panni del peso medio ingiustamente incarcerato, per mesi si era preparato con cura sottoponendosi a lunghe sessioni di allenamento. Tuttavia, nonostante la somiglianza con il vero Carter, dichiarò: «Non ho cercato di imitare il suo stile, sono più alto e più pesante di lui, ho una morfologia diversa. Come tutta la mia generazione sono stato influenzato da Muhammad Ali. Con le dovute proporzioni, se fossi diventato professionista il mio stile sarebbe stato vicino a quello di Ali. Pugile danzatore». Carter, spesso presente sul set, aiutò molto sia l’attore sia il regista soprattutto per le scene di combattimento che furono realizzate da Jewison in maniera realistica.

Era sempre stato un uomo violento, un uomo ribelle, ma fu anche un uomo che riuscendo a fare giustizia si conquistò la tanto agognata libertà.

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