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Riccardo Cucchi: “Berlino il ricordo più bello. Maradona un dio in terra. E occhio all’Italia di Conte”

Matteo Luciani

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Una stagione ricca di emozioni appena conclusa ed un’estate che, comunque, non lascerà delusi i tanti appassionati di calcio visto l’imminente inizio di Europei e Copa America. Di questo e molto altro abbiamo parlato con Riccardo Cucchi, storica voce di Tutto il Calcio Minuto per Minuto, radiocronista Rai dal 1979, gentilmente concessosi ai microfoni di Io Gioco Pulito.

Qual è stata la partita più emozionante raccontata?

In questo caso si tratta di una risposta semplice perché capita a pochi nella vita di gridare ‘Campioni del Mondo’ commentando una partita di calcio della nostra Nazionale. Ho avuto l’enorme fortuna di raccontare Italia-Francia quella sera a Berlino e se penso che prima di me soltanto due mostri sacri come Carosio, per due volte, ed Ameri ce l’avevano fatta mi viene ancora oggi la pelle d’oca; mi viene anche da pensare ad un’istituzione come Sandro Ciotti, che non ebbe la mia stessa fortuna raccontando quell’Italia-Brasile del 1994 a Pasadena, che sappiamo tutti come andò a finire, e mi ritengo davvero un privilegiato. E’ stato il momento più bello della mia lunga carriera, sicuramente, ma anche uno dei migliori della mia vita. Ricordo bene di aver passato la notte successiva a vagare insonne per le vie della capitale tedesca a mangiare ciò che trovavo per strada nei piccoli negozi di cibo turco poiché proprio non riuscivo a prendere sonno a causa dell’adrenalina. Una nottata insonne prima di tornare, al mattino seguente, di nuovo in diretta radiofonica per rivivere tutte le emozioni della serata appena trascorsa.

Il calciatore più impressionante ammirato dal vivo?

Anche in questa circostanza, non ho alcun dubbio: Diego Armando Maradona. Ho ancora negli occhi le sue giocate e sono convinto che non mi capiterà più di rivedere un talento simile calcare i campi da gioco. Vederlo giocare allo stadio, dal vivo, era semplicemente incredibile. Ho un aneddoto, in particolare, che non dimenticherò mai. Ero allo stadio Giuseppe Sinigaglia di Como per raccontare un Como-Napoli di fine anni Ottanta. L’impianto della cittadina lombarda permette di assistere, in postazione, molto da vicino alle partite rispetto a grandi stadi come il San Paolo o l’Olimpico; la partita non fu esaltante dal punto di vista tecnico tra le due formazioni ma avere a pochi metri dai miei occhi Maradona fu uno spettacolo eccezionale. Non era un grande atleta, come sappiamo, ma in campo aveva una capacità di trasformarsi a dir poco memorabile. Soltanto ammirare i solchi che scavava sull’erba quando controllava la sfera oppure aspettare con ansia la prossima mossa una volta che aveva il pallone tra i piedi era emozione pura. Quando Maradona prendeva palla, era come se arrivasse dall’alto un soffio sul suo sinistro da parte di un ente divino superiore. A mio parere è stato il più grande di tutti i tempi; purtroppo non ho avuto la fortuna di ammirare dal vivo anche Pelé, tuttavia ciò che ho visto fare a Maradona penso che difficilmente potrò raccontarlo di nuovo. In 37 anni di carriera, mai visto uno pari al suo livello né prima né dopo di lui. Piovevano emozioni grandi anche solo quando correva o controllava il pallone.

Tempo di bilanci per il massimo campionato italiano. Quale squadra di Serie A l’ha colpita maggiormente? Si aspettava il ritorno così prepotente della Juventus dopo il brutto avvio?

La squadra che più mi ha colpito è stata il Sassuolo. Devo dire che personalmente ero tutt’altro che convinto che il progetto tecnico dei neroverdi potesse arrivare a un risultato così importante, pur essendo nelle prospettive del Presidente Squinzi e della società intera visto lo sforzo economico operato dai vertici del club. Ero dubbioso sul percorso della squadra di Di Francesco a certi livelli anche in considerazione del bacino di utenza, che purtroppo nel calcio odierno conta tantissimo, del Sassuolo. Si tratta di una realtà di provincia ma nonostante ciò è riuscita a raggiungere un risultato incredibile approfittando anche dei fallimenti stagionali di varie altre squadre. Avendolo visto all’opera più volte, posso ora affermare che si tratta di un progetto realistico e sono fermamente convinto che possa addirittura migliorare, magari raggiungendo quella Top 5 del calcio italiano tanto desiderata dal patron Squinzi. Riguardo alla Juve, sinceramente credo di essere stato tra i pochi a pensare che le difficoltà iniziali dei bianconeri fossero assolutamente normali. Ritenevo la squadra bianconera molto forte e ben dotata tecnicamente anche dopo il -11 dalla vetta arrivato ad Ottobre dello scorso anno. A mio parere, infatti, l’inizio disastroso era soltanto una conseguenza dei grandi cambiamenti dovuti all’uscita di giocatori come Pirlo, Tevez e Vidal. Tutto ciò, infatti, ha imposto alla squadra ed al tecnico Allegri tempi più lunghi per rimettere tutto a posto. C’era bisogno di conoscersi tra compagni di squadra nuovi e di amalgamare al meglio gli elementi posseduti da parte dell’allenatore livornese. Ero però veramente convinto che ce l’avrebbero fatta a rientrare almeno in corsa. Quello che non mi aspettavo, magari, è il distacco così largo con cui la Juventus è poi arrivata a trionfare in campionato. Pensavo ad un testa a testa con il Napoli. Decisivo oltre misura, evidentemente, è stato il big match contro i biancazzurri allo Juventus Stadium; lì la squadra di Allegri ha mostrato nel momento decisivo, per l’ennesima volta, un dna vincente che nessun altro ha nelle proprie corde.

La pagina di storia scritta dal Leicester è davvero la più bella di sempre?

Penso che non ci sia nulla di lontanamente paragonabile, almeno per la mia memoria storica, a ciò che è avvenuto quest’anno in Premier League. Non ricordo alcun’impresa che possa essere accostata a quella compiuta da mister Ranieri e dai suoi ragazzi. Stiamo parlando, infatti, della Premier, del campionato più ricco e, secondo me, più spettacolare e competitivo del mondo. La differenza tecnica con gli altri club era spaventosa ma il Leicester è riuscito a fare qualcosa di impensabile. Dovevano lottare per non retrocedere, erano dati tra i favoriti per farlo, ed invece hanno scritto la storia. Senza nulla togliere a Ranieri e al suo straordinario lavoro, però, va detto anche che il Leicester è stato ampiamente aiutato dal calo delle grandi del calcio inglese. Va messo in conto il fatto che sono mancate le storiche formazioni inglesi, come Liverpool, Chelsea, Manchester United, Manchester City, tutti club, infatti, che hanno cambiato a stagione in corso oppure già per la prossima le proprie guide tecniche visto che qualcosa è andato storto. Ribadisco, comunque, chapeau a Ranieri: stiamo parlando di un’impresa impensabile.

Una valutazione generale sul tasso tecnico degli Europei e la possibile stella in campo

Il livello mi sembra abbastanza alto anche se non paragonabile a quello di altre competizioni europee probabilmente. Vedo segnali di crisi in alcuni ambiti, ad esempio la Spagna, non dal punto di vista dei club ovviamente ma della Nazionale, con un ciclo che a mio parere dopo aver vinto tanto si avvia alla chiusura. Ci sono, inoltre, grandi forze come Inghilterra e Francia, ben equipaggiate a livello tecnico ma che credo debbano ancora lavorare molto per ritrovare i grandi livelli del passato. Assistiamo a tante realtà nuove, su tutte il Belgio. Su di loro c’è alla base un progetto iniziato anni fa di cui non in molti parlarono. Sono avvenuti diversi decentramenti di centri sportivi federali e altre iniziative molto proficue evidentemente, che hanno portato a risultati veramente ottimi. Ritengo che possiamo considerare il Belgio tra le favorite senza alcun problema. Sono poi assolutamente convinto che la Germania di Loew sia ancora fortissima, forse addirittura la migliore dell’intero Europeo. Il Portogallo, invece, ha poco da offrire, a parte Cristiano Ronaldo. E poi c’è l’Italia. Nonostante tante difficoltà e una qualità che non possiamo definire di alto profilo, secondo me la squadra di Conte potrebbe sorprenderci. Il mio pronostico vede gli azzurri, se non ci saranno ulteriori infortuni clamorosi, addirittura poter arrivare tra le prime quattro. C’è un rendimento di alcune compagini storiche non elevato quindi noi potremmo approfittarne

Non credo ci sia un giocatore di riferimento che possa colpirci oltre misura durante gli Europei. Io amo Zlatan Ibrahimovic ma è letteralmente da solo nella sua Svezia poiché gli altri 10 elementi non sono minimamente avvicinabili al suo livello. Cosa potrà fare, quindi, Ibra da solo? Lo stesso discorso vale per Cristiano Ronaldo. Il Portogallo è una squadra che gioca bene, con buone attitudini di palleggio e discreta qualità ma secondo me senza grosse prospettive. Credo che sarà l’Europeo delle squadre più che dei singoli ed in tal senso dico: occhio ad Albania ed Islanda.

Un parere sulla possibile nomina di Ventura come nuovo CT? Secondo lei è il miglior candidato?

Ho grossa stima nei confronti di Giampiero Ventura ma possiedo un grande dubbio. E’ stato il vero problema di Conte, l’elemento che lo ha spinto poi a rimettersi praticamente subito in gioco con il Chelsea: allenare la Nazionale non vuol dire essere un allenatore ma un selezionatore. L’ex Torino sarà in grado di farlo? Ventura è un grande uomo di campo, bisognerà vedere se ce la farà a non vivere e respirare il profumo dell’erba sempre, ogni settimana. Il mister dovrà trasformare se stesso ed il proprio modo di concepire il calcio per fare bene. Di sicuro, lui sa dare molto perché ha temperamento e carattere, proprio come Antonio Conte. In panchina, avendolo conosciuto di persona e avendo visto per molti anni il suo modo di allenare, devo dire che personalmente avrei visto con piacere Gianni De Biasi. Ho avuto modo di apprezzarlo come uomo e come allenatore. Si tratta di uno di quei casi come Claudio Ranieri, tipici del calcio nostrano, incapace di vedere qualità in alcuni tecnici o calciatori, che puntualmente ci facciamo sfuggire da sotto il naso. De Biasi è una personalità dall’enorme valore etico e tecnico, proprio come l’allenatore del Leicester, ma non è stato fortunato in Italia. Da noi, infatti conta solo il risultato; è quello a dare il giudizio e non il modo di allenare o gestire una squadra. Si tratta di un nostro grande problema culturale, che non credo sconfiggeremo mai. De Biasi, poi, ha già affrontato e con successo, visti i risultati dell’Albania, il processo di trasformazione da allenatore a selezionatore e questo poteva essere un vantaggio non indifferente.

Una battuta finale sulla Copa America. Quale squadra la intriga di più e quale può essere il protagonista in campo della manifestazione?

Dico Argentina. Sono sinceramente ed enormemente ammirato dal bacino pazzesco sul quale può contare la nazionale albiceleste. Attualmente nel mondo detengono un parterre di calciatori, peraltro sparsi per ogni continente e campionato, di qualità straordinaria. E’ semplicemente incredibile come il calcio argentino sia capace di sfornare calciatori di enorme talento per ogni ruolo ed età, dal Pipita Higuain a Paulo Dybala, da vecchi a giovani, senza alcuna difficoltà. I miei favoriti per il successo finale sono loro, più di qualunque altra squadra; più, ad esempio, del povero Brasile, che vedo ancora debole e non completamente ristabilitosi dopo la nottataccia mondiale del Maracanazo. Per quanto concerne la possibile stella, penso a Dybala. Se utilizzato con Higuain può essere l’uomo della Copa America. La Joya è cresciuta molto grazie alla gestione intelligente di Allegri nel corso della stagione. Il ragazzo ha un potenziale incredibile e penso veramente che possa essere il fuoriclasse del futuro.

Altri Sport

Usa-Messico: quando un muro serve per unire

Emanuele Catone

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Sono iniziati i lavori per la costruzione del famigerato muro tra il Messico e gli Stati Uniti, uno dei punti fondamentali della campagna elettorale di Donald Trump, che non riesce per ora ad ottenere il completo appoggio economico da parte del Congresso. La barriera in costruzione, infatti, andrà a sostituire e rafforzare quella già esistente, fatta di reti e recinzioni e sarà lunga 6 chilometri su 3200 totali di frontiera. Ma tra i due Stati, c’è chi quel muro lo utilizza per giocare e per unire, non per dividere.

Innalzare un muro per bloccare l’immigrazione, ma costruirlo anche scrivendo la parole fine ad una pratica sportiva che dal 1979 coinvolge le popolazione del Messico e degli Stati Uniti d’America. Donald Trump non molla l’idea di voler rafforzare il muro tra le due nazioni. Rafforzare perché, in effetti, esiste già una trincea separatoria in quella vasta area dove ogni anno ad aprile, in una tradizione nata nel 1979 e divenuta continuativa dal 2006, messicani ed americani si riuniscono per giocare a Wallyball; una partita di pallavolo che ha la particolarità di trasformare quel muro, che ancora tale non è, come rete da gioco. Il match viene disputato precisamente nella zona di Naco, nello stato del Sonora per il Messico e in quello dell’Arizona per gli Stati Uniti.

Di schiacciate non se ne vedono data l’altezza della recinzione e del gesto di “murare” gli amici-avversari neanche l’ombra; solo pallonetti, tanta voglia di divertirsi e il desiderio di dare uno schiaffo alla politica mostrando la nullità delle barriere di fronte all’umanità della “gente comune”. Il tutto, però, limitato nell’arco di tre ore ovvero il tempo limite dettato della legge che non permette una sosta più lunga in quella zona di confine.

Col tempo questa tradizione si è estesa anche a zone diverse dal confine messicano-statunitense: sulle spiagge di San Diego, ad esempio, si è giocato un Beach Wallyball” contro i dirimpettai messicani abitanti di Tijuana.

E il muro ideato da Trump, cavallo di battaglia nella sua corsa all’elezione, potrebbe far terminare questa bellissima iniziativa. La costruzione sarebbe troppo alta per permettere agli atleti di giocare, non riuscirebbero neanche a guardarci attraverso; anche se il presidente non dovesse riuscire nel suo progetto per il costo troppo elevato, ci sarà comunque un rinforzo delle barriere e una aggiunta di recinzione che renderebbero allo stesso modo la partita impraticabile.

“Per noi è un modo per celebrare l’unione dei due paesi”. Questo aveva dichiarato Jorge Villegas, sindaco di Sonora. Parole che vanno ben oltre lo scevro patriottismo trumpiano e che da sole potrebbero servire a mostrare l’inutilità e futilità del progetto Trump.

Illustrazione Copertina: Victor Abarca

 

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Sport & Integrazione

Giornata Mondiale della Pace: I bambini israeliani e palestinesi giocano insieme

Matteo di Medio

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Il 21 Settembre si celebra la Giornata Mondiale della Pace ONU. Per l’occasione vi raccontiamo il grande insegnamento che i bambini israeliani e palestinesi hanno dato a tutti coloro che non credono che un futuro migliore sia possibile.

Ormai le tecnologie e i videogame si stanno pian piano togliendo la cattiva reputazione di essere il male assoluto e la rovina dei giovani. Gli Esports sono diventati a tutti gli effetti degli Sport 2.0 con il riconoscimento da parte del Cio come disciplina e si sta tentando addirittura di farla rientrare nel calendario olimpico.

Esistono casi in cui i videogiochi ricoprono un ruolo fondamentale e rompono definitivamente con gli stereotipi della critica che vorrebbe abolire del tutto l’uso di questi nuovi strumenti come elemento di svago.

Riprendendo quanto scritto da Edwin Evans-Thirlwell nel sito Motherboard.com, raccontiamo il progetto portato avanti da Uri Moshol.

Uri Moshol, ex CEO della società di software Incredibuild, nonché ex militare dell’esercito israeliano, sfruttando il grande interesse verso il mondo del gioco digitale da parte delle ultime generazioni, ha realizzato un programma di carattere sociale per contrastare il clima di odio ed intolleranza religiosa sul territorio della Striscia di Gaza tra Israele e Palestina che ora più che mai è tornato ad essere rovente con conseguenze tragiche e sanguinose per tutta la popolazione.

La Games For Peace (G4P), con sede a Tel-Aviv, è un’organizzazione no profit che, attraverso videogames multiplayer ha l’obiettivo di formare ed informare i giovani delle comunità ebraiche e palestinesi, impegnati in partite online, sul tema dell’integrazione e del rispetto della diversità di fede verso quelle persone che fin da piccole vengono educate al disprezzo del diverso.

L’idea di Moshol nasce dopo una partecipazione nel 2013 ad una Conferenza a New York di Games for Change, organizzazione che pone l’attenzione sul ruolo positivo che i giochi possono avere all’interno della società. Uri è rimasto talmente colpito da questa realtà, non essendo un esperto del settore, da voler esportare questa nuova visione dell’universo videoludico anche verso i territori che ha più a cuore come la Palestina e Israele. Con l’aiuto di esperti del settore, ha individuato come la migliore strada da percorrere l’utilizzo di giochi già esistenti, piuttosto che crearne nuovi ad hoc, per combattere il razzismo e gli stereotipi verso culture che tra loro, in alcuni casi, non sono mai venute a contatto, non si sono mai confrontate.

Il motivo principale di utilizzare videogame già conosciuti è stato dettato dall’intento di creare, sin da subito, coinvolgimento ed adesione da parte dei giovani. Proprio per questo, il gioco scelto per il progetto G4P è stato Minecraft. Con milioni di copie vendute, il videogame creato dalla Mojang nella persona del Presidente Markus Persson, poi venduto per la cifra record di 2,5 miliardi di dollari alla Microsoft, ha come obiettivo quello di costruire città ed edifici di vario genere in un mondo virtuale nel quale il giocatore è il protagonista.

Come racconta Moshol, in alcuni casi, attraverso il videogame, molti bambini si mettevano in contatto per la prima volta con il mondo “dall’altra parte”.

Il progetto Games for Peace porta avanti due diverse iniziative: nella prima, la “Play for Peace”, viene chiesto, ad un numero indefinito di giocatori, di collaborare insieme online per costruire la città. Nella prima occasione di incontro virtuale, il 17 gennaio 2014, parteciparono 50 giovani provenienti da Israele, Palestina, Cisgiordania ed Egitto con l’obiettivo di creare la “Città della Pace”. Alla quinta edizione, nel luglio dello stesso anno, bisognava costruire uno stadio di calcio per i Mondiali.

In queste occasioni, così come nelle altre, le reazioni sono state più che positive e confortanti, tolti singoli casi di comportamenti abusivi, come quando un giocatore cominciò a creare svastiche ovunque. La risposta del resto della comunità fu esemplare: tutti insieme si sono adoperati a cancellarle immediatamente.

La seconda iniziativa è la “Play to Talk”, dove ragazzi di due scuole diverse si sfidano nella costruzione di una città, attraverso la cooperazione e la condivisione di informazioni, pur essendo di religioni od estrazione diversa. Al termine della sessione di gioco, vengono organizzati degli incontri reali tra i giocatori così da commentare tutti insieme l’andamento della partita e conoscersi un po’.

Moshol evidenzia come la Games for Peace stia portando a risultati promettenti e l’evidenza di quanto esposto sta nel fatto che molti giocatori sono rimasti in contatto tramite i social network o addirittura attraverso una frequentazione offline.

L’obiettivo finale del CEO è quello di esportare il G4P in tutto il mondo e in tutte quelle zone dove l’intolleranza e la mancanza di integrazione è il pane quotidiano per le giovani generazioni, diffondendo un messaggio universale senza bandiere o ideologie.

Questa volta, mettiamo da parte la facile critica verso i videogiochi, i peggiori nemici di mamme e papà “disperati”, e poniamo l’attenzione, riconoscendone il merito, sul ruolo che, grazie a persone illuminate come Moshol, la tecnologia ludica può avere per superare ostacoli vecchi un’eternità e far conoscere ai propri figli una realtà che gli è sempre stata tenuta nascosta.

 

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Calcio

L’Antipatico Van Gaal, l’uomo Louis

Francesco Cavallini

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Compie 67 anni oggi Louis Van Gaal, uno dei tecnici più vincenti della storia del calcio. Un carattere forte, per molti antipatico, il tecnico olandese ha mostrato con il suo addio un lato che nessuno conosceva.

Da che mondo è mondo, vincere rende antipatici. Lo cantava anche Morrissey, we hate it when our friends become successful. E se siamo in grado di invidiare i nostri amici, figuriamoci qualcuno che non conosciamo e che già di suo non fa molto per accaparrarsi le nostre simpatie. Prendiamo Louis Van Gaal. Vincente come pochi, odiato come quasi nessun altro. Sarà quel volto perennemente corrucciato, l’espressione severa o quell’aura di superiorità che sembra sprizzare da ogni poro. O forse la causa è la sua profonda conoscenza calcistica, quella capacità di comprendere il gioco più bello del mondo che pochi hanno, che l’ha portato a far risorgere l’Ajax dalle sue ceneri e a vincere ovunque andasse.

Bravo, ma antipatico. Un uomo solo al comando, che porta con sé il fardello di una reputazione ormai dura da cancellare. Reputazione che probabilmente si è anche guadagnato, nel corso di una carriera da allenatore quasi trentennale. I suoi addii al veleno e i suoi ritorni in grande stile sono rinomati quasi quanto le sue vittorie. Un lungo filo rosso di scontri, incomprensioni e polemiche, ingredienti immancabili in ogni sua esperienza manageriale. Un palmarés come quello di Van Gaal dovrebbe garantire genuflessioni al suo passaggio un po’ ovunque. Del resto, su ogni panchina, nazionale esclusa, ha lasciato perlomeno un trofeo. Eppure non c’è mai quell’unanimità di pensiero, quel comune accordo sulla leggendarietà della sua figura che altri, vedi Ancelotti, riescono a guadagnarsi in ogni dove. Lui non piace a tutti. Soprattutto, non piace a chi ha un ego simile al suo. Lì, il conflitto è pressoché inevitabile. In un’idea di calcio in cui tutti sono utili ma nessuno indispensabile, chiunque, anche il Pallone d’Oro, deve piegarsi alla logica di squadra. E non importa che Rivaldo creda di rendere meglio da trequartista, se Van Gaal decide che deve giocare ala, il brasiliano deve adattarsi. Perché Van Gaal è testardo. A volte è un pregio, molte altre un difetto enorme.

Gli si chiede spesso di scendere dal suo piedistallo, ma lui quel piedistallo se l’è costruito con cura, con la consapevole mancata accettazione di un qualsiasi confronto con gli altri. Una volta che ha stabilito un’opinione, solo l’ortodossia più totale può garantire un accordo. Le critiche? Che vadano a farsi benedire, in particolare se provengono dagli odiati giornalisti. Amici della stampa, me ne vado. Complimenti. Il primo addio al Barcellona è il perfetto riassunto di una carriera intera. Vincente, ma mai amato. Forse accettato, di certo mal sopportato. Anche a casa sua. L’Ajax, che a lui tanto deve, lo richiama più volte come direttore tecnico, ma quando è costretto a lavorare con altre icone del club dalla personalità importante, come Koeman o, peggio ancora, Crujiff, lo scontro è garantito. In ogni città c’è spazio per un solo sceriffo, che deve necessariamente chiamarsi Aloysius Van Gaal. Per chiunque altro, le regole sono semplici. Niente personalismi, nessuno spazio per i sentimenti o la gratitudine, a Monaco di Baviera come a Manchester. Contano solo il cervello e le gambe.

Un tipo del genere porta persino a dubitare della effettiva presenza di un cuore sotto l’immancabile cravatta. Fa pensare che l’olandese sia un cyborg insensibile, il cui unico obiettivo è accumulare trofei, fama e denaro. Ma non è così. Il mondo se ne è accorto a inizio 2017, quando la facciata del manager di ghiaccio crolla inesorabilmente davanti alle difficoltà della vita umana. Cosa se ne fa Louis Van Gaal dei milioni cinesi se non è in grado di riportare il sorriso a sua figlia, che in quel periodo ha perso suo marito? Dà più emozioni alzare un’altra Champions oppure trascorrere il tempo che ti resta assieme alla donna, tua moglie, che ami? Già, l’amore. La più improbabile delle motivazioni, per uno come Van Gaal. Quella che offusca il cervello, che non fa ragionare, che a volte ti porta a scelte totalmente assurde. E che ora è lo specchio dell’anima di un uomo, che per anni si è auto-dipinto come una statua in un eremo solitario, ma che come tutti noi ride, piange e, soprattutto, ama. E quindi ha lasciato il calcio Van Gaal, tornando ad essere semplicemente Louis. Lascia la prosopopea delle dichiarazioni pre-partita, l’adrenalina dei novanta minuti e le polemiche del giorno dopo. Se ne è andato dal calcio con pochi amici e molti critici, come era naturale che fosse. Ma con quell’addio, per l’ultima volta in carriera, ha vinto. Ha vinto quell’apprezzamento, quel calore e quella stima che per anni si è volontariamente negato, uscendo tra tanti applausi e qualche lacrima. Perché i trofei soddisfano il cervello. L’amore, quello vero, accarezza il cuore.

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