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Calcio

Renton Football Club, “Campione del Regno Unito e del Mondo” nel 1888

Francesco Beltrami

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Il Renton Football Club era la squadra calcistica del piccolo villaggio omonimo nel West Dumbartonshire. Fondata nel 1872 ebbe un ruolo importante nelle vicende che portarono allo sviluppo del calcio scozzese.

Il 18 ottobre del 1873 giocò contro il Klimarnock la sua prima partita, incontro che è considerato il primo mai disputato  nella storia della Coppa di Scozia. Il Renton si impose 2-0 nella gara giocata al Tontine Park, il campo di casa, ed ebbe accesso ai quarti di finale dove passò il turno, dopo aver pareggiato 0-0 in una data che non ci è nota col Dumbarton in trasferta e aver poi vinto il replay al Tontine il 29 novembre 1873 per 1-0. La prima avventura in Coppa della formazione del Durmbartonshire si concluse in semifinale dove fu battuta 2-0 all’Hampton Park di Glasgow dal Queen’s Park.

E’ però nella stagione 1884/85 che il Renton entrerà negli Albi D’Oro del calcio scozzese. La Scottish Cup era ormai ben sviluppata tanto che furono ben otto i turni di gara. Il Renton debuttò il 13 settembre 1884 superando in casa per 2-1 il Vale of Leven Wanderers, per poi il 4 ottobre successivo a travolgere 2-10 i padroni di casa dell’East Stirlingshire nel secondo turno e il 25 dello stesso mese 9-2 al Tontine i malcapitati rivali del Northern. Eliminato col punteggio di 2-1 sempre in casa il St.Mirren il 15 novembre il Renton ebbe un bye agli ottavi di finale e tornò in campo due giorni dopo Natale per i quarti con quella che sarebbe divenuta una delle due formazioni più blasonate di Scozia, i Rangers Glasgow che però quel 27 dicembre 1884 dovettero soccombere 5-3 al Tontine contro la formazione della piccola città del  Durmbartonshire.

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Il 24 gennaio 1885 all’Eastern Road di Edimburgo andò in scena la semifinale, l’Hibernian gli avversari, superati 3-2. Il Renton torno così in finale di Coppa di Scozia undici anni dopo la prima. Appuntamento all’Hampden Park di Glasgow il 21 febbraio contro il Vale of Leven che in semifinale si era liberato dell’ostacolo Cambuslang superandolo 1-3 in trasferta dopo lo 0-0 del primo match all’Holm Quarry di Dumbarton. La partita finì 0-0 davanti a 2.500 spettatori. Mille in più assistettero al replay una settimana dopo nello stesso stadio, e fu il Renton, vincitore per 3-1 ad alzare la Coppa di Scozia. Nella stagione seguente il Renton arriverà fino alla finale, giocata il 13 febbraio 1886 al Cathkin Park di Glasgow, 7000 i presenti, in cui sarà però sconfitto dai vecchi rivali del Queen’s Park per 3-1.

Sono comunque gli anni d’oro della squadra, che tra appunto il 1886 e il 1889 vincerà per quattro volte di fila, record assoluto, la Glasgow Merchants Charity Cup, manifestazione riservata alle squadre di Glasgow e delle aree limitrofe, avente come scopo quello di raccogliere fondi per beneficenza, e dopo un’eliminazione al terzo turno subita il 23 ottobre 1886 ad opera del Third Larnak vincitore della sfida per 3-1, nell’edizione 1887/88 per il Renton arrivò nuovamente il momento di fare una cavalcata trionfale in Coppa di Scozia. Nei primi quattro turni non ci furono avversari in grado di impegnare il Renton che si impose 0-6 sul campo dell’Union FC, 4-2 al Tontine Park col solito Dumbarton, poi 0-8 col Camelon FC e sempre in trasferta 1-13 sul terreno del Lindertis FC il 5 novembre 1887. Negli ottavi di finale il Renton è impegnato ancora fuori casa, stavolta col St.Mirren, che si oppone molto più validamente degli avversari incontrati finora, ma alla fine soccombe col punteggio di 2-3. E’ il 3 di dicembre ma c’è ancora il tempo per giocare i quarti di finale, stavolta il sorteggio dice che si può giocare al Tontine Park, e i malcapitati ospiti sono i giocatori del Dundee Wanderers che usciranno sconfitti per 5-1. Anche Abercorn, Cambuslang e il solito Queen’s Park staccano il biglietto per le semifinali, fissate per il 14 gennaio 1888. Il Renton vendica la finale 1886 eliminando il Queen’s Park col punteggio di 3-1, mentre tra Abercorn e Cambuslang il primo incontro si chiude sul pareggio, 1-1, al replay però il Cambuslang avrà la meglio sui rivali addirittura per 10-1. Al Second Hampden Park di Glasgow il 4 febbraio va in scena la finale, ma anche stavolta non ci sarà storia, il Renton si impone 6-1 sul Cambuslang e conquista la sua seconda Coppa di Scozia.

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 Nella stagione precedente, 1886/87 c’era stato il primo contatto del Renton con l’attività inglese, infatti la squadra aveva potuto partecipare alla FA Cup dove era riuscita a superare due turni, eliminando col punteggio di 1-0 l’Accrington al primo turno, e 2-0 al replay dopo l’ 1-1 della prima gara il Blackburn Rovers al secondo,  per cedere al terzo 2-0 contro il Preston. La grande sfida al calcio della vicina Inghilterra arriva però proprio nel 1888. Già l’anno precedente era stato lanciato un trofeo dal ridondante nome di “Championship of United Kingdom and the World” destinato ad opporre in una sfida che all’epoca era ragionevole ritenere al vertice mondiale, le formazioni vincenti delle coppe inglesi e scozzesi. La prima edizione si era giocata in Scozia e l’Hibernian aveva superato per 2-1 Preston North End ad Edimburgo. Nel 1888 toccò al Renton diventare “Campione del Regno Unito e del Mondo” superando 4-1 il West Bromwich Albion il 19 maggio a Glasgow. Fu il massimo vertice della storia sportiva del Renton.

L’anno successivo la squadra raggiunse ancora la semifinale di Coppa e nel 1890 fu tra i club fondatori della Scottish Football League, che diede subito vita al primo Campionato di Scozia, nato per trattenere a casa i migliori talenti che stavano tutti emigrando in Inghilterra dove un vero e proprio campionato si svolgeva già da qualche stagione. Anzi era stato proprio il segretario del Renton a scrivere una lettera ai quattordici maggiori club scozzesi per invitarli a una riunione a Glasgow dove si discusse e fondò il torneo. Il debutto del Renton nella nuova competizione fu stellare, 1-4 al Celtic al Celtic Park, l’avventura durò poco però perché dopo solo cinque giornate di campionato il Renton fu escluso, accusato di pagare i giocatori e di aver giocato un’amichevole con gli Edimburgh Saints a loro volta squalificati per professionismo. Riammessi l’anno successivo finirono solo settimi conquistando però l’ennesima semifinale di Coppa. Ormai era iniziato il declino. Nel 1892/93 arrivò un ottavo posto in Campionato e una eliminazione al primo turno in Coppa, nella stagione seguente il decimo e ultimo posto nella neonata Scottish Division One, massima serie del Campionato, con 1 vittoria 2 pareggi e 15 sconfitte nelle 18 partite e la conseguente retrocessione, e nulla più di un secondo turno in Coppa.

Il Renton restò ancora per tre stagioni sul palcoscenico del calcio scozzese giocando sempre in Division Two, dove finì al massimo terzo. Nel 1897/98 fu iniziata la quarta stagione di Division Two ma dopo poche giornate il Renton dovette ritirarsi per gravi problemi economici, riprese negli anni subito successivi nei campionati minori locali, dove sopravvisse fino al 1922, anno in cui si sciolse definitivamente.

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Prima della fine degli Anni Venti il Tontine Park divenne zona residenziale e vi furono costruite villette. Nel frattempo anche il “Championship of United Kingdom and the World” era terminato, ne furono giocate solo due altre edizioni dopo quella vinta dal Renton, quella del 1895, dopo 7 anni di sosta,  andata al Sunderland, unica inglese ad aggiudicarsela, e quella del 1901/02 vinta dagli Heart of Midlothian dopo una doppia sfida andata e ritorno col Tottenham. Il Trofeo è attualmente conservato nel museo dello stadio di Hampden Park.

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St. Pauli: i Pirati tedeschi che giocano contro l’odio

Ettore zanca

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Contro slogan di intolleranza e razzismo o provvedimenti che prendono a calci il buon senso, parlando di panini e mense autorizzate solo per pochi, contro l’autorità che si travisa dietro la legge per fare provvedimenti dubbi, una delle soluzioni sarebbe andare in un quartiere a luci rosse, poi, vedere una partita.
No, non è una boutade, è la realtà.

Ad Amburgo c’è un motto, esistente da sempre in quella che viene definita la Venezia del nord: «I posteri abbiano cura di conservare degnamente la libertà che gli antenati partorirono.». 
Già avete capito che qui la democrazia passeggia libera e anche un po’ libertina. Infatti al suo interno, c’è il covo, o l’alcova di un quartiere a luci rosse, che si confonde con portuali che farebbero arrossire un camallo, per la loro forza espressiva. Una zona in cui poco tempo fa perfino un serial killer era meglio girasse scortato.

Dentro questo ventre, o meglio, monte di Venere della città, alberga una squadra. Il suo nome è St. Pauli FC. Gioca in seconda divisione e fino a poco tempo fa sognava di scontrarsi e battere i cugini dell’Amburgo, famosi per avere un orologio che segnava da sempre il loro non essere mai retrocessi, fino all’anno scorso.

Il St. Pauli non è una squadra trascendentale, si suda salvezze impossibili e spesso con giocatori che si applicano tanto, ma poco ottengono. Eppure l’amore per questa squadra è incondizionato. Intanto perchè è una squadra dichiaratamente antinazista e multirazziale. Non è raro, come quest’anno, trovare sulle loro maglie ricamato anche l’arcobaleno, simbolo di pace e di molto altro. Inoltre sono una a polisportiva che ospita molti ragazzi che stanno lontani dalla strada.

I ragazzi di marrone vestiti però hanno tanti motivi per far battere i cuori dei rudi portuali. Intanto lo stadio e le sue zone limitrofe sono sede di vaste iniziative di creatività, musica pittura, scrittura e arti varie, qui sono bene accette e stimolate.

Poi tutto quanto quello che la squadra decide, viene concertato con i tifosi più rappresentativi, che cercano sempre insieme ai giocatori di organizzare incontri benefici o iniziative a favore delle categorie più deboli e svantaggiate.
Una delle giornate più belle, allo stadio del St.Pauli, si ebbe quando si giocò contro la Lampedusa Hamburg Football Club, nel 2013, una squadra improvvisata di migranti, venuti appunto da Lampedusa e rifugiatisi qui. La partita servì a finanziare acquisti di cibo, coperte e vestiti, inoltre la società cercò attivamente di favorire l’integrazione di chi era arrivato in questo covo di bellissimi pirati del calcio.

Già perchè il simbolo della squadra è la bandiera del Jolly Roger, quella dei pirati, portata per scherzo da alcuni tifosi tanti anni fa e rimasta nella tradizione del club. Inoltre, piccolo particolare, andatevi a vedere le maglie che hanno indossato dal 2014 ad adesso, sono delle meraviglie.

Insomma un posto dove la democrazia non è solo un modo per sciacquarsi la bocca. Già perchè anche a guardare un compagno di squadra a cui passare il pallone, dovremmo ricordare che “compagno”, ha origine dall’etimo del “mettere il pane in comune”, dividerlo.
E perchè forse bisogna ripartire da una forma di bellissima pirateria ribelle e sana, perchè tutto non vada a puttane. E non mi riferisco al quartiere a luci rosse, stavolta.

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Predrag Pasic: una scuola calcio per resistere alla Guerra

Simone Nastasi

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Compie oggi 60 anni Predrag Pasic, l’ex calciatore dell’ex Jugoslavia, che è voluto tornare in Patria per amore della sua terra e del suo popolo. Vi raccontiamo la sua storia e quella della scuola calcio da lui fondata per dare un calcio alla Guerra.

Ero orgoglioso di essere un cittadino di una città così aperta tutti. Solo a Sarajevo si potevano ascoltare le campane delle Chiese Cattoliche, i suoni delle Moschee e vedere gli ebrei andare in Sinagoga”. Agli inizi degli anni Novanta Sarajevo è ancora la città simbolo del multiculturalismo. La “Gerusalemme dei Balcani”. Aperta a tutti, dove le tre religioni convivono; l’Oriente e l’Occidente si incontrano e cristiani, musulmani ed ebrei possono finalmente darsi la mano. Una “città gioiello”, un laboratorio di integrazione etnica e religiosa. Fino a quando anche qui prevalgono i nazionalismi e arriva la guerra a distruggere tutto. E in poco tempo Sarajevo diventa una città ferita.

I palazzi sono deturpati dalle bombe. Molti di essi non esistono più: diventano solo un cumulo di macerie. La gente ha paura ad uscire per strada.  A molte ore del giorno c’è il coprifuoco. Non c’è più traccia di quella che può essere considerata una vita sociale. Non ci sono persone che camminano; non ci sono bambini che giocano per la strada.

Predrag Pasic, a Sarajevo, è tornato da qualche anno. Ha voluto terminare qui la sua carriera di calciatore, nella sua città, di ritorno dalla Germania, dove ha vestito le maglie di Stoccarda e Monaco 1860. E’ voluto tornare in patria per indossare la maglia della sua squadra del cuore: il FK Sarajevo. Quando nel 1992 scoppia la guerra, è ancora un calciatore in attività. Deve decidere che cosa fare. Potrebbe andare via, all’estero. Strappando magari un altro contratto con qualche altra squadra che lo cerca. Ma Pasic, invece, decide di restare. E in una città che per colpa della guerra è diventata l’ombra di se stessa annuncia di voler fondare una scuola calcio per bambini. Per aiutarli a tornare a giocare. Per qualcuno, l’idea di aprire una scuola calcio in una città assediata dalle bombe e con la gente nel mirino dei cecchini è semplicemente “una pazzia”. Ma ciò nonostante Pasic decide di andare avanti.

E’ così che nasce la scuola calcio di Bubamara. Vicino ad un cimitero che prima era un campo di calcio. Pasic è il suo fondatore e vuole che la scuola calcio sia prima di tutto un punto di incontro. Non vuole sentir parlare di nazionalismi. Non vuole ascoltare la gente come Radovan Karadzic che prima di diventare il temuto leader dei serbo-bosniaci era lo psicologo della sua squadra l’FK Sarajevo. Niente muri, soltanto ponti. Come quello che i bambini che si iscrivono alla Bubamara devono attraversare ogni volta per arrivare al centro sportivo. Sempre sotto l’occhio vigile dei cecchini, che sul ponte, hanno i fucili puntati. Oggi a distanza di anni, sono in molti a credere che Pasic abbia avuto ragione. Ventiquattro anni dopo la scuola calcio di Bubumara è ancora lì. Nel frattempo, le cose sono cambiate in meglio. Grazie al progetto Intercampus, la scuola calcio ha ricevuto il sostegno dell’Inter. E i ragazzi che giocano al Bubumara indossano la maglia nerazzurra. La soddisfazione più grande per Pasic è comunque sempre quella di vederli giocare. Con un piccolo rammarico. “La gente che mi incontra per strada mi ricorda sempre come calciatore. Vorrei che mi  riconoscesse per il Bubamara

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Quelli che sono stati anche figli di Beppe Viola

Ettore zanca

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Il 17 Ottobre 1982 ci salutava quel genio giornalistico, ma non solo, di Beppe Viola. Un uomo unico nel suo genere che è rimasto nella memoria di tutti. Per ricordarlo vi riproponiamo l’intervista alla figlia Marina, che ha scritto un libro a lui dedicato, facendoci scoprire quel Beppe che solo una figlia può conoscere.

Marina Viola ha un cognome importante, almeno lo è per chiunque si avvicini a lei dall’esterno. Perchè lei è figlia di una icona del giornalismo sportivo e non solo. Un uomo poliedrico e geniale, un punto di riferimento per chi parla e scrive di sport ancora adesso. Autore anche di una canzone indimenticabile, E la vita, la vita, cantata da Cochi e Renato e da Enzo Jannacci. Ma anche dei dialoghi di “romanzo popolare”, film con Ugo Tognazzi, Michele Placido e Ornella Muti. Marina ha scritto un libro in cui invece mostra l’animo intimo di quest’uomo, parliamo di Beppe Viola, il signor “Quelli che”. Parliamo insieme a Marina di questo manoscritto, del suo percorso. Mio padre è stato anche Beppe viola, il titolo.

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Il libro su tuo papà dà l’impressione di un buon vino in decantazione, è stato un percorso di consapevolezza graduale, un rimettere a posto le tessere di un mosaico. Quando scrivevi di lui, che spirito avevi? Le parole venivano fluide o è stato un percorso ad ostacoli?

Stava crescendo in me il terrore di dimenticarmi alcuni dettagli della mia vita con lui. Quando è morto avevo solo 15 anni, e già molte cose si stavano offuscando. Questo desiderio di mettere nero su bianco i miei ricordi e in qualche modo cementarli da qualche parte è stato il motivo che mi ha spinto a scrivere di lui. Spesso quindi scrivevo esattamente quello che la mia mente ricordava in certe occasioni: quando andavamo con lui alla RAI, o quando eravamo in vacanza insieme, o quando sono andata con lui a intervistare Umberto Tozzi o a fare una pubblicità per l’olio IP. In quei casi è stato abbastanza facile scrivere, perché era un po’ come raccontare un film. Poi ci sono stati alcuni passaggi difficili, per esempio quando mi sono sentita in dovere di analizzare, in un certo senso, questa figura emblematica che era mio padre, nascosto nell’ombra della sua popolarità. L’ostacolo più difficile da superare è stato raccontare alcuni episodi pertinenti al rapporto fra i miei genitori, che finora non erano mai stati discussi né all’interno della nostra famiglia e men che meno pubblicamente. Sapevo di far soffrire mia mamma e le mie sorelle, ma ho deciso comunque di parlarne, perché altrimenti non sarebbe stato un racconto onesto. Ma mi è costata moltissima fatica, devo ammetterlo.

Emerge un padre di grande cuore, dai molti gesti per dimostrarlo, una sorta di sanbernardo emotivo, dannoso, ma mai pernicioso, irruento, di cuore. Tanto da lasciare una traccia forte in molte persone, che anche dopo la sua scomparsa vi sono venute a dare prova del loro affetto. Sembra che tua mamma con la sua pazienza fosse l’ideale contraltare, come è stato il loro amore, che impressioni ti ha lasciato e che patrimonio?

A parte appunto un periodo difficile nella loro relazione, mia madre e mio padre si amavano moltissimo. Sono cresciuti insieme, e si conoscevano intimamente come poche altre persone. Il loro rapporto (da quel che mi posso ricordare) era basato su un profondo rispetto e era estremamente bilanciato: mio madre sapeva che non avrebbe mai potuto chiedere a suo marito di non volare via e fare il marito e il papà tradizionale. Non avrebbe funzionato. E mio padre sapeva che mia madre sarebbe stata una compagna perfetta con cui condividere una famiglia, ma non solo: per mio padre mia madre è stato forse l’unico punto fisso della sua vita: una persona estremamente intelligente e sensibile con cui confidarsi e a cui tornare, sempre e comunque. C’è anche da dire che erano altri tempi, e che allora i papà non si prendevano le responsabilità che si prendono adesso. Poi, fortunatamente per la moglie ma anche per i figli, la figura del papà è diventata più prominente nelle famiglie.

Da tutto il libro sembra emergere un dato interessante, più che le parole, nella vostra famiglia hanno contato i gesti. Si dimostrava il proprio amore con quelli. Molto bella ad esempio, la scena dell’orologio, tua mamma si tiene un ricordo di tuo papà molto significativo, senza dire una parola. è giusta questa impressione?

Mah, non saprei. Quando muore qualcuno così improvvisamente, quello che rimane sono le sue cose, che assumono d’un tratto un’importanza enorme, per esempio, appunto, l’orologio. Ci sono alcune cose che mi ricordano moltissimo mio padre, per esempio la sua scrivania, in sala. Quando vado a Milano mi piace sedermi su quella sua sedia e osservare il mondo da lì. Ma credo che tutto questo sia abbastanza normale per chi, come me non ha che alcuni ricordi. Un papà, specialmente per una figlia femmina, è una figura essenziale, e cerco spesso di rivivere alcune sensazioni, inventandomele, ovviamente.

Che cosa ti ha trasmesso sapere che alcune pietre miliari della canzone ironica italiana, del giornalismo, dei film, vengono da tuo papà, come hai vissuto questo suo continuare nelle cose che ha fatto?

Mah, mio padre non ci ha mai coinvolto nel suo lavoro, in parte perché eravamo piccole e in parte perché non gliene fregava assolutamente nulla di far sapere a noi o a nessuno i contributi che dava a amici e colleghi. Certamente è bello ritrovare il suo lavoro e le sue parole in alcune canzoni, o alcuni dialoghi nei film a cui ha partecipato ascrivere la sceneggiatura. Noi non eravamo interessate al fatto che mio padre fosse giornalista o men che meno famoso, anche perché per noi era solo il nostro papà.

Hai avuto nella tua vita alcuni momenti non facili, per cui hai combattuto, che cosa diresti di te, in questo momento? Come ti vedi nei tuoi traguardi e nelle tue lotte da fare?

Come tutti, anche io ho avuto la mia bella dose di momenti non facili, per esempio un figlio severamente autistico e con la sindrome di Down, che è sì il mio fiore all’occhiello, ma anche abbastanza difficile da gestire. Fortunatamente ho un marito molto bravo che supporta e sopporta ogni mio momento difficile e mi aiuta a superarlo. Non solo, ho il supporto di mia mamma e delle mie sorelle che anche se lontane sento vicinissime. Non vedo la vita o le sue difficoltà come una lotta da superare, ma piuttosto come delle opportunità di crescita e di esplorazione. Solo così, credo, si può raggiungere un certo strano tipo di cosa che qualcuno insiste a chiamare felicità.

Vi invito a porre una piccola attenzione in più a questa ultima frase, che credo contenga un buon modo di vedere la vita, anche quando sembra tutto prossimo al crepaccio del nulla.

Quelli che la vita la vivono esistendo, a volte fin troppo brevemente, come Beppe Viola, perchè la vita l’e bela.

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