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Calcio

Road to World Cup: Germania Ovest 1974, la Marea Oranje si infrange contro i Panzer del Kaiser

Paolo Valenti

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La Coppa Rimet è rimasta definitivamente tra le nuvole di Messico 70, vincolata in eterno al Brasile che per primo si è effigiato del titolo di tricampione del mondo. L’apparato organizzativo teme che la manifestazione possa essere sporcata dal sangue del terrorismo internazionale: non più tardi di due anni prima, infatti, è la stessa Germania che ha dovuto subire le conseguenze di un attentato nel villaggio olimpico di Monaco, quando il commando palestinese Settembre Nero prese in ostaggio e uccise undici atleti israeliani. Le misure di sicurezza che si vanno ad approntare sono conseguenti alla necessità di prevenire nuove situazioni di quel tenore. Ma alla fine, come sempre, gli sguardi degli appassionati scivolano sui terreni di gioco. E’ lì che, per la prima volta in assoluto, Australia e Haiti si affacciano alla fase finale della Coppa del Mondo. Un giocatore della selezione centroamericana, Emmanuel Sanon, si ritaglia un ruolo importante ponendo fine all’imbattibilità della porta italiana che durava da 1.142 minuti. E’ un mondiale che porta alla ribalta nazionali prive di un background storico importante, come la Polonia di Szarmach, Deyna e Lato, già vincitrice due anni prima in Germania del titolo olimpico e capace di imporsi in un girone difficile che comprende anche Argentina e Italia.

 

Alla fine arriva terza, cedendo solo alla maggior potenza della Germania Ovest e alla vera sorpresa dei mondiali del 1974: l’Olanda di Johan Cruijff. Già dal 1970 la Coppa dei Campioni trova fissa dimora nella nazione dei mulini a vento: comincia il Feyenoord, prosegue l’Ajax con una tripletta nella cui sequenza cadono le teste di Inter e Juventus. Le vittorie dei club olandesi anticipano l’avvento della marea Oranje in terra tedesca. Un nuovo modo di interpretare il calcio, un mix esplosivo di tecnica, forza fisica e nuovi schemi ammalia i calciofili di tutto il mondo che riconoscono in Johan Cruijff un fuoriclasse atipico che sa unire giocate individuali di altissima scuola, visioni del gioco illuminanti e capacità fisiche inusuali nei giocatori di talento come lui. La nazionale olandese è l’icona calcistica dei cambiamenti che vive in quel tempo il mondo occidentale: la ricerca di nuovi paradigmi di relazione e comportamentali, la voglia di libertà, la ricerca di modalità espressive originali e fuori dagli schemi passano sui campi di gioco attraverso le psichedeliche maglie arancioni indossate da ragazzi che, più che calciatori, sembrano rockstar scese da un palco per fare un po’ di sport tra un concerto, una birra e qualche sigaretta.

Capelli lunghi, fisici asciutti ed eleganti, sguardi fieri, Ruud Krol, Johan Neeskens, Johnny Rep e gli altri ruotano perfettamente intorno alle idee di un rivoluzionario come Cruijff facendo scoprire al mondo un universo calcistico fino ad allora sconosciuto. Quella marea arancione troverà il suo argine solo nella diga opposta dai tedeschi: esteticamente meno avvincenti ma non per questo meno validi, i panzer di Franz Beckenbauer e Gerd Muller già nel primo tempo della finale di Monaco ipotecano la vittoria che suggella un biennio d’oro, portando nella bacheca della Deutscher Fussball Bund la nuova Coppa del Mondo che trova spazio a fianco della Coppa Europea vinta nel 1972 in Belgio.
E l’Italia? Trasferitasi in Germania con stato d’animo opposto a quello che accompagnò gli azzurri in Messico, torna a casa dopo tre partite che chiamano la Federazione a riflettere sulla necessità di un cambio generazionale sul quale fondare una rinascita che di lì a otto anni riporterà gli azzurri sul tetto del mondo.

I RISULTATI
Leggi tutti i risultati del Mondiali di Germania 1974

LE CURIOSITA’

La Coppa FIFA
Dopo l’assegnazione definiva al Brasile della Coppa Rimet, è necessario disporre di un altro trofeo che la FIFA, dopo un apposito concorso, fa realizzare ad uno scultore milanese, Silvio Gazzaniga. La nuova coppa ha un imprinting completamente italiano, dal momento che viene prodotta da un’azienda dell’hinterland di Milano e rappresenta due sportivi stilizzati che sostengono il mondo nel momento della felicità della vittoria. Alta 37 centimetri, dal peso di 6 chili, è costituita d’oro massiccio a 18 carati e, non venendo aggiudicata in via definitiva alla nazione che la vince tre volte, fino ai mondiali del 2038 continuerà ad essere assegnata temporaneamente alla nazione vincitrice della singola edizione del campionato. Perché fino al 2038? Perché in quell’anno sarà rimasto disponibile l’ultimo spazio sotto il basamento dove incidere il nome della nazione vincitrice del mondiale.


Finale senza bandierine
Curioso che proprio in Germania, paese la cui precisione è leggendaria,  l’inizio della finale all’Olympiastadion di Monaco di Baviera venne ritardata di qualche minuto: l’arbitro inglese Taylor fu costretto a posticiparla a causa della mancanza delle bandierine di solito poste agli angoli del campo, rimosse in precedenza per consentire la cerimonia di chiusura della Coppa del Mondo.

Prima il dovere, poi il piacere… anzi no!
Molti tedeschi di una certa età ricorderanno i mondiali del 1974 non solo per la vittoria della loro nazionale ma anche per il fatto che, ad alcuni di loro, in tale occasione venne concessa una riduzione dell’orario scolastico onde permettergli di vedere le partite in televisione. E’ quello che decise il responsabile all’educazione del Land del Baden-Württemberg, probabilmente interessato ai mondiali più dei ragazzi stessi.  

Soccer che passione
Il calcio, oggi, sembra che stia finalmente mettendo solide radici anche negli Stati Uniti. I primi segnali delle potenzialità di espansione del soccer oltreoceano si colsero proprio durante il campionato del mondo del 1974, quando vennero resi noti gli incassi derivanti dalla trasmissione delle dirette delle partite in televisione e nelle sale cinematografiche delle più grandi metropoli americane: quattro milioni di dollari.

Long John
Di quella spedizione poco fortunata per la nazionale italiana faceva parte l’attaccante della Lazio, appena laureatasi Campione d’Italia, Giorgio Chinaglia. In competizione con Anastasi e Boninsegna per la maglia di centravanti titolare, Long John, come veniva affettuosamente soprannominato dai suoi tifosi, si rese protagonista di un episodio che fece scalpore. Nella partita d’esordio degli azzurri, vinta con qualche difficoltà contro la nazionale di Haiti, Chinaglia venne sostituito al 70° per far subentrare Anastasi. L’intento del CT Valcareggi era quello di allargare le maglie della difesa avversaria con un attaccante più mobile ma a Chinaglia questo importava poco: la sua frustrazione lo portò a mandare platealmente a quel paese l’allenatore degli azzurri davanti agli occhi di tutti, alimentando così polemiche a non finire.

Match fixing
Dopo più di quarant’anni, Sandro Mazzola ha fatto luce su un episodio sgradevole che fece parte della breve esperienza azzurra ai mondiali tedeschi: il tentativo di combine azzardato con la Polonia nell’ultima partita del girone eliminatorio, quando ad entrambe le nazionali sarebbe stato sufficiente un pareggio per accedere al turno successivo. Infilatosi nello spogliatoio polacco per parlare in inglese col capitano Deyna, Mazzola propose di arrivare al 2-2 (in quel momento l’Italia era sotto per i due gol segnati da Szarmach e dallo stesso Deyna) in cambio dell’incasso di un’amichevole coi polacchi da organizzare nel nostro paese. L’accordo sembrava raggiunto ma, una volta rientrati in campo, i polacchi continuarono a giocare con la stessa intensità del primo tempo tanto che Capello riuscì a segnare solo l’inutile gol della bandiera a cinque minuti dalla fine.

LA FINALE
All’Olympiastadion di Monaco di Baviera, davanti a 75.000 spettatori, Germania e Olanda si affrontano nel pomeriggio del 7 luglio 1974: è il meglio che possa offrire questa decima edizione della Coppa del Mondo. Cruijff e Beckenbauer, capitani e leader carismatici delle rispettive rappresentative, si scambiano i gagliardetti a centrocampo desiderosi di abbandonare velocemente i convenevoli ed esprimere sul campo capacità e ambizioni. L’inizio è di stampo Oranje: gli olandesi palleggiano a tutto campo per un minuto filato senza che i padroni di casa riescano a intercettarli, fino a quando il Pelè Bianco (questo il soprannome assegnato a Cruijff dal nostro Gianni Brera) viene atterrato in area da Hoeness. Calcio di rigore che Neeskens trasforma con un violento tiro centrale che non lascia scampo a Maier. Sembra l’inizio di un dominio che invece non c’è, perché i tedeschi non sono mai domi e, prese le misure alla partita, cominciano ad attaccare fino ad ottenere il pareggio, frutto anch’esso di un calcio di rigore causato da un intervento di Jansen su Holzenbein: trasforma Breitner spiazzando un incolpevole Jongbloed.

Spinta dal pubblico, la Germania prende in mano l’inerzia della gara e a due minuti dall’intervallo Gerd Muller infila la porta olandese con una girata improvvisa dopo una bella discesa sulla destra di Bonhof. Cruijff non gioca come al solito, asfissiato e innervosito dalla ferrea marcatura di Berti Vogts, e si prende un’ammonizione per eccesso di proteste nei confronti dell’arbitro: è un cattivo segnale confermato dall’andamento della partita nel secondo tempo, quando la marea arancione non riesce mai a mettere seriamente in pericolo la porta di Maier. Anzi, sono i tedeschi ad avvicinarsi al terzo gol: uno viene annullato per fuorigioco a Muller, l’altro potrebbe arrivare da un presunto rigore negato a Holzenbein. A vent’anni dal miracolo di Berna, la Germania Ovest torna a laurearsi campione del mondo.

I PROTAGONISTI

Johan Cruijff – Insieme a Pelè e Maradona, sul podio dei migliori calciatori del ventesimo secolo trova il suo spazio Hendrik Johannes Cruijff, fuoriclasse assoluto dell’Olanda vicecampione del mondo in Germania. In lui si univano tre qualità non sempre compresenti nei grandi giocatori: la classe individuale, la convinzione innata della necessità del gioco collettivo e le capacità fisiche. Ambidestro, veloce, spesso fluttuante tra gli ampi spazi delle fasce laterali e quelli occlusi dell’area di rigore, per lui gli avversari erano poco più che paletti da allenamento da superare con un incedere vorticoso e sincopato, asciutto ed elegante. Esordì in nazionale non ancora ventenne dimostrando immediatamente le sue doti tecniche e caratteriali segnando un gol e rifilando un pugno all’arbitro che ne determinò una squalifica di un anno (poi ridotta). In Germania arrivò probabilmente all’apice di una carriera che arricchì di un palmares incredibile: oltre ai campionati e le coppe nazionali vinti in Olanda e Spagna con le maglie di Ajax, Barcellona e Feyenoord, Cruijff portò i lancieri di Amsterdam ad aggiudicarsi tre Coppe dei Campioni, una Supercoppa Europea e una Coppa Intercontinentale. Fu insignito del Pallone d’Oro nel 1971, nel 1973 e nel 1974 e, a trentasette anni, venne dichiarato miglior giocatore olandese dell’anno, nella sua ultima stagione sul campo. Dopo il ritiro divenne un allenatore altrettanto vincente ma, al di là dei titoli conquistati dalle sue squadre, il segno più evidente della sua grandezza risiede nell’impronta calcistica che è riuscito a dare alla sua seconda patria, la Catalogna: un’eredità culturale dalla quale il Barcellona ancora oggi attinge per imporsi in Spagna e in Europa.

Franz Beckenbauer – Finalmente, alla sua terza (e ultima) partecipazione al campionato mondiale, Kaiser Franz riuscì a raggiungere l’obiettivo che in Inghilterra e in Messico aveva solo sfiorato: la vittoria. Fino a quel momento solo le circostanze avverse gli avevano impedito di sollevare quella coppa che tra le sue mani non poteva che sentirsi a suo agio: nel 1966 la clamorosa svista sul gol fantasma di Hurst e nel 1970 i tempi supplementari con l’Italia che, a causa di un infortunio alla spalla, fu costretto a giocare, stoicamente, con un braccio fasciato. Elegante nel fisico e nel gioco, Beckenbauer spese i primi anni della carriera nel settore intermedio del campo, apprendendo lucidamente le due fasi del gioco. Una volta arretrato sulla linea difensiva, interpretò il ruolo con intelligenza sapendo essere deciso nelle chiusure e capace di impostare il gioco con la medesima efficacia, trasmettendo ai compagni quella sicurezza alla quale il suo soprannome alludeva. Dotato, come Cruijff, di grande personalità, allo stesso modo del capitano olandese vinse trofei su trofei, inclusi due Palloni d’Oro (nel 1972 e nel 1976) e tre Coppe dei Campioni col Bayern Monaco nel triennio 1973-1976. Diventato allenatore, seppe condurre la Germania alla vittoria in un altro stadio Olimpico, quello di Roma, nel 1990: unico, insieme al brasiliano Mario Zagallo, ad aver conquistato il titolo mondiale sia da calciatore che da tecnico.

Calcio

Ronaldo: Manifesto di un Futurismo “fenomenale”

Matteo Calautti

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Compie oggi 42 anni Luis Nazario de Lima Ronaldo, per tutti il Fenomeno. La sua data di nascita resta però discussa in quanto, secondo sue dichiarazioni, dovrebbe risalire al 18 Settembre mentre l’iscrizione all’anagrafe è del 22. Per celebrarlo abbiamo messo in parallelo il suo modo di giocare con l’arte futurista.

Quella di Ronaldo Luís Nazário de Lima, universalmente conosciuto come Ronaldo, è una carriera cinematografica ma non nel senso comune del termine. Bensì una carriera rappresentabile per mezzo di fotogrammi, dalla temperatura spesso antitetica: dal freddo glaciale dei periodi bui al caldo dei momenti di energia che ha regalato all’universo del Pallone. Una serie di diapositive diverse per natura che, se sovrapposte, configurano ciò che è stato e ciò che avrebbe potuto essere. Il tutto con tre minimi comun denominatori: movimento, velocità ed energia.

«Noi vogliamo esaltare il movimento aggressivo, l’insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo ed il pugno». Così recitava il terzo punto del Manifesto del Futurismo, scritto da Filippo Tommaso Marinetti e pubblicato nel 1909 sul quotidiano francese Le Figaro, con sede a Parigi. Un manifesto che ha sconvolto il mondo dell’arte e alimentato le avanguardie, nella città della raffinatezza per eccellenza. Un contrasto, quello tra impeto ed eleganza, che sembra sintetizzarsi nella rete con cui Ronaldo stupisce il mondo ad appena 19 anni ai Giochi Olimpici di Atlanta 1996, sotto la guida di Mário Zagallo. Il Ghana conduce per 2-1 quando si accende il Fenômeno. Goal del pareggio su punizione dal limite dell’area battuto rapidamente ed astutamente da un compagno. Poi la magia per il 3-2: verticalizzazione per Ronaldo dal settore sinistro della tre quarti, il dianteiro verdeoro resiste alla carica di un avversario e supera Simon Addocon un dolcissimo tocco sotto a girare.

Parigi, dicevamo. La città in cui Marinetti ha divulgato al mondo intero il suo nuovo Credo artistico. «Noi vogliamo inneggiare all’uomo che tiene il volante, la cui asta ideale attraversa la Terra, lanciata a corsa, essa pure, sul circuito della sua orbita». Una città, la capitale francese, che ha raccolto i fotogrammi con la differenza di temperatura maggiore. Era il 1997 quando Ronaldo sollevava il suo primo trofeo internazionale in Europa, ovvero la Coppa delle Coppe vinta con il Barça grazie ad un suo calcio di rigore proprio contro il Paris Saint-Germain. Era il 1998 quando il Fenômeno trionfò in Coppa UEFA con la maglia dell’Inter nel derby tutto italiano contro la Lazio, proprio al Parc des Princes. Il suo goal, quello del 3-0, è scolpito nella leggenda: un attaccante capace di intimorire, disorientare e far sedere il proprio avversario, affrontato in un duello condotto senza toccare il pallone. Serie di finte che si disperdono nell’aria, un movimento in corsa, Marchegiani seduto e palla in rete.

Tuttavia, era anche il 1998 quando allo Stade de France, nei pressi di Parigi, il Brasile dello stesso Zagallo perse contro la Francia la finale della Coppa del Mondo. Per mesi, se non anni, si è parlato del malore che lo aveva colto la sera prima dell’atto conclusivo contro i Bleus. Per mesi scorrerà nella mente degli appassionati soprattutto il fotogramma in cui Ronaldo scende dall’aeroplano a Rio de Janeiro dimostrandosi debole e barcollante. Ma era anche il 2008 quando, concretizzata la sua “capriola” sportiva al Milan, venne operato a Parigi per l’ennesimo grave infortunio dal chirurgo Eric Rolland con la consulenza di Gérard Saillant, colui da cui era stato operato otto anni prima. Altri due fotogrammi lampeggiano nella mente: l’infortunio nel 1999 a Lecce e la ricaduta nel 2000 a Roma. «Perché per rinascere dovete morire», come scritto ne L’arte contro l’estetica vicino al nome di Joan Salvat-Papasseit, il più importante poeta futurista catalano. E il Fenômeno rinacque più volte nella sua vorticosa carriera.

Dalla staticità e la freddezza delle diapositive tristi alla gioia dell’ultimo periodo interista, quello della rinascita. Una gestione, quella di Ronaldo da parte di Héctor Cúper, delicata e ragionata. Una gestione che portò il brasiliano ad essere quasi decisivo per la vittoria dello Scudetto con sette reti in dieci presenze. Un campionato, però, che sfugge nella funesta Roma, due anni e 23 giorni dopo la rottura del suo tendine rotuleo nella finale d’andata di Coppa Italia. Una nuova diapositiva, quella del famoso “cinque maggio”: mani in faccia, lacrime che sgorgano dai suoi occhi coperti e un’aura nefasta intorno a lui, che sembra faccia ormai parte della sua stessa essenza. Ma ecco che, dopo esser “morto”, Ronaldo rinasce ai Mondiali del 2002, quelli in Giappone e Corea del Sud. Una competizione trionfale per i Verdeoro, mai in discussione e che ha regalato una delle versioni migliori dell’attaccante di Rio de Janeiro, se non la migliore. Otto reti in tutta la competizione, due solamente nella finale di Yokohama ad Oliver Kahn, mai ossidato come quella sera. Accelerazioni, movimento continui sul fronte offensivo, imprevedibilità nel movimento, potenza palla al piede e colpi da autentico giocoliere. Un fotogramma su tutti rimane nella memoria: quello di un Ronaldo in corsa, con le sue possenti leve in movimento. Un’immagine che richiama con un tono di voce assordante l’animale più famoso dipinto dal futurista Giacomo Balla: il cane di Dinamismo di un cane al guinzaglio. «Il primo studio analitico delle cose in movimento», come affermò lo stesso pittore torinese. Due immagini, quella dell’attaccante e quella del cane, in cui si condensano tutti i fotogrammi che ne designano i moti, che lasciano trasparire l’attimo prima ed intuire l’attimo dopo. Autentica metafora della carriera del Fenômeno, fatta di attimi impressi in diapositive instabili.

«Il coraggio, l’audacia, la ribellione, saranno elementi essenziali della nostra poesia», recitava il secondo punto del Manifesto. Un coraggio, quello di Ronaldo, che gode di un colore impuro, a cavallo tra l’ingratitudine e la prontezza nel cogliere l’attimo. In una notte di fine agosto, precisamente 14 anni fa, il Fenômeno voltava le spalle al suo secondo padre Massimo Moratti per inseguire il sogno galactico. Indifferenza pura nei confronti del Barcellona che tanto l’aveva acclamato al Camp Nou sei stagioni prima. Indifferenza pura anche nei confronti della stessa Inter, affrontata con la maglia del Milan nel 2008, con tanto di beffarda esultanza al derby di ritorno. Ma è lecito contestare le scelte in vita a chi è stato privato della piena realizzazione delle proprie potenzialità dalla sua stessa vita?

Ciò che è stato e ciò che avrebbe potuto essere. Uno scorrere perpetuo di diapositive instabili. Ma, forse, è stata proprio questa l’essenza stessa del Fenômeno.

Ronaldo Luís Nazário de Lima, il primo futurista brasiliano.

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Calcio

Cosa ci fa un canguro in Repubblica Ceca? La curiosa storia dei Bohemians Praga

Leonardo Ciccarelli

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Per quale motivo una squadra della Repubblica Ceca, di Praga in particolare, ha come stemma e simbolo un canguro?

Se pensate alla cosa, è davvero strano. Il canguro è un animale che vive solo in Australia, il marsupiale è il simbolo stesso dell’Isola-Continente, eppure la Boemia ha adottato questo amorevole bipede come mascotte.

La storia è piuttosto curiosa e deriva dalla pubblicità: nel 1927 l’Australian Soccer Association è in fase promozionale essendo nata da poco (ed avrà un bel po’ di vicissitudini fino agli anni ’60 tanto che la Football Federation Australia, l’attuale organo di governo del calcio australiano, è stata fondata nel 1961), ed invita varie squadre a dei tour sul suo territorio. Niente da fare, rifiutano tutte. Non è tanto per un vezzo, le tournèè erano molto in voga anche all’epoca, ma pensate cosa doveva essere fare un viaggio dalla Cecoslovacchia all’Australia era un’avventura, con aerei scomodi ed un tasso di rischio molto alto. Oggi da Praga a Sydney il volo non è diretto e con un solo scalo ci vogliono oltre 22 ore di viaggio, pensate quindi 90 anni fa.

Una sola squadra accetta, l’AFK Vrsovice che per l’occasione cambia nome in Bohemians, “i Boemi“, affinché gli australiani capiscano la provenienza della squadra.

20 partite per loro, 15 vittorie e quasi 100 gol segnati a testimonianza della debolezza del gioco australiano, ma non importa perché gli australiani sono impazziti per questa compagine cecoslovacca e in preda ai deliri dei sensi che solo il football può regalare, regalano due canguri vivi alla squadra.

Come i due malcapitati marsupiali siano arrivati sani e salvi in Cecoslovacchia, non è dato sapere anche se pare fossero stati affidati a Oldřich Havlín, un giocatore dell’epoca, che ha poi consegnato i canguri allo zoo di Praga dove hanno trascorso in serenità tutto il resto della loro vita. L’AFK Vrsovice si tenne per sempre il nome Bohemians e il logo richiamante l’antico “regalo” degli Australiani.

Questo il tabellino delle partite in Australia nel ’27:

23.04.1927 Colombo British Army XI 2-4 Bohemians

05.05.1927 Perth Western Australia 3-11 Bohemians

07.05.1927 Perth Western Australia 4-6 Bohemians

11.05.1927 Adelaide South Australia 1-11 Bohemians

14.05.1927 Adelaide Australia XI 1-2 Bohemians

18.05.1927 Melbourne Victoria 0-1 Bohemians

21.05.1927 Melbourne Australia XI 1-4 Bohemians

25.05.1927 Wagga Wagga Southern Districts XI 0-9 Bohemians

28.05.1927 Sydney New South Wales 5-4 Bohemians

01.06.1927 Woonona South Coast XI 1-2 Bohemians

04.06.1927 Newcastle Northern District XI 3-4 Bohemians

06.06.1927 Sydney Australia 4-6 Bohemians

08.06.1927 Cessnock South Maitland XI 3-1 Bohemians

11.06.1927 Brisbane Queensland 3-2 Bohemians

15.06.1927 Ipswich Ipswich & West Moreton XI 3-5 Bohemians

18.06.1927 Brisbane Australia 5-5 Bohemians

21.06.1927 Newcastle Newcastle XI 5-2 Bohemians

23.06.1927 Sydney Metropolis XI 3-5 Bohemians

25.06.1927 Sydney Australia 4-4 Bohemians

02.07.1927 Fremantle Western Australia 2-3 Bohemians

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Henrik Larsson: Nemo propheta in patria

Francesco Cavallini

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Compie oggi 47 anni Henrik Larsson, iconico giocatore svedese la cui storia ci insegna che alcune volte, per raggiungere la Leggenda, è necessario andare lontano. E non tornare.

Se mai dovesse capitarvi (e ve lo auguro) di passeggiare sul lungomare di Helsingborg, potreste avere una gradita sorpresa. A nord del porto, quasi alla fine della lunghissima spiaggia attrezzata, c’è una piccola rotonda, abbellita da una statua. È un’opera semplice, che ben si adatta al mood del luogo, splendidamente sospeso tra passato e futuro. Ma rappresenta quello che per gli abitanti di Helsingborg è la vera gloria cittadina. Più dell’incantevole castello di Kärnan, più del municipio, che con i suoi mattoni rossi completa alla perfezione il blu del mare che la bagna. È proprio di fronte al mar Baltico, nel punto dove la Danimarca è più vicina (basta una traversata di quattro chilometri scarsi per arrivare a Helsingør, la città di Amleto), che la Perla dello Stretto celebra la sua personalissima leggenda. È un uomo con un pallone tra i piedi. La testa è rasata, ma è facile immaginarla piena di biondissime trecce. La divisa, neanche a dirlo, è quella dell’HIF. Che nella statua perde ogni colore, ma che è rossa come i mattoni del municipio e blu come l’acqua del mare. Il numero sulla maglia è il 17 e quel sorriso quasi guascone, che trasmette orgoglioso le proprie origini tropicali, è quello che ogni amante del calcio potrà facilmente ricordare. Quelli di Malmö possono anche tenersi stretto il loro Zlatan. Perché a Helsingborg, c’è solo Henrik Larsson.

Arrivano in tanti a farsi una foto. Alcuni lo ricordano bambino, mentre rincorreva il pallone giù per le ripide vie che portano verso il mare. Altri l’hanno ammirato ragazzo all’Olympia, quando con la maglia rossa terrorizzava le difese di tutta la Svezia. Cinquantuno reti in sessantuno partite, che gli valgono un biglietto per Rotterdam, a vestire il biancorosso del Feyenoord. È l’inizio di una carriera da sogno. La nazionale, il Celtic e la Scarpa d’Oro. Chiama il Barcellona di Deco, di Eto’o, di Ronaldinho. E proprio il Gaucho, il Pallone d’Oro, uno dei talenti più cristallini della storia del calcio, saluta Larsson ogni mattina con un termine inequivocabile. Ciao, idolo. In blaugrana arrivano la gloria, gli allori, la Champions League alzata al cielo di Parigi. Centrato ogni obiettivo, giunge finalmente il momento di tornare a casa. In mezzo, un breve trasferimento allo United. Ma a Manchester non c’è il mare. E quindi di nuovo la Svezia, ancora una volta in quel catino verde, tra il blu dei seggiolini ed il rosso delle sciarpe. Altre reti, altre gioie, altri abbracci. Fino all’addio, agli scarpini appesi per sempre nello spogliatoio della squadra della sua città. Helsingborg però non dimentica, celebra il suo re, lo rende immortale. E mentre scruta il freddo Baltico, Larsson attende. Perché le leggende scandinave raccontano che ogni sovrano, nel momento del bisogno, tornerà a lottare per il suo popolo.

Quel momento, inesorabilmente, arriva. È il 10 novembre 2014 e Henrik Larsson prende possesso della panchina dell’Olympia. Trova un club da rifondare e gli viene affidato ogni potere. Sarà allenatore, direttore tecnico e sportivo, ma potendo gli affiderebbero anche la gestione economica e l’irrigazione del campo. Tale è la fiducia che club e città ripongono in lui. Ad attenderlo negli spogliatoi, un gruppo totalmente rinnovato ed una faccia conosciuta. Quel sorriso lo riconoscerebbe tra mille, lo sguardo è lo stesso di quando Henrik lo portava con sé a Celtic Park a tirare calci a un pallone durante l’intervallo o a festeggiare uno dei tanti trofei vinti. Jordan Larsson, diciassette anni e qualche mese, con addosso tutta l’inesperienza e la splendida incoscienza della gioventù. Stesso percorso di papà Henrik, dal neroverde dell’Högaborg al rosso dell’HIF. Stessa confidenza con il gol, sprazzi di tecnica assoluta ed un futuro assicurato.

Ma prima c’è un presente di cui occuparsi. E si chiama Allsvenskan, un campionato spesso ignorato, ma sempre molto competitivo. I rossi sono una compagine storica, hanno alzato il trofeo cinque volte, ma non mancano gli avversari di livello. C’è il Norrköping, che già dal nome sa di gloria, che mostra orgoglioso le maglie di Liedholm e Nordhal e i gagliardetti delle sfide europee contro la Roma di Falcao e la Samp di Boskov. O il Göteborg, gli Angeli dell’ovest, la squadra da temere in qualsiasi situazione, capace di sorprenderti nelle stagioni in cui meno te l’aspetti. Le tre di Stoccolma, AIK, Hammarby e Djurgården, che portano con sé l’aura di potere e l’indiscutibile appeal della capitale. E soprattutto, ci sono gli insopportabili cugini. Helsingborg e Malmö sono divise da settanta chilometri di costa e da un odio quasi millenario. Ma la bacheca parla chiaro, nel calcio non c’è mai stata competizione. Eppure ogni stagione i ragazzi in rosso e blu sognano di impartire una lezione ai rivali, di rimandare, perlomeno metaforicamente, i cugini al confine con la Danimarca a suon di reti. La chiamano “la battaglia della Scania”, vincerla significa prendersi la supremazia regionale. Questo chiedono i tifosi, questo è, due volte l’anno, il sogno di una città intera. E chi a Helsingborg è nato e cresciuto, non può rimanere sordo alla supplica.

Eppure, non è un’impresa facile. L’HIF, che nel 2011 ha realizzato uno storico treble domestico, è in piena fase di ristrutturazione, esattamente come il suo stadio. E mentre si rinnovano le tribune dell’Olympia, scorrono i titoli di coda sulla generazione che Larsson stesso ha in parte contribuito a crescere negli ultimi anni da calciatore. Ma non tutte le ciambelle riescono col buco. La squadra soffre il ricambio, il carisma di Larsson non basta. La stagione 2015 è un mezzo flop, un ottavo posto senza infamia e senza lode, non quello che ci si aspettava. Mal comune mezzo gaudio però, perché anche il Malmö incappa in un’annata storta. Ma oltre alla quinta posizione in classifica, i ragazzi dell’Øresund portano a casa la guerra. E se il 3-1 subito alla Swedebank Arena a maggio non si discosta molto dal classico risultato del derby in trasferta per l’Helsingborg, è il match di ritorno ad infliggere ai tifosi rosso-blu una ferita difficile da rimarginare. Zero a tre, con un Olympia totalmente ammutolito. La peggior sconfitta casalinga contro il Malmö dal 1965, da quel tremendo 1-10 di cui le vecchie generazioni ancora parlano. Henrik Larsson soffre quanto e più dei suoi tifosi. In città ci è nato, ci vive, sa quanto l’ambiente possa essere scosso dopo una simile debacle. Solo un pensiero lo rincuora. Jordan. Jordan cresce bene, gioca, segna la sua prima rete in campionato. Entra nelle rotazioni, ma non per il cognome. È un ragazzo che per la maglia dà tutto, a volte anche esagerando. È il vero tifoso in campo, il calciatore in cui tutti sognano di rivedersi.

E quindi, seduto sul lungomare di Helsingborg, ai piedi della sua statua e con lo sguardo rivolto verso l’orizzonte, Henrik Larsson prepara la stagione 2016. È conscio che la sua popolarità lo abbia protetto, ma è altrettanto consapevole che un altro fallimento non potrebbe essere tollerato. Dalla città, dai tifosi, ma anche e soprattutto da se stesso. E assieme a Jordan mette in gioco l’importanza di quel cognome, sulla maglia ed in panchina. Eppure il 2016 per i rossoblù inizia male. Molto male. Due sconfitte in tre partite, una partenza preoccupante. Per fortuna, seguono tre vittorie consecutive. Maggio si apre con una prevedibile batosta in casa dei campioni in carica del Norrköping, che però passa in sordina, dato che giusto una settimana dopo, in un’Olympia incandescente, va in scena l’ennesima battaglia. Mezzo stadio è ancora in ristrutturazione, una tribuna è chiusa e la curva dei tifosi ospiti è a mezzo servizio. Ma l’atmosfera non manca. Fumogeni, qualche disordine nei dintorni dello stadio, il solito assordante tifo dei tifosi dell’Helsingborg. E davanti a loro, un padre ed un figlio, stretti in un abbraccio, si preparano ad affrontare il “nemico”.

È un derby firmato Larsson, e non potrebbe essere altrimenti. Sono passati appena tre minuti quando Martin Christensen, che è nato dall’altra parte dello Stretto e che, come ogni danese che si rispetti, disprezza la Svezia e odia profondamente Malmö, scodella una palla dall’out sinistro. La sfera scende verso la riga dell’area di rigore, ma giusto prima di toccare terra si accomoda dolcemente sul mancino di Jordan. La girata è fulminea e sorprende l’estremo difensore biancoblu. Sugli spalti si scatena il delirio, ma in campo il giovane Larsson è freddo, glaciale, come lo sguardo di sfida che rivolge ai tifosi avversari, appollaiati dietro il portiere appena trafitto. La guerra è guerra, è un gesto che ci sta. Ci sta un po’ meno il Malmö, che si lancia in un forcing tanto intenso quanto sterile. E se le statistiche raccontano un dominio degli ospiti, il risultato conferma la serata speciale dei padroni di casa. Rusike, appena entrato, finalizza un quattro contro tre in contropiede e il due a uno di Eikrem allo scadere non riesce a scalfire l’euforia dell’Olympia. La battaglia è vinta. E a fine partita i tifosi rossoblù improvvisano un pellegrinaggio verso la statua del loro condottiero. Per una sera, Carlo XVI Gustavo deve cedere il suo trono. Il vero re è tornato a Helsingborg.

Sembra essere l’inizio di un sogno, ma purtroppo è solo l’ultima gioia prima di un incubo che pare infinito. Dalla vittoria nel derby d’andata fino al match di ritorno, l’HIF porta a casa i tre punti solo due volte, in entrambe le sfide contro il GIF Sundsvall. In mezzo, una sfilza di pareggi e sconfitte, alcune sfortunate altre sconfortanti. Nel frattempo i cugini volano, impegnati in una lotta a tre con Norrköping e AIK per la vittoria in campionato. La sfida del 25 settembre è quindi doppiamente importante. Fare risultato a Malmö significherebbe mettere i bastoni tra le ruote ai rivali nella corsa per il titolo, ma soprattutto ottenere punti fondamentali in chiave salvezza. Il Falkenbergs è praticamente già in Superettan da giugno, ma l’Helsingborg è al quattordicesimo posto, che basterebbe a evitare la retrocessione diretta ma non lo spareggio. Alla Swedebank Arena, il Malmö passa subito in vantaggio, controlla facilmente una partita nervosa e a tempo scaduto legittima la vittoria con la seconda rete. La battaglia, stavolta, è persa. E la sconfitta rischia di trasformarsi in disfatta. Due vittorie nelle ultime due giornate di campionato servono solamente a certificare che per rimanere in Allsvenskan l’HIF dovrà affrontare l’Halmstad, terzo in Superettan.

Ottanta sono i chilometri che separano Helsingborg da Halmstad. Ottanta sono i minuti che sono trascorsi all’Örjans Vall quando l’arbitro tira fuori un cartellino rosso. Ad uscire dal campo è Kojic, terzino sinistro dei padroni di casa, che si becca un giallo e protesta un po’ troppo. Sembra fatta per Larsson e i suoi. Sono in vantaggio, con un uomo in più e hanno segnato fuori casa. Anche per questo la sfortunata autorete che riporta la partita in parità viene vista come un semplice incidente di percorso. La squadra ha dimostrato di esserci ed il venti novembre all’Olympia ha tutta l’intenzione di tenersi stretta la permanenza nella massima serie. Ottanta sono i chilometri che separano Halmstad da Helsingborg. E ottanta sono i minuti che sono trascorsi quando undicimila persone esplodono in un urlo di gioia sfrenata. Nell’ennesimo ribaltamento di fronte, Ralani è lanciato verso la porta avversaria. Invece di tirare sull’uscita del portiere, serve la palla all’indietro. La sfera scorre accanto a due calciatori dell’Halmstad, ma il più lesto ad arrivarci ha la maglia rossa con sopra il numero diciotto ed un cognome importante. Jordan Larsson calcia con tutta la forza e gonfia la rete tra i fumogeni agitati per tutta la partita dai tifosi dell’Helsingborg. Stavolta niente sguardi torvi, niente mute sfide al pubblico avversario. È gioia, felicità pura, da condividere con l’enorme famiglia che riempie quel che resta delll’Olympia. Padre e figlio, Henrik e Jordan, due generazioni unite dall’amore incondizionato di una città, di un popolo intero.

Finirebbe così, se l’arbitro decidesse di soprassedere ad un piccolo particolare. Ottanta sono i chilometri, ottanta sono i minuti di gioco quando Larsson segna l’uno a zero. Ma chi il calcio lo conosce, sa bene che a fine match ne mancano ancora almeno dieci. E quando il cronometro segna l’ottantacinquesimo, la storia improvvisamente cambia. Ralani stavolta è nell’area sbagliata quando decide di abbattere un attaccante dell’Halmstad. È un rigore solare, che il danese Mathisen realizza con tranquillità. All’Olympia Stadion si sta consumando un dramma sportivo. Quando già si esultava per la salvezza, di colpo si avvicina lo spettro della retrocessione. La squadra è sulle gambe, i tifosi fischiano di paura, ma non riescono a scuotere i calciatori. Mathisen è un difensore centrale, ma all’ottantanovesimo sembra la reincarnazione danese di Crujiff. Prende palla a tre quarti campo, dribbla un avversario, vince un contrasto, recupera la sfera dopo un rimpallo e lascia partire il tiro della domenica, della settimana, probabilmente dell’anno. Undicimila cuori vanno in frantumi nello stesso istante. Quando il pallone gonfia la rete, su Helsingborg cala un silenzio irreale. Non c’è tempo per recuperare. Cinque minuti più tardi, l’arbitro fischia la fine. L’HIF è la terza squadra retrocessa dell’Allsvenskan 2016.

 

E in quel preciso momento il silenzio diventa mormorio, il mormorio si tramuta in rabbia. Uno, dieci, cento tifosi a volto coperto entrano sull’erba dell’Olympia. Cercano il confronto con i calciatori e non hanno intenzioni pacifiche. Gli atleti si sottraggono a questo processo sommario. Tutti, tranne uno. Il coraggio a Jordan Larsson non è mai mancato. Li affronta, capisce benissimo come si sentono e tenta di calmare gli animi. Ma i teppisti non vogliono sentire ragioni. Larsson ha già avuto dei piccoli screzi con una frangia della tifoseria e ora è giunto il momento di fargliela pagare. Insulti, spinte, fino ad arrivare alla vergogna più assoluta. Gli viene strappata a forza la maglia, la sua seconda pelle. È la triste fine di una storia d’amore. Jordan Larsson quella divisa rossa e blu non la indosserà mai più. A gennaio 2017 si trasferisce in Olanda, al NEC, continuando anche in questo a seguire le orme di suo padre.

Già, suo padre. Henrik non si accorge del parapiglia a fine partita, ma non appena gli viene riportato rassegna immediatamente le dimissioni. Non è una fuga. Rimane comunque in città, sfidando apertamente gli ultras ad un confronto pubblico, che ovviamente non avverrà mai. Resta però nel suo cuore la ferita della retrocessione, l’incapacità di aver saputo donare una gioia alla gente che lo ha cresciuto e che da quasi trent’anni lo ama e lo rispetta. Nemo propheta in patria, sostenevano i latini. Chissà se in svedese esiste un detto simile. Eppure, nonostante tutto, se dovesse capitarvi (e continuo ad augurarvelo con tutto il cuore) di visitare Helsingborg, è lì che troverete Henrik Larsson. Magari al parco dietro la torre, mentre si allena per mantenersi in forma. O sulle scale del municipio, mentre spende la sua popolarità e la sua influenza per il bene della sua città. O in tribuna all’Olympia, a sostenere quelli che sono stati i suoi ragazzi nel tentativo di tornare subito grandi. E se proprio non dovesse capitarvi di incontrarlo, saprete comunque dove cercare una parte di lui. Nel mezzo di quella rotonda, la sua statua c’è ancora. Continua a scrutare l’orizzonte, mentre attorno passano uomini e donne di ogni età, turisti o semplici cittadini, quasi come se stesse decidendo dove piazzare quella sfera che ha ai piedi. E di certo sul lungomare passano ogni giorno dei bambini che danno calci ad un pallone sognando di essere Larsson. Henrik o Jordan, non fa differenza. In quel momento, e non può essere altrimenti, il sorriso diventa più splendente ed il Re torna, anche se solo per un attimo, sul suo trono, in attesa di svegliarsi di nuovo e vestire ancora quei colori. Il rosso sanguigno e indelebile di una passione ed il profondo blu del mare di Helsingborg.

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