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Sport & Integrazione

Rio 2016, ecco chi sono gli azzurri del Paratriathlon italiano che voleranno in Brasile

Elisa Mariella

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Giovanni Achenza, Michele Ferrarin e Gianni Sasso: eccoli i tre italiani che il prossimo settembre raggiungeranno Rio de Janeiro per gareggiare nelle discipline dei Giochi paralimpici di Triathlon, equivalente dei giochi olimpici per atleti con disabilità fisiche. I loro nomi si aggiungono a quelli dei 16 triathleti di tutto il mondo che parteciperanno alle Olimpiadi brasiliane 2016. La conferma è arrivata dall’ITU (International Triathlon Union), che pochi giorni fa ha diffuso l’elenco degli sportivi selezionati per le qualificazioni. Dopo i due pass maschili portati a casa con orgoglio dall’oro mondiale Ferrarin e dal sardo Giovanni Achenza, il numero tre è Gianni Sasso, classe 1969. Andrà a Rio de Janeiro perché ha voluto superare i limiti, riuscendoci. Ognuno di loro ha un “segno particolare”: Michele nuota con un braccio solo, Giovanni pedala con le mani e Gianni fa sport senza una gamba. Nessuno di loro ha rinunciato alle sue passioni a causa della disabilità, anzi. Per Achenza lo sport è diventato l’inizio di una nuova vita, compagno di viaggio inseparabile, prolungamento del corpo, passione. Non hanno mai pensato – nemmeno per un attimo – di gettare la spugna e lasciarsi andare, adattandosi a un’esistenza “diversa” da quella che fino a quel momento avevano abitato.

Michele Ferrarin. Impiegato, grande sportivo e già appassionato di Triathlon del nuoto, Michele è un ranista tra i migliori del panorama italiano, nella top ten degli anni ‘80 e ’90. Nel 1997 comincia a soffrire per una malattia progressivamente invalidante, l’atrofia muscolare spinale, in realtà diagnosticata solo nel 2008. È il 2011 quando un amico istruttore gli consiglia di gareggiare nel nuoto paralimpico e appena un anno dopo il suo debutto, la FITRI (Federazione Italiana Triathlon) da vita al settore paralimpico: l’atleta veronese gareggia, arrivando agli ori europei. Il 18 settembre 2015 il paratriatleta azzurro conquista a Chicago la medaglia d’Oro nella categoria PT2: con questa vittoria, Ferrarin porta a casa la qualificazione a Rio 2016.

Giovanni Achenza. È il luglio del ’71 quando nasce, in un piccolo paese del nord della Sardegna. Nel 2003 un incidente sul lavoro gli provoca una grave lesione midollare. I primi tempi non sono facili per Giovanni, poi un bel giorno un amico gli parla di un mezzo chiamato “Handbike” e la sua vita cambia direzione. All’inizio l’handbike è un pretesto per qualche passeggiata nelle giornate di sole, insieme alla famiglia. Poi, la scoperta di voler andare oltre: nel 2007 Giovanni inizia la sua avventura sportiva e dopo alcune vittorie in competizioni europee e mondiali, nel 2013 l’atleta sardo decide di mettersi alla prova in altre discipline. Con costanza, impegno e forza riesce ad arrivare sul gradino più alto dei podio nel primo campionato italiano di Paratriathlon (nuoto, handbike e carrozzina olimpica): da qui alle qualificazioni per Rio 2016, è stato un attimo.

Gianni Sasso. Ischia è la sua terra e Gianni ne conosce i colori, i profumi, scorrazza libero per le strade del suo paese. È la primavera del marzo 1986, appena 17 anni: sulla vespa guidata da un amico Sasso è seduto dietro. A un certo punto, l’impatto con una Fiat Uno, fortissimo. “Mi guardai intorno e vidi l’arto, sul suolo. Non ho mai dato un volto all’uomo che ha cambiato la mia vita”, racconta l’atleta azzurro ancora oggi. Calcio, maratone, fino alla scoperta del Triathlon, che gli ha cambiato la vita. Di sé, Sasso ci tiene a precisare di non essere un eroe ma di aver semplicemente sfidato le sue paure. Dopo la qualificazione a Rio, il primo pensiero è per i genitori a cui dedica questo traguardo.

Una grande conquista quella dei tre azzurri, che dal 7 settembre atterreranno in Brasile e inizieranno una nuova avventura. Loro, che dimostrano come lo sport sia spinta alla vita ma soprattutto sinonimo d’integrazione. Nel Triathlon infatti, atleti disabili e normodotati gareggiano insieme e sugli stessi percorsi. Le regole del paratriathlon poi, non sono altro che un adattamento delle regole del Triathlon ai diversi tipi di disabilità. Scopo: quello di valorizzare le capacità individuali.

C’è un momento nella vita di tutti noi in cui ci chiediamo se valga davvero la pena correre, lottare, reinventarsi. Se nel mondo ci sarà mai spazio per noi. Gianni, Michele e Giovanni l’hanno fatto, dimostrando che a volte i limiti sono solo nella nostra testa. Ci hanno creduto, sono andati oltre i limiti del loro corpo, hanno deciso di non rimanere indietro, di darsi una possibilità. Non hanno smesso di correre lungo la strada della vita. Forse perché hanno capito che chi si ferma è perduto. Correre invece, avvicina alla meta. Da loro, si può solo imparare una cosa fondamentale: non mollare mai.

Calcio

St. Pauli: i Pirati tedeschi che giocano contro l’odio

Ettore zanca

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Contro slogan di intolleranza e razzismo o provvedimenti che prendono a calci il buon senso, parlando di panini e mense autorizzate solo per pochi, contro l’autorità che si travisa dietro la legge per fare provvedimenti dubbi, una delle soluzioni sarebbe andare in un quartiere a luci rosse, poi, vedere una partita.
No, non è una boutade, è la realtà.

Ad Amburgo c’è un motto, esistente da sempre in quella che viene definita la Venezia del nord: «I posteri abbiano cura di conservare degnamente la libertà che gli antenati partorirono.». 
Già avete capito che qui la democrazia passeggia libera e anche un po’ libertina. Infatti al suo interno, c’è il covo, o l’alcova di un quartiere a luci rosse, che si confonde con portuali che farebbero arrossire un camallo, per la loro forza espressiva. Una zona in cui poco tempo fa perfino un serial killer era meglio girasse scortato.

Dentro questo ventre, o meglio, monte di Venere della città, alberga una squadra. Il suo nome è St. Pauli FC. Gioca in seconda divisione e fino a poco tempo fa sognava di scontrarsi e battere i cugini dell’Amburgo, famosi per avere un orologio che segnava da sempre il loro non essere mai retrocessi, fino all’anno scorso.

Il St. Pauli non è una squadra trascendentale, si suda salvezze impossibili e spesso con giocatori che si applicano tanto, ma poco ottengono. Eppure l’amore per questa squadra è incondizionato. Intanto perchè è una squadra dichiaratamente antinazista e multirazziale. Non è raro, come quest’anno, trovare sulle loro maglie ricamato anche l’arcobaleno, simbolo di pace e di molto altro. Inoltre sono una a polisportiva che ospita molti ragazzi che stanno lontani dalla strada.

I ragazzi di marrone vestiti però hanno tanti motivi per far battere i cuori dei rudi portuali. Intanto lo stadio e le sue zone limitrofe sono sede di vaste iniziative di creatività, musica pittura, scrittura e arti varie, qui sono bene accette e stimolate.

Poi tutto quanto quello che la squadra decide, viene concertato con i tifosi più rappresentativi, che cercano sempre insieme ai giocatori di organizzare incontri benefici o iniziative a favore delle categorie più deboli e svantaggiate.
Una delle giornate più belle, allo stadio del St.Pauli, si ebbe quando si giocò contro la Lampedusa Hamburg Football Club, nel 2013, una squadra improvvisata di migranti, venuti appunto da Lampedusa e rifugiatisi qui. La partita servì a finanziare acquisti di cibo, coperte e vestiti, inoltre la società cercò attivamente di favorire l’integrazione di chi era arrivato in questo covo di bellissimi pirati del calcio.

Già perchè il simbolo della squadra è la bandiera del Jolly Roger, quella dei pirati, portata per scherzo da alcuni tifosi tanti anni fa e rimasta nella tradizione del club. Inoltre, piccolo particolare, andatevi a vedere le maglie che hanno indossato dal 2014 ad adesso, sono delle meraviglie.

Insomma un posto dove la democrazia non è solo un modo per sciacquarsi la bocca. Già perchè anche a guardare un compagno di squadra a cui passare il pallone, dovremmo ricordare che “compagno”, ha origine dall’etimo del “mettere il pane in comune”, dividerlo.
E perchè forse bisogna ripartire da una forma di bellissima pirateria ribelle e sana, perchè tutto non vada a puttane. E non mi riferisco al quartiere a luci rosse, stavolta.

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Altri Sport

Storia di Ciprian, l’atleta Special Olympics salvato da Madre Teresa di Calcutta

Olympics Italia

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Il 17 Ottobre 1979 veniva assegnato il Premio Nobel per la Pace a Madre Teresa di Calcutta, una donna divenuta Santa per le sue immense opere di carità verso i più poveri e i più sfortunati al mondo. Tra le tante storie che accompagnano la sua vita, c’è quella di Ciprian. Insieme a Special Olympics vi raccontiamo la sua meravigliosa vicenda.

Madre Teresa di Calcutta è stata proclamata santa da Papa Francesco; tra i suo “miracoli” c’è certamente quello di aver salvato la vita a Ciprian, oggi un Atleta Special Olympics.
La sua rinascita ha inizio quando, a Tirgoviste vicino Bucarest, Madre Teresa di Calcutta varcando la soglia di un orfanotrofio, per casi incurabili, con scarse condizioni igieniche e cibo insufficiente, lo prese in braccio e decise di portarlo via con sé, ancora piccolino. Un incontro che, invertendo un destino già segnato, ha aperto le porte ad una nuova vita fatta di attenzioni, cure ed attività di riabilitazione che gli hanno permesso di sentirsi parte di una famiglia e di avere le giuste condizione per poter vivere pienamente.

La nascita
Ciprian è nato in un piovoso giorno di gennaio, durante gli anni della dittatura di Ceausescu. Per i medici è già un miracolo che sia ancora vivo perché le conseguenze del parto si rivelano drammatiche: le ossa del cranio non si saldano, non permettendo un corretto sviluppo del cervello; il neonato è destinato ad andare incontro a seri problemi durante la crescita. Le gravi malformazioni alla nascita e le conseguenti preoccupazioni portano probabilmente la madre ad abbandonarlo.

L’arrivo in Italia
La sua nuova casa diventa, fino a quando non gli viene permesso di arrivare in Italia, l’Istituto delle Suore Missionarie della Carità a Bucarest. Accolto successivamente a Roma in un Convento delle Suore Missionarie, viene sottoposto, al Policlinico Gemelli, a diverse operazioni chirurgiche che riescono a salvargli parte della vista dell’occhio destro. Madre Teresa, negli anni, non si è mai dimenticata di Ciprian al quale, tornando in Italia nel 1993, fa da madrina di battesimo.

Il Serafico, una nuova famiglia
Nel 1995 per il Tribunale dei Minori di Roma Ciprian può essere adottato; le Suore Missionarie si adoperano per trovargli una famiglia ma le sue difficoltà spaventano così tanto che nessuno porta avanti, fino in fondo, l’intenzione di adottarlo. Ad occuparsi di lui nelle vesti di tutore legale, fino ai 15 anni, è una religiosa delle Suore Missionarie della Carità; successivamente si aprono le porte del Serafico di Assisi, centro di riabilitazione e ricerca per ragazzi con disabilità plurime, nonché team Special Olympics. Ciprian soffre di una encefalocele fronto-nasale a suo tempo corretta chirurgicamente con un residuo visivo e un ritardo mentale medio lieve, ma la riabilitazione, le numerose attività svolte, lo sport e l’affetto hanno fatto un vero e proprio miracolo in termini di crescita.

Lo Sport e Special Olympics
Ciprian è un ragazzo simpatico, vitale, sempre allegro; i volontari raccontano “uno straordinario smontatore di oggetti”, che ama conoscere nei dettagli per avere la certezza che ogni pezzetto, anche il più piccolo, ha un ruolo ed è prezioso. Nella struttura di Assisi diventa attore negli spettacoli del laboratorio teatrale, pittore al laboratorio grafico e un grande sportivo.
Partecipa ai primi Giochi Nazionali Special Olympics, nel 2007 a Lodi, dove conquista le sue prime medaglie, entrambe d’oro nei 100 metri e nel salto in alto; da lì un percorso di crescita continua la strada da fare è ancora lunga ma Ciprian non ha paura, ha già dimostrato a se stesso di avere una gran voglia di continuare a correre.

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Calcio

Fasce e lacci arcobaleno, ma il Calcio resta ancora uno sport omofobo

Matteo Luciani

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Il 14 Ottobre 1979 negli Stati Uniti, a Washington, si svolse la prima marcia per i diritti LGBT. A distanza di anni le cose sono migliorate, ma grandi problemi rimangono palesemente. Anche lo Sport soffre le stesse criticità. In particolare il calcio, dove è quasi impossibile mostrarsi per quello che si è.

Novembre 2016: i capitani delle squadre della Premier League indossano fasce color arcobaleno mentre tutti i calciatori scendono in campo con i lacci delle scarpe dello stesso tipo. La ragione? Tutto ciò è parte integrante della campagna anti-omofobia ‘Rainbow Laces’ promossa dall’organizzazione Stonewall.

L’evento viene visto dai media come un grande passo per uno sport spesso ritenuto reticente nei confronti delle comunità LGBT; ma lacci e fasce arcobaleno sono veramente un segno tangibile di progresso nel trasformare il calcio in uno spazio in cui i giocatori LGBT si sentano liberi di esprimere la propria sessualità anche in pubblico?

Francamente, no.

È piuttosto singolare, infatti, che soltanto un ex atleta della Premier League, passato pure in Serie A per una fugace apparizione con la maglia della Lazio, il tedesco Thomas Hitzlsperger, abbia ufficialmente fatto coming out (peraltro, soltanto a carriera conclusa) quando il 2% della popolazione maschile britannica oggi si identifica come gay e si è a conoscenza del fatto che oltre 500 giocatori della Premier League, tra passato e presente, sono omosessuali.

Hitzlsperger affermò, riguardo alla sua dichiarazione pubblica, di essersi ispirato a quanto fatto dal cestista John Amaechi, dal tuffatore Tom Daley, dalla stella gallese di rugby Gareth Thomas e dall’ex calciatore di Leeds United e LA Galaxy Robbie Rogers; il tedesco spiegò pure di sperare che il proprio gesto potesse aiutare altri colleghi a fare lo stesso.

Parole, purtroppo, poco utili se si pensa che addirittura il presidente della FA, Clarke, non certo il primo venuto, ha recentemente dichiarato che sarebbe “impossibile” per un giocatore attuale fare coming out poiché la lega non sarebbe in grado di proteggerlo a sufficienza dagli attacchi esterni di tifosi avversari.

Di certo, il precedente dell’ex attaccante del Norwich City e del Nottingham Forest, Justin Fashanu (peraltro, il primo calciatore di colore ad essere pagato un milione di sterline nel calcio inglese), in tal senso, ha segnato un profondo solco.

Fashanu, uscito allo scoperto nel 1990, decise di porre fine alla sua vita soltanto otto anni dopo a causa degli enormi problemi (lavorativi e non) che il suo coming out gli aveva creato.

Presso il già citato ‘Rainbow Laces Summit’, diversi atleti britannici si sono riuniti per discutere sul modo in cui poter aiutare la comunità LGBT nel mondo dello sport.

Due stelle dell’hockey britannico, Kate e Helen Richardson-Walsh, regolarmente sposate, sono intervenute, così come il rugbista Keegan Hirst.

A quanto pare, soltanto il calcio è rimasto così indietro sull’argomento.

In tal senso, durante il vertice, il presidente Clarke, ha dichiarato che il calcio è “due decenni indietro” rispetto alla possibilità di diventare oggi un posto sereno anche per gli omosessuali.

Clarke ha affermato che sta tentando di parlare con molti calciatori gay del mondo inglese, in merito alla chance di effettuare il coming out, ma che, tuttavia, nessuno si sente veramente tranquillo all’idea.

Mancherà ancora molto, in Inghilterra e non, per rendere anche il calcio uno sport più civile?

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