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Pugilato

Rubin Carter. Il grido dell’innocenza

Francesco Gallo

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Rubin Carter nacque a Clifton, nel New Jersey, il 6 maggio del 1937, lo stesso giorno in cui, a pochi chilometri di distanza, lo Zeppelin LZ 129 Hindenburg si riduceva in cenere nel giro di pochi secondi. La sua famiglia, che dopo poco tempo si trasferì a Paterson, una città poco distante, era composta da sette figli, tra fratelli e sorelle.

A differenza dei fratelli più grandi, Rubin fu un ragazzo difficile da controllare, peraltro afflitto da una rilevante balbuzie che, ovviamente, gli procurava lo scherno da parte dei suoi coetanei. L’ambiente in cui crebbe Rubin fu abbastanza agiato, almeno per quanto poteva esserlo per una famiglia di neri negli anni tra la Grande Depressione e la Seconda Guerra mondiale. Paterson era una città famosa per le proprie fabbriche di seta, per la nutrita comunità di immigrati italiani — ne faceva parte anche l’anarchico Gaetano Bresci, che nel 1901 vi era partito per andare ad assassinare il re d’Italia Umberto I —, per le pistole che nel 1835 Samuel Colt aveva cominciato a produrre proprio lì, e in futuro lo sarebbe stata anche come città inaugurale del viaggio On the road di Jack Kerouac.

Ma a quattordici anni, Rubin, conobbe per la prima volta i rigori della legge e finì in riformatorio per aggressione aggravata verso alcune persone. Era stata, questa, una sentenza giusta, ma che venne rifiutata dal giovanissimo Rubin Carter il quale pensò bene di fuggire dal carcere minorile e arruolarsi nell’esercito.

Era il 1954, un anno dopo la fine della Guerra di Corea, e Rubin completò il suo addestramento a Fort Jackson, nella Carolina del Sud. Fu in quel periodo che cominciò ad avvicinarsi alla boxe, un buon metodo per canalizzare tutta la sua rabbia, le sue energie. Sul ring dell’esercito riuscì a combattere per ben 56 volte, riportò 51 vittorie di cui più della metà per k.o. Ma non appena tornò a casa sua, nel New Jersey, ad attenderlo trovò la giustizia: avrebbe dovuto scontare gli ultimi dieci mesi della pena per la fuga dal riformatorio.

Rubin, detto “The Hurricane”

Finita questa seconda condanna, il 22 settembre del 1961 Rubin Carter divenne professionista e nel suo primo incontro riuscì a sconfiggere Pike Reed. A quell’incontro seguirono undici k.o. vincenti in quattordici match. Carter si presentava sul ring con la testa rasata, baffi lunghi e sguardo aggressivo. Aveva una presenza estremamente minacciosa, era dotato di due mani enormi che chiuse nei guantoni facevano tanto male ai suoi avversari. Fu così che si meritò il soprannome di “Hurricane”, perché tutto ciò che gli capitava davanti lui distruggeva, proprio come un uragano. E dunque, nel 1963, dopo aver spazzato via tutti i suoi contendenti, venne inserito tra i primi dieci probabili sfidanti al titolo mondiale dei pesi medi.

In questa fase, il suo incontro migliore fu quello in cui affrontò Emile Griffith, il 20 dicembre 1963. Griffith è stato uno dei più grandi pugili di sempre. Non era propriamente un medio naturale, era piuttosto un peso welter che boxava bene, con rapidità, molto resistente e dotato di una vitalità straordinaria. Pur essendo piccolo, imponeva la propria boxe agli avversari, passando spesso sotto la loro guardia. Era un campione di tutto rispetto, le cui battaglie con Nino Benvenuti furono indimenticabili. Ma nell’incontro alla Civic Arena di Pittsburgh contro Carter, Griffith volò al tappeto al primo round per ben due volte. E l’arbitro decretò il k.o. tecnico.

Dopo quella grande vittoria, Carter si esaltò e sulle ali dell’entusiasmo vinse altri due splendidi incontri, tra cui uno con Jimmy Ellis il quale, due anni dopo, passò nella categoria dei massimi e fu lui il primo a raccogliere la corona mondiale lasciata vacante da Muhammad Ali dopo la squalifica per il rifiuto di arruolarsi nell’esercito diretto in Vietnam.

Carter si posizionò così al terzo posto di quella speciale classifica, e il 14 dicembre 1964 salì sul ring contro Joey Giardello, il campione italoamericano dei medi — il cui vero nome era Carmine Orlando Tilelli — il quale però sconfisse Rubin Carter nonostante avesse rischiato fino all’ultimo un tremendo k.o. A Filadelfia, davanti a seimila persone, Carter era partito subito fortissimo, replicando la strategia vincente con cui aveva sorpreso Griffith un anno prima. Ma i giudici, con verdetto unanime, attribuirono la vittoria ai punti al suo avversario.

Dopo quella inaspettata e indigesta sconfitta, cominciò per Carter una parabola discendente. Uscì sconfitto più volte dai numerosi incontri successivi e finì parecchie volte al tappeto, soprattutto nel drammatico match con Dick Tiger durante il quale andò k.o. per ben tre volte di fila. A tal proposito disse: «è stata la peggiore sconfitta della mia vita, dentro e fuori dal ring». Si sbagliava.

 L’ergastolo

La sua vita cambia per sempre il 17 giugno del 1966. Sono le due e mezza del mattino. Due uomini afroamericani entrano nel Lafayette Bar and Grill di Paterson e aprono il fuoco. Altri due uomini restano uccisi, sono Fred Nauyoks e il barista Jim Oliver. Una donna, Hazel Tanis, morirà un mese dopo per le ferite subite. Una quarta persona sopravvive, ma perderà la vista. La scena del crimine di Paterson viene raggiunta da Alfred Bello, un criminale che stava compiendo una rapina a pochi metri dal fattaccio, e da una donna che abitava al piano di sopra. La donna, Patricia Graham, chiama la polizia e denuncia due uomini neri in fuga su una macchina bianca.

Una volante, più tardi, ne ferma una che corrisponde alla descrizione. Dentro c’è Rubin Carter. Nel veicolo trovano anche una pistola calibro 32 e dei proiettili per fucile calibro 12, lo stesso utilizzato per assassinare i malcapitati nel locale. Rubin Carter e il suo amico John Artis vengono portati in ospedale per il riconoscimento, ma l’uomo ferito dice che non sono stati loro a sparare. Tuttavia, lo stesso sergente che dodici anni prima aveva riportato il giovane Carter in prigione, il quale non nasconde il desiderio di sbattere nuovamente dietro le sbarre il pugile nero, pare abbia già manipolato due testimoni per convincerli a giurare il falso in tribunale. Al processo, infatti, i due accuseranno Carter e l’amico di essere loro gli spietati killer. Carter e Artis vengono così arrestati, incriminati, processati e condannati a tre ergastoli da una  giuria all white, tutta composta da bianchi.

Per Carter si profila un’intera vita all’interno del carcere. Così dopo le immancabili difficoltà iniziali, decide di cambiare radicalmente la sua strategia all’interno del carcere. Comincia una sorta di resistenza passiva alla Gandhi. Si trasforma in una specie di monaco, un’asceta, imponendosi un rigore e una disciplina necessari non più alla battaglia tra le corde del ring, ma a contenere l’odio crescente per l’ingiustizia subita. Legge moltissimo, ristudia il caso, impara a memoria i libri di Jiddu Krishnamurti che gli insegnano la strada del distacco dalle cose materiali, anche quello dalla sua famiglia.

Poi decide di scrivere un libro in cella, la sua verità in un’autobiografia. Il titolo è Il sedicesimo round. Il suo testo provocherà all’esterno reazioni energiche le quali daranno il via alla nascita di un movimento di opinione che spingono i movimenti per i diritti civili dei neri a scendere in piazza per la revisione del caso. Accanto a loro anche Muhammad Ali, alcuni dei giornalisti più in vista dell’epoca e ovviamente Bob Dylan, che per Carter cesella una canzone che ancora oggi è leggenda: Hurricane.

 Giustizia è fatta 

La Corte suprema nel 1976 concesse a Carter un secondo processo. Uno dei  testimoni, l’italoamericano Bello, nel frattempo aveva ritrattato e riconfermato la propria deposizione un paio di volte. Stavolta, però, la giuria non era composta da solo giurati bianchi, ma ci furono al suo interno anche due afroamericani. Ciò nonostante, la condanna ai tre ergastoli venne riconfermata. Ma quando sembrava davvero finita, accadde il miracolo. Quattro anni dopo, in un improvvisato mercatino canadese di libri usati, un giovane ragazzo afroamericano, che aveva lasciato gli Stati Uniti per sfuggire al ghetto e che ora viveva nel Paese dell’acero in compagnia dei suoi tutori, pescò nel mucchio di testi di seconda mano la biografia di Rubin Carter. Dopo averla pagata solo venticinque centesimi, cominciò a leggerla e, pagina dopo pagina, si appassionò notevolmente alla vicenda dell’ex pugile. Decise, così, di metterne a conoscenza anche i suoi tutori, che di mestiere facevano gli avvocati, e la sera l’intratteneva leggendo alcuni passi cruciali ad alta voce. Alla fine, tutta questa famiglia allargata decise di andare a conoscere di persona Rubin Carter e poi di prendere in mano la sua situazione giudiziaria per cercare di far riaprire il caso.

Carter, allora, combatterà ancora un altro round, il sedicesimo, quello più importante della sua vita. Non senza difficoltà burocratiche, minacce di morte e sabotaggi, il caso a distanza di dieci anni venne riaperto. Nel 1985 il giudice Sarokin sostenne che Rubin Carter non aveva avuto un processo equo, che l’accusa nei suoi confronti era fondata su motivazioni razziali, e che dunque Carter era da ritenersi prosciolto dalle accuse.

Dal ring al cinema      

Quasi quindici anni dopo la scarcerazione di Carter, nel 1999 il regista canadese Norman Jewison decise di portare sul grande schermo l’incredibile, controversa e sfortunata storia del pugile. La sceneggiatura si basava sulla biografia dello stesso Carter dal titolo: Il sedicesimo round: da sfidante numero 1 a numero 45472.

Il film è interpretato da Denzel Washington che per entrare nei panni del peso medio ingiustamente incarcerato, per mesi si era preparato con cura sottoponendosi a lunghe sessioni di allenamento. Tuttavia, nonostante la somiglianza con il vero Carter, dichiarò: «Non ho cercato di imitare il suo stile, sono più alto e più pesante di lui, ho una morfologia diversa. Come tutta la mia generazione sono stato influenzato da Muhammad Ali. Con le dovute proporzioni, se fossi diventato professionista il mio stile sarebbe stato vicino a quello di Ali. Pugile danzatore». Carter, spesso presente sul set, aiutò molto sia l’attore sia il regista soprattutto per le scene di combattimento che furono realizzate da Jewison in maniera realistica.

Era sempre stato un uomo violento, un uomo ribelle, ma fu anche un uomo che riuscendo a fare giustizia si conquistò la tanto agognata libertà.

 

Pugilato

LaMotta – Robinson: Il Massacro di San Valentino

Marco Nicolini

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Esattamente un anno fa moriva all’età di 96 anni moriva Jake LaMotta, il Toro del Bronx. Simbolo degli emigranti italiani negli Stati Uniti, fu protagonista di incontri leggendari. Il più emozionante e cruento fu quello contro Robinson. Ve lo raccontiamo.

Il 14 febbraio del 1951, nel giorno degli innamorati, non ci fu amore tra pesi medi sul ring approntato all’interno del Chicago Stadium. Ray Sugar Robinson di Detroit e Jake LaMotta di New York si incontravano per la sesta volta; il bilancio sorrideva al grande boxeur di colore, impostosi in quattro occasioni su cinque, ma era l’italoamericano ad avere in mano il titolo, che difendeva per la terza volta. Sul piatto c’era lo straordinario record di Robinson, in quel momento 122 vittorie contro una sola sconfitta; quell’odiata, unica sconfitta patita proprio dal Toro del Bronx, otto anni prima, peraltro vendicata in un re-match di sole tre settimane più tardi.

Dopo tanti incontri tra loro, il più grande pugile di tutti i tempi sapeva quali fossero i difetti del fighter newyorchese: conosceva il lento ingresso nel match da parte di LaMotta e sapeva di dover imporre un ritmo forsennato nei primi tre round, in maniera tale da accumulare vantaggio in punti e costringere “Toro Scatenato” alla rincorsa. La volontà di Jake LaMotta, però, trascendeva i calcoli accurati, i pugni devastanti, le ferite più profonde. Ray Robinson, dall’alto della sua immensa classe, lo investì con la furia del diretto sinistro e del montante destro, cambiando spesso le basi, in maniera da aggirare la guardia statica di Jake. Le gambe di LaMotta non si piegarono nemmeno per un instante.

Nel quarto round, dopo un’infinita serie di Sugar Ray, Jake rispose dalle corde con un secco gancio sinistro. Le gambe di Ray tremarono ed il pubblico si zittì per la sorpresa: LaMotta pareva tornato dal mondo dei morti, a cui sembrava esser andato in visita nei primi round. Nella quinta ripresa, La Motta tentò di ripetersi, ma Sugar aveva preso le misure e lasciò sfilare il gancio di Jake, per riprendere nuovamente a tamburellare la testa ed il costato dell’avversario. Nei piani di LaMotta vi era l’attesa che il match scendesse ad un ritmo blando, a lui più congeniale; fino al settimo era sicuro di aver vinto, o quantomeno pareggiato, un paio di round, quindi contava di far suo l’incontro dominando il finale, secondo sua caratteristica. Sugar Ray Robinson, però, non abbassò il ritmo: lo incrementò!

I round successivi si trasformarono in un’infinita punizione: LaMotta incassava, Sugar Ray picchiava con violenza inaudita non avendo più bisogno di difendersi, perché i guantoni di Jake erano alti a difesa della testa ed i gomiti attaccati al corpo a protezione della figura. Il campione non portava più colpi e Robinson lo stava tempestando di jab taglienti e poderosi uppercut. Ma Jake LaMotta, all’anagrafe Giacobbe, non cedeva; le sue gambe non si piegavano. Quando Robinson prendeva fiato, lui alzava la testa sanguinante, lo guardava attraverso gli occhi gonfi e lo sfidava col suo infinito orgoglio. Alla fine del decimo round, molti dei quindicimila presenti invocavano l’intervento dell’arbitro Frank Sykora, affinché ponesse termine ad una tale punizione; non era, però, una soluzione così immediata, dato che LaMotta era il campione in carica ed il suo angolo non mostrava segno di volerla finire.

All’undicesimo round, un colpo nella nebbia di LaMotta scosse Robinson; il Toro del Bronx diede segno di avvedersene e si lanciò sull’avversario alla sua maniera, con un nugolo di colpi che, però, Robinson incassò con la grande classe in lui innata. Poi ricominciò l’opera di demolizione. Alla campana del dodicesimo round, LaMotta si avviò all’angolo ormai incapace di vedere e di sentire. Dirà, nell’intervista successiva al match, che il forte dolore l’aveva sentito alla quinta ed alla sesta, ma poi gli sembrava di essere uscito dalla tempesta. Ma non era così. Al contrario, i colpi erano aumentati e si erano fatti più precisi. Due minuti e quattro secondi dall’inizio della tredicesima ripresa, il ring coperto del sangue di un ormai irriconoscibile LaMotta convinse l’arbitro Sykora dell’averne abbastanza di quella mattanza, che alzò il braccio al nuovo campione mondiale dei pesi medi. LaMotta fu condotto all’angolo e poi immediatamente negli spogliatoi, dove sarebbe rimasto attaccato all’ossigeno per oltre un’ora e mezza; prima che superasse le corde, però, uno stanchissimo Robinson riuscì a regalargli un sincero abbraccio. Sapeva che quella era la fine della loro epica serie di battaglie e che lui aveva vinto la guerra, ciò nondimeno non volle privare il suo grande avversario dell’onore che si era meritato. Dirà poche ore più tardi: “Credevo non avrebbe finito la ripresa già alla sesta, ma più lo picchiavo, più sembrava determinato a rimanere in piedi! Non capisco di cosa sia fatto: gli ho rifilato i colpi più duri della mia carriera ed era ancora lì“.

Il sesto match tra Jake LaMotta e Sugar Ray Robinson, subito ribattezzato “il massacro di San Valentino” lasciò anche molti strascichi polemici, a causa dell’indubbia violenza di alcuni passaggi, soprattutto nelle ultime riprese. The Indianapolis News descrisse l’incontro come “un crimine nel nome dello sport, un malato tributo alla brutalità“. Ognuno deve essere libero di dire la propria opinione, che va rispettata fino in fondo. Il pugilato non è uno sport che favorisca gli incontri impari; nella sua stessa filosofia è un combattimento con precise regole tra uomini disposti allo scontro, dello stesso peso e di similare abilità. Il “massacro di San Valentino” fu un match all’apparenza poco equilibrato ma io, personalmente, lo vedo come un confronto tra la magistrale abilità di Robinson e l’insondabile determinazione di LaMotta. A me mancavano vent’anni per nascere, alla maggioranza dei lettori di questo mio articolo parecchi di più: eppure, è un fatto che noi si sia ancora qui a parlarne e discuterne. Questa è la magia del pugilato, la più controversa disciplina sportiva, ma di gran lunga la più affascinante del pianeta.

Sugar Ray Robinson e Jake LaMotta avevano entrambi trent’anni. Considerato, dai più, il miglior pugile pound for pound di tutti i tempi, Robinson è mancato ormai ventinove anni fa. La Motta, invece, dopo essere tornato a vivere nel suo vecchio quartiere, ha continuato ad essere il vecchio Jake, sempre pronto con parole pesanti per chiunque lo contraddicesse e, alla veneranda età di novantasei anni, è sopravvissuto a tutti i suoi avversari, a molte ex mogli e, purtroppo, anche ad un paio dei suoi figli, prima di spegnersi nel pomeriggio di ieri. Sulla scorta di quanto successo a Chicago, in quel lontano giorno di San Valentino, ed in molti altri frangenti della sua tumultuosa esistenza, mi pare chiaro che per mettere definitivamente al tappeto lo spirito indomabile di Giacobbe LaMotta, avrebbe dovuto scomodarsi il Signore in persona.

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Pugilato

Giacobbe Fragomeni, i guantoni come redenzione

Giovanni Albanese

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Compie oggi 49 anni Giacobbe Fragomeni, il pugile che ha trovato nei guantoni la voglia di ricominciare e rinascere. Ecco la sua storia.

Quel nome di “Letizia”, tatuato sul collo, lo accarezza anche durante l’ultimo dei suoi successi. E poco importa se questa volta lo scenario è totalmente diverso da un ring delimitato da sedici corde. Giacobbe Fragomeni a sfidare la sopravvivenza è diventato un esperto, ritrovandosi per spirito di sacrificio nel suo habitat nazionale. E Letizia, che è il nome che nel 2005 ha voluto dare a sua figlia in memoria della sorella, ha certamente il suo primo pensiero.

Il successo all’Isola dei famosi del 2016 lo riporta al culmine della popolarità, lo fa diventare più familiare anche ai non appassionati della nobile arte o a chi della sua storia conosceva ben poco. L’ex campione del mondo professionisti WBC nel 2008 per la categoria dei pesi massimi leggeri ha trasmesso la sua voglia di affrontare la vita anche nelle situazioni più difficili, la voglia di farcela anche quando nessuno regala niente.

La sua storia è meritevole di attenzione e da esempio per chi ogni giorno non smette di sognare di raggiungere un obiettivo. Giacobbe Fragomeni a vent’anni faceva l’asfaltista, alle 4 del mattino andava a lavorare. Fino alle 5 del pomeriggio, poi di corsa in palestra per allenarsi con “nonno Ottaviano Tazzi, colui che, malgrado sette campionati del mondo vinti, non si era mai commosso come quando quel giovane tutto voglia e passione si spinse fino a conquistare il titolo italiano dilettanti di pugilato.

Il pugile nato e cresciuto nel quartiere periferico di Stadera, a Milano, aveva perduto per strada gli anni migliori della sua giovinezza, durante la quale dovette fare i conti con il duro rapporto col padre e con la morte per overdose della sorella Letizia. Nel tunnel dell’alcol, della droga e della voglia di farla finita c’era finito anche lui, ma ad un tratto qualcosa lo portò da un’altra parte. Una sensazione, una voglia improvvisa di riscatto, una sfida con sé stesso nel non abbandonarsi nella trappola di chi alla sorella aveva venduto la morte, lasciandolo solo.

E così Giacobbe restò folgorato dalla boxe, dentro quella palestra dov’era finito solo con l’intento di perdere peso. Ma c’era qualcosa che lo portava oltre con la testa dentro quel ring, c’era un contesto ideale per sfogare tanta rabbia nel rispetto delle regole. Ecco: Giacobbe poteva finalmente sfogare la sua rabbia percorrendo una strada pulita, fatta di sacrificio e apparentemente tante botte, ma in realtà educativa e soprattutto legale.

Come nella boxe, Fragomeni ha vissuto il reality con la sua cruda e accattivante personalità, senza troppi artifici. Anche a costo di rinunciare a qualche simpatia. D’altronde, quel ragazzo, che al tardo pomeriggio ritrovava le forze fisiche per riscattarsi dalla vita dura e faticosa, non badava a chi lo apprezzasse e chi no. E allo stesso modo il Fragomeni nazionale oggi piace così, come è sempre stato.

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Pugilato

Pietro Boine, Campione Italiano dei Pesi Massimi (a sua insaputa)

Francesco Beltrami

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Domenica 10 luglio 1910 a Valenza Po’, cittadina piemontese, viene organizzato, nel pieno della calura estiva, un match che vede in palio il titolo di Campione Assoluto (senza cioè distinzioni di peso) del Nord Italia. Valenza è città in forte sviluppo industriale: dalla seconda metà dell’Ottocento cresce l’attività orafa e successivamente quella calzaturiera, e col nuovo secolo tali produzioni iniziano a divenire industriali. Parallelamente si genera un certo fermento sociale e nascono nuove associazioni che aggregano la popolazione in forte crescita numerica, con fini di solidarietà sociale ma ovviamente anche ricreativi: si sviluppano quindi diverse società sportive. L’attività principale è quella ciclistica, sulla pista ellissoidale, di circa 700 metri e con ampie tribune, che occupa la zona oggi limitata da Piazza Gramsci e Via Trieste, nella buona stagione si susseguono settimanalmente corse ed allenamenti con la partecipazione dei campioni del momento, ma va per la maggiore anche la società che si occupa di atletica e ginnastica e anche il nuovo sport del pugilato trova terreno fertile per proporre eventi, fino ad arrivare appunto ad ospitare il titolo dell’Alta Italia.

 

Sul ring salgono Antonio Ferranti, della Libertas Post Resurgo, società atletica di Milano, e soprattutto Pietro Boine, ligure, ventenne che può essere considerato il vero pioniere della boxe in Italia. L’incontro dura poco, Boine è troppo superiore all’avversario e già alla terza ripresa lo mette KO laureandosi Campione. Lui non lo sa, e non lo saprà mai perché il riconoscimento arriverà postumo, ma non ha conquistato solo il titolo dell’Alta Italia, è il primo Campione Italiano dei pesi massimi, sarà la Federazione Pugilistica Italiana negli anni successivi alla sua nascita, che avverrà nel 1916, a stabilirlo, rimettendo ordine nell’attività svoltasi prima della sua fondazione.

 Spostiamo ora la nostra attenzione su Pietro Boine. Nato ad Andora Ligure il 20 settembre 1890 da una famiglia prima benestante e poi sempre più povera, cresce a Portomaurizio, località che unita ad Oneglia negli anni Venti darà vita alla città di Imperia, riesce a studiare fino al Ginnasio poi a 13 anni si imbarca su un mercantile, con la speranza di diventare un giorno commerciante, ma non farà altro che il mozzo, dunque si stanca presto e torna in famiglia. Riparte però ben prima dei vent’anni per la Francia, spinto dalle necessità economiche, fa mille lavori e approda a Parigi dove conosce il pugilato sportivo, se ne innamora a prima vista, e da spettatore diventa praticante. Tornato in Italia va a Milano e insieme al maestro Celestino Caverzasio fonda il Club Pugilistico Nazionale. Combatte a Milano, Binasco, Broni, Verona, fino ad arrivare al match di Valenza, che secondo il CONI sul sito sportolimpico.it fu la finale di un vero e proprio torneo per assegnare il titolo Alta Italia sotto l’egida delle Federazione Atletica Italiana, svoltosi con incontri alle 4 riprese rispettando le regole del marchese di Queensberry.

 

Il sito dedicato alla boxe sportenote.com ricostruisce invece diversamente gli eventi, colloca infatti il torneo domenica 19 luglio, una settimana dopo il match con Ferranti, in tale occasione Boine mette KO in 2 riprese prima Monzani poi Giacomo Rossi confermandosi così Campione.Nel 1911 abbiamo notizia di otto combattimenti sostenuti da Boine, tutti a Milano, sei vittorie e due sconfitte, maturate entrambe contro pugili di scuola britannica, Max Roberts, che Boine aveva in precedenza battuto per KO tecnico alla terza ripresa, e O’Mara. In questo stesso anno Pietro inizia anche a tirare di scherma, sotto le cure del grandissimo maestro Giuseppe Mangiarotti. Otterrà buonissimi risultati nella spada da terreno.

 Nel 1912 dopo una serie di match sostenuti tra Milano e Bologna e tutti vinti a giugno a Milano Boine torna a combattere nel torneo che deve assegnare il Titolo Alta Italia, stavolta articolato in tre diverse categorie di peso. Il pugile di Portomaurizio sosterrà tra il 10 e il 15 giugno sei incontri, uno al giorno, affrontando quattro differenti avversari, Eustacchio Sala e Paolo Zucca due volte, mettendoli tutti KO. Il match decisivo il 15 è contro Alessandro Valli che resisterà 6 rounds.

 A questo punto Pietro va a cercare nuovi stimoli, e nuove e più consistenti borse, in Francia, dove tra il 2 settembre e il 16 novembre, combatterà otto volte. Gli avversari che gli vengono proposti in terra francese sono ben più ostici dei meno esperti pugili italiani, e dopo due successi iniziali ad Aix Les Bains e Ginevra (Svizzera) Boine sarà sconfitto a Lione da Frank Klaus per KO alla terza ripresa. Si riscatterà di fronte al pubblico lionese battendo dieci giorni dopo Jack Meekins e potrà poi approdare a Parigi dove raccoglierà due pareggi e due pesanti sconfitte.

 Tornato in Italia nel 1913 dopo due iniziali successi lascia l’otto marzo il titolo dell’Alta Italia nella mani di Eugenio Pilotta che lo sconfigge a Milano per KO tecnico alla quinta ripresa. Tornerà sul ring due settimane dopo e nel giro di una ventina di giorni tra Milano e Genova otterrà tre vittorie e un pareggio. L’antivigilia di Natale sul quadrato allestito al “Filodrammatici” di Milano con una borsa di ben 500 lire arriva il momento dell’attesa rivincita con Pilotta. Boine non è in buone condizioni di salute, debilitato da un’infezione tifoidea non curata. Nonostante il parere contrario del suo maestro di scherma e amico Giuseppe Mangiarotti che per l’ennesima volta a poche ore dell’inizio dell’incontro lo esorta inascoltato a consultare un medico, vuole comunque combattere. Pilotta è in difficoltà alla prima ripresa, ma riesce a superare il momento difficile mentre a Boine vengono a mancare le energie, l’avversario lo colpisce più e più volte, alla terza ripresa per non cadere Pietro si aggrappa alle corde, fino a che l’arbitro, il cronista della Gazzetta dello Sport Arturo Balestrieri, decreta il KO tecnico.

 

Pietro Boine non si riprese più, mori il 28 gennaio 1914 quattro mesi dopo aver compiuto 23 anni, alla Clinica San Giuseppe a San Vittore per un attacco violento di tifo. Riposa nel cimitero di Portomaurizio a Imperia, di fianco al fratello Giovanni, poeta, saggista e scrittore, anche lui mancato prematuramente (1887-1917) anche lui pioniere, destino di famiglia, del Modernismo. Fu il fratellastro (figlio in seconde nozze della madre) Pietro Giovanni nel 1984 a far traslare accanto a quelle di Giovanni ciò che restava delle spoglie di Pietro da Milano.

 

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