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ROMA-REAL: in fila come bestie, ma per il Prefetto non c’è pericolo

Simone Meloni

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Per chi è cresciuto con la le “crociate” del Bologna di Mazzone in Intertoto, le partite giocate dal Parma in Polonia in pieno pomeriggio, le battaglie (durate poco) della Roma di Carlos Bianchi sui campi dell’Est Europa e quelle della Lazio nella mitica Coppa Coppe del 1999, resta difficile somatizzare la trasformazione astrusa e asettica del pallone formato continentale. Quelle immagini traboccavano di tifosi festanti ed eccitati, inviperiti a ogni decisione arbitrale e parte integrante dello spettacolo. Quanto ci mancano, quanto li rivorremmo. Quanto sarebbe bello accendere la televisione e goderci un sedicesimo di Coppa della Coppe qualsiasi. Grande competizione. Grande calcio. Grande atmosfera.

Ma il tifoso, hanno deciso i padroni del vapore, non deve più avere quel ruolo centrale. Va estirpato nella sua accezione folkloristica. Se possibile eliminato. O quanto meno vessato. Prendiamo un Roma-Real Madrid qualsiasi. Allo stadio Olimpico, in un contesto di città militarizzata e, de facto, gestita da un governo para militaresco. Un tempo, per la città di Roma, ospitare un club così prestigioso e titolato sarebbe stato sinonimo di festa e calore a prescindere. Con biglietti accessibili a tutti e uno stadio trasformato in catino, con la Curva Sud a orchestrare il tifo dei suoi proseliti. Posti anche nei settori attigui.

Non va più così, da tempo. E oltre alle politiche repressive, i divisori istallati e le sanzioni pecuniarie emanate nei confronti di chi ha “osato” cambiare posto, ieri è andata in scena l’ennesima pantomima della derelitta gestione dell’ordine pubblico attorno all’impianto di Viale dei Gladiatori.

“Meno polizia, controlli più soft e procedure più snelle per l’accesso dei tifosi” avevano garantito dall’intelligencia istituzionale ai margini di quella famosa riunione di martedì scorso. E’ bastato transitare per qualche minuto nei pressi dei prefiltraggi per capire che le cose non sarebbero andate esattamente così.

Migliaia di persone ammassate come bestie nella stalla. Anziani e bambini costretti a retrocedere per non soffocare. Situazioni, nel resto d’Europa (dove hanno da tragedie come quelle di Hillsborough hanno appreso a agito di conseguenza) vecchie e irripetibili da decenni. Avvenimenti prontamente difesi, in mattinata, dal capo gabinetto della Questura di Roma, Roberto Massucci, in onda su Rete Sport. “I tifosi sono stati ammassati per ragioni di sicurezza, non vi era alcun pericolo”. Una contraddizione in termini. Con la quale difficilmente ci può esser contraddittorio. Sempre sulla scorta di quella famosa arroganza, che tutto permette e tutto giustifica.

E’ stato sufficiente vendere un numero di biglietti superiore agli ormai canonici diecimila per andare in tilt e creare il solito teatrino capitolino, con code chilometriche e tifosi entrati in netto ritardo. Dalle curve alle tribune, con particolare criticità in Tevere, dove gli accessi avvenivano con il contagocce. Nonostante la gente avesse sborsato dai 40 ai 90 Euro. Prezzi che già di loro lasciano basiti. Ma che rispettano il listino a stelle e strisce, che da ormai tre anni costringe i volenterosi tifosi a fare i salti mortali per assistere a una partita, il cui livello, generalmente, è pari a un terzo del valore del tagliando.

Un “caos calmo” che riflette tutta l’incapacità (o la non volontà?) di operare in maniera seria e lungimirante in tali occasioni. In pieno giorno lavorativo è facilmente preventivabile l’arrivo della stragrande maggioranza dei tifosi a ridosso del fischio d’inizio. O si vive un’esistenza parallela, in cui non si calcola che i cittadini, nella loro vita, lavorino, anche in tempi di preoccupante disoccupazione come questa, oppure si agisce con una sufficienza disarmante. Non tenendo conto dei disagi clamorosi creati a quei “clienti” (come li vuole il calcio d’oggi) a cui oltre il danno spetta pure la beffa di perdere minuti di gara. Altro che task-force e famiglie allo stadio.

Le grottesche code di ieri, che di certo non sono una novità all’Olimpico, mettono ancor più nero su bianco i fallimenti delle operazioni che avrebbero dovuto rappresentare l’anno zero per il tifo romano. Si è gioito e riportato a dieci colonne il dato di 55.000 biglietti venduti. Notizia gonfiata come se si fosse registrato sold out per la prima volta a Roma. Forse fa parte di quella campagna che vorrebbe portare alla “normalizzazione” tanti auspicata dal duo Gabrielli-D’Angelo. Una cosa è certa: non occorre avere una memoria storica così profonda per asserire che in tempi non sospetti il tifo romanista ha fatto registrare numeri ben più alti per partite certamente meno importanti.

Quello che è stato profondamente modificato è il modus vivendi dello stadio Olimpico. La fruibilità è peggiorata in maniera drastica. Se nel 2003 (per non andare troppo lontani nel tempo) per un Roma-Atalanta si registravano 60.000 spettatori, non c’era certamente bisogno di attendere anni luce prima di vedere il manto verde su cui le squadre si fronteggiavano. Saranno “altri tempi”, come piace definirli a quelli che vogliono a tutti i costi una vivibilità urbana fatta di barriere, controlli serrati e legalità garantita anche attraverso pratiche invasive e al limite del consentito, ma è un qualcosa da tenere in considerazione. Perché massimo indicatore di come il nostro calcio sia regredito anni luce sotto tantissimi aspetti. Affossato, colpito e affondati da divieti, regolamenti illogici e giochi di potere volti a garantire carriere politiche e non solo.

“Le barriere vanno tolte, ma nel rispetto della legalità, ha tuonato ieri Franco Gabrielli a margine di una conferenza sulla candidatura di Roma alle Olimpiadi 2024. Affermazioni che cozzano atrocemente con il trend portante di qualche mese fa. Se non conoscessimo questo Paese e i suoi movimenti irrazionalmente ponderati, soprattutto nel campo socio-politico, penseremmo che l’ex capo della Protezione Civile, assieme a chi ha foraggiato e spinto simili decisioni, siano sull’orlo di una crisi di nervi. Ma così non è. E’ lapalissiano che qualcosa sia loro sfuggito di mano. Ma nella stanza dei bottoni sono troppo tronfi e presuntuosi per ammetterlo. Speriamo solo che per riparare alla buca creata non minino la sede stradale con la scusa del rifacimento, provocando un totale crollo dell’asfalto.

Sta di fatto che una città vogliosa di ospitare la rassegna olimpionica non può permettersi di lasciare migliaia di tifosi in coda per le sue negligenze gestionali e i capricci di chi con il discorso della sicurezza ha distrutto la passione popolare per lo sport e sta devastando l’anima più ludica e profonda della Città Eterna. Qualcuno lo faccia presente. O da qui a poco sarà troppo tardi anche per abbattere le barriere. Quelle mentali innalzate nella testa delle persone. Che vedranno tutto ciò come normale routine. O forse è quello l’obiettivo?

FOTO: www.forzaroma.info

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5 Commenti

5 Comments

  1. karm

    febbraio 18, 2016 at 3:31 pm

    ieri io c’ero!
    dicono che lo fanno per ordine pubblico, sono solamente degli incapaci che per evitare prevengono vietando.
    L’odio che creano nella gente nei confronti di polizia e steward è spropositato…io, per esempio, ogni volta che entro inveisco in faccia a poliziotti, finanzieri e steward imprecando e maledicendo loro ed i loro capi…l’effetto, nessuno se non che mi fanno passare ed abbassano la testa.
    Lo sanno che ci stanno trattando come degli animali ed allora io, come gli animali, salto la fila, faccio il furbo e insulto tutto l’insultabile….per inciso, SONO COMPORTAMENTI CHE MAI ADOTTO NELLA VITA COMUNE DI TUTTI I GIORNI.
    La bestialità dell’uomo viene scatenata dal sopruso, dalle inefficienze, dal trattamento barbaro subito…concludo augurando vagoni di medicine aio responsabili.

  2. walter

    febbraio 18, 2016 at 4:27 pm

    classiche file italiane,ma niente di nuovo o di cui meravigliarsi.l’articolo mi sembra eccessivamente contro(non so chi).c’ero con mio figlio e non mi sono sentito una bestia. Forza Roma a 5 STELLE.
    salute.

    • EnricoQ

      febbraio 18, 2016 at 5:40 pm

      Beato lei che la vede così normale la situazione, io allo stadio ci vado poco ultimamente, non sono un ultrà ma considero le misure di sicurezza adottate negli ultimi tempi eccessive se non addirittura illogiche. Per quale motivo tenere aperti solo la metà dei cancelli anche al termine della partita quando ci sono file chilometriche per uscire? Poi se fino a qualche anno fa c’erano 40000 tifosi anche nelle partite meno importanti e oggi si fa fatica a raggiungere i 25000 un motivo ci sarà… inoltre se mi fai pagare un biglietto 90-100 euro per una tribuna mi aspetto anche un servizio di un certo livello

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  4. walter

    febbraio 18, 2016 at 8:26 pm

    …. e meno male che i terroristi non si accorgono di file come queste: sarebbe facile replicare il Bataclan… incapacità totale alla gestione

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Storia di Ciprian, l’atleta Special Olympics salvato da Madre Teresa di Calcutta

Olympics Italia

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Il 17 Ottobre 1979 veniva assegnato il Premio Nobel per la Pace a Madre Teresa di Calcutta, una donna divenuta Santa per le sue immense opere di carità verso i più poveri e i più sfortunati al mondo. Tra le tante storie che accompagnano la sua vita, c’è quella di Ciprian. Insieme a Special Olympics vi raccontiamo la sua meravigliosa vicenda.

Madre Teresa di Calcutta è stata proclamata santa da Papa Francesco; tra i suo “miracoli” c’è certamente quello di aver salvato la vita a Ciprian, oggi un Atleta Special Olympics.
La sua rinascita ha inizio quando, a Tirgoviste vicino Bucarest, Madre Teresa di Calcutta varcando la soglia di un orfanotrofio, per casi incurabili, con scarse condizioni igieniche e cibo insufficiente, lo prese in braccio e decise di portarlo via con sé, ancora piccolino. Un incontro che, invertendo un destino già segnato, ha aperto le porte ad una nuova vita fatta di attenzioni, cure ed attività di riabilitazione che gli hanno permesso di sentirsi parte di una famiglia e di avere le giuste condizione per poter vivere pienamente.

La nascita
Ciprian è nato in un piovoso giorno di gennaio, durante gli anni della dittatura di Ceausescu. Per i medici è già un miracolo che sia ancora vivo perché le conseguenze del parto si rivelano drammatiche: le ossa del cranio non si saldano, non permettendo un corretto sviluppo del cervello; il neonato è destinato ad andare incontro a seri problemi durante la crescita. Le gravi malformazioni alla nascita e le conseguenti preoccupazioni portano probabilmente la madre ad abbandonarlo.

L’arrivo in Italia
La sua nuova casa diventa, fino a quando non gli viene permesso di arrivare in Italia, l’Istituto delle Suore Missionarie della Carità a Bucarest. Accolto successivamente a Roma in un Convento delle Suore Missionarie, viene sottoposto, al Policlinico Gemelli, a diverse operazioni chirurgiche che riescono a salvargli parte della vista dell’occhio destro. Madre Teresa, negli anni, non si è mai dimenticata di Ciprian al quale, tornando in Italia nel 1993, fa da madrina di battesimo.

Il Serafico, una nuova famiglia
Nel 1995 per il Tribunale dei Minori di Roma Ciprian può essere adottato; le Suore Missionarie si adoperano per trovargli una famiglia ma le sue difficoltà spaventano così tanto che nessuno porta avanti, fino in fondo, l’intenzione di adottarlo. Ad occuparsi di lui nelle vesti di tutore legale, fino ai 15 anni, è una religiosa delle Suore Missionarie della Carità; successivamente si aprono le porte del Serafico di Assisi, centro di riabilitazione e ricerca per ragazzi con disabilità plurime, nonché team Special Olympics. Ciprian soffre di una encefalocele fronto-nasale a suo tempo corretta chirurgicamente con un residuo visivo e un ritardo mentale medio lieve, ma la riabilitazione, le numerose attività svolte, lo sport e l’affetto hanno fatto un vero e proprio miracolo in termini di crescita.

Lo Sport e Special Olympics
Ciprian è un ragazzo simpatico, vitale, sempre allegro; i volontari raccontano “uno straordinario smontatore di oggetti”, che ama conoscere nei dettagli per avere la certezza che ogni pezzetto, anche il più piccolo, ha un ruolo ed è prezioso. Nella struttura di Assisi diventa attore negli spettacoli del laboratorio teatrale, pittore al laboratorio grafico e un grande sportivo.
Partecipa ai primi Giochi Nazionali Special Olympics, nel 2007 a Lodi, dove conquista le sue prime medaglie, entrambe d’oro nei 100 metri e nel salto in alto; da lì un percorso di crescita continua la strada da fare è ancora lunga ma Ciprian non ha paura, ha già dimostrato a se stesso di avere una gran voglia di continuare a correre.

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Altri Sport

Usa-Messico: quando un muro serve per unire

Emanuele Catone

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Sono iniziati i lavori per la costruzione del famigerato muro tra il Messico e gli Stati Uniti, uno dei punti fondamentali della campagna elettorale di Donald Trump, che non riesce per ora ad ottenere il completo appoggio economico da parte del Congresso. La barriera in costruzione, infatti, andrà a sostituire e rafforzare quella già esistente, fatta di reti e recinzioni e sarà lunga 6 chilometri su 3200 totali di frontiera. Ma tra i due Stati, c’è chi quel muro lo utilizza per giocare e per unire, non per dividere.

Innalzare un muro per bloccare l’immigrazione, ma costruirlo anche scrivendo la parole fine ad una pratica sportiva che dal 1979 coinvolge le popolazione del Messico e degli Stati Uniti d’America. Donald Trump non molla l’idea di voler rafforzare il muro tra le due nazioni. Rafforzare perché, in effetti, esiste già una trincea separatoria in quella vasta area dove ogni anno ad aprile, in una tradizione nata nel 1979 e divenuta continuativa dal 2006, messicani ed americani si riuniscono per giocare a Wallyball; una partita di pallavolo che ha la particolarità di trasformare quel muro, che ancora tale non è, come rete da gioco. Il match viene disputato precisamente nella zona di Naco, nello stato del Sonora per il Messico e in quello dell’Arizona per gli Stati Uniti.

Di schiacciate non se ne vedono data l’altezza della recinzione e del gesto di “murare” gli amici-avversari neanche l’ombra; solo pallonetti, tanta voglia di divertirsi e il desiderio di dare uno schiaffo alla politica mostrando la nullità delle barriere di fronte all’umanità della “gente comune”. Il tutto, però, limitato nell’arco di tre ore ovvero il tempo limite dettato della legge che non permette una sosta più lunga in quella zona di confine.

Col tempo questa tradizione si è estesa anche a zone diverse dal confine messicano-statunitense: sulle spiagge di San Diego, ad esempio, si è giocato un Beach Wallyball” contro i dirimpettai messicani abitanti di Tijuana.

E il muro ideato da Trump, cavallo di battaglia nella sua corsa all’elezione, potrebbe far terminare questa bellissima iniziativa. La costruzione sarebbe troppo alta per permettere agli atleti di giocare, non riuscirebbero neanche a guardarci attraverso; anche se il presidente non dovesse riuscire nel suo progetto per il costo troppo elevato, ci sarà comunque un rinforzo delle barriere e una aggiunta di recinzione che renderebbero allo stesso modo la partita impraticabile.

“Per noi è un modo per celebrare l’unione dei due paesi”. Questo aveva dichiarato Jorge Villegas, sindaco di Sonora. Parole che vanno ben oltre lo scevro patriottismo trumpiano e che da sole potrebbero servire a mostrare l’inutilità e futilità del progetto Trump.

Illustrazione Copertina: Victor Abarca

 

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Sport & Integrazione

Giornata Mondiale della Pace: I bambini israeliani e palestinesi giocano insieme

Matteo di Medio

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Il 21 Settembre si celebra la Giornata Mondiale della Pace ONU. Per l’occasione vi raccontiamo il grande insegnamento che i bambini israeliani e palestinesi hanno dato a tutti coloro che non credono che un futuro migliore sia possibile.

Ormai le tecnologie e i videogame si stanno pian piano togliendo la cattiva reputazione di essere il male assoluto e la rovina dei giovani. Gli Esports sono diventati a tutti gli effetti degli Sport 2.0 con il riconoscimento da parte del Cio come disciplina e si sta tentando addirittura di farla rientrare nel calendario olimpico.

Esistono casi in cui i videogiochi ricoprono un ruolo fondamentale e rompono definitivamente con gli stereotipi della critica che vorrebbe abolire del tutto l’uso di questi nuovi strumenti come elemento di svago.

Riprendendo quanto scritto da Edwin Evans-Thirlwell nel sito Motherboard.com, raccontiamo il progetto portato avanti da Uri Moshol.

Uri Moshol, ex CEO della società di software Incredibuild, nonché ex militare dell’esercito israeliano, sfruttando il grande interesse verso il mondo del gioco digitale da parte delle ultime generazioni, ha realizzato un programma di carattere sociale per contrastare il clima di odio ed intolleranza religiosa sul territorio della Striscia di Gaza tra Israele e Palestina che ora più che mai è tornato ad essere rovente con conseguenze tragiche e sanguinose per tutta la popolazione.

La Games For Peace (G4P), con sede a Tel-Aviv, è un’organizzazione no profit che, attraverso videogames multiplayer ha l’obiettivo di formare ed informare i giovani delle comunità ebraiche e palestinesi, impegnati in partite online, sul tema dell’integrazione e del rispetto della diversità di fede verso quelle persone che fin da piccole vengono educate al disprezzo del diverso.

L’idea di Moshol nasce dopo una partecipazione nel 2013 ad una Conferenza a New York di Games for Change, organizzazione che pone l’attenzione sul ruolo positivo che i giochi possono avere all’interno della società. Uri è rimasto talmente colpito da questa realtà, non essendo un esperto del settore, da voler esportare questa nuova visione dell’universo videoludico anche verso i territori che ha più a cuore come la Palestina e Israele. Con l’aiuto di esperti del settore, ha individuato come la migliore strada da percorrere l’utilizzo di giochi già esistenti, piuttosto che crearne nuovi ad hoc, per combattere il razzismo e gli stereotipi verso culture che tra loro, in alcuni casi, non sono mai venute a contatto, non si sono mai confrontate.

Il motivo principale di utilizzare videogame già conosciuti è stato dettato dall’intento di creare, sin da subito, coinvolgimento ed adesione da parte dei giovani. Proprio per questo, il gioco scelto per il progetto G4P è stato Minecraft. Con milioni di copie vendute, il videogame creato dalla Mojang nella persona del Presidente Markus Persson, poi venduto per la cifra record di 2,5 miliardi di dollari alla Microsoft, ha come obiettivo quello di costruire città ed edifici di vario genere in un mondo virtuale nel quale il giocatore è il protagonista.

Come racconta Moshol, in alcuni casi, attraverso il videogame, molti bambini si mettevano in contatto per la prima volta con il mondo “dall’altra parte”.

Il progetto Games for Peace porta avanti due diverse iniziative: nella prima, la “Play for Peace”, viene chiesto, ad un numero indefinito di giocatori, di collaborare insieme online per costruire la città. Nella prima occasione di incontro virtuale, il 17 gennaio 2014, parteciparono 50 giovani provenienti da Israele, Palestina, Cisgiordania ed Egitto con l’obiettivo di creare la “Città della Pace”. Alla quinta edizione, nel luglio dello stesso anno, bisognava costruire uno stadio di calcio per i Mondiali.

In queste occasioni, così come nelle altre, le reazioni sono state più che positive e confortanti, tolti singoli casi di comportamenti abusivi, come quando un giocatore cominciò a creare svastiche ovunque. La risposta del resto della comunità fu esemplare: tutti insieme si sono adoperati a cancellarle immediatamente.

La seconda iniziativa è la “Play to Talk”, dove ragazzi di due scuole diverse si sfidano nella costruzione di una città, attraverso la cooperazione e la condivisione di informazioni, pur essendo di religioni od estrazione diversa. Al termine della sessione di gioco, vengono organizzati degli incontri reali tra i giocatori così da commentare tutti insieme l’andamento della partita e conoscersi un po’.

Moshol evidenzia come la Games for Peace stia portando a risultati promettenti e l’evidenza di quanto esposto sta nel fatto che molti giocatori sono rimasti in contatto tramite i social network o addirittura attraverso una frequentazione offline.

L’obiettivo finale del CEO è quello di esportare il G4P in tutto il mondo e in tutte quelle zone dove l’intolleranza e la mancanza di integrazione è il pane quotidiano per le giovani generazioni, diffondendo un messaggio universale senza bandiere o ideologie.

Questa volta, mettiamo da parte la facile critica verso i videogiochi, i peggiori nemici di mamme e papà “disperati”, e poniamo l’attenzione, riconoscendone il merito, sul ruolo che, grazie a persone illuminate come Moshol, la tecnologia ludica può avere per superare ostacoli vecchi un’eternità e far conoscere ai propri figli una realtà che gli è sempre stata tenuta nascosta.

 

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