Connettiti con noi

Calcio

Rigopiano: quando il calcio fa la morale ma non si ferma con morti, terremoti e valanghe

Simone Meloni

Published

on

In fondo a nessuno interessa fare la morale al calcio. Perché il calcio la morale non ce l’ha. Lo sappiamo noi, lo sanno loro e lo sanno pure i soloni che riempiono le loro pagine di inchiostro per raccontare con virgulto entusiasmo uno sport troppo spesso contraffatto, marcio fino al midollo e simbolo estremo (ai massimi livelli) di disparità sociale e discriminazione. Ma dal calcio si pretenderebbe quanto meno buon senso. Quello sì. E non tanto per il presunto compito sociologico che dovrebbe svolgere (l’opera sociale il pallone la compie nelle strade, nelle curve degli stadi, nei campetti di periferia e via dicendo) quanto per un buon costume che dalla notte dei tempi avvolge (dovrebbe avvolgere, mi correggo) gli eventi nefasti dell’umanità.

Dici Pescara in questi giorni e di riflesso pensi a una regione devastata nel territorio come nell’anima. Lei dopo altre. Lei assieme ad altre. Loro, quelli del Centro Italia. Il cuore del Belpaese che dallo scorso agosto non conosce pace. Straziato, dilaniato e stuprato nella sua più linda intimità. Quell’Abruzzo dalle verdi vallate, dal mare blu e dalla neve bianca. Quella neve che in questi giorni è diventata un tutt’uno con la parola “morte”. Anche se non è lei ad esserne la prima artefice. Anche se lei è caduta da sempre sulle cime imperiose e monumentali del Gran Sasso d’Italia. Un orgoglio a cui nessun abruzzese rinuncerebbe.

Dici Pescara e, nel tornare bruscamente al cuore del pezzo, pensi alla sua squadra. Una stagione travagliata e nera. Ironia della sorte in pieno concerto con il destino della sua regione. Un Pescara affranto, ultimo e con un piede in Serie B. Un Pescara chiamato ad affrontare il Sassuolo nella domenica successiva al disastro di Rigopiano. Alle quattro scosse di terremoto del 18 gennaio. Con il terrore ancora stampato negli occhi della gente, con gli elicotteri dei soccorsi a fare la spola tra la città che fu di Gabriele D’Annunzio e il luogo dove qualcuno ha già conosciuto la morte, mentre altri sono ancora imprigionati sotto a cumuli di ghiaccio. Eppure si giocherà.

Sì, esattamente come lo scorso 27 ottobre. Ventiquattro ore dopo i terribili eventi sismici che hanno colpito il Centro Italia la gara tra i biancazzurri e l’Atalanta si gioca senza problemi. Nessuno, salvo i tifosi che lo stadio lo debbono occupare fisicamente, muove dubbi o critiche in merito alla scelta. E puntualmente la terra trema. In tanti scappano e il match viene sospeso per due minuti. Ma l’arbitro Guida fa riprendere. Come nulla fosse. Come se il terremoto non ci fosse mai stato, come se la paura collettiva ormai diffusa fosse soltanto un capriccio di chi non vuol proprio abituarsi a qualche piccolo movimento della terra. The show must go on.

Curioso, tuttavia, che sempre una gara del Pescara, quella contro la Fiorentina dell’8 gennaio, venga rinviata per neve e ghiaccio. Benché, come attestano alcune foto e diverse testimonianze, le condizioni del campo siano abbastanza buone e quelle degli spalti e dell’antistadio caratterizzate da una coltre di ghiaccio che non risulterebbe tale da giustificare il rinvio. Eppure il Prefetto ratifica la decisione del Gos per ordine pubblico. Un eccesso di zelo, motivato dall’incolumità per gli spettatori, che sarebbe persino apprezzabile senza gli episodi di cui sopra, che di contro lo rendono alquanto ridicolo. Un eccesso di zelo che invece manda su tutte le furie proprio i tifosi, che la partita vogliono vederla e che ricordano bene la scrollata di spalle del “sistema calcio” di fronte a un pericolo quanto meno simile e potenzialmente maggiore, come quello di trovarsi dentro l’impianto durante un sisma.

[foogallery id=”12725″]

Il calcio non deve dare lezione di moralità, come detto, ma può quanto meno una logica aderente al buon senso. Sì, è vero, da un sistema che avalla e accetta divieti per i propri tifosi in base alla residenza geografica e che ormai da anni si è asservito spudoratamente alle televisioni, anche questa è forse una pretesa vana e utopica. Ma ci si chiede quale sia il senso di trasmettere speciali e live di 24 ore sulle tragedie se poi neanche si riesce a far rinviare una partita di calcio nel rispetto di un popolo martoriato dalla natura e, inutile negarlo, dall’incuria, la negligenza e la malignità arrivista dell’uomo.

Marco era allo stadio domenica ed è emblematico leggere il suo racconto per farsi un’idea ben diversa dal sinistro silenzio che spesso si utilizza a margine di queste vicende: “In città al momento in cui è arrivata la notizia della valanga il clima si è fatto subito di estrema ansia – racconta -. Rigopiano è un tradizionale luogo di ritrovo a Pasquetta e Ferragosto, per cui un po’ tutti a Pescara lo conoscono. Così come tutti conoscono la struttura. Aggiungiamo anche il fatto che mezza provincia di Teramo, mezza di Pescara (ma anche di più) e mezza di Chieti sono rimaste isolate: senza luce e senz’acqua. Penso che solo questo sarebbe dovuto bastare per rinviare la partita. Peraltro – continua – la Pescara Calcio era stata sull’albergo per alcune iniziative quest’estate. La dirigenza e Oddo stesso conoscevano bene il proprietario, che è tutt’ora disperso, tanto è vero che dopo la partita il tecnico, la società e anche il Sassuolo hanno chiaramente detto che la gara non avrebbe dovuto disputarsi”.

Si gioca quindi, ma per il pubblico non si tratta di una partita normale: “Sabato i ragazzi della curva sono andati ad Atri e Manoppello per spalare la neve – dice –  e quindi hanno toccato con mano la situazione. Sta di fatto che la Nord decide di non tifare, nella consapevolezza che non ci sono le condizioni per farlo come se niente fosse, con tutto quello che è successo a 50 chilometri dalla città. Dopo esser stati nei due giorni precedenti con il costante rumore degli elicotteri che si levavano in volo nelle orecchie. Un qualcosa di angosciante. Si entra allo stadio in una giornata grigia e piovigginosa, in un clima di mestizia non dovuto solamente alla situazione della squadra. Non c’è musica a intrattenere nel pre partita, né messaggi pubblicitari. Per la prima volta nemmeno mi rendo conto dell’ingresso in campo delle squadre perché non parte l’inno con la solita sciarpata. Gli unici che evidentemente non capiscono la situazione – sottolinea –  sono quelli della Lega Calcio che mandano il loro inno come se niente fosse. Per fortuna il dj dello stadio tiene il volume basso invece di spararlo come al solito”.

Neanche l’ennesima debacle riesce a infiammare gli spettatori: “Le due squadre si dispongono a centrocampo e c’è un minuto di silenzio, nel frattempo si sente un elicottero alzarsi in volto, a sottolineare ancor più il clima surreale in cui si gioca. Inizia la partita e mentre la curva rimane in silenzio nei Distinti parte una rumorosa contestazione nei confronti di Aquilani, aggravata anche dall’immediato svantaggio. La Nord ricorda a tutti il perché si stia in silenzio e in effetti la contestazione si placa, tanto che anche a fine primo tempo non c’è l’uragano di fischi che in una situazione normale ci sarebbe stato. Nel secondo tempo il Pescara pareggia e la curva alza uno striscione accompagnato da un paio di cori. Ovviamente il tema è sempre quello relativo al cataclisma. Per il resto silenzio assoluto acuito anche dalla pesante sconfitta per 3-1. Dopo il triplice fischio la pioggia sembra pesare il doppio e non solo per un fattore sportivo”.

Tenendosi ben distanti da termini scandalistici e titoli isterici per catturare lettori, e con il dovuto raziocinio, bisogna chiedersi perché questo calcio (e tutto il circo che gli ruota attorno) sia così solerte e integerrimo nei confronti di qualche coro politicamente scorretto o di una contestazione nei confronti di una squadra ultima ma al contempo possa sparare il suo obbrobrioso inno addosso ai morti accertati e alla tragedia in corso? È vero che la vita deve continuare e la sovraesposizione mediatica di taluni avvenimenti rappresenta sovente una vera e propria polpetta avvelenata per un popolo troppo incline alla nevrosi di massa, ma è altrettanto vero che questo metro di giudizio allora andrebbe quanto meno essere usato sempre, e comunque con un certo tatto.

Il calcio non sa e non vuole fermarsi, è ormai fuori di dubbio. Lo abbiamo visto in tutti i modi negli ultimi anni. Dai fischi d’inizio inosservanti e menefreghisti di fronte alla morte di ragazzi uccisi in autostrada mentre si recavano a Milano per seguire la propria squadra (Gabriele Sandri) a quelli altrettanto incuranti della morte accidentale di un altro ragazzo sempre sull’autostrada (Matteo Bagnaresi). Passando per le numerose calamità naturali ed eventi luttuosi per la società.

Ma in fondo è soltanto lo specchio di un Paese dove la morte e la sofferenza sono la miglior ricetta per calamitare di fronte allo schermo milioni di spettatori. Un Paese dove si piange sempre dopo invece di lavorare per evitare il “prima”. Un Paese al quale fondamentalmente piace la retorica del caso, perché fa molto nazional popolare e sa tramutarsi nella favoletta da raccontare ai bambini la sera nei loro letti. Lo stesso Paese che non solo non ha rispetto per i morti che spesso produce ma non manca di offenderli e utilizzarli al fine di scopi propagandistici. Salvo pretendere una linea moralmente ineffabile da parte dei tifosi. Gli stessi ai quali propina uno show con elicotteri e soccorsi che tristemente si affannano a pochi chilometri.

 

Calcio

Truffe e affini: quando lo Sportivo è vittima di raggiro

Emanuele Sabatino

Published

on

Il detto parla di gallina dalle uova d’oro ma se ribaltiamo il sesso possiamo tranquillamente parlare del pollo dalle uova d’oro. Il pollo in questione è il calciatore, o atleta di successo in generale, spesso miliardario in giovane età, improvvisamente o quasi, contornato da persone che gli vogliono bene ma anche da falsi cortesi che salgono sul carro del vincitore, di chi nella vita ce l’ha fatta e ha un bel po’ di grana. Indifeso e sprovveduto corre spesso il rischio di fidarsi troppo buttando alle ortiche gran parte della propria fortuna monetaria. Di seguito una carrellata di casi in cui i poveri atleti sono stati vittime di truffe e raggiri più un paio di chicche extra.

ALESSANDRO GAMBERINI

Ultimo in ordine cronologico la truffa ai danni dell’ex giocatore della Fiorentina Alessandro Gamberini che sarebbe stato raggirato da due suoi ex amici di Prato ed un banchiere per una cifra intorno al milione e seicento mila euro. Gamberini credeva di aver investito 1 milione di euro in un fondo obbligazionario al 3% (era scontento della gestione della banca precedente che gli fruttava solo lo 0,7% annuo), rivelatosi inesistente, e gli altri 620.000 in una fideiussione che non si ricordava neanche di aver firmato. Questi soldi sono stati usati dai due truffatori per coprire i loro debiti e comprare delle case. Ora dopo la deposizione in tribunale è in attesa che la giustizia faccia il suo corso.

MACCHINE PAGATE E MAI ACQUISTATE

Cosa hanno in comune Mexes, Ferrari, Zotti e Vucinic? Oltre ad aver militato nella Roma, gli stessi sono stati truffati da un concessionario della capitale che vendeva le auto, incassava i soldi ma non era in grado di fare il passaggio di proprietà perché queste ultime non erano di proprietà del concessionario ma in leasing. Scoperta fatta dalle forze dell’ordine in seguito alla denuncia di uno dei tanti comuni cittadini raggirati.

QUELLA PORSCHE FANTASMA

Stessa città, Roma, sempre una concessionaria. Sorte malevole è toccata anche ai calciatori Giorgio Venturin ed Andrea Silenzi che hanno comprato una porsche da 200 mila euro ma che non hanno mai visto dal vivo. Per loro una doppia beffa: oltre a non guidare mai la supercar anche l’archiviazione del caso da parte del giudice e addio soldi.

IL MADOFF DEI PARIOLI

Vittime del più classico degli schema Ponzi sono stati i due calciatori ex Roma Stefano Desideri e Ruggero Rizzitelli che hanno mal riposto i loro soldi nella mani (bucate) di Gianfranco Lande detto “Il Madoff dei Parioli”. Garantiva investimenti con ritorni incredibili nel corto-medio termine e riusciva a pagare tutti fintanto che riusciva a portare soldi nuovi dentro il suo schema. Una volta saturo è scappato con la cassa. Rizzitelli ha perso circa 3 milioni di euro. Lande è stato condannato a 5 anni e mezzo di carcere, già scontati, per un ammontare di soldi rubati pari a 170 milioni di euro ma c’è chi giura siano molti di più.

MAMMA HO PERSO L’AEREO

Dall’erba al parquet il discorso non cambia. Anche un grande campione come Scottie Pippen è stato truffato alla grande. L’ex stella degli imbattibili Bulls di MJ ha comprato un aereo, rivelatosi poi rotto, per 4 milioni di dollari. Oltre il danno anche la beffa: per riparare ha dovuto spendere un milione di dollari aggiuntivo.

SE TI TRUFFA ANCHE LO STATO

Quante volte abbiamo sentito parlare della Spagna come il paradiso fiscale per i giocatori che lì pagavano meno tasse? Fu proprio Galliani a dire anni fa, prima che la situazione cambiasse, che non c’era partita perché la fiscalità spagnola a parità di offerta era sempre la metà preferita dai calciatori.

In Spagna però le cose sono cambiate ed i calciatori che pagano in Spagna il 50% di tasse, una volta venduti all’estero e cambiando la residenza fiscale abbattono l’aliquota fino al 20%. La differenza deve tornare nelle casse dei contribuenti. Non è stato così però per alcuni calciatori come ad esempio Sahin ai tempo del Real, Salvio con l’Atletico Madrid e Zapata con il Villarreal che una volta cambiato squadra e lasciata la Spagna non hanno ricevuto nulla. Dove finivano i soldi? Su un conto off-shore intestato ad un’ispettrice del dipartimento fiscale spagnolo. Il piano era perfetto perché in teoria i calciatori ignari del vantaggio fiscale non avrebbero mai preteso la cifra. Peccato per lei che alcuni calciatori sono sprovveduti ma altri si affidano a fior di professionisti per pagare meno tasse e avere vantaggi economici in continuazione (come il trasferimento di Ronaldo alla Juve).

TRUFFARE UNA FEDERAZIONE

Dovrebbe vincere il premio di truffatore del millennio. Il personaggio in questione è Wilson Perumal ora in carcere ma prima una delle persone più potenti ed influenti del calcioscommesse mondiale. Cosa faceva? Organizzava finte amichevoli tra nazionali comprando le divise e raccattando le persone per strada. Così da far uscire risultati clamorosi e scommettendoci sopra. Come è stato scoperto? Grazie ai suoi agganci organizzò a Manama un’amichevole tra Bahrein e Togo. Il Togo era una nazionale forte perché annoverava tra le sue fila Adebayor mentre il Bahrein era una squadra modesta. Quote stra-sbilanciate a favore dei togolesi che però persero 3-0. Il perché è da ricercarsi proprio nel fatto che chi vestiva la maglia della nazionale togolese erano dei figuranti. Mentre in Bahrein festeggiavano la vittoria, il ministro dello Sport del Togo lesse sul giornale di quella partita e incredulo scrisse una lettera alla Fifa: la nazionale, quella vera, era impegnata in Botswana nelle qualificazioni della Coppa d’ Africa.

Continua a leggere

Calcio

Il Derby delle due Tirano e il Regio Decreto 28 giugno 1863

Francesco Beltrami

Published

on

Come anticipato qualche settimana fa, presentandovi il nuovo campionato unico Seconda e Terza Categoria della provincia di Sondrio, abbiamo approfittato di uno dei frequenti viaggi di famiglia in Valtellina, per andare a vedere una partita di questo particolare campionato, e riprendere le nostre cronache dal calcio minore. Non una partita qualunque tra l’altro, ma un derby che non credo abbia un nome, ma che mi verrebbe di chiamare Derby delle Due Tirano. Un po’ di storia.

Tirano è una cittadina di 9.000 abitanti in Alta Valle. Importante crocevia con la vicinissima Svizzera,  famosa per il Santuario della Madonna di Tirano e per essere capolinea di ben due ferrovie, quella nazionale sulla linea Milano-Lecco-Tirano e del cosiddetto Trenino Rosso del Bernina, linea elvetica di alta montagna che attraverso il Passo del Bernina raggiunge Saint Moritz. Il Trenino Rosso è da qualche anno patrimonio dell’umanità dell’Unesco e Tirano oltre che capolinea è l’unica stazione in territorio italiano.

La squadra calcistica di Tirano è la US Tiranese, attualmente in Seconda Categoria, con qualche trascorso in categorie superiori, una stagione in Promozione quando era quarta serie nell’immediato dopoguerra come livello più alto raggiunto.

Villa di Tirano invece di abitanti ne ha 3.000 e non è e non è mai stato una frazione di Tirano. E’ un comune autonomo confinante e transitando lungo la Strada Statale 38, la famosa via del Passo dello Stelvio, si attraversa, andando in direzione Nord prima Villa, poi ci si trova a Tirano senza quasi accorgersene visto che ormai tra gli abitati non c’è più alcuna separazione. Fino al 1863 Villa di Tirano era solo Villa, con le sue undici frazioni. Poi, con l’unità d’Italia sorse il problema che di località chiamate Villa ce n’erano troppe e un Regio Decreto del 28 giugno 1863 stabilì di aggiungere un determinativo. Villa del mandamento di Chiavenna divenne Villa di Chiavenna e Villa del mandamento di Tirano divenne Villa di Tirano. Percorrendo la statale 38 prima ancora di Villa, ma questa è un’altra storia e tra l’altro l’abbiamo già raccontata, si attraversa un altro comune, quello di Bianzone, patria del primo oro olimpico invernale italiano, Nino Bibbia che vinse la prova dello skeleton a Saint Moritz nel 1948. Torniamo al calcio.

 

La squadra locale è la sezione calcio Polisportiva Villa, associazione che si occupa di molti sport e anche collabora all’organizzazione di feste e sagre come la ormai trentennale Sagra dell’Uva e della Mela, motivo per cui eravamo in Valle lo scorso week-end. La squadra milita in terza categoria e gioca nello stadio di Stazzona, una delle undici frazioni, probabilmente quella in cui ci furono in epoca remota i primi insediamenti, in riva all’Adda dalla parte opposta della 38. Risalendo il fiume lungo la strada locale che attraversa vigneti e meleti si arriva al Comunale di Tirano, casa della US Tiranese.

Il Derby, reso possibile dalla fusione dei due campionati, non si giocava da oltre dieci anni, ed era dunque attesissimo, anche se la concomitanza con la Sagra della Mela a Villa e con la Corsa del Sole a Tirano oltre al non grande seguito che il calcio di provincia ha ormai in questi tempi in cui le TV offrono Ronaldo, Messi e compagnia in alta definizione tutti i giorni a tutte le ore, ha fatto sì che al Comunale di Tirano arrivassero non più di un centinaio di persone.

 

Zona tutta dedicata allo sport quella dove sorge il Comunale, campi da tennis, piscine, stadio, che confina a sua volta con il poligono di tiro, da cui per tutta la partita è arrivato l’assordante rumore di fucilate e pistolettate. L’esterno si presenta da impianto di una certa importanza, doppia biglietteria divisa da una parete su cui è dipinto lo stemma della US Tiranese. Come sempre vado in incognito, pago i miei 5 euro di biglietto ed entro, circa venti minuti prima dell’inizio. Il campo è in erba sintetica, la tribuna coperta. Lavori effettuati una decina d’anni fa con un notevole esborso economico, oltre 500.000 euro trovo su articoli di siti locali. I seggiolini singoli sui cinque gradoni della tribuna sembrano precedenti, a un rapido conteggio sono circa 350 il che fa pensare che in periodi antecedenti, quando ci si sedeva direttamente sul cemento, la struttura potesse arrivare ad ospitare quasi 500 spettatori.

Le squadre terminano il riscaldamento e qualche sostenitore inizia ad arrivare. Ci sono parenti e amici dei giocatori, diverse sorridenti fidanzate e qualche immancabile anziano che probabilmente vede calcio da una sessantina d’anni. Anche tre asinelli che guardano da un terreno confinate, insieme al loro proprietario e ad alcuni ragazzini. Si comincia. La Tiranese è nettamente favorita, ma nei derby non si può mai dire. Infatti la Polisportiva Villa regge tutto il primo tempo e al trentottesimo va addirittura in vantaggio con un tiro da fuori di Acquistapace. Passano cinque minuti e la Tiranese, punta sul vivo arriva al pareggio, grazie a un’autorete di Fiorina. Un minuto e con un altro tiro dalla distanza il Villa torna avanti con Bruga e va al riposo sorprendentemente in vantaggio.

In tribuna le fidanzate chiacchierano tra loro, lo stesso fanno gli anziani. Uno sostiene che un certo giocatore della Tiranese debba essere sostituito immediatamente perché non in grado di controllare la palla. Poi confida all’amico di aver mangiato la sera prima la crostata di frutta. – E il diabete? . Gli domanda subito l’altro. – E’ andato a 165! Ma per una volta…- Il discorso torna al calcio.

La ripresa è un assedio, dopo venti minuti la Tiranese ha l’opportunità di pareggiare grazie a un calcio di rigore, ma il portiere Zubiani del Villa si supera e devia in corner. L’assalto dei padroni di casa continua, gli ospiti si difendono come possono, qualche fallo in più ma il clima resta sostanzialmente sereno. Lunghissimo il recupero, poi il fischio finale e la festa dei giocatori della Polisportiva può iniziare. Per loro è un successo che vale quasi una stagione. In casa della Tiranese c’è tristezza, un ragazzo delle giovanili, sul campo come raccattapalle, si sfoga attraverso la recinzione col padre: – Che vergogna! Abbiamo perso con quelli del Villa!-

E’ il fascino del calcio più vero, della provincia più lontana, ai piedi delle grandi montagne. Che nessuna sigla CR7 trasmessa da TV certificate da altre sigle come HD o SuperHD, potrà mai avere.

 

 

Continua a leggere

Calcio

St. Pauli: i Pirati tedeschi che giocano contro l’odio

Ettore zanca

Published

on

Contro slogan di intolleranza e razzismo o provvedimenti che prendono a calci il buon senso, parlando di panini e mense autorizzate solo per pochi, contro l’autorità che si travisa dietro la legge per fare provvedimenti dubbi, una delle soluzioni sarebbe andare in un quartiere a luci rosse, poi, vedere una partita.
No, non è una boutade, è la realtà.

Ad Amburgo c’è un motto, esistente da sempre in quella che viene definita la Venezia del nord: «I posteri abbiano cura di conservare degnamente la libertà che gli antenati partorirono.». 
Già avete capito che qui la democrazia passeggia libera e anche un po’ libertina. Infatti al suo interno, c’è il covo, o l’alcova di un quartiere a luci rosse, che si confonde con portuali che farebbero arrossire un camallo, per la loro forza espressiva. Una zona in cui poco tempo fa perfino un serial killer era meglio girasse scortato.

Dentro questo ventre, o meglio, monte di Venere della città, alberga una squadra. Il suo nome è St. Pauli FC. Gioca in seconda divisione e fino a poco tempo fa sognava di scontrarsi e battere i cugini dell’Amburgo, famosi per avere un orologio che segnava da sempre il loro non essere mai retrocessi, fino all’anno scorso.

Il St. Pauli non è una squadra trascendentale, si suda salvezze impossibili e spesso con giocatori che si applicano tanto, ma poco ottengono. Eppure l’amore per questa squadra è incondizionato. Intanto perchè è una squadra dichiaratamente antinazista e multirazziale. Non è raro, come quest’anno, trovare sulle loro maglie ricamato anche l’arcobaleno, simbolo di pace e di molto altro. Inoltre sono una a polisportiva che ospita molti ragazzi che stanno lontani dalla strada.

I ragazzi di marrone vestiti però hanno tanti motivi per far battere i cuori dei rudi portuali. Intanto lo stadio e le sue zone limitrofe sono sede di vaste iniziative di creatività, musica pittura, scrittura e arti varie, qui sono bene accette e stimolate.

Poi tutto quanto quello che la squadra decide, viene concertato con i tifosi più rappresentativi, che cercano sempre insieme ai giocatori di organizzare incontri benefici o iniziative a favore delle categorie più deboli e svantaggiate.
Una delle giornate più belle, allo stadio del St.Pauli, si ebbe quando si giocò contro la Lampedusa Hamburg Football Club, nel 2013, una squadra improvvisata di migranti, venuti appunto da Lampedusa e rifugiatisi qui. La partita servì a finanziare acquisti di cibo, coperte e vestiti, inoltre la società cercò attivamente di favorire l’integrazione di chi era arrivato in questo covo di bellissimi pirati del calcio.

Già perchè il simbolo della squadra è la bandiera del Jolly Roger, quella dei pirati, portata per scherzo da alcuni tifosi tanti anni fa e rimasta nella tradizione del club. Inoltre, piccolo particolare, andatevi a vedere le maglie che hanno indossato dal 2014 ad adesso, sono delle meraviglie.

Insomma un posto dove la democrazia non è solo un modo per sciacquarsi la bocca. Già perchè anche a guardare un compagno di squadra a cui passare il pallone, dovremmo ricordare che “compagno”, ha origine dall’etimo del “mettere il pane in comune”, dividerlo.
E perchè forse bisogna ripartire da una forma di bellissima pirateria ribelle e sana, perchè tutto non vada a puttane. E non mi riferisco al quartiere a luci rosse, stavolta.

Continua a leggere

Trending

Copyright Io Gioco Pulito srls | Mail: redazione@iogiocopulito.it | Direttore Responsabile Antonio Padellaro | Sito web realizzato da Why Not Web Communication