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Storie dell'altro mondo

Roma, l’urlo dei ragazzi del ’42: “Non dimenticateci!”

Simone Meloni

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“Roma sul petto tuo vedo brillar, quello scudetto saputo conquistar, e io tifoso canterò, che mai a te, ti lascerò, perché dai gioia a me, perché tu giochi ben!”. È la voce dello Stadio Nazionale del PNF, che riadatta la tedesca “Lili Marleen”, aria molto in voga ai tempi, per ringraziare i propri beniamini. È il 14 giugno 1942, e la Roma ha appena battuto il retrocesso Modena per 2-0. Cappellini e Borsetti hanno consegnato nelle mani del presidente Bazzini, imprenditore e alto funzionario dell’Agip, il primo scudetto della storia giallorossa. Il profeta Schaffer, figlio della prodigiosa Ungheria di inizio secolo, ha colpito nel segno, esattamente come quando calcava i campi da giocatore, infiammando le folle a suon di gol. Una cavalcata storica, segnata dalla lotta a tre con il Torino e il sorprendente Venezia di Loik e Mazzola.

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Roma – Modena, 14 Giugno 1942

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I bombardamenti sconvolgono il Nord Italia, e il calcio per migliaia di persone rischia di essere uno dei pochissimi momenti di svago, da frapporre tra il terrore della morte e la consapevolezza di un’ondata di povertà e miseria che da lì a poco travolgerà l’intera Penisola. Molti calciatori vengono richiamati alle armi, e il torneo passerà alla storia come il più “tardivo” di sempre. Col primo fischio d’inizio che avverrà soltanto il 26 ottobre.

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Non ci sono video di quel campionato. Non ci sono le maglie, non ci sono i cimeli. La guerra ha spazzato via quasi tutto. Ha colpito in maniera infame anche la memoria di ciò che aveva reso quei ragazzi eroi per qualche giorno e i loro tifosi spensierati cittadini del mondo, in una Roma presto “città aperta”,  teatro di violenze e infamie sulla sua popolazione. Certo, i ricordi si sono tramandati. Perché i ragazzi di Schaffer (che saluterà il mondo nel 1945, anche lui vittima di un conflitto ahinoi più grande di qualsiasi sfida calcistica) quelle maglie se le sono tatuate sul cuore. Prendete uno come Naim Kriezu, venuto, per studio, da Giacovizza. Kosovo. Allora Albania, terra millenaria fortemente legata all’Italia. Quel ragazzo arrivato dai Balcani aveva qualcosa di speciale. Era la futura ala sinistra della Roma. Svelto e letale, come già aveva dimostrato in patria, con la maglia dell’SK Tirana. Se ne accorsero presto all’ombra del Colosseo. Il direttore sportivo Biancone lo andò a prendere direttamente alla Farnesina, chiedendogli di sostenere un provino a Campo Testaccio. Da Monte dei Cocci a Via del Tritone 125 (dove era sita la sede dell’AS Roma) il passo fu breve. Un’emozione infinita per Kriezu, che ammetteva: “Prima di allora gente come Masetti l’avevo vista soltanto sul Calcio Illustrato”.

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Naim Kriezu

Per capire bene chi fossero i campioni del ’42, occorre pensare a gente come Ermes Borsetti, centrocampista nato a Vercelli. Dalla terra delle risaie, dal sorriso austero delle mondine, a una città chiassosa e poliedrica di suo. Lo trovavi a giocare a calcetto, nella “sua” Testaccio, a ottant’anni suonati. Una passione non conosce età. “Finché il fisico regge, io ci sono”. Un’epoca in cui vivere lo sport coincideva con una dovuta signorilità. Chi li ha incontrati, prima della loro morte, è pronto a giurare di preferire cento volte una chiacchierata con questi perenni giovincelli, rispetto al campione odierno. E non ci fermiamo alla demagogia, ma pensiamo a quello che l’uomo ci può dare. Lezioni di vita. Lucidità e carica. Del resto è lo stesso Borsetti a fornire un singolare aneddoto legato all’indimenticato Dino Viola e a una gara giocata a Livorno, quando il futuro presidente si presentò direttamente negli spogliatoi, qualificandosi come ufficiale di aereonautica di stanza nella città labronica e grande tifoso giallorosso, giunto all’Ardenza per sostenere la squadra. Un episodio sintomatico riguardo a quel senso di romanismo che seppe poi trasmettere, recepire e fondere con i “suoi” devotissimi tifosi.

Le storie del passato, si sa, assumono giocoforza una piega romantica. Soprattutto se di mezzo ci sono conflitti, vite spezzate e momenti bui per la storia dell’umanità. Luigi Nobile da Tursi, provincia di Matera, arcigno difensore, chissà quante volte lo avrà raccontato. Lui, lo studente di medicina che rinunciò parzialmente al calcio per aiutare il suo Paese rispondendo innanzitutto alla vocazione di medico. Ci piace immaginare, però, che il Dio del calcio esista. Nonostante il suo impegno in ospedale, riuscì a scendere in campo in un’occasione: contro quel Torino primo rivale per il titolo. Questo lo consegnò alla storia come Campione d’Italia a tutti gli effetti. Anche lui meritevole di quel ringraziamento immaginario che pure i tifosi nascosti sotto il vecchio Campo Testaccio, adibito a rifugio antiaereo, non dimenticarono di lanciare alle casacche giallo ocra e rosso pompeiano.

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Roma – Torino

Chi non conosce il “Fornaretto” si metta in riga e si volti dalla parte opposta. Amedeo Amadei da Frascati, con i suoi 101 gol in maglia giallorossa è una delle figure più legate al club e all’immaginario collettivo. “Amadei”, vedi scritto in diversi forni dei Castelli Romani. “Ma lo sai che questo è della famiglia del giocatore?”. Chi è di Roma si figurerà perfettamente la scena, chi vive al di fuori della realtà capitolina immagini che quando Amadei, nel dopoguerra, fu trasferito all’Internazionale per ripianare i profondi debiti che attanagliavano la Roma, chiese espressamente di non essere schierato contro i giallorossi qualora gli stessi fossero stati in grosse difficoltà. Come andò a finire? Scese in campo ma, per sua stessa ammissione, disputò il match ai minimi termini. Fortissimo il legame con Schaffer, di cui raccontava spesso un episodio: “Quando ero ragazzo spesso in allenamento mi divertivo a fare le rovesciate – diceva – una volta, col suo italiano stentato, mi chiese se sapessi dove indirizzavo il pallone. Risposi di no, così lui mi chiese cosa le facessi a fare? Mi colpì molto, perché mi fece capire che sacrificavo la concretezza. È un insegnamento di cui ho fatto tesoro”. Il “Fornaretto” si è spento nel 2012, a 92 anni. Dopo esser entrato nella Hall of Fame dell’AS Roma. Lui, il più grande attaccante della sua epoca, che dal cielo ancora segue lo scatto di Coscia sulla fascia, per insaccare il pallone.

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Amedeo Amadei

La Hall of Fame succitata è opera della società americana. Un qualcosa di importante per la conservazione di una storia troppo spesso bistrattata dallo stesso club. Gli “eroi” del 1942, infatti, vennero dimenticati per tantissimi anni, e fu proprio quel Dino Viola tifosissimo a riportarli in auge una volta salito alla presidenza. L’uomo che veniva dalla Lunigiana li premiò con una tessera benemerita e ne tenne sempre in alto il ricordo, magnificandone i meriti per aver salvato la Roma nel periodo post bellico, quando giocatori e staff si autotassarono per mantenere in vita la società.

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Tessera Associativa As Roma

Quando si vinse il secondo scudetto Viola invitò alla festa tutti i giocatori del 1942, ricordo perfettamente i simpatici sfottò che volavano tra i campioni vecchi e nuovi”. Questo è uno dei primi ricordi di Marco, figlio di Sergio Andreoli, terzino sinistro della prima Roma tricolore, giunto alla corte di Bazzini su indicazione di Fulvio Bernardini nel 1941, per 25.000 Lire. La coincidenza che vide Acerbis partire per il fronte come medico, gli regalò la possibilità di laurearsi campione da protagonista. Di aneddoti in casa Andreoli ne sono circolati tanti e Marco li porta tutt’oggi nel cuore e nella mente: “Io sono nato al Policlinico Italia, nella clinica del medico della Roma Zappalà – racconta – col fiocco giallorosso”.

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Sergio Andreoli

Un calcio d’altri tempi: “Papà mi diceva sempre che dopo lo scudetto è tornato al suo paese (Capranica, in provincia di Viterbo n.d.r.) per festeggiare con i genitori davanti a un piatto di pasta e fagioli – racconta – per quanto riguarda il campo, ha giocato sia col metodo che col sistema, era un terzino irruento e per questo piaceva molto ai tifosi, anche se non era una persona dall’indole cattiva. Si faceva rispettare – scherza – ma tra i giocatori c’era un rapporto cavalleresco, basti pensare che si davano del “voi” e che, quando militava nel Perugia, incontrando Masetti in un’amichevole fu così emozionato che nel calciare il piede gli rimase incastrato in una zolla. Oppure come non citare la sua unica presenza con la Nazionale allenata da Pozzo, a Verona. Me lo tenne nascosto – sorride – finché non trovai una maglia dell’Italia tra le sue cose. Mi raccontò che alla fine di quel match i dirigenti federali gli dissero che doveva scegliere tra il compenso e la maglia: scelse la seconda. Questo dà l’idea dello spirito che avevano i giocatori del tempo”.

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Guido Masetti, portiere storico della Roma tricolore

Un rapporto profondo con la Roma. “Ha fatto 209 presenze e 9 gol con la maglia giallorossa afferma – l’attaccamento era sanguigno, tanto è vero che uno dei momenti più amari fu quando la società lo liberò dal cartellino senza preavviso. La particolarità di quei tempi – continua – è che i giocatori frequentavano la città, ritrovandosi in vari posti del centro storico. Medici come Zappalà e Ceretti andavano direttamente a casa degli atleti il giorno prima della partita. E questo diventava anche un momento conviviale, in cui ci si scambiavano confidenze extra calcistiche. I rapporti andavano ben oltre il campo e durarono nel tempo. Ricordo – svela – che quando ero bambino accompagnavo spesso papà a Ostia, dove tutti gli ex giocatori del 1942 si ritrovavano per mangiare assieme; tornavano tutti bambini, raccontando situazioni e aneddoti di quando erano nello spogliatoio. C’era grande affiatamento”.

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Inter – Roma, stagione 1941/42

Una memoria che, non senza difficoltà, è riuscita fortunatamente a tramandarsi.Quando la Roma mi ha chiamato per rappresentare mio padre alla Hall of Fame, ho provato un’emozione immensa nello sfilare sotto la Sud. È in atto un grande cambio generazionale, e bisogna far attenzione nel mantenere vivo il ricordo. Per chiunque verrà sarà importante mettere in risalto questi personaggi, antesignani di una squadra che storicamente ha sempre avuto al seguito una grande tifoseria”.

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Roma Campione d’Italia 1941/42

E allora immaginate di essere attaccati alle reti dello Stadio Nazionale, con il caldo di giugno che sbattendo sull’erba ne fa sentire tutto l’odore e una voce che annuncia le formazioni. Alzatevi in piedi in segno di riverenza, ecco i Campioni d’Italia del 1942: Guido Masetti, Fosco Risorti, Mario Acerbi, Sergio Andreoli, Luigi Brunella, Luigi Nobile, Giuseppe Bonomi, Renato Cappellini, Aristide Coscia, Luigi Di Pasquale, Mario De Grassi, Aldo Donati, Edmondo Mornese, Paolo Jacobini, Naim Krieziu, Amedeo Amadei, Cesare Benedetti, Ermes Borsetti, Miguel Angel Pantò. Allenatore, il signor Alfred Schaffer.

FOTO: www.asromaultras.com

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Calcio

Josef Bican, il più grande marcatore della storia dimenticato per colpa della Guerra

Nicola Raucci

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Avrebbe compiuto oggi 105 anni Josef Bican, un nome che potrebbe non dire nulla, ma che in realtà rappresenta il più grande marcatore della storia del calcio. La sua gloriosa storia venne dimenticata per colpa della guerra. Ve la raccontiamo.

Ho sentito molte volte la teoria secondo la quale era più facile segnare ai miei tempi. Ma le occasioni erano le stesse anche cento anni fa  e saranno  le stesse anche tra cento anni. La situazione è identica e tutti dovrebbero concordare sul fatto che una occasione dovrebbe trasformarsi in un gol. Se avevo cinque occasioni facevo cinque gol, se ne avevo sette ne segnavo sette”. (it.uefa.com)

Vienna, 1913. La capitale dell’Impero austro-ungarico è una autentica polveriera politico-sociale. Tra le sue strade un pezzo di storia del Novecento: Freud, Stalin, Trockij, Tito e Hitler.

Qui nasce il 25 settembre 1913 Josef Bican, il più grande marcatore di tutti i tempi con 805 goal in competizioni ufficiali e 1468 reti a referto contando anche le amichevoli. Unico giocatore ad aver militato e segnato in tre diverse nazionali.

Un campione quasi del tutto dimenticato, emblema di un momento storico tragico, la cui carriera reca le ferite di un secolo caratterizzato da cambiamenti improvvisi e assurde atrocità. Un giocatore sul quale sono nate leggende, dalle cinquemila reti ai numeri spettacolari in allenamento in cui colpiva dal limite dell’area una serie di bottiglie posizionate sulla traversa.

Figlio di Frantisek, boemo di Sedlice, giocatore dell’Herta Vienna, e Ludmila, viennese di origine cecoslovacca, passa l’infanzia nell’indigenza e nella sofferenza. A otto anni perde il padre, dopo un tremendo scontro di gioco. Il lavoro della madre nel dopoguerra permette la sola sopravvivenza. Il giovane Josef detto “Pepi” corre scalzo dietro il pallone, il suo grande amore. Si forma nelle categorie giovanili dello Schustek e del Farbenlutz e a 18 anni firma il suo primo contratto da professionista con il Rapid Vienna, il club più importante della città.

Con il tempo matura una raffinata sensibilità in entrambi i piedi che ne fanno un finalizzatore spietato,  supportato  da  una  velocità  impressionante  (100  metri  in  10,80  secondi)  e  da una struttura fisica possente (178 cm, 77 kg). Il tutto unito ad una forza di volontà senza eguali.

Il suo stipendio arriva in solo due anni alla considerevole cifra di 600 scellini. A 20 anni, il 29 novembre 1933, esordisce nella nazionale austriaca, il Wunderteam. L’anno successivo partecipa ai Mondiali italiani e segna una rete decisiva ai supplementari degli ottavi di finale contro la Francia. In totale con la maglia austriaca disputa 19 incontri con 14 reti a referto. Nel 1935 lascia il Rapid Vienna, con all’attivo 68 reti in 61 presenze, un campionato e un titolo di capocannoniere. Si trasferisce al SK Admira Vienna dove continua a vincere e segnare: due campionati (1936, 1937) e 22 goal in 31 partite.

Nel 1937 va in Cecoslovacchia allo Slavia Praga. Lascia l’Austria ormai vicina all’Anschluss e sfugge al regime nazista, rifiutando di vestire la maglia della Germania. Ritorna nella sua terra d’origine, nella quale era solito trascorrere le vacanze estive in tenera età. Prende la cittadinanza ma non può giocare i Mondiali del 1938 con la selezione cecoslovacca per un cavillo burocratico. Farà il suo esordio il 7 agosto 1938, mettendo a segno una tripletta contro la Svezia.

In seguito all’occupazione nazista, veste la maglia del nuovo Protettorato di Boemia e Moravia. Il12 novembre 1939, nel match dal roboante risultato di 4-4 tra Boemia-Moravia e Germania, Josef mette a referto 3 reti, diventando il  primo e finora unico giocatore ad aver segnato con tre nazionali diverse.

Bican è fin da subito il simbolo della polisportiva dello Slavia Praga, senza dubbio la squadra della sua vita. I tifosi estasiati lo chiamano “il cinico”. Negli undici anni in cui milita tra le fila dei Červenobílí segna 385 goal in 204 partite di campionato, vince 4 campionati di Boemia-Moravia (1939-40, 1940-41, 1941-42, 1942-43), un campionato cecoslovacco (1946-47), 3 Coppe di Cecoslovacchia (1941, 1942, 1945), una Mitropa Cup (nel 1938, capocannoniere con 10 goal) e

10 titoli di capocannoniere (6 del campionato di Boemia-Moravia nel 1938-39, 1939-40, 1940-41,1941-42, 1942-43, 1943-44 e 4 del campionato cecoslovacco nel 1937-38, 1945-46, 1946-47 e 1947-48).

Al termine della seconda guerra mondiale molte squadre europee, tra cui la Juventus, lo desiderano. “Pepi” male informato rifiuta il trasferimento in Italia in quanto teme l’avvento di un governo comunista. Sorte che invece tocca proprio alla Cecoslovacchia. Difatti, nel 1948 il partito comunista, con l’appoggio dell’Unione sovietica, prende il potere. Come già fatto nei confronti del nazismo,  rifiuta  di  aderire  al  partito.  Per  tale  ragione  Bican  e  la  sua  famiglia  vengono emarginati e subiscono il sequestro di diverse proprietà.

Per migliorare la sua reputazione di fronte al regime lascia lo Slavia Praga, club di tradizione borghese, e firma per il Sokol Vítkovice Železárny, squadra delle acciaierie di Ostrava con un largo seguito popolare. Vi milita per tre anni, vincendo l’ennesimo titolo di capocannoniere nel 1950. Successivamente, si trasferisce in seconda divisione allo Škoda Hradec Králové, disputando solo pochi incontri. Su pressione del partito comunista è infatti costretto a lasciare la squadra per la sua crescente e pericolosa popolarità tra la popolazione locale.

Nel 1953 ritorna allo Slavia Praga, rinominato allora in Dynamo Praga, dove gioca fino a 42 anni, con 29 presenze e 22 goal. A fine carriera, nel 1955, nessun onore gli è concesso e viene mandato a lavorare come operaio alla stazione ferroviaria di Holešovice.

Intraprende poi la carriera di allenatore senza particolare fortuna. Muore il 12 dicembre 2001 a Praga, a 88 anni. Ricordato come uomo umile ma sicuro di sé, è stato sempre lontano dalle ideologie totalitarie del tempo. Venerato dal pubblico e osteggiato dai poteri forti, Josef “Pepi” Bican ha scritto soprattutto negli anni bui della seconda guerra mondiale pagine leggendarie di storia del calcio, forse per questa ragione dimenticate troppo in fretta.

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Calcio

Marco Tardelli racconta Spagna 1982

Paolo Valenti

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Compie oggi 64 anni Marco Tardelli, una delle colonne portanti dell’Italia Campione del Mondo nell’82. Centrocampista eclettico, ugualmente capace sia nella fase di interdizione che in quella di costruzione del gioco, valido agonisticamente, era dotato di una tecnica individuale molto buona che spiegava la sua capacità di andare in gol. Il più importante e famoso lo segnò la sera dell’11 luglio 1982, dando all’Italia la sicurezza di potersi sentire Campione del Mondo. Di questo gol e di quel mondiale ne abbiamo parlato con lui in questa intervista esclusiva che vi riproponiamo.

 

Marco, puoi ricordare perché nel ritiro di Vigo c’era un’atmosfera pesante intorno alla nazionale?

I motivi erano un po’ i soliti, legati soprattutto alla stampa che avrebbe preferito che lì in Spagna ci fosse stato un giocatore piuttosto che un altro. Ma Bearzot aveva sempre preso le sue decisioni senza ascoltare i suggerimenti dei giornalisti, per cui eravamo un po’ criticati per questo. E poi c’era della tensione per quello che una parte della stampa aveva scritto su di noi. Tra calciatori, però, il clima era assolutamente sereno.

Quale fu la goccia che fece traboccare il vaso e vi spinse al famoso silenzio stampa?

Il silenzio stampa lo facemmo quando arrivammo a Barcellona: Bearzot ci dette una mezza mattinata libera che noi trascorremmo andando in giro con le mogli e i giornalisti fecero delle battute su di loro. Quella fu la goccia di cui tu parli ma in precedenza erano già successe altre cose.  

Tornando alle vicende di campo: le prime partite le faceste a Vigo con una temperatura piuttosto mite. Poi arrivaste a Barcellona dove faceva molto caldo. Risentiste di questo cambiamento dal punto di vista fisico?

No, assolutamente. Anzi, gradualmente la nostra condizione fisica andava crescendo perché avevamo fatto una preparazione finalizzata a farci migliorare andando in là con le partite. Certo, Vigo ci fece bene perché era un posto abbastanza fresco: si sapeva che a Barcellona sarebbe arrivato il caldo. Comunque io, dal punto di vista fisico, mi trovai bene.

Quando si affrontarono Maradona e Zico, perché si decise di mettere Gentile in marcatura su di loro invece che te, che in teoria saresti stato la prima scelta?

Bearzot mi disse che aveva bisogno che io godessi di maggiore libertà, che avessi la possibilità di poter andare ad attaccare le difese avversarie, di verticalizzare. E in effetti poi feci anche dei gol (sorride, ndr).

Quando rientraste negli spogliatoi dopo la partita col Brasile, cosa vi diceste? Vi aspettavate di poter vincere?

Noi dopo il primo turno ci aspettavamo di tutto, nel senso che sapevamo di essere una buona squadra che poteva fare bene. Eravamo in grado di battere chiunque perché eravamo una squadra di qualità e quantità. Vincendo col Brasile capimmo di aver fatto una gran cosa, comprendemmo che avremmo potuto puntare anche più in alto. Fu un primo passaggio di consapevolezza.

Quando Cabrini sbagliò il rigore nella finale cosa pensaste? Aveste un momento di scoramento?

No, assolutamente no. Anzi, quando rientrammo negli spogliatoi eravamo convinti di potercela fare perché stavamo facendo una buona gara e stavamo bene sulle gambe. Un po’ di scoramento lo aveva Cabrini (ancora sorridendo, ndr), non noi: cercammo di tirarlo su, più che altro ignorandolo.

Nel secondo tempo aspettavate che la Germania risentisse della stanchezza dei supplementari disputati due giorni prima?

Non ci pensavamo, contavamo solo sulle nostre forze. I tedeschi non muoiono mai, in finale ci arrivano sempre anche se fanno dodici supplementari: sono sempre lì, hanno abitudine, testa. Insomma, erano forti e il fatto di aver giocato i supplementari più di tanto non poteva condizionarli.

C’è L’Urlo di Munch a rappresentare paura, dolore, angoscia. E c’è l’urlo di Tardelli, un’espressione di felicità assoluta. Mi dici se nella vita hai provato momenti di gioia maggiori di quello?

Le grandi emozioni della vita sono queste, quando raggiungi il massimo nella tua carriera. Poi ci sono i figli, i momenti quando nascono, anche se si tratta di un altro tipo di emozioni. Sicuramente nel calcio quello è stato il massimo momento di emozione che ho provato, simile all’emozione del primo gol in Serie A con la Juventus. Anche se, ovviamente, il primo gol in Serie A era un’emozione per una maglia mentre il gol in finale era un’emozione per un Paese. Una cosa completamente diversa.  

E’ vero che in quel mese tu e Bruno Conti dormiste solo due ore a notte?

In quelle notti insonni c’erano anche Selvaggi, Oriali… non so se erano due ore a notte ma sicuramente ci addormentavamo tardissimo, a volte non dormivamo nemmeno. Ma penso che dormivamo qualcosa in più di due ore… anche quattro o cinque, quelle sufficienti per stare in piedi!

Una parola per definire il mondiale di Bruno Conti?

Lo chiamarono Marazico, è stata già inventata la parola per definirlo. Quello per lui fu davvero un mondiale speciale. 

 

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Calcio

Il calcio nella Città senza sole

Nicola Raucci

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Mongolia (Монгол улс), Asia orientale. Cuore di quell’immenso territorio che fu l’Impero mongolo forgiato con la spada da Gengis Khan e arricchito da Kublai Khan. Terre che affondano le radici in una storia millenaria popolata da guerrieri invincibili, luoghi misteriosi e lande infinite. L’impenetrabile deserto del Gobi a meridione e i massicci del settentrione occidentale fanno da corona a una distesa interminabile di steppe in cui l’occhio smarrisce l’orizzonte e la terra si unisce al cielo senza un confine preciso. Per secoli i popoli nomadi hanno solcato queste praterie con le loro yurte, seguendo l’alternarsi delle stagioni e la direzione dei venti tra estati roventi a+40°C e inverni rigidi a −40°C. Un luogo dove sopravvivere è la prima regola, dove natura e umanità vivono in una simbiosi ancestrale di sofferenza e attesa.

Centro principale è la capitale Ulan Bator (Улаанбаатар). Nome che rimanda al liberatore nazionale Damdin Sùhbaatar, Eroe Rosso. Città di oltre 1.3 milioni di abitanti, sorge a 1.350 m d’altitudine nella zona centro-settentrionale del Paese, nella valle del fiume Tuul ai piedi del monte Bogd Khan Uul. È il centro nevralgico della poco sviluppata rete stradale e soprattutto di quella ferroviaria, la Transmongolica, che si collega a nord alla ferrovia Transiberiana (a Ulan-Udė, in Russia) e a sud alla rete centrale cinese (a Jining, in Cina).


Polo unico di riferimento a livello culturale e finanziario, nonché governativo, è di gran lunga il maggior centro industriale dello Stato. La capitale ha assistito a un consistente fenomeno di urbanizzazione negli ultimi decenni a causa dell’industrializzazione a volte indiscriminata che ha portato alla creazione di numerosi distretti extraurbani dove risiede gran parte della popolazione. Una periferia di case in legno e yurte caratterizzata da povertà diffusa. All’esterno le steppe, all’interno una delle città più inquinate al mondo per la combustione del carbone e della legna, che ne fanno un luogo dall’atmosfera infernale soprattutto nei mesi invernali. Una nebbia perenne e un pungente odore di smog invadono le strade, oscurando la luce del sole.
È qui che sorge uno stadio unico nel suo genere. L’impianto della squadra più importante e vincente della Mongolia: l’Erchim FC. Fondata nel 1948 da un gruppo di ingegneri della principale centrale elettrica di Ulan Bator, è entrata nel calcio professionistico nel 1994, come club di proprietà della TES4 (Centrale Termica n.4). Ha vinto dieci volte la Premier League della Mongolia e nel 2017 è stato il primo club mongolo a qualificarsi per la AFC Cup.

Lo stadio è situato a poche centinaia di metri da quella che è la più grande centrale a carbone in Mongolia, in cui si sono verificati frequenti malfunzionamenti ed incidenti. Inoltre, l’impianto genera tuttora altissimi livelli di inquinamento. Ciò che si presenta agli occhi è un’immagine da film post apocalittico. Un campo di calcio in sintetico con una capienza di 2000 spettatori, circondato da basse gradinate in legno e delimitato da spoglie mura di cemento armato. Sullo sfondo le montagne e la gigantesca centrale che sputa fumo in continuazione. Si è immersi nella desolazione totale, tra la polvere delle strade non asfaltate e uno smog che avvinghia.
Simbolo inequivocabile della Mongolia che tra le contraddizioni cerca la via per la modernità e il progresso. A livello economico-sociale come in quello calcistico.

A livello di club, la Premier League mongola (Монголын Үндэсний Дээд Лиг) è stata istituita nel 1996 per riformare la competizione creata nel 1955. Il campionato si svolge solamente da maggio a ottobre a causa del clima rigido. Dal 2014 la Federazione calcistica mongola (МХБХ, Монголын хөлбөмбөгийн холбоо) ha dato il via anche a due serie professionistiche minori per tentare un allargamento delle squadre partecipanti. Nella stessa ottica, dal 2016 il numero di squadre della Premier League è stato portato a 10. Sono state disposte poi associazioni nelle 21 province e attuati diversi programmi nelle scuole a favore del calcio giovanile e anche di quello femminile, sia per sviluppare il movimento in modo diffuso e globale, sia per ottenere un campionato di più largo respiro nazionale e meno basato sull’apporto della capitale.
Sono stati infine siglati accordi a livello commerciale come quello che dal 2015 lega la massima serie alla birra Khurkhree. Un accordo che ha portato il calcio mongolo in televisione, su NTV. Risulta, in ogni caso, difficile incrementare la diffusione del calcio in un Paese in cui, ad eccezione del confine russo a nord, la fanno da padroni gli sport individuali: la lotta, il sumo, il tiro con l’arco e l’equitazione.

Per quanto concerne la nazionale di calcio della Mongolia (Монголын хөлбөмбөгийн үндэсний шигшээ баг) i risultati sono storicamente bassi. Creata nel 1959, non ha mai disputato un incontro internazionale dal 1960 al 1998 e tuttora occupa la 198ª posizione del Ranking FIFA. La giovane nazionale dei Lupi Azzurri è stata immediatamente eliminata da Timor Est al primo turno per i Mondiali di Russia 2018.
I problemi sono ancora tanti. Innanzitutto, gli inverni lunghi e freddi e la cronica mancanza di infrastrutture risultano essere ostacoli colossali per lo sviluppo del movimento. L’esiguo numero di partite ufficiali a livello internazionale non permette poi il fondamentale scambio di conoscenze. Inoltre, il tasso di corruzione resta molto alto con circa l’80% dei fondi per lo sviluppo del calcio provenienti dalla FIFA che non prende la strada giusta.
Ma i fattori di crescita ci sono e fanno ben sperare. Non resta che attendere il giorno in cui un figlio di quelle generazioni guerriere, affamate dal crollo dell’Unione Sovietica, che gioca tra le strade polverose di Ulan Bator o nelle terre infinite delle steppe mongole, sognando di raggiungere sui vagoni della Transmongolica gli stadi di Russia e Cina, diventi un campione di fama mondiale.

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