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Storie dell'altro mondo

Road to World Cup: Uruguay 1930, l’inizio di tutto (dove successe di tutto)

Paolo Valenti

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Uruguay 1930 | Road to World Cup

Nel 1930 il calcio fissa il suo primo appuntamento importante con la storia: dal 13 al 30 luglio, infatti, l’Uruguay ospita la prima edizione della Coppa del Mondo, competizione per rappresentative nazionali in gestazione già da una decina d’anni per il progetto sostenuto da due dirigenti sportivi francesi: il presidente della FIFA Jules Rimet e il futuro segretario generale dell’UEFA Henry Delaunay. Nel congresso della massima organizzazione calcistica internazionale tenutosi ad Amsterdam nel 1928, col quale la FIFA approvò l’idea di un torneo che coinvolgesse le nazionali provenienti da tutto il mondo, il presidente francese sostenne la candidatura del paese sudamericano, che proprio nel corso dello svolgimento della manifestazione avrebbe celebrato il centenario del giuramento della Costituzione. L’anno successivo l’assegnazione del torneo all’Uruguay venne formalmente ufficializzata.


Era da tempo che si parlava di un campionato del mondo per nazioni. Fino a quel momento le rappresentative dei vari paesi si erano affrontate nelle amichevoli e alle Olimpiadi, manifestazione che, però, lasciava sempre adito ai dubbi e le polemiche legate alla professionalità e al dilettantismo degli atleti partecipanti. Un mondiale organizzato dalla FIFA consentiva di non dover sottostare a quel vaglio di legittimità e permetteva alle rappresentative nazionali di misurarsi con i loro migliori calciatori, promettendo un gran riscontro di pubblico ed economico. Anche se, dopo la crisi del 1929, sobbarcarsi un viaggio dall’Europa al Sudamerica non era visto con favore dalle federazioni europee invitate a partecipare al mondiale, frenate da considerazioni di convenienza economica e opportunità logistica. Al punto che l’Uruguay stesso si offrì di pagare le spese di viaggio e soggiorno. Offerta evidentemente considerata insufficiente dalle migliori rappresentative del vecchio continente: Ungheria, Austria, Cecoslovacchia, Svizzera e Italia evitarono di spostarsi. Per non parlare dell’Inghilterra, il cui rifiuto, a dire il vero, era da ricondurre più all’innato senso di superiorità che la Football Association nutriva verso il resto del mondo che ad altre motivazioni: del resto non erano gli inglesi ad aver inventato il calcio? Che bisogno c’era di vincere un torneo per stabilire chi fosse il migliore?

Monsieur Rimet dovette ricorrere ai suoi buoni uffici per convincere Francia, Belgio, Romania e Jugoslavia ad attraversare l’Atlantico: quanto bastava per dare al torneo uruguagio quell’aura planetaria così a lungo agognata. Quando il 13 luglio Francia e Messico scesero in campo nello stadio Pocitos (quello del Penarol), ebbe inizio una storia che forse solo il presidente della FIFA aveva avuto il coraggio di immaginare.

 LA FINALE
Il 30 luglio 1930 è il giorno della prima finale di coppa del mondo della storia. Ci sono arrivate le due migliori squadre del torneo: Uruguay e Argentina, che in semifinale hanno cancellato i sogni di gloria di Jugoslavia e Stati Uniti con due perentori 6-1. E’ una sorta di rivincita per l’Albiceleste, che due anni prima ha dovuto inchinarsi nella finale olimpica proprio ai padroni di casa dopo due partite combattutissime. Ci volle il replay, dopo l’1-1 maturato nel primo match a seguito dei tempi supplementari, per decidere i campioni ad Amsterdam: un gol vincente di Scarone a un quarto d’ora dalla fine consegnò agli uruguaiani l’oro.
I tifosi ci credono, i piroscafi diretti a Montevideo sono presi d’assalto: sono decine di migliaia quelli che vogliono essere presenti sugli spalti del Centenario, finito in fretta e furia proprio nei giorni iniziali della manifestazione e così battezzato proprio per celebrare la ricorrenza dell’indipendenza dell’Uruguay. Il timore di scontri tra tifosi è alto, motivo per cui le misure di sicurezza sono ingenti. Le preoccupazioni non si rivelano infondate: le forze di sicurezza si ritrovano a sequestrare di tutto, dai bastoni alle pistole. Il clima di tensione è tale che lo stesso arbitro designato a condurre la finale, il belga John Langenus, accetta la direzione di gara solo a poche ore dal fischio iniziale, a condizione che gli venga assicurata una polizza sulla vita e una scorta di sicurezza che gli garantisca di raggiungere il porto e salpare verso l’Europa appena finita la partita. Per maggior scrupolo, l’arbitro consegna il proprio testamento al console belga e si dirige verso lo stadio. Non sa che le sue peripezie non sono finite: presentandosi ai poliziotti all’ingresso della struttura dicendo di dover dirigere la finale, Langenus viene arrestato come uno dei tanti impostori che hanno millantato le stesse credenziali. Saranno un testimone che ha assistito al deposito del testamento e il sarto che gli ha confezionato la divisa a riconoscerlo e a scagionarlo. Una divisa che a guardarla oggi carica su di sé tutto il peso dei suoi quasi cent’anni: giacca scura, camicia bianca, cravatta e pantaloni alla zuava con calzettoni neri.


Gli imprevisti portano al rinvio di circa un’ora della partita. I tifosi fremono: da mezzogiorno gli spalti sono gremiti da 90.000 spettatori. Il calcio è già un fenomeno di massa che l’era dei mass media amplificherà a dismisura. Ma prima di poter cominciare la partita nel freddo dell’inverno australe, c’è ancora da dirimere l’ultima controversia: quella del pallone. Argentini e uruguagi ne portano due diversi: i primi uno più leggero, più adatto a piedi raffinati; l’altro pesante e quasi doloroso al colpo di testa. Salomonicamente Langenus decide di usarne uno per tempo: finalmente si può cominciare! Ed è da subito una battaglia. Le squadre giocano aperte, votate all’attacco e al 12° l’Uruguay passa in vantaggio con Pablo Dorado. In mezz’ora, però, l’Argentina ribalta le sorti del match con Peucelle e Guillermo Stabile, alla fine capocannoniere della manifestazione, e chiude il primo tempo in vantaggio per 2-1. Anche l’inizio della ripresa è tinto di biancoceleste: Monti e Varallo, che colpisce la traversa, vanno vicini ad incrementare il vantaggio. L’Uruguay capisce che il momento va sfruttato: a che sarebbe valso vincere due anni prima per poi ritrovarsi perdenti davanti alla propria gente? Spinti dal pubblico e da un Andrade sontuoso, i ragazzi diretti dal c.t. Alberto Suppici ribaltano un risultato che rimane in bilico fino all’89°, quando Hector Castro, su cross di Dorado, insacca di testa sigillando il definitivo 4-2.

La finale lasciò i suoi strascichi polemici: mentre l’Uruguay proclamò tre giorni di festa nazionale, in Argentina media e opinione pubblica si scagliarono contro il gioco intimidatorio della Celeste e la direzione di gara dell’arbitro, ritenuta troppo accondiscendente verso i padroni di casa. Le polemiche influirono non solo sui rapporti tra le due federazioni ma anche a livello diplomatico: dovettero passare due anni prima che Uruguay e Argentina tornassero ad affrontarsi su un campo di calcio.

I PROTAGONISTI

Luisito Monti – Bonaerense di chiara ascendenza italiana (i genitori erano romagnoli), Luisito Monti è stato una delle migliori espressioni del calcio mondiale tra le due guerre. Interprete di un ruolo scomparso con l’evoluzione tattica dei sistemi di gioco, quello del centromediano, Monti sapeva unire capacità atletiche e buone doti tecniche. Primo marcatore del centravanti avversario, spesso era durissimo negli interventi, tanto che la leggenda narra che la mancata partecipazione alla finale mondiale di Peregrino Anselmo, già campione olimpico due anni prima con la nazionale uruguagia, fu determinata dal timore dell’attaccante di essere marcato proprio da Monti. Luisito, però, non era solo capace di usare le cattive maniere: era anche il primo costruttore del gioco in grado, coi suoi lanci a beneficio dei compagni avanzati, di ribaltare l’azione come pochi. Monti è stato il primo e unico calciatore a disputare due finali mondiali rappresentando due diversi Paesi: l’Argentina nel 1930 e l’Italia quattro anni più tardi.

Josè Leandro Andrade – La finale di Montevideo vide tra i suoi protagonisti uno dei migliori calciatori del ventesimo secolo: Josè Leandro Andrade. Massiccio, color ebano (era soprannominato la “maravilla negra”), faceva parte della “costilla metallica”, la linea mediana dell’Uruguay nella quale contrastava e ripartiva con uguale efficacia insieme al compagno Gestido. Dotato di una eccellente visione di gioco, Andrade era uno dei giocatori più rappresentativi della Celeste: prima di conquistare anche il mondiale, aveva già fatto parte delle spedizioni che si erano aggiudicate l’oro olimpico nel 1924 e nel 1928 e aveva vinto tre edizioni della Coppa America (1923, 1924 e 1926). Forse perché di umili origini (prima di votarsi definitivamente al calcio aveva lavorato come lustrascarpe e strillone di giornali) non seppe approfittare dei vantaggi che avrebbe potuto ottenere dalla sua brillante carriera. Morì a cinquantasei anni, malato e in povertà, in quella Montevideo dove aveva messo anche la sua firma sulle pagine della storia del calcio.

Guillermo Stabile – A parziale consolazione della sconfitta subita in finale, l’argentino Guillermo Stabile si aggiudicò per distacco il titolo di capocannoniere dei mondiali: con le sue otto reti sopravanzò l’uruguaiano Cea, che si fermò a cinque. Anch’egli di origini italiane, fece sognare le migliaia di argentini arrivati a Montevideo per l’occasione, portando in vantaggio l’Albiceleste sul finire del primo tempo di gioco della finale. Stabile era un attaccante che i gol se li andava a costruire cercando il confronto coi propri marcatori, per i quali le sue ripetute finte e controfinte risultavano spesso di impossibile lettura. Per questo si guadagnò il soprannome di Filtrador, oltre a dei contratti in Italia nelle file del Genoa prima e del Napoli successivamente. Appesi gli scarpini al chiodo, Stabile ebbe un’ottima carriera da allenatore: con i sei successi conseguiti tra il 1941 e il 1957 con le nazionali di Cile, Argentina, Ecuador e Perù, è l’allenatore che, ad oggi, ha vinto il maggior numero di Coppa America.

LE CURIOSITA’

La Coppa del Mondo – Quando la Celeste potè fregiarsene per prima, il suo nome era quello di Victory perché prendeva spunto da Nike, la vittoria alata mutuata dalla mitologia greca. Alta trenta centimetri per un peso intorno ai quattro chili, fu realizzata da un orafo francese, Abel la Fleur, e costò cinquanta milioni di franchi. Nel 1946 venne ribattezzata col nome del presidente della FIFA Jules Rimet e fu definitivamente assegnata da regolamento nel 1970 al Brasile di Pelè, in qualità di vincitore per la terza volta del campionato mondiale. Trafugata una prima volta in Inghilterra nel 1966 e successivamente ritrovata, la Coppa Rimet venne definitivamente rubata nel 1983 dalla sede della Confederazione Brasiliana di Calcio. La parte dorata del trofeo venne fusa in lingotti per essere venduta. Oggi il Brasile ne possiede solo una copia, commissionata dopo il furto e la conseguente distruzione.
Il primo gol mondiale – Il primo nome impresso sul tabellino dei marcatori della storia dei mondiali è quello del francese Lucien Laurent, mezz’ala sinistra in forza al Sochaux, che il 13 luglio 1930, intorno alle 15,20, mette la palla alle spalle del portiere messicano Oscar Bonfiglio. La partita, vinta 4-1 dai transalpini, per Laurent avrà una seconda parte inattesa in quanto, dopo l’infortunio del portiere Thepot, toccherà proprio a lui prenderne il posto tra i pali e subire il gol della bandiera dei messicani siglato da Juan Carreno al 70°. Giova ricordare che all’epoca le sostituzioni non erano previste.
Disciplina – Già all’epoca dirigenti e allenatori delle squadre di calcio avevano il loro da fare per gestire le esuberanze e la comprensibile voglia di vivere dei ragazzi che facevano parte delle loro compagini. L’Uruguay, per questo motivo, si era data un codice di comportamento abbastanza severo che non prevedeva la possibilità di uscire la sera dal ritiro nemmeno per i calciatori sposati. Comprensibile, quindi, la punizione comminata ad Andres Mazali, portiere campione olimpico con la Celeste nel 1924 e nel 1928, all’alba della mattina in cui venne sorpreso rientrare senza scarpe per non fare rumore: rispedito a casa, perse il posto a favore di Enrique Ballesteros.
Statistiche – La prima edizione del mondiale detiene un record probabilmente imbattibile: delle diciotto partite disputate, nessuna terminò in pareggio. Quasi impensabile, col progressivo allargamento della fase finale dei mondiali a un numero sempre maggiore di partecipanti, che tale statistica possa essere eguagliata.
La finale per il terzo posto – Il primo mondiale della storia è rimasto l’unico che non ha visto disputare la finale per il terzo e quarto posto. Secondo alcuni la partita, seppure in programma, non venne giocata probabilmente per il fatto che la Jugoslavia, che avrebbe dovuto contendere la medaglia di bronzo agli Stati Uniti, non volle scendere in campo in segno di protesta per l’arbitraggio subito nella semifinale coi padroni di casa, persa per 6-1.


Calcio

Mario Corso, il poeta maledetto del calcio italiano

Nicola Raucci

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Corso gioca un calcio in poesia, ma non è un “poeta realista”: è un poeta un po’ maudit, extravagante. Pier Paolo Pasolini

La storia del calcio è come un grande dipinto su un campo d’erba, ricco di migliaia di personaggi. Alcuni riconoscibili, altri meno; ognuno con le proprie caratteristiche. Solcato da una caterva di atleti, podisti o poco più, battuto da una moltitudine di agonisti senza fantasia, si intravede nella miriade di calciatori buoni e di giocatori mediocri la luce dei veri artisti del pallone. Tra questi spunta un ragazzo un po’ così, svagato e dall’aria sorniona, pochi capelli, orecchie a sventola e voce roca. Non si fa fatica a definirlo poeta: Mariolino Corso.

Talento cristallino ed incompreso, genio assoluto sempre in discussione, insolente fino a far saltare i nervi, affinatore delle sue opere nei minimi dettagli, Mariolino, il poeta maledetto, ha scritto pagine di pura bellezza calcistica.

Nasce a San Michele Extra, quartiere di Verona, il 25 agosto 1941. Esordisce nell’Azzurra Verona, società del rione di San Giovanni in Valle, e ben presto passa tra le file dell’Audace. Il ragazzino non è che corra poi tanto ma ha una classe sublime e un piede sinistro divino. Su quei campetti di periferia il suo primo allenatore, Nereo Marini, ne intuisce il dono e lo costringe ad esercitarsi ogni giorno per ore sui calci piazzati alla fine delle sessioni di allenamento.

Nel 1957 l’Inter lo preleva nell’ambito dell’operazione da 9 milioni di lire che porta anche Guglielmoni, il giocatore ritenuto di maggior talento, e da Pozzo alla società meneghina. Per Corso primo contratto da professionista da 70 mila lire al mese.

Debutta in maglia nerazzurra a 16 anni e 322 giorni, siglando la seconda marcatura di Como Inter 0-3 di Coppa Italia, il 12 luglio 1958. Il 23 novembre dello stesso anno esordisce in Serie A in Inter-Sampdoria 5-1 e la settimana successiva segna in Bologna-Inter 2-2 la sua prima rete nel massimo campionato.

Lega indissolubilmente il suo nome ai colori nerazzurri dove milita dal 1957 al 1973. 502 presenze e 94 reti, quattro Scudetti (1962-1963, 1964-1965, 1965-1966, 1970-1971), due Coppe dei Campioni (1963-1964, 1964-1965) e due Coppe Intercontinentali (1964, 1965), oltre a tre stagioni da capitano (1967-1970). È uno dei leggendari interpreti della Grande Inter di Helenio Herrera, dove gioca svariando tra il centrocampo e l’attacco, senza collocazione fissa. Lo si chiamerebbe poeta errante sebbene sovente lo si veda aspettare il pallone sul lato del campo come fosse in contemplazione. Porta il numero 11 sulle spalle ma non è un’ala, predilige accentrarsi partendo dalla destra per calciare con l’unico piede che utilizza: il sinistro. L’essenza di Corso è tutta nel suo piede sinistro, più precisamente è il piede sinistro di Dio, come dirà di lui la sera del 15 ottobre 1961 il CT avversario Mándi, dopo una doppietta (87’ e 90’) e una prestazione sontuosa in Israele-Italia 2-4. “Meglio un piede solo che due scarsi” afferma Mariolino durante le interviste.

Sua prerogativa sono quei calzettoni abbassati fino alle caviglie, in omaggio al suo idolo, Omar Sivori, al quale il talento di San Michele Extra fa tunnel non appena se lo trova davanti. Ma Corso è fatto così, irriverente, dal carattere forte e anarchico fuori e in campo, dove si aggira indisciplinato a scompaginare gli schemi di gioco. Definirlo risulta difficile, uno sforzo impossibile. Tutto e niente, attaccante esterno non proprio velocissimo, centrocampista di manovra a volte eccessivamente compassato e con scarsa propensione difensiva. Brera lo chiama participio passato del verbo correre per quel dinamismo a corrente alternata in cui a progressioni esaltanti fanno seguito lunghe camminate. E lui risponde a modo suo, con giocate imprevedibili, dribbling che spiazzano gli avversari e passaggi risolutivi per i compagni. Espressioni di un genio assoluto, in quanto libero da ogni limite o ruolo. È la palla che deve correre, non lui. Lui crea, ammalia, stupisce ne la Scala del calcio. Non è un calciatore da lavagna e posizione, lui è sregolatezza ed intuizione. Tanto indisciplinato nella tattica quanto ligio agli allenamenti dove affina le doti, primo ad arrivare, ultimo ad andarsene, perché il dono non basta. Occorre dedizione e lavoro.

Herrera, il comandante, dal carattere autoritario, non ama di certo quel ragazzo discontinuo e riservato ma carismatico, che nello spogliatoio ruggisce, permettendosi di interrompe le sue arringhe estatiche, e che si aggira in modo irritante nelle zone d’ombra del campo quando il sole è particolarmente forte. Alla fine di ogni campionato mette puntualmente il nome di Corso in cima alla sua lista di proscrizione. E Angelo Moratti puntualmente se lo tiene stretto, innamorato del suo genio, tutto estro e imprevidibilità.

Nella macchina perfetta della Grande Inter, Corso è Mandrake mago e illusionista, in grado di tirare fuori dal suo piede azioni impossibili. È il tocco di imprevidibilità capace di risolvere le situazioni di stallo. Come a Madrid il 26 settembre 1964 nello spareggio della Coppa Intercontinentale contro l’Independiente. Sotto il diluvio e in un Santiago Bernabeu totalmente a favore degli argentini, l’Inter resiste stoicamente agli assalti e alla superiorità fisica degli avversari. Mandrake gioca una gara incredibile, di grande sacrificio. Poi, ai supplementari al 110’, controlla la palla di petto su cross dal fondo di Peiró e la colpisce al volo di collo esterno, ovviamente, sinistro. Rete e prima Coppa Intercontinentale per l’Inter.

Il 12 maggio 1965, in un San Siro gremito in ogni ordine di posto per la semifinale di ritorno della Coppa dei Campioni, una delle sue magistrali punizioni a foglia morta, dalla proverbiale traiettoria ad effetto, la quale si alza sopra la barriera e scende in maniera imprevedibile e improvvisa, apre all’8’ la storica rimonta contro il Liverpool. Al 62’ esegue un passaggio filtrante di prima con l’esterno del sinistro per l’inserimento di Facchetti che sigla il 3-0. Beneamata in finale verso il secondo trionfo continentale consecutivo.

Il pezzo più pregiato della sua carriera è l’annata 1970-71 quando, partito Suarez, diviene il regista della squadra. Una stagione straordinaria, nella quale la continuità e la tecnica di Mariolino guidano l’Inter ad una entusiasmante rimonta sul Milan da -7 alla conquista dello scudetto. Prestazione da antologia nel decisivo derby di ritorno del 7 marzo 1971, di cui è l’assoluto protagonista. Al 12’ segna l’1-0 con una punizione dai 18 metri battuta a sorpresa ad aggirare la barriera che si insacca a fil di palo alla destra di Cudicini. Alla mezz’ora, vinto il contrasto con Rivera tra l’ovazione del pubblico, dà il via al contropiede per il definitivo 2-0 di Sandro Mazzola.

Una qualità sopraffina quella di Corso che purtroppo non si è potuta ammirare abbastanza in Nazionale. Solo 23 presenze e nessuna convocazione a Mondiali o Europei. Il 16 maggio 1962, dopo essere stato escluso per il Mondiale in Cile dal CT Giovanni Ferrari a seguito di un confronto a muso duro, durante un’amichevole di preparazione tra l’Inter e la selezione cecoslovacca, Mandrake è autore di un goal capolavoro. Tra l’applauso degli avversari e l’ammirazione del pubblico, Corso cerca con lo sguardo il CT nella tribuna di San Siro e gli dedica platealmente un inequivocabile gesto dell’ombrello. Scalpore, indignazione e addio alla maglia azzurra che da allora in poi diventerà sempre più irraggiungibile.

Un ostracismo favorito comunque dallo spirito ribelle del talento veronese, spesso in contrasto con i suoi allenatori, da Edmondo Fabbri a Heriberto Herrera.

Anche sul campo la sua grinta e il suo carattere forte sono sempre presenti, come nella famosa partita della lattina del  20 ottobre 1971 contro il Borussia Mönchengladbach, nella quale prende a calci l’arbitro Jef Dorpmans nel finale concitato. Riceve una squalifica di sei turni nonostante l’annullamento della gara.

L’esperienza da calciatore nerazzurro termina nel 1973, quando l’allora presidente della società milanese, Ivanoe Fraizzoli, richiama in panchina Helenio Herrera. Senza più la protezione di Moratti, Corso viene ceduto al Genoa. Ma i grandi artisti, è risaputo, non escono mai di scena in sordina, così nella partita contro l’Inter a Marassi, Mariolino mette a referto un goal di testa, un colpo di genio del poeta nei confronti del suo eterno amore nel modo più imprevedibile. Il tutto sotto gli occhi di Herrera.

Il periodo genovese ha storia breve a causa di un grave infortunio alla tibia che lo porta a ritirarsi nel 1975.

È la fine della carriera calcistica del poeta maledetto, di un artista del pallone senza eguali, libero e geniale come le sue giocate, in grado di estasiare con il suo estro intere generazioni: Mariolino Corso.

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Calcio

Ronaldo: Manifesto di un Futurismo “fenomenale”

Matteo Calautti

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Compie oggi 42 anni Luis Nazario de Lima Ronaldo, per tutti il Fenomeno. La sua data di nascita resta però discussa in quanto, secondo sue dichiarazioni, dovrebbe risalire al 18 Settembre mentre l’iscrizione all’anagrafe è del 22. Per celebrarlo abbiamo messo in parallelo il suo modo di giocare con l’arte futurista.

Quella di Ronaldo Luís Nazário de Lima, universalmente conosciuto come Ronaldo, è una carriera cinematografica ma non nel senso comune del termine. Bensì una carriera rappresentabile per mezzo di fotogrammi, dalla temperatura spesso antitetica: dal freddo glaciale dei periodi bui al caldo dei momenti di energia che ha regalato all’universo del Pallone. Una serie di diapositive diverse per natura che, se sovrapposte, configurano ciò che è stato e ciò che avrebbe potuto essere. Il tutto con tre minimi comun denominatori: movimento, velocità ed energia.

«Noi vogliamo esaltare il movimento aggressivo, l’insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo ed il pugno». Così recitava il terzo punto del Manifesto del Futurismo, scritto da Filippo Tommaso Marinetti e pubblicato nel 1909 sul quotidiano francese Le Figaro, con sede a Parigi. Un manifesto che ha sconvolto il mondo dell’arte e alimentato le avanguardie, nella città della raffinatezza per eccellenza. Un contrasto, quello tra impeto ed eleganza, che sembra sintetizzarsi nella rete con cui Ronaldo stupisce il mondo ad appena 19 anni ai Giochi Olimpici di Atlanta 1996, sotto la guida di Mário Zagallo. Il Ghana conduce per 2-1 quando si accende il Fenômeno. Goal del pareggio su punizione dal limite dell’area battuto rapidamente ed astutamente da un compagno. Poi la magia per il 3-2: verticalizzazione per Ronaldo dal settore sinistro della tre quarti, il dianteiro verdeoro resiste alla carica di un avversario e supera Simon Addocon un dolcissimo tocco sotto a girare.

Parigi, dicevamo. La città in cui Marinetti ha divulgato al mondo intero il suo nuovo Credo artistico. «Noi vogliamo inneggiare all’uomo che tiene il volante, la cui asta ideale attraversa la Terra, lanciata a corsa, essa pure, sul circuito della sua orbita». Una città, la capitale francese, che ha raccolto i fotogrammi con la differenza di temperatura maggiore. Era il 1997 quando Ronaldo sollevava il suo primo trofeo internazionale in Europa, ovvero la Coppa delle Coppe vinta con il Barça grazie ad un suo calcio di rigore proprio contro il Paris Saint-Germain. Era il 1998 quando il Fenômeno trionfò in Coppa UEFA con la maglia dell’Inter nel derby tutto italiano contro la Lazio, proprio al Parc des Princes. Il suo goal, quello del 3-0, è scolpito nella leggenda: un attaccante capace di intimorire, disorientare e far sedere il proprio avversario, affrontato in un duello condotto senza toccare il pallone. Serie di finte che si disperdono nell’aria, un movimento in corsa, Marchegiani seduto e palla in rete.

Tuttavia, era anche il 1998 quando allo Stade de France, nei pressi di Parigi, il Brasile dello stesso Zagallo perse contro la Francia la finale della Coppa del Mondo. Per mesi, se non anni, si è parlato del malore che lo aveva colto la sera prima dell’atto conclusivo contro i Bleus. Per mesi scorrerà nella mente degli appassionati soprattutto il fotogramma in cui Ronaldo scende dall’aeroplano a Rio de Janeiro dimostrandosi debole e barcollante. Ma era anche il 2008 quando, concretizzata la sua “capriola” sportiva al Milan, venne operato a Parigi per l’ennesimo grave infortunio dal chirurgo Eric Rolland con la consulenza di Gérard Saillant, colui da cui era stato operato otto anni prima. Altri due fotogrammi lampeggiano nella mente: l’infortunio nel 1999 a Lecce e la ricaduta nel 2000 a Roma. «Perché per rinascere dovete morire», come scritto ne L’arte contro l’estetica vicino al nome di Joan Salvat-Papasseit, il più importante poeta futurista catalano. E il Fenômeno rinacque più volte nella sua vorticosa carriera.

Dalla staticità e la freddezza delle diapositive tristi alla gioia dell’ultimo periodo interista, quello della rinascita. Una gestione, quella di Ronaldo da parte di Héctor Cúper, delicata e ragionata. Una gestione che portò il brasiliano ad essere quasi decisivo per la vittoria dello Scudetto con sette reti in dieci presenze. Un campionato, però, che sfugge nella funesta Roma, due anni e 23 giorni dopo la rottura del suo tendine rotuleo nella finale d’andata di Coppa Italia. Una nuova diapositiva, quella del famoso “cinque maggio”: mani in faccia, lacrime che sgorgano dai suoi occhi coperti e un’aura nefasta intorno a lui, che sembra faccia ormai parte della sua stessa essenza. Ma ecco che, dopo esser “morto”, Ronaldo rinasce ai Mondiali del 2002, quelli in Giappone e Corea del Sud. Una competizione trionfale per i Verdeoro, mai in discussione e che ha regalato una delle versioni migliori dell’attaccante di Rio de Janeiro, se non la migliore. Otto reti in tutta la competizione, due solamente nella finale di Yokohama ad Oliver Kahn, mai ossidato come quella sera. Accelerazioni, movimento continui sul fronte offensivo, imprevedibilità nel movimento, potenza palla al piede e colpi da autentico giocoliere. Un fotogramma su tutti rimane nella memoria: quello di un Ronaldo in corsa, con le sue possenti leve in movimento. Un’immagine che richiama con un tono di voce assordante l’animale più famoso dipinto dal futurista Giacomo Balla: il cane di Dinamismo di un cane al guinzaglio. «Il primo studio analitico delle cose in movimento», come affermò lo stesso pittore torinese. Due immagini, quella dell’attaccante e quella del cane, in cui si condensano tutti i fotogrammi che ne designano i moti, che lasciano trasparire l’attimo prima ed intuire l’attimo dopo. Autentica metafora della carriera del Fenômeno, fatta di attimi impressi in diapositive instabili.

«Il coraggio, l’audacia, la ribellione, saranno elementi essenziali della nostra poesia», recitava il secondo punto del Manifesto. Un coraggio, quello di Ronaldo, che gode di un colore impuro, a cavallo tra l’ingratitudine e la prontezza nel cogliere l’attimo. In una notte di fine agosto, precisamente 14 anni fa, il Fenômeno voltava le spalle al suo secondo padre Massimo Moratti per inseguire il sogno galactico. Indifferenza pura nei confronti del Barcellona che tanto l’aveva acclamato al Camp Nou sei stagioni prima. Indifferenza pura anche nei confronti della stessa Inter, affrontata con la maglia del Milan nel 2008, con tanto di beffarda esultanza al derby di ritorno. Ma è lecito contestare le scelte in vita a chi è stato privato della piena realizzazione delle proprie potenzialità dalla sua stessa vita?

Ciò che è stato e ciò che avrebbe potuto essere. Uno scorrere perpetuo di diapositive instabili. Ma, forse, è stata proprio questa l’essenza stessa del Fenômeno.

Ronaldo Luís Nazário de Lima, il primo futurista brasiliano.

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Calcio

Cosa ci fa un canguro in Repubblica Ceca? La curiosa storia dei Bohemians Praga

Leonardo Ciccarelli

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Per quale motivo una squadra della Repubblica Ceca, di Praga in particolare, ha come stemma e simbolo un canguro?

Se pensate alla cosa, è davvero strano. Il canguro è un animale che vive solo in Australia, il marsupiale è il simbolo stesso dell’Isola-Continente, eppure la Boemia ha adottato questo amorevole bipede come mascotte.

La storia è piuttosto curiosa e deriva dalla pubblicità: nel 1927 l’Australian Soccer Association è in fase promozionale essendo nata da poco (ed avrà un bel po’ di vicissitudini fino agli anni ’60 tanto che la Football Federation Australia, l’attuale organo di governo del calcio australiano, è stata fondata nel 1961), ed invita varie squadre a dei tour sul suo territorio. Niente da fare, rifiutano tutte. Non è tanto per un vezzo, le tournèè erano molto in voga anche all’epoca, ma pensate cosa doveva essere fare un viaggio dalla Cecoslovacchia all’Australia era un’avventura, con aerei scomodi ed un tasso di rischio molto alto. Oggi da Praga a Sydney il volo non è diretto e con un solo scalo ci vogliono oltre 22 ore di viaggio, pensate quindi 90 anni fa.

Una sola squadra accetta, l’AFK Vrsovice che per l’occasione cambia nome in Bohemians, “i Boemi“, affinché gli australiani capiscano la provenienza della squadra.

20 partite per loro, 15 vittorie e quasi 100 gol segnati a testimonianza della debolezza del gioco australiano, ma non importa perché gli australiani sono impazziti per questa compagine cecoslovacca e in preda ai deliri dei sensi che solo il football può regalare, regalano due canguri vivi alla squadra.

Come i due malcapitati marsupiali siano arrivati sani e salvi in Cecoslovacchia, non è dato sapere anche se pare fossero stati affidati a Oldřich Havlín, un giocatore dell’epoca, che ha poi consegnato i canguri allo zoo di Praga dove hanno trascorso in serenità tutto il resto della loro vita. L’AFK Vrsovice si tenne per sempre il nome Bohemians e il logo richiamante l’antico “regalo” degli Australiani.

Questo il tabellino delle partite in Australia nel ’27:

23.04.1927 Colombo British Army XI 2-4 Bohemians

05.05.1927 Perth Western Australia 3-11 Bohemians

07.05.1927 Perth Western Australia 4-6 Bohemians

11.05.1927 Adelaide South Australia 1-11 Bohemians

14.05.1927 Adelaide Australia XI 1-2 Bohemians

18.05.1927 Melbourne Victoria 0-1 Bohemians

21.05.1927 Melbourne Australia XI 1-4 Bohemians

25.05.1927 Wagga Wagga Southern Districts XI 0-9 Bohemians

28.05.1927 Sydney New South Wales 5-4 Bohemians

01.06.1927 Woonona South Coast XI 1-2 Bohemians

04.06.1927 Newcastle Northern District XI 3-4 Bohemians

06.06.1927 Sydney Australia 4-6 Bohemians

08.06.1927 Cessnock South Maitland XI 3-1 Bohemians

11.06.1927 Brisbane Queensland 3-2 Bohemians

15.06.1927 Ipswich Ipswich & West Moreton XI 3-5 Bohemians

18.06.1927 Brisbane Australia 5-5 Bohemians

21.06.1927 Newcastle Newcastle XI 5-2 Bohemians

23.06.1927 Sydney Metropolis XI 3-5 Bohemians

25.06.1927 Sydney Australia 4-4 Bohemians

02.07.1927 Fremantle Western Australia 2-3 Bohemians

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