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Calcio

Road to World Cup: Inghilterra 1966, i Tre Leoni e il Goal Fantasma più famoso della Storia

Paolo Valenti

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Siamo a metà degli anni sessanta e il mondo gira sempre più veloce. Se la guerra fredda preoccupa, la corsa verso lo spazio eccita e incanta il percorso delle grandi nazioni. Ma la gente, più che guardare in alto per vedere cosa potrà succedere, vive la sua vita alla ricerca di un’evoluzione collettiva che mira a scardinare le strutture sociali che avevano contenuto fino a quel momento il progredire dei tempi. La pop art produce le sue originali manifestazioni, la musica accompagna i giovani nella ricerca di nuovi paradigmi espressivi e comportamentali. In Europa è la Swinging London a cullare più che altrove i fermenti culturali di cambiamento che fioriscono su entrambi i lati dell’Atlantico.

In questa spirale di innovazione non può non inserirsi la Football Association che, abbandonata da anni la linea snob dell’isolazionismo distaccato, vuole dimostrare finalmente sul campo una superiorità calcistica fino a quel momento solo affermata. Per farlo si affida a un allenatore che conosce bene il calcio, Alfred Ramsey (un anno dopo il mondiale al suo nome andrà preposto l’appellativo Sir), e a un gruppo di calciatori in grado di ambire al gradino più alto del podio mondiale: Gordon Banks, Jack e Bobby Charlton, Bobby Moore sono giocatori di valore assoluto che, assecondati da compagni di buona corsa e intelligenza tattica come Martin Peters e Alan Ball, conducono l’Inghilterra verso una finale combattuta che trova il suo responso definitivo grazie a un gol che, con la goal line technology dei nostri giorni, non sarebbe mai stato convalidato. Del resto, come in ogni mondiale, i padroni di casa godono di più di un’attenzione benevola da parte degli arbitri: prima della Germania avevano assaggiato l’amarezza di questa consuetudine le nazionali sudamericane, in particolare il Brasile campione in carica, il cui giocatore più forte, Pelè, venne regolarmente massacrato dai difensori avversari senza che gli arbitri garantissero la sua incolumità fisica.


Quanto all’Italia, che dire? Partita con grandi aspettative, la selezione di Edmondo Fabbri, dopo il 2-0 dell’esordio col Cile che vendica la vergognosa battaglia di Santiago di quattro anni prima, naufraga miseramente prima con l’URSS e, nell’ultima partita del girone, contro la Corea del Nord. Una condizione atletica deficitaria, un allenatore inadatto al contesto internazionale e un pizzico di sfortuna (la gara coi coreani viene giocata dalla mezz’ora del primo tempo in inferiorità numerica), determinano l’inopinato fallimento della spedizione azzurra. Che, al rientro a Genova, si tinge di rosso pomodoro.

I RISULTATI
Leggi i risultati dei Mondiali Inghilterra 1966

LE CURIOSITA’
TV assassina
La televisione è ormai il media più importante per seguire i mondiali di calcio. Certo, nel 1966 non parliamo ancora degli schermi ad altissima definizione con cui potremo vedere le partite di Russia 2018, per cui bisogna mettere in preventivo la possibilità che qualche problemino lo possano dare. Cosa fare nel caso in cui l’incidente avvenga durante la diretta di un match importante? Sicuramente non farsi prendere dal nervosismo come successe al signor Becker durante Germania Ovest-Svizzera allorquando, a fronte del problema occorso al suo televisore, il tifoso tedesco dapprima ruppe l’apparecchio a furia di colpi ripetuti e poi, probabilmente coi nervi scossi anche per altre vicende, decise di impiccarsi nel bagno della sua casa. 

L’importanza della tradizione
La partita tra Uruguay e Francia, vinta dai sudamericani 2-1, venne disputata a Londra nello stadio del White City. Perché non a Wembley? Perché, essendo quel 15 luglio un venerdì, nel più grande stadio della capitale britannica era prevista, come tutti i venerdì sera, la corsa dei levrieri. Non si può chiedere agli inglesi di rinunciare alle loro tradizioni, nemmeno se si tratta della Coppa del Mondo di quel calcio che loro stessi inventarono.

Alla fine giunse l’ora del dodicesimo
Il calcio e le sue regole si sono evolute nel corso del tempo. A questo proposito corre l’obbligo di ricordare che il mondiale del 1966 fu l’ultimo che le squadre partecipanti giocarono senza la possibilità di sostituire gli elementi dell’undici sceso inizialmente in campo con dei colleghi all’uopo seduti in panchina. Le storica decisione venne presa dal comitato organizzatore durante il mondiale inglese per avere effetto a far data dai campionati della successiva edizione del 1970.

Tripletta letale
Geoff Hurst
, centravanti della nazionale campione del mondo 1966, detiene un record ad oggi imbattuto: è l’unico giocatore ad aver firmato una tripletta in una finale di coppa del mondo. Meno dotato del compagno Greaves, talentuoso ma incostante, convinto il selezionatore Ramsey ad assegnargli la maglia di centravanti titolare, si presentò in finale con un solo gol segnato nelle precedenti partite ma ripagò appieno la fiducia accordatagli stabilendo un record difficile da superare.

LA FINALE
Ci sono quasi 100.000 spettatori (circa un quinto di parte tedesca) allo stadio di Wembley il 30 luglio del 1966 per assistere alla finale della Coppa del Mondo. Tutta l’Inghilterra attendeva con trepidazione il momento di poter affermare coi crismi dell’ufficialità il fatto di essere davvero la squadra di calcio migliore al mondo ma tra questa aspirazione e il raggiungimento dell’obiettivo si frapponeva una partita con la Germania che, si sa, non concede mai passeggiate di salute a chicchessia. Inglesi con la loro classica, accesa seconda maglia rossa; tedeschi in bianco con pantaloncini neri. In mezzo al campo un bel pallone che sembra quasi arancione nelle foto d’epoca. Dopo soli dodici minuti è Haller, attaccante tedesco in forza al Bologna, a sbloccare il risultato. I padroni di casa non si perdono d’animo e, dopo appena sei minuti, pareggiano con Geoff Hurst. La partita è vivace, con vari capovolgimenti di fronte. Beckenbauer e Bobby Charlton si annullano a vicenda, lasciando ai rispettivi compagni di squadra il compito di animare le trame del gioco. A poco più di dieci minuti dal novantesimo è Martin Peters a portare in vantaggio gli inglesi.

Sembra fatta ma coi tedeschi c’è da lottare sempre fino all’ultimo e il 1966 non fa eccezione: è Wolfgang Weber ad agguantare in extremis un pareggio che porta le squadre ai supplementari. Al 101° minuto è ancora Hurst a tirare un formidabile diagonale da pochi metri che impatta con violenza sulla parte bassa della traversa e rimbalza in campo nei pressi della linea di porta. L’arbitro, lo svizzero Dienst, è incerto e si consulta col guardalinee sovietico Bachramov che, sicuro del fatto suo, sostiene che la palla, dopo il colpo sulla traversa, è rimbalzata oltre la linea di porta. Dienst indica pertanto il centrocampo. E’ l’episodio determinante che piega la resistenza tedesca e passa alla storia col nome di “gol fantasma” perché di fatto non andava concesso visto che il pallone, come successivamente evidenzieranno le immagini televisive, dopo l’impatto con la traversa era rimbalzato in campo. Una questione di centimetri che, forse anche per la pressione esercitata dal contesto, si risolve a favore degli inglesi. Il quarto gol allo scadere (il terzo di Hurst) non serve ad altro che definire il risultato da trascrivere sull’albo d’oro.                      

I PROTAGONISTI

Eusebio da Silva Ferreira – Noto al grande pubblico semplicemente come Eusebio, al mondiale inglese riuscì a ritagliarsi lo spazio del protagonista assoluto nonostante la concorrenza di altri fortissimi calciatori, vincendo la classifica dei cannonieri con nove gol. Dotato da madre natura di un fisico potente e agile che gli valse il soprannome di Pantera Nera, Eusebio era capace di correre i cento metri in undici secondi. Ma circoscrivere la descrizione delle sue caratteristiche migliori a quelle fisiche, come detto notevoli, sarebbe riduttivo per un campione assoluto che al campionato mondiale del 1966 arrivò con le credenziali di detentore del Pallone d’Oro e capocannoniere del campionato portoghese e della Coppa dei Campioni. Trattava il pallone come pochi, qualità che gli consentiva di segnare indifferentemente dopo azioni in dribbling o con tiri scoccati lontano dalla porta avversaria. Memorabile fu la sua prestazione nei quarti di finale contro la Corea del Nord (si, proprio quella che aveva eliminato l’Italia al primo turno e raccoglieva il favore assoluto del pubblico di Liverpool) che, in vantaggio di tre gol dopo appena venticinque minuti, subì la riscossa della Pantera Nera: quattro sue reti dal 27° al 59° consentirono al Portogallo di effettuare una clamorosa rimonta e chiudere poi con un 5-3 che spalancava la porta delle semifinali. Vinse tantissimi premi individuali e di squadra tra cui, come già richiamato in precedenza, il Pallone d’Oro nel 1965 e la Coppa dei Campioni nel 1962 col Benfica, lasciando un ricordo di sé tale che, alla sua morte avvenuta il 5 gennaio 2014, il governo portoghese dichiarò tre giorni di lutto nazionale. Una curiosità: l’attuale allenatore della Roma Di Francesco si chiama Eusebio proprio in onore della Pantera Nera, uno dei calciatori più ammirati dal padre dell’attuale tecnico giallorosso.

Alfred Ramsey – Per provare finalmente a vincere la Coppa del Mondo e dimostrare sul campo una superiorità che più veniva declamata e meno era dimostrata dai risultati, la Federazione inglese, dopo i mondiali giocati in Cile nel 1962, affidò l’incarico di guidare la nazionale a Alfred Ramsey che, reduce dai clamorosi successi ottenuti con l’Ipswich, portato dalla terza serie al titolo nel giro di cinque anni, accettò a una condizione: sarebbe stato lui solo, senza interferenze, a decidere la formazione da mettere in campo e non il comitato federale che di quello si era occupato sino ad allora. Ciò gli bastò, di lì a poco tempo, per dichiarare che nel 1966 l’Inghilterra sarebbe diventata campione del mondo. Con un passato da terzino dinamico (raccolse anche più di trenta presenze con la nazionale, tra cui quella sciagurata del mondiale 1950 quando l’Inghilterra perse contro gli USA) impostò il rapporto coi giocatori in modo aperto e leale, convincendoli a passare dal vecchio “sistema” ad un 4-2-4 che con l’avvicinarsi del mondiale fu sempre più simile ad un 4-4-2. Convinto di non avere ali dalle grandi doti tecniche, arretrò il raggio d’azione degli esterni alti Ball e Peters, capaci di fare le due fasi di gioco, per irrobustire il centrocampo e consentire a Bobby Charlton di essere più lucido nell’assistenza alle punte. Trovò l’equilibrio di squadra giusto misurandosi prima della fase finale con le formazioni più forti del mondo, raccogliendo anche sconfitte che lo aiutarono a chiarire le idee su come far giocare i suoi uomini, che sapeva sempre motivare al meglio.
Quanto influì Ramsey sull’Inghilterra del 1966? Molto, se consideriamo che i Leoni di Sua Maestà non furono più in grado, dopo quell’anno di grazia, di vincere un mondiale. Probabilmente ne fu convinta anche la Regina, che l’anno successivo al trionfo lo nominò baronetto. Ne era certo uno dei suoi ragazzi, Bobby Charlton, che il giorno della sua scomparsa non ebbe remore nel dichiarare: ”Era un vincente, senza di lui non avremmo mai conquistato la coppa del mondo“.

L’INTERVISTA

Questa intervista è stata immaginata prendendo spunto dalle dichiarazioni che in passato Giacinto Facchetti, esordiente alla fase finale dei mondiali nel 1966, rilasciò a vari organi di stampa.

Giacinto, il suo primo mondiale (Facchetti disputò anche le due successive fasi finali in Messico e in Germania, ndr) non fu un successo.

Purtroppo no, furono i mondiali che in Italia passarono alla storia come quelli “della Corea”. Io, in qualche modo, avevo presagito quella situazione.

Come?

Ricordo che il volo che ci portava in Inghilterra sarebbe atterrato a Duhram. Io, ispirandomi ad un claim pubblicitario in voga all’epoca che faceva “dura no, dura minga, non può durare”, prima di arrivare dissi ai miei compagni:”Durham no, Durham minga, non può durare”. Quella battuta scherzosa mi venne in mente dopo la partita coi coreani e mi accorsi che, in maniera del tutto involontaria, era stata quasi profetica.

E’ mai riuscito a darsi una spiegazione per quella sconfitta?

Credo che fu dovuta alla concomitanza di varie circostanze negative, la prima delle quali tecnica: nei primi minuti della partita avemmo almeno tre chiare occasioni per segnare e non ne sfruttammo neanche una. Inoltre ci fu l’infortunio occorso a Bulgarelli che ci costrinse a rimanere in dieci. E poi nello sport ci sono anche gli avversari e quei coreani, per quanto sottovalutati, correvano come forsennati.

Sportivamente parlando fu comunque una vergogna.

Mi consolò solo il fatto che, a ben vedere, non c’è una nazionale che non abbia una propria Corea…”

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