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Giochi di palazzo

Roma, c’erano i tifosi di calcio. Ora ci sono Pallotta e Lotito?

Simone Meloni

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“I tifosi della Lazio meriterebbero molto di più”. Ha detto il presidente della Roma James Pallotta, rispondendo alle presunte insinuazioni del patron biancoceleste, apparse su un articolo di Repubblica a firma Goffredo De Marchis, dove quest’ultimo riportava un discorso origliato presso la buvette del Senato in cui Lotito, parlando dell’affaire Bielsa, sembra aver asserito: “Sabatini gli ha detto di non venire. La Roma non ha né soldi né società”. Una frase, quella del bostoniano, che ha suscitato gli ennesimi interrogativi nelle menti di chi, a Roma, su entrambe le sponde, ha vissuto il calcio sempre in una data maniera. Siamo stati campanilisti, siamo stati tignosi e siamo stati piccoli, per gli schiacciasassi a strisce che nel frattempo contavano i trofei. Ma siamo stati autentici. Tifosi. Beceri a volte, ma passionali sempre. Per noi un presidente che incensa e loda i tifosi dell’altra sponda, fu un qualcosa di impensabile. Fu.

Pallotta da una parte, Lotito dall’altra. Storie diverse, sia ben chiaro. Modus operandi da imprenditore d’oltreoceano da una parte e gestione finto casinista, ma in realtà sin troppo lineare dall’altra. Queste diversità, nelle loro fattispecie, hanno contribuito al distacco della retina nell’occhio di tanti tifosi capitolini. Che oggi non vedono più il calcio come quell’entità popolare e d’orgoglio che li ha resi innamorati di colori, prima che di giocatori, di uomini, prima che di goleador, di stemmi, prima che di flussi bancari, persino di sconfitte, prima che di una distorta sete di successi. Anche oltre tutto e tutti. Forse volendo seguire l’esempio di chi, qualche chilometro più a nord, ha vinto anche perchè “il fine giustifica i mezzi”.

Una piazza Santi Apostoli gremita da migliaia di persone e addobbata di colori biancocelesti, giovedì scorso, ha urlato tutta la sua rabbia verso Lotito. E non è certo il mancato arrivo di Bielsa ad aver provocato l’iraconda reazione dei laziali, semmai solo la goccia che ha fatto traboccare un vaso già stracolmo. Se si ragiona scevri da qualsiasi sfottò, anche il più radicale dei romanisti sa che Claudio Lotito è un’ “anomalia che ha colpito casualmente Lazio e, di recente, Salernitana, ma che di rimbalzo, colpisce l’intero movimento calcistico. Diteci voi, ad esempio, se vi pare normale che un solo uomo, nel giro di un mese, sia presente alle partite della Nazionale, in veste di Consigliere Federale e riesca a far traslocare il povero Simone Inzaghi prima sulla panchina dei granata e poi su quella biancoceleste, dopo il niet di Bielsa. Mettendo, de facto, a serio rischio l’autonomia e la regolarità dei campionati (facciamo opera di sarcastica retorica, ma se in questo Paese esistesse il conflitto d’interessi, determinate situazioni non si verificherebbero. E invece il soggetto in questione agisce in piena regola).

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No, non sorprende che i tifosi laziali disertino lo stadio. E del resto il suo curriculum basterebbe a ogni appassionato di calcio per darsi al bricolage o al giardinaggio: coinvolto in Calciopoli e inibito per quattro mesi (nel processo penale sarà ovviamente l’italianissima prescrizione a salvarlo), condannato in primo grado a due anni di reclusione per aggiotaggio e ostacolo all’attività degli organi di vigilanza sui titoli del club biancoceleste (ovviamente anche qua la prescrizione arriverà puntuale), senza dimenticare il caso Iodice, su cui Stefano Palazzi aprì un’inchiesta, in cui Lotito affermava che la presenza di piccoli club in Serie A e B come il Carpi o il Frosinone è economicamente deleteria, sparando poi a zero su alcune autorità dello sport italiano, in ultima istanza impossibile soprassedere sul caso Infront e la richiesta di rinvio a giudizio per Operazione Fuorigioco, circostanza che vede coinvolti altri 42 volti noti dell’italico mallone.. A ciò ovviamente va aggiunto il frequente dileggio di tifosi e giornalisti, a Roma come a Salerno. Si va dall’ultima conferenza stampa di Formello, a cui ai cronisti è stato vietato di porre domande (in pieno stile Stasi o Gestapo), all’offesa deliberata e l’intralcio con mezzi non propriamente ortodossi a svolgere un normale lavoro editoriale, proseguendo con un continuo voler puntare il dito contro i tifosi, rei di averlo contestato negli ultimi anni. L’esempio lampante è il Lazio-Sassuolo di due stagioni fa, quando il pubblico si coalizzò per tornare compatto all’Olimpico e prendere di mira il presidente. Risultato? Prezzi dei biglietti raddoppiati. Un po’ come nel ritiro di Auronzo di quest’anno, con amichevoli contro squadre di categorie inferiori prezzate dai 12 ai 15 Euro. La somma testimonianza di come non si tratti di un “manipolo di facinorosi”, ma di un sentimento comune a migliaia di supporter. Appare così più chiaro comprendere il perché in molti gli abbiano affibbiato quel processo di delazializzazione, in grado di fiaccare la passione popolare per il club di Piazza della Libertà. Quando si mischia del veleno in una pozione magica, qual è la fede calcistica, si finisce giocoforza per rovinarla e creare un seguito avvelenato, arrabbiato e deluso da quel sogno che svanisce e che ha rincorso dal primo momento in cui si è avvicinato alla maglia che ama.

Una maglia è tutto. Il simbolo che sormonta le casacche di calcio è un po’ come l’effige che i soldati romani mostravano nelle loro avanguardie. Non va scalfita e non va umiliata. Lo sanno bene i tifosi della Roma, che da ormai quattro anni richiedono a gran voce il loro vecchio e storico stemma. Letteralmente ingoiato dalla politica societaria, senza una minima consultazione democratica (cosa avvenuta, ad esempio, a Manchester, sponda City)  in nome di un non ben definito merchandising. Del resto basta consultare i dati del fatturato relativo agli ultimi anni per rendersi conto di come quest’operazione non abbia smosso nulla, sotto l’aspetto dei ricavi. Sia ben chiaro, qua c’è da mettere i puntini sulle “i”. L’inizio dell’era stars and stripes era stato tutt’altro che scoraggiante. Tante le buone iniziative, dalla Card Away per tornare in trasferta, alla Hall of Fame, che ha riportato in auge tanti campioni del passato ormai dimenticato. Così come uno sportello virtuale dedicato interamente ai tifosi. Un equilibrio durato però poco e rotto definitivamente dal tristemente celebre fucking idiots, proferito da Pallotta ai propri tifosi. Perché, è ovvio, i comportamenti riprovevoli, anche nel tifo, vanno sempre stigmatizzati, ma ci sono modi e modi. Chi è venuto prima, spesso, ha trattato il pubblico e la Sud come propri figli, e se in determinate occasioni li ha strigliati, il più delle volte si è ritrovato a difenderli e mai a generalizzare colpendo nel mucchio.

Qualcuno ha avuto l’impressione che questa gestione tenda sempre più a deromanistizzare il tifoso, anche se quest’ultimo non ci ha messo molto a farsi fuorviare. Probabilmente era già predisposto. L’assenza della Curva Sud all’Olimpico, nell’ultimo anno, ha messo in luce una certa natura del tifoso giallorosso. E se la celebre foto con le migliaia di smartphone pronti a immortalare Cristiano Ronaldo o Messi è abbastanza esemplificativa, soprattutto al cospetto del maxi corteo di Testaccio in occasione del derby, ciò che più fa riflettere, sono i fischi e gli insulti alla squadra in difficoltà. L’esatto opposto di quello che fu il tifoso della Roma, e quello romano in generale. Divenuto oggi più calcolatore, illuso e raggirabile.

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E in fondo la frase del presidente Pallotta rientra proprio in questo contesto. Nel radicalchicchismo di cui questo ambiente si è appropriato. Cancellando buona parte delle proprie tradizioni e, anzi, guardando quasi con schifo e superiorità un passato glorioso e passionale. Guai a essere politicamente scorretti, guai a uscire fuori dal pentagramma. Un po’ come il poveraccio che si arricchisce e getta le monetine addosso ai meno abbienti. Dalla frase poetica elargita dal dirigente di turno, tra un tuffo in piscina e una sbandierata solitaria nella Curva Sud priva dei suoi astanti a causa delle barriere, al conteggio delle fideiussioni e delle plusvalenze da parte di chi dovrebbe soltanto occuparsi di sostenere undici giocatori in campo. Al massimo lottando contro chi, a livello istituzionale, questo non lo permette più da tempo. Ma questo implicherebbe unità d’intenti, e la tifoseria romanista, sulla scorta di quanto avviene in città, ha perso parte della sua aggregazione globale da tanto tempo. E ovviamente le colpe sono da ricercare in tutte le componenti, dal presidente all’ultimo dei tifosi.

Eppure quella frase, mio padre, mio zio, mio nonno, non di certo ultras stagionati, non l’avrebbero mai mandata giù. E neanche a parti inverse lo avrebbero tollerato. Perché è così che andavano le cose a Roma, e mai nessuno se n’è vergognato. E sarei curioso di sapere cosa ne avrebbero pensato Dino Viola, Italo Foschi, Renato Sacerdoti, Amedeo Amadei e Agostino Di Bartolomei. E sì, saremo anche retrogradi e medievali, ma in un mondo che marcia a mille all’ora e che perde sempre più l’umanità in tutti i suoi aspetti, almeno ai tifosi dovrebbe essere concesso di rimanere un po’ bambini e un po’integri moralmente. Perché, dicono da parte romanista, se speri in un futuro migliore per i rivali di sempre, dovresti almeno prendere atto di tutto ciò che non va a casa tua. Nel cuore del tuo popolo, quello che ti permette di essere l’AS Roma. Dicono, sempre i romanisti, che nessuno si è scusato dopo il 26 maggio 2013, oppure che nessuno ha proferito verbo dopo umiliazioni storiche come l’eliminazione ad opera dello Slovan Bratislava o dello Spezia. Tutto questo, unito alle colpe intrinseche e ai cambiamenti annosi e dannosi di un’intera città, ha contribuito a fiaccare la voglia di calcio. Assumere i contorni da Partito Democratico pallonaro è deleterio. Assai. Ma se il pubblico che si vuole è quello che si è visto quest’anno, si sappia che l’opera è a buon punto.

E infatti l’Olimpico, con buona pace dei soloni e degli accoliti, resterà probabilmente vuoto anche in questa stagione. E se barriere e repressione sono tra le maggiori cause, non vanno sottovalutati tutti gli aspetti elencati sopra. Ai romani è stato tolto quello per cui hanno sempre, sportivamente, vissuto. I bambini che oggi si avvicinano alle due squadre della Capitale trovano da una parte un prototipo alquanto discutibile di Barcelona 2.0, con tutti i suoi desiderata economici e di facciata, ma nessuna vittoria in bacheca, e dall’altra parte un presidente/padrone, che ha fatto della Lazio una cosa propria, togliendola di mano ai legittimi depositari che, non a caso, sono quelli di Piazza Santi Apostoli o del Di Padre in Figlio. In proporzione più numerosi delle presenze medie in un Lazio-Juventus qualsiasi. E solo questo dovrebbe far riflettere.

Il derby è morto. Il tifo è morto. Il calcio romano è in lenta agonia. Un coma farmaceutico a cui nessuno vuol porre rimedio. E non saranno nuovi stadi, né eventuali trofei a restituirci il passato. È in atto un cambiamento epocale, e quelli fuori luogo rischiamo sempre più di essere noi, che nel pallone vediamo lo spaccato di una società che va man mano svanendo. E, aggiungo, lo status da strisciata nordica, a cui ci siamo sempre beati di non appartenere, è molto più vicino di quanto si pensi. Non a caso Roma e Lazio sono ben lontane da quel poco di calcio che ancora si respira in campi lontani dalla grandeur economica.

“C’era ‘na vorta tutto quer che c’era…povera Roma nostra furastiera!”.

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Calcio

Mistero Bergamini: Cronaca di un suicidio che non è mai accaduto

Luigi Pellicone

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Avrebbe compiuto oggi 56 anni Donato Bergamini, il calciatore del Cosenza la cui misteriosa vicenda era tornata sotto i riflettori dopo che il procuratore Eugenio Facciolla aveva chiesto la riapertura del caso e la riesumazione del corpo del giocatore: l’ipotesi era che Bergamini fosse già morto prima di finire investito da un tir. La nuova perizia ha sancito che la morte avvenne per soffocamento, escludendo di fatto la pista del suicidio.“Io Gioco pulito” ricostruisce i passi salienti di una storia archiviata, ma non dimenticata. 

Sono le 19.00 del 18 novembre del 1989. Roseto Capo Spulico, Calabria, quasi Basilicata.  Sulla statale ionica 106, una delle strade più pericolose d’Italia, giace un corpo senza vita ai bordi della carreggiata. Non è una novità. Questa volta, però, c’è qualcosa di strano. Misterioso. Velenoso. Irrisolto.

Il corpo è di Donato, Denis, Bergamini. Calciatore talentuoso di un Cosenza ambizioso. Leader  tecnico e carismatico di una squadra che lotta per la promozione in serie A. Denis, talento destinato alla massima serie, con o senza il Cosenza, è esanime. Quel che resta, è a pochi metri da un autoarticolato dell’Iveco.

Bergamini si è suicidato. Si è gettato fra le ruote di un camion guidato da Raffaele Pisano. Che non può evitarlo”.

“Suicidio”. O omicidio?

La testimone è solo una. Si chiama Isabella Internò. É la ex fidanzata di Donato Bergamini. Una storia d’amore tormentata iniziata nel 1988. Lui 26enne, lei poco più che maggiorenne. Sullo sfondo, una gravidanza, l’accettazione del figlio, ma il rifiuto dell’uomo di sposarsi. E un presunto aborto. La storia finisce, divorata da incomprensioni. Una rottura dolorosa. Isabella racconta che Denis, dopo la fine della relazione, perde serenità. E decide di farla finita. Secondo la  sua deposizione, il calciatore, dopo l’ennesimo litigio, scende dalla macchina e si butta sotto un camion. Il mezzo lo avrebbe travolto e trascinato per circa 60 metri.

Ipotesi che non ha mai convinto né familiari, né compagni di squadra, né  amici del calciatore.

Anche perchè, nel primo pomeriggio del 18 novembre, Bergamini è al cinema: come sempre, prima di andare in ritiro. Strano, non viaggia mai da solo. Al termine della proiezione, riceve una telefonata.  Un appuntamento. Prende la sua macchina. E sparisce. É l’ultima volta che i compagni lo vedono vivo. Isabella dirà che voleva partire, lasciare tutto. Era diretto verso Taranto, per poi partire verso la Grecia. Strano. Da Taranto, non si parte per la Grecia. Al massimo, da Bari. E comunque, difficile che Bergamini volesse fuggire senza bagaglio e con pochissimo contante….

Il giallo”  prosegue: entra in scena il professor Francesco Maria Avato.  La sua relazione autoptica consta di 25 pagine. É consegnata un mese e mezzo dopo la morte del ragazzo, il 4 gennaio 1990.  “La causa della morte va riferita all’ emorragia iperacuta connessa alla lacerazione pressoché totale dell’iliaca comune destra”. Sul corpo, “fratture multiple del bacino, in particolare del pube e il reinvenimento dei testicoli estrusi dallo scroto, pene parzialmente solidale con i tessuti legamentosi della radice”. Avato sostiene che Bergamini fu schiacciato da una sola ruota del camion quando era già steso sull’asfalto.

Non certo, insomma, trascinato per 60 metri.

Brividi: tutto lascia pensare, oltre all’ ”arrotamento lento”, alla sceneggiatura di un suicido-omicidio.

Qualcuno sapeva. Forse, due magazzinieri del Cosenza: “scompaiono” il 3 giugno 1990 in un incidente stradale sulla statale 106. Strane coincidenze. E la sensazione di una punizione macabra, quanto simbolica, risalente a una Calabria arcaica. A una questione d’onore. Risolta attraverso l’evirazione e il taglio dei testicoli di chi ha “sbagliato”.  E la messa a tacere di chi sapeva troppo.

L’atto firmato dal dottore Avato non è preso in considerazione dal procuratore capo di Castrovillari, Franco Giacomantonio che non giudica incidente probatorio. “Le ferite sono quelle, ma non sono mai emersi fatti che facessero pensare ad un’azione voluta o ad un atto consapevole”. 

La famiglia Bergamini non si arrende. Vuole chiarezza. É innaturale, per un genitore, seppellire un figlio. Se poi alla morte si aggiunge il mistero, diviene insopportabile. Eugenio Gallerano, l’avvocato che si occupa del caso, non molla.

Passano dodici anni.

Il 29 giugno 2011, il caso è riaperto dalla Procura di Castrovillari. L’ipotesi cambia. Cosi come il reato di accusa. Si ridisegna la scena del suicidio.

Il 22 febbraio del 2012 i Ris di Messina depositano presso la Procura della Repubblica di Castrovillari una nuova perizia.

La tesi è che Bergamini non sia stato investito dal camion. E che il corpo sia stato lasciato lì, già esanime. Emergono ulteriori interrogativi. Inquietanti. Se Bergamini si fosse gettato fra le ruote dell’autoarticolato così come ha sempre sostenuto la fidanzata, perché le scarpe sono pulite? Perché catenine, vestiti e orologio sono intatti?  Eppure, un corpo trascinato da un autoarticolato per 60 metri, avrebbe dovuto subire danni consistenti. Invece è pressoché intatto. E pulito. Per la cronaca: quel 18 novembre pioveva a dirotto. Sul corpo di Bergamini, non una traccia di fango.

Il 15 maggio 2013 Isabella Internò è raggiunta da un avviso di garanzia per omicidio volontario.

Nel dicembre 2014 la magistratura chiede l’archiviazione del caso. Non vi sono indizi sufficienti, né assolute certezze per istruire un processo per omicidio volontario. La tesi del suicidio è sempre più debole. La famiglia Bergamini non molla. Prosegue la ricerca, anche se la strada della verità, è sempre più difficile da percorrere. La nuova perizia dona in parte giustizia ai suoi cari. E la storia di Denis è nuovamente ancora tutta da scrivere.

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Calcio

I benefici del Fair Play Finanziario: il calcio europeo vola

Emanuele Sabatino

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Per la prima volta il calcio europeo è in attivo. Nel 2017 il ricavo del mondo pallonaro ha superato i 20 miliardi di euro secondo i dati forniti dalla UEFA.

Le alte sfere della massima federazione calcistica europea hanno ovviamente attribuito questo dato positivo al Fair play finanziario che proprio ieri ha compiuto 9 anni dalla sua introduzione. La regola del pareggio del bilancio, invece  introdotta nel 2011, in quell’anno il calcio europeo subì una perdita di 1.7 miliardi di euro.

Un aumento dei ricavi totali superiore di 1,6 miliardi di euro rispetto all’anno precedente per un profitto, dopo trasferimenti e costi di gestione, parti a 600 milioni di euro. Il calcio europeo ha 711 clubs contando solo le massime serie divise in 54 nazioni, e 27 di esse, pari proprio al 50 % sono in profitto.

Il Fair Play Finanziario è stato introdotto proprio con il proposito di limitare le spese folli dei club ed evitare che i proprietari ricchi potessero comprare il successo distorcendo il mercato trasferimenti. Su questo punto però la strada è ancora molto lunga.

Grazie a questa regola i club che non rispettano le regole rischiano di essere escluse dalle competizioni UEFA, proprio come era successo in prima battuta al Milan, poi riammesso dopo il cambio di proprietà.

Su questi dati si è pronunciato il presidente Ceferin:Il calcio europeo non è mai stato più sano di così. Le regole da noi imposte funzionano alla perfezione. Il Fariplay finanziario previene i piccoli problemi sul nascere prima che diventino gigantesche catastrofi. La Uefa è in prima linea per valutate ed aiutare i club ad uscire dalle difficoltà e rispettare le regole.”

Regole più strette come ad esempio quella che non tutti conoscono che ogni club che spende più di 100 milioni di euro in una finestra di mercato entra automaticamente sotto stato di osservazione.

La Premier League è ovviamente il torneo con più ricavi pari a 5,34 miliardi di euro, con un incremento pari a 452 milioni rispetto alla stagione precedente. Il loro profitto netto è il più alto con  1.19 miliardi di euro.

Il calcio nostrano, la nostra Serie A, ha avuto un incremento dei ricavi pari al 3,7 percento rispetto alla stagione precedente e per la prima volta dopo sette anni consecutivi in perdita è riuscita ad andare in profitto anche se di pochissimo. I ricavi sono pari a poco più di due miliardi di euro, di cui solo il 10% dai botteghini che dovrebbe farci non solo interrogare sullo stato del calcio italiano, su quello degli stati fatiscenti e di proprietà comunale ma soprattutto sulla strategia dei prezzi in netta contrapposizione con la realtà reddituale e lavorativa attuale.

 

 

 

 

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Calcio

Non solo De Laurentiis: quando il presidente fa collezione di squadre

Matteo Luciani

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Nei giorni scorsi, attraverso un articolo di un quotidiano sportivo croato, è rimbalzata anche da noi la notizia che Aurelio De Laurentiis, il vulcanico presidente del Napoli, dopo il recente acquisto anche del fallimentare Bari, sia interessato a rilevare un altro club, questa volta straniero, l’Hajduk di Spalato, gloriosa squadra croata che naviga in acque burrascose travolto da problemi finanziari. Per adesso non c’è niente di concreto, se non una dichiarazione dello stesso AdL che non chiude la porta. Il numero 1 partenopeo non è il solo in Italia, e all’estero, ad essere proprietario di più squadre. I casi più recente sono sicuramente quelli della Red Bull e del gruppo Suning. Il Toro Rosso oltre al Lipsia (del quale formalmente è solo sponsor) e al Salisburgo, è proprietario anche dei New York Red Bulls mentre il colosso cinese al Jiangsu ha aggiunto l’Inter, pur rimanendo il presidente Thohir, già proprietario del Dc United americano e in cordata della proprietà dei Philadelphia 76ers della Nba. Ma la lista dei multiproprietari nel mondo del calcio è molto lunga.

In Italia, per quanto concerne i casi di multiproprietà di squadre militanti in diversi campionati più vicini temporalmente a noi, si staglia la figura di una famiglia su tutti: i Gaucci, proprietari fino al 2001 di Perugia e Viterbese e poi di Perugia e Catania (fino al 2004).

Personaggio decisamente importante nel calcio di casa nostra tra gli anni Novanta e Duemila, anche Franco Sensi fu proprietario di ben tre club: Roma (che condusse allo storico Scudetto del 2001), Palermo (seppur con presidenza lasciata a Sergio D’Antoni) che portò dalla serie C1 alla serie B e poi cedette a Zamparini, ed, infine, Nizza.

Oggi, il caso più eclatante riguarda certamente Claudio Lotito, patron della Lazio dall’estate del 2004 e della Salernitana (condotta, dopo il fallimento, dalla serie D alla serie B) dall’estate del 2011.

Le storie di questo genere, come dicevamo, sono veramente tante. Eccone alcuni esempi.

Prima del clamoroso crac finanziario avvenuto nel 2003, la Parmalat del presidente del Parma Tanzi aveva anche il controllo del Palmeiras, in Brasile dove militò per un periodo uno dei calciatori simbolo dei gialloblu degli anni d’oro: Faustino Asprilla.

Attualmente, invece, in Europa, c’è la ‘nostra’ famiglia Pozzo, proprietaria di Udinese, Watford e, fino a pochi mesi fa, del Granada (ceduto, poi, ai cinesi di Desport).

Un caso che in Inghilterra ha fatto discutere, invece, è quello del proprietario del Manchester City, lo sceicco di Abu Dhabi Mansour, comproprietario di una franchigia della MLS (New York City FC), di una squadra in Australia (Melbourne Heart) e proprietario del 20% di un club giapponese (Yokohama). La causa scatenante delle polemiche riguardò uno dei calciatori più importanti degli ultimi anni: Frank Lampard. Questi, infatti, dopo essere stato scaricato da quel Chelsea in cui aveva trascorso praticamente l’intera vita calcistica, accettò la proposta di New York; qualche mese dopo, però, tornò in Premier League, proprio al City, in prestito dai NYFC. Per molti, in primis il tecnico dell’Arsenal Wenger, si trattò di una furbata per aggirare le regole del Fair Play finanziario e di una mossa pericolosa, che avrebbe potuto aprire scenari preoccupanti per eventuali altri club satellite in futuro (su questa scia, vedasi il caso, mai chiarito del tutto, Chelsea-Vitesse).

La stessa Red Bull è proprietaria di altre due squadre nel mondo: i New York Red Bulls e Red Bull Brazil; ma le multiproprietà nel calcio toccano il proprio apice in un altro territorio: America settentrionale e centrale.

Negli Stati Uniti, anno 2004, viene fondato il C.D. Chivas dallo stesso proprietario del Chivas de Guadalajara messicano e del Deportivo Saprissa in Costa Rica.

In Messico, TV Azteca ha acquistato l’altra squadra di Guadalajara, l’Atlas, che risulta essere la seconda squadra di sua proprietà dopo il Monarcas de Morelia. Televisa, altro colosso televisivo del medesimo paese, è invece proprietario del Necaxa e dell’America. Alle società già citate, si aggiunge America Movil, proprietario del 30% del Grupo Pachuca, che controlla Leon e Pachuca.

Infine, trattasi di partnership e non di multiproprietà per Atletico Madrid e Fiorentina che ‘controllano’ indirettamente squadre indiane (rispettivamente Kolkata e Pune) o per il Parma con l’NK Gorica sloveno.

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