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Storie dell'altro mondo

Road to World Cup: Uruguay 1930, l’inizio di tutto (dove successe di tutto)

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Uruguay 1930 | Road to World Cup

Nel 1930 il calcio fissa il suo primo appuntamento importante con la storia: dal 13 al 30 luglio, infatti, l’Uruguay ospita la prima edizione della Coppa del Mondo, competizione per rappresentative nazionali in gestazione già da una decina d’anni per il progetto sostenuto da due dirigenti sportivi francesi: il presidente della FIFA Jules Rimet e il futuro segretario generale dell’UEFA Henry Delaunay. Nel congresso della massima organizzazione calcistica internazionale tenutosi ad Amsterdam nel 1928, col quale la FIFA approvò l’idea di un torneo che coinvolgesse le nazionali provenienti da tutto il mondo, il presidente francese sostenne la candidatura del paese sudamericano, che proprio nel corso dello svolgimento della manifestazione avrebbe celebrato il centenario del giuramento della Costituzione. L’anno successivo l’assegnazione del torneo all’Uruguay venne formalmente ufficializzata.


Era da tempo che si parlava di un campionato del mondo per nazioni. Fino a quel momento le rappresentative dei vari paesi si erano affrontate nelle amichevoli e alle Olimpiadi, manifestazione che, però, lasciava sempre adito ai dubbi e le polemiche legate alla professionalità e al dilettantismo degli atleti partecipanti. Un mondiale organizzato dalla FIFA consentiva di non dover sottostare a quel vaglio di legittimità e permetteva alle rappresentative nazionali di misurarsi con i loro migliori calciatori, promettendo un gran riscontro di pubblico ed economico. Anche se, dopo la crisi del 1929, sobbarcarsi un viaggio dall’Europa al Sudamerica non era visto con favore dalle federazioni europee invitate a partecipare al mondiale, frenate da considerazioni di convenienza economica e opportunità logistica. Al punto che l’Uruguay stesso si offrì di pagare le spese di viaggio e soggiorno. Offerta evidentemente considerata insufficiente dalle migliori rappresentative del vecchio continente: Ungheria, Austria, Cecoslovacchia, Svizzera e Italia evitarono di spostarsi. Per non parlare dell’Inghilterra, il cui rifiuto, a dire il vero, era da ricondurre più all’innato senso di superiorità che la Football Association nutriva verso il resto del mondo che ad altre motivazioni: del resto non erano gli inglesi ad aver inventato il calcio? Che bisogno c’era di vincere un torneo per stabilire chi fosse il migliore?

Monsieur Rimet dovette ricorrere ai suoi buoni uffici per convincere Francia, Belgio, Romania e Jugoslavia ad attraversare l’Atlantico: quanto bastava per dare al torneo uruguagio quell’aura planetaria così a lungo agognata. Quando il 13 luglio Francia e Messico scesero in campo nello stadio Pocitos (quello del Penarol), ebbe inizio una storia che forse solo il presidente della FIFA aveva avuto il coraggio di immaginare.

 LA FINALE
Il 30 luglio 1930 è il giorno della prima finale di coppa del mondo della storia. Ci sono arrivate le due migliori squadre del torneo: Uruguay e Argentina, che in semifinale hanno cancellato i sogni di gloria di Jugoslavia e Stati Uniti con due perentori 6-1. E’ una sorta di rivincita per l’Albiceleste, che due anni prima ha dovuto inchinarsi nella finale olimpica proprio ai padroni di casa dopo due partite combattutissime. Ci volle il replay, dopo l’1-1 maturato nel primo match a seguito dei tempi supplementari, per decidere i campioni ad Amsterdam: un gol vincente di Scarone a un quarto d’ora dalla fine consegnò agli uruguaiani l’oro.
I tifosi ci credono, i piroscafi diretti a Montevideo sono presi d’assalto: sono decine di migliaia quelli che vogliono essere presenti sugli spalti del Centenario, finito in fretta e furia proprio nei giorni iniziali della manifestazione e così battezzato proprio per celebrare la ricorrenza dell’indipendenza dell’Uruguay. Il timore di scontri tra tifosi è alto, motivo per cui le misure di sicurezza sono ingenti. Le preoccupazioni non si rivelano infondate: le forze di sicurezza si ritrovano a sequestrare di tutto, dai bastoni alle pistole. Il clima di tensione è tale che lo stesso arbitro designato a condurre la finale, il belga John Langenus, accetta la direzione di gara solo a poche ore dal fischio iniziale, a condizione che gli venga assicurata una polizza sulla vita e una scorta di sicurezza che gli garantisca di raggiungere il porto e salpare verso l’Europa appena finita la partita. Per maggior scrupolo, l’arbitro consegna il proprio testamento al console belga e si dirige verso lo stadio. Non sa che le sue peripezie non sono finite: presentandosi ai poliziotti all’ingresso della struttura dicendo di dover dirigere la finale, Langenus viene arrestato come uno dei tanti impostori che hanno millantato le stesse credenziali. Saranno un testimone che ha assistito al deposito del testamento e il sarto che gli ha confezionato la divisa a riconoscerlo e a scagionarlo. Una divisa che a guardarla oggi carica su di sé tutto il peso dei suoi quasi cent’anni: giacca scura, camicia bianca, cravatta e pantaloni alla zuava con calzettoni neri.


Gli imprevisti portano al rinvio di circa un’ora della partita. I tifosi fremono: da mezzogiorno gli spalti sono gremiti da 90.000 spettatori. Il calcio è già un fenomeno di massa che l’era dei mass media amplificherà a dismisura. Ma prima di poter cominciare la partita nel freddo dell’inverno australe, c’è ancora da dirimere l’ultima controversia: quella del pallone. Argentini e uruguagi ne portano due diversi: i primi uno più leggero, più adatto a piedi raffinati; l’altro pesante e quasi doloroso al colpo di testa. Salomonicamente Langenus decide di usarne uno per tempo: finalmente si può cominciare! Ed è da subito una battaglia. Le squadre giocano aperte, votate all’attacco e al 12° l’Uruguay passa in vantaggio con Pablo Dorado. In mezz’ora, però, l’Argentina ribalta le sorti del match con Peucelle e Guillermo Stabile, alla fine capocannoniere della manifestazione, e chiude il primo tempo in vantaggio per 2-1. Anche l’inizio della ripresa è tinto di biancoceleste: Monti e Varallo, che colpisce la traversa, vanno vicini ad incrementare il vantaggio. L’Uruguay capisce che il momento va sfruttato: a che sarebbe valso vincere due anni prima per poi ritrovarsi perdenti davanti alla propria gente? Spinti dal pubblico e da un Andrade sontuoso, i ragazzi diretti dal c.t. Alberto Suppici ribaltano un risultato che rimane in bilico fino all’89°, quando Hector Castro, su cross di Dorado, insacca di testa sigillando il definitivo 4-2.

La finale lasciò i suoi strascichi polemici: mentre l’Uruguay proclamò tre giorni di festa nazionale, in Argentina media e opinione pubblica si scagliarono contro il gioco intimidatorio della Celeste e la direzione di gara dell’arbitro, ritenuta troppo accondiscendente verso i padroni di casa. Le polemiche influirono non solo sui rapporti tra le due federazioni ma anche a livello diplomatico: dovettero passare due anni prima che Uruguay e Argentina tornassero ad affrontarsi su un campo di calcio.

I PROTAGONISTI

Luisito Monti – Bonaerense di chiara ascendenza italiana (i genitori erano romagnoli), Luisito Monti è stato una delle migliori espressioni del calcio mondiale tra le due guerre. Interprete di un ruolo scomparso con l’evoluzione tattica dei sistemi di gioco, quello del centromediano, Monti sapeva unire capacità atletiche e buone doti tecniche. Primo marcatore del centravanti avversario, spesso era durissimo negli interventi, tanto che la leggenda narra che la mancata partecipazione alla finale mondiale di Peregrino Anselmo, già campione olimpico due anni prima con la nazionale uruguagia, fu determinata dal timore dell’attaccante di essere marcato proprio da Monti. Luisito, però, non era solo capace di usare le cattive maniere: era anche il primo costruttore del gioco in grado, coi suoi lanci a beneficio dei compagni avanzati, di ribaltare l’azione come pochi. Monti è stato il primo e unico calciatore a disputare due finali mondiali rappresentando due diversi Paesi: l’Argentina nel 1930 e l’Italia quattro anni più tardi.

Josè Leandro Andrade – La finale di Montevideo vide tra i suoi protagonisti uno dei migliori calciatori del ventesimo secolo: Josè Leandro Andrade. Massiccio, color ebano (era soprannominato la “maravilla negra”), faceva parte della “costilla metallica”, la linea mediana dell’Uruguay nella quale contrastava e ripartiva con uguale efficacia insieme al compagno Gestido. Dotato di una eccellente visione di gioco, Andrade era uno dei giocatori più rappresentativi della Celeste: prima di conquistare anche il mondiale, aveva già fatto parte delle spedizioni che si erano aggiudicate l’oro olimpico nel 1924 e nel 1928 e aveva vinto tre edizioni della Coppa America (1923, 1924 e 1926). Forse perché di umili origini (prima di votarsi definitivamente al calcio aveva lavorato come lustrascarpe e strillone di giornali) non seppe approfittare dei vantaggi che avrebbe potuto ottenere dalla sua brillante carriera. Morì a cinquantasei anni, malato e in povertà, in quella Montevideo dove aveva messo anche la sua firma sulle pagine della storia del calcio.

Guillermo Stabile – A parziale consolazione della sconfitta subita in finale, l’argentino Guillermo Stabile si aggiudicò per distacco il titolo di capocannoniere dei mondiali: con le sue otto reti sopravanzò l’uruguaiano Cea, che si fermò a cinque. Anch’egli di origini italiane, fece sognare le migliaia di argentini arrivati a Montevideo per l’occasione, portando in vantaggio l’Albiceleste sul finire del primo tempo di gioco della finale. Stabile era un attaccante che i gol se li andava a costruire cercando il confronto coi propri marcatori, per i quali le sue ripetute finte e controfinte risultavano spesso di impossibile lettura. Per questo si guadagnò il soprannome di Filtrador, oltre a dei contratti in Italia nelle file del Genoa prima e del Napoli successivamente. Appesi gli scarpini al chiodo, Stabile ebbe un’ottima carriera da allenatore: con i sei successi conseguiti tra il 1941 e il 1957 con le nazionali di Cile, Argentina, Ecuador e Perù, è l’allenatore che, ad oggi, ha vinto il maggior numero di Coppa America.

LE CURIOSITA’

La Coppa del Mondo – Quando la Celeste potè fregiarsene per prima, il suo nome era quello di Victory perché prendeva spunto da Nike, la vittoria alata mutuata dalla mitologia greca. Alta trenta centimetri per un peso intorno ai quattro chili, fu realizzata da un orafo francese, Abel la Fleur, e costò cinquanta milioni di franchi. Nel 1946 venne ribattezzata col nome del presidente della FIFA Jules Rimet e fu definitivamente assegnata da regolamento nel 1970 al Brasile di Pelè, in qualità di vincitore per la terza volta del campionato mondiale. Trafugata una prima volta in Inghilterra nel 1966 e successivamente ritrovata, la Coppa Rimet venne definitivamente rubata nel 1983 dalla sede della Confederazione Brasiliana di Calcio. La parte dorata del trofeo venne fusa in lingotti per essere venduta. Oggi il Brasile ne possiede solo una copia, commissionata dopo il furto e la conseguente distruzione.
Il primo gol mondiale – Il primo nome impresso sul tabellino dei marcatori della storia dei mondiali è quello del francese Lucien Laurent, mezz’ala sinistra in forza al Sochaux, che il 13 luglio 1930, intorno alle 15,20, mette la palla alle spalle del portiere messicano Oscar Bonfiglio. La partita, vinta 4-1 dai transalpini, per Laurent avrà una seconda parte inattesa in quanto, dopo l’infortunio del portiere Thepot, toccherà proprio a lui prenderne il posto tra i pali e subire il gol della bandiera dei messicani siglato da Juan Carreno al 70°. Giova ricordare che all’epoca le sostituzioni non erano previste.
Disciplina – Già all’epoca dirigenti e allenatori delle squadre di calcio avevano il loro da fare per gestire le esuberanze e la comprensibile voglia di vivere dei ragazzi che facevano parte delle loro compagini. L’Uruguay, per questo motivo, si era data un codice di comportamento abbastanza severo che non prevedeva la possibilità di uscire la sera dal ritiro nemmeno per i calciatori sposati. Comprensibile, quindi, la punizione comminata ad Andres Mazali, portiere campione olimpico con la Celeste nel 1924 e nel 1928, all’alba della mattina in cui venne sorpreso rientrare senza scarpe per non fare rumore: rispedito a casa, perse il posto a favore di Enrique Ballesteros.
Statistiche – La prima edizione del mondiale detiene un record probabilmente imbattibile: delle diciotto partite disputate, nessuna terminò in pareggio. Quasi impensabile, col progressivo allargamento della fase finale dei mondiali a un numero sempre maggiore di partecipanti, che tale statistica possa essere eguagliata.
La finale per il terzo posto – Il primo mondiale della storia è rimasto l’unico che non ha visto disputare la finale per il terzo e quarto posto. Secondo alcuni la partita, seppure in programma, non venne giocata probabilmente per il fatto che la Jugoslavia, che avrebbe dovuto contendere la medaglia di bronzo agli Stati Uniti, non volle scendere in campo in segno di protesta per l’arbitraggio subito nella semifinale coi padroni di casa, persa per 6-1.


Giornalista e scrittore, coltiva da sempre due grandi passioni: la letteratura e lo sport, che pratica applicandosi a diverse discipline, su tutte calcio a otto e corsa sulle lunghe distanze. Collabora con case editrici e redazioni giornalistiche ed è opinionista sportivo a Goal di Notte, quarantennale trasmissione calcistica condotta da Michele Plastino.

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