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Calcio

Road to World Cup: Germania Ovest 1974, la Marea Oranje si infrange contro i Panzer del Kaiser

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La Coppa Rimet è rimasta definitivamente tra le nuvole di Messico 70, vincolata in eterno al Brasile che per primo si è effigiato del titolo di tricampione del mondo. L’apparato organizzativo teme che la manifestazione possa essere sporcata dal sangue del terrorismo internazionale: non più tardi di due anni prima, infatti, è la stessa Germania che ha dovuto subire le conseguenze di un attentato nel villaggio olimpico di Monaco, quando il commando palestinese Settembre Nero prese in ostaggio e uccise undici atleti israeliani. Le misure di sicurezza che si vanno ad approntare sono conseguenti alla necessità di prevenire nuove situazioni di quel tenore. Ma alla fine, come sempre, gli sguardi degli appassionati scivolano sui terreni di gioco. E’ lì che, per la prima volta in assoluto, Australia e Haiti si affacciano alla fase finale della Coppa del Mondo. Un giocatore della selezione centroamericana, Emmanuel Sanon, si ritaglia un ruolo importante ponendo fine all’imbattibilità della porta italiana che durava da 1.142 minuti. E’ un mondiale che porta alla ribalta nazionali prive di un background storico importante, come la Polonia di Szarmach, Deyna e Lato, già vincitrice due anni prima in Germania del titolo olimpico e capace di imporsi in un girone difficile che comprende anche Argentina e Italia.

 

Alla fine arriva terza, cedendo solo alla maggior potenza della Germania Ovest e alla vera sorpresa dei mondiali del 1974: l’Olanda di Johan Cruijff. Già dal 1970 la Coppa dei Campioni trova fissa dimora nella nazione dei mulini a vento: comincia il Feyenoord, prosegue l’Ajax con una tripletta nella cui sequenza cadono le teste di Inter e Juventus. Le vittorie dei club olandesi anticipano l’avvento della marea Oranje in terra tedesca. Un nuovo modo di interpretare il calcio, un mix esplosivo di tecnica, forza fisica e nuovi schemi ammalia i calciofili di tutto il mondo che riconoscono in Johan Cruijff un fuoriclasse atipico che sa unire giocate individuali di altissima scuola, visioni del gioco illuminanti e capacità fisiche inusuali nei giocatori di talento come lui. La nazionale olandese è l’icona calcistica dei cambiamenti che vive in quel tempo il mondo occidentale: la ricerca di nuovi paradigmi di relazione e comportamentali, la voglia di libertà, la ricerca di modalità espressive originali e fuori dagli schemi passano sui campi di gioco attraverso le psichedeliche maglie arancioni indossate da ragazzi che, più che calciatori, sembrano rockstar scese da un palco per fare un po’ di sport tra un concerto, una birra e qualche sigaretta.

Capelli lunghi, fisici asciutti ed eleganti, sguardi fieri, Ruud Krol, Johan Neeskens, Johnny Rep e gli altri ruotano perfettamente intorno alle idee di un rivoluzionario come Cruijff facendo scoprire al mondo un universo calcistico fino ad allora sconosciuto. Quella marea arancione troverà il suo argine solo nella diga opposta dai tedeschi: esteticamente meno avvincenti ma non per questo meno validi, i panzer di Franz Beckenbauer e Gerd Muller già nel primo tempo della finale di Monaco ipotecano la vittoria che suggella un biennio d’oro, portando nella bacheca della Deutscher Fussball Bund la nuova Coppa del Mondo che trova spazio a fianco della Coppa Europea vinta nel 1972 in Belgio.
E l’Italia? Trasferitasi in Germania con stato d’animo opposto a quello che accompagnò gli azzurri in Messico, torna a casa dopo tre partite che chiamano la Federazione a riflettere sulla necessità di un cambio generazionale sul quale fondare una rinascita che di lì a otto anni riporterà gli azzurri sul tetto del mondo.

I RISULTATI
Leggi tutti i risultati del Mondiali di Germania 1974

LE CURIOSITA’

La Coppa FIFA
Dopo l’assegnazione definiva al Brasile della Coppa Rimet, è necessario disporre di un altro trofeo che la FIFA, dopo un apposito concorso, fa realizzare ad uno scultore milanese, Silvio Gazzaniga. La nuova coppa ha un imprinting completamente italiano, dal momento che viene prodotta da un’azienda dell’hinterland di Milano e rappresenta due sportivi stilizzati che sostengono il mondo nel momento della felicità della vittoria. Alta 37 centimetri, dal peso di 6 chili, è costituita d’oro massiccio a 18 carati e, non venendo aggiudicata in via definitiva alla nazione che la vince tre volte, fino ai mondiali del 2038 continuerà ad essere assegnata temporaneamente alla nazione vincitrice della singola edizione del campionato. Perché fino al 2038? Perché in quell’anno sarà rimasto disponibile l’ultimo spazio sotto il basamento dove incidere il nome della nazione vincitrice del mondiale.


Finale senza bandierine
Curioso che proprio in Germania, paese la cui precisione è leggendaria,  l’inizio della finale all’Olympiastadion di Monaco di Baviera venne ritardata di qualche minuto: l’arbitro inglese Taylor fu costretto a posticiparla a causa della mancanza delle bandierine di solito poste agli angoli del campo, rimosse in precedenza per consentire la cerimonia di chiusura della Coppa del Mondo.

Prima il dovere, poi il piacere… anzi no!
Molti tedeschi di una certa età ricorderanno i mondiali del 1974 non solo per la vittoria della loro nazionale ma anche per il fatto che, ad alcuni di loro, in tale occasione venne concessa una riduzione dell’orario scolastico onde permettergli di vedere le partite in televisione. E’ quello che decise il responsabile all’educazione del Land del Baden-Württemberg, probabilmente interessato ai mondiali più dei ragazzi stessi.  

Soccer che passione
Il calcio, oggi, sembra che stia finalmente mettendo solide radici anche negli Stati Uniti. I primi segnali delle potenzialità di espansione del soccer oltreoceano si colsero proprio durante il campionato del mondo del 1974, quando vennero resi noti gli incassi derivanti dalla trasmissione delle dirette delle partite in televisione e nelle sale cinematografiche delle più grandi metropoli americane: quattro milioni di dollari.

Long John
Di quella spedizione poco fortunata per la nazionale italiana faceva parte l’attaccante della Lazio, appena laureatasi Campione d’Italia, Giorgio Chinaglia. In competizione con Anastasi e Boninsegna per la maglia di centravanti titolare, Long John, come veniva affettuosamente soprannominato dai suoi tifosi, si rese protagonista di un episodio che fece scalpore. Nella partita d’esordio degli azzurri, vinta con qualche difficoltà contro la nazionale di Haiti, Chinaglia venne sostituito al 70° per far subentrare Anastasi. L’intento del CT Valcareggi era quello di allargare le maglie della difesa avversaria con un attaccante più mobile ma a Chinaglia questo importava poco: la sua frustrazione lo portò a mandare platealmente a quel paese l’allenatore degli azzurri davanti agli occhi di tutti, alimentando così polemiche a non finire.

Match fixing
Dopo più di quarant’anni, Sandro Mazzola ha fatto luce su un episodio sgradevole che fece parte della breve esperienza azzurra ai mondiali tedeschi: il tentativo di combine azzardato con la Polonia nell’ultima partita del girone eliminatorio, quando ad entrambe le nazionali sarebbe stato sufficiente un pareggio per accedere al turno successivo. Infilatosi nello spogliatoio polacco per parlare in inglese col capitano Deyna, Mazzola propose di arrivare al 2-2 (in quel momento l’Italia era sotto per i due gol segnati da Szarmach e dallo stesso Deyna) in cambio dell’incasso di un’amichevole coi polacchi da organizzare nel nostro paese. L’accordo sembrava raggiunto ma, una volta rientrati in campo, i polacchi continuarono a giocare con la stessa intensità del primo tempo tanto che Capello riuscì a segnare solo l’inutile gol della bandiera a cinque minuti dalla fine.

LA FINALE
All’Olympiastadion di Monaco di Baviera, davanti a 75.000 spettatori, Germania e Olanda si affrontano nel pomeriggio del 7 luglio 1974: è il meglio che possa offrire questa decima edizione della Coppa del Mondo. Cruijff e Beckenbauer, capitani e leader carismatici delle rispettive rappresentative, si scambiano i gagliardetti a centrocampo desiderosi di abbandonare velocemente i convenevoli ed esprimere sul campo capacità e ambizioni. L’inizio è di stampo Oranje: gli olandesi palleggiano a tutto campo per un minuto filato senza che i padroni di casa riescano a intercettarli, fino a quando il Pelè Bianco (questo il soprannome assegnato a Cruijff dal nostro Gianni Brera) viene atterrato in area da Hoeness. Calcio di rigore che Neeskens trasforma con un violento tiro centrale che non lascia scampo a Maier. Sembra l’inizio di un dominio che invece non c’è, perché i tedeschi non sono mai domi e, prese le misure alla partita, cominciano ad attaccare fino ad ottenere il pareggio, frutto anch’esso di un calcio di rigore causato da un intervento di Jansen su Holzenbein: trasforma Breitner spiazzando un incolpevole Jongbloed.

Spinta dal pubblico, la Germania prende in mano l’inerzia della gara e a due minuti dall’intervallo Gerd Muller infila la porta olandese con una girata improvvisa dopo una bella discesa sulla destra di Bonhof. Cruijff non gioca come al solito, asfissiato e innervosito dalla ferrea marcatura di Berti Vogts, e si prende un’ammonizione per eccesso di proteste nei confronti dell’arbitro: è un cattivo segnale confermato dall’andamento della partita nel secondo tempo, quando la marea arancione non riesce mai a mettere seriamente in pericolo la porta di Maier. Anzi, sono i tedeschi ad avvicinarsi al terzo gol: uno viene annullato per fuorigioco a Muller, l’altro potrebbe arrivare da un presunto rigore negato a Holzenbein. A vent’anni dal miracolo di Berna, la Germania Ovest torna a laurearsi campione del mondo.

I PROTAGONISTI

Johan Cruijff – Insieme a Pelè e Maradona, sul podio dei migliori calciatori del ventesimo secolo trova il suo spazio Hendrik Johannes Cruijff, fuoriclasse assoluto dell’Olanda vicecampione del mondo in Germania. In lui si univano tre qualità non sempre compresenti nei grandi giocatori: la classe individuale, la convinzione innata della necessità del gioco collettivo e le capacità fisiche. Ambidestro, veloce, spesso fluttuante tra gli ampi spazi delle fasce laterali e quelli occlusi dell’area di rigore, per lui gli avversari erano poco più che paletti da allenamento da superare con un incedere vorticoso e sincopato, asciutto ed elegante. Esordì in nazionale non ancora ventenne dimostrando immediatamente le sue doti tecniche e caratteriali segnando un gol e rifilando un pugno all’arbitro che ne determinò una squalifica di un anno (poi ridotta). In Germania arrivò probabilmente all’apice di una carriera che arricchì di un palmares incredibile: oltre ai campionati e le coppe nazionali vinti in Olanda e Spagna con le maglie di Ajax, Barcellona e Feyenoord, Cruijff portò i lancieri di Amsterdam ad aggiudicarsi tre Coppe dei Campioni, una Supercoppa Europea e una Coppa Intercontinentale. Fu insignito del Pallone d’Oro nel 1971, nel 1973 e nel 1974 e, a trentasette anni, venne dichiarato miglior giocatore olandese dell’anno, nella sua ultima stagione sul campo. Dopo il ritiro divenne un allenatore altrettanto vincente ma, al di là dei titoli conquistati dalle sue squadre, il segno più evidente della sua grandezza risiede nell’impronta calcistica che è riuscito a dare alla sua seconda patria, la Catalogna: un’eredità culturale dalla quale il Barcellona ancora oggi attinge per imporsi in Spagna e in Europa.

Franz Beckenbauer – Finalmente, alla sua terza (e ultima) partecipazione al campionato mondiale, Kaiser Franz riuscì a raggiungere l’obiettivo che in Inghilterra e in Messico aveva solo sfiorato: la vittoria. Fino a quel momento solo le circostanze avverse gli avevano impedito di sollevare quella coppa che tra le sue mani non poteva che sentirsi a suo agio: nel 1966 la clamorosa svista sul gol fantasma di Hurst e nel 1970 i tempi supplementari con l’Italia che, a causa di un infortunio alla spalla, fu costretto a giocare, stoicamente, con un braccio fasciato. Elegante nel fisico e nel gioco, Beckenbauer spese i primi anni della carriera nel settore intermedio del campo, apprendendo lucidamente le due fasi del gioco. Una volta arretrato sulla linea difensiva, interpretò il ruolo con intelligenza sapendo essere deciso nelle chiusure e capace di impostare il gioco con la medesima efficacia, trasmettendo ai compagni quella sicurezza alla quale il suo soprannome alludeva. Dotato, come Cruijff, di grande personalità, allo stesso modo del capitano olandese vinse trofei su trofei, inclusi due Palloni d’Oro (nel 1972 e nel 1976) e tre Coppe dei Campioni col Bayern Monaco nel triennio 1973-1976. Diventato allenatore, seppe condurre la Germania alla vittoria in un altro stadio Olimpico, quello di Roma, nel 1990: unico, insieme al brasiliano Mario Zagallo, ad aver conquistato il titolo mondiale sia da calciatore che da tecnico.

Giornalista e scrittore, coltiva da sempre due grandi passioni: la letteratura e lo sport, che pratica applicandosi a diverse discipline, su tutte calcio a otto e corsa sulle lunghe distanze. Collabora con case editrici e redazioni giornalistiche ed è opinionista sportivo a Goal di Notte, quarantennale trasmissione calcistica condotta da Michele Plastino.

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