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René Houseman, “El Loco Impresentable”

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René Houseman, “El Loco Impresentable”

– Hai reso felice la mia infanzia con le tue giocate –

Gabriel Batistuta
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Con una mano ti riempirei il bicchiere di rum, Loco; con l’altra te lo coprirei, perché prima vorrei sentirti raccontare la tua versione delle cose, il tuo essere così regale nella miseria, che ai tuoi occhi era il vero quarto di nobiltà che la vita t’aveva riservato. Più del luccichio ipocrita di quella Coppa del mondo; più dei soldi che hai guadagnato, senza che mai ti sfiorassero del tutto le tasche: troppi sorrisi da regalare tra le strade luride del barrio, per risarcire tutti quelli che non erano mai riusciti a portarti via il pallone, in un tango improvvisato di pozzanghere e lamiere, dove Buenos Aires nasconde la faccia, e la feccia. 

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Ti chiamavano “villero”, nato in periferia, per farti incazzare; senza sapere che eri il primo a ricordarlo al mondo, visto che appena potevi tornavi a La Banda, a fare bisboccia. Come se per loro fosse troppo poco darti del figlio di puttana, ogni volta che gli sfilavi la palla dal taschino senza che se ne accorgessero; ogni volta che picchiavano una folata di vento, nell’istante in cui il tuo dribbling s’era compiuto, solenne come il segno di croce di un prete assassino.
Ecco perché il nostro tavolo lo affiderei alla luce di una candela: per ogni goccia di cera una finta, che cade da una parte o dall’altra, senza sapere dove; a destra come a sinistra, mentre un difensore arrancherà, imprecando e inciampandole appresso.
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Raccontami dell’Huracán del 1973, e del miracolo del “Flaco”, Luis Cesar Menotti, immaginifico plasmatore di squadre, demiurgo di un gioco che innamorava anche chi vi detestava, pietanza estetica gustata di nascosto anche dai popolani di rango del Boca Juniors o dai borghesi altezzosi del River Plate.
Venne a scovare il tuo talento in miniatura tra i Defensores de Belgrano, in un calcio di sobborghi e asados cucinati davanti alle tribunette. Proprio tu, la tessera che completava Il mosaico: René Orlando Houseman, una sessantina di chili per un metro e sessantacinque di statura, lineamenti già accartocciati dentro un casco di capelli selvaggi, vestito come Serpico. Quando ti videro arrivare, i dirigenti dell’Huracán risero; sorrisero quando ti videro giocare, topolino virtuoso sempre in vena di slalom, tra gli artigli di gatti frustrati.
Erano abituati bene, da quelle parti, ma uno così non lo avevano ancora mai visto. E con la maglia del “Globo” non lo avrebbero visto mai più, dopo di te.
Quella squadra diventò una filastrocca felice: Babington, Basile, Larrosa, Carrascosa e tu, ciliegia spesso più prelibata del dolce stesso, frenesia nevrotica di un dribbling dilatato finché potevi, tra lame di tacchetti che t’avrebbero raggiunto alla gola, ma raggiungerti non potevano, Loco.
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Brucia in fretta, la candela, Loco, la stessa fretta con cui, dopo quel campionato memorabile, arrivò la maglia dell’Albiceleste: la Selecciòn argentina non poteva fare a meno del solletico insistente con cui facevi impazzire tutto il mondo che ti si parava davanti. Compreso Giacinto Facchetti, capitano azzurro ai mondiali di Germania del 1974, quando gli girasti intorno per andare a raccogliere il lancio di Babington e con un tocco solo, come un bicchiere scolato alla svelta, scavalcasti Dino Zoff, col fremito d’ali di un moscerino imprendibile.
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E quattro anni dopo scommetto che ti fece quasi piacere giocare un po’ meno, subentrando con la sacralità del colpo di grazia ogni volta che l’Argentina doveva fare un passo avanti verso la finale obbligata, obbligatoria del Monumental. Scommetto che non va nemmeno a te di ricordare il diagonale di quel sei a zero al Perù. E in quel secondo tempo supplementare in cui sgusciasti tra maglie arancioni e colpi proibiti, con la Coppa già lucida per gli artigli di Passarella, di candido c’erano soltanto i quadratini di carta sul terreno di gioco e la tua coscienza immacolata: tutti ti hanno creduto, quando hai detto, e lo hai continuato a dire, che quella convocazione l’avresti rifiutata, se avessi capito davvero cosa stava accadendo a tanti ragazzi come te, soprattutto nei barrios come quello da cui provenivi, per mano di Videla e dei suoi aguzzini. 
El Flaco in quel mondiale ti metteva dentro quando doveva nascondere la palla, o quando aveva bisogno di scassinare le linee degli altri; anche se forse aveva capito che qualcosa cominciava a possederti, che avevi l’anima incrinata e troppo liquore già riempiva le crepe.
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In fondo era tutto straordinariamente coerente, in quella tua vita, “Loco impresentable”; come quando andasti al River, tanti soldi e Libertadores assicurata, per restarci quel poco che bastò a farti rimpiangere l’Huracán, a farti guadagnare tutto ciò che si poteva regalare in più agli altri impresentabili da risarcire nel quartiere.
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Il fatto è che i solchi della vita sono inconfondibili, su certe facce, anche quando finiscono a un angolo di strada sotto la visiera di un cappello, anche quando quel cappello si capovolge per chiedere l’elemosina. Pulendo il parabrezza di chi si ferma al semaforo con quelle stesse mani che hanno accarezzato i fianchi alla Coppa del mondo. E non potevi che farlo nelle strade di Parque Patricios, a due passi dallo stadio.
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Ora la candela è quasi del tutto consumata, Loco, con una luce fioca come dovette sembrarti quella dei riflettori quando segnasti uno dei tuoi gol più belli, completamente sbronzo, al “Pato” Fillol, contro il River, piroettando più di quanto lo stadio stesso stesse facendo nella tua testa.
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E ci sarebbe da raccontare di un riscatto figlio della gratitudine di chi ti ha tolto una volta ancora dalla strada, sempre in debito con te come tutti quelli che ti avevano avuto come compagno, che un milione di volte ti avevano affidato la palla, sapendo che l’avresti custodita più di ogni altra cosa dalla tua fottuta vita: quando Carlos Babington divenne presidente dell’Huracán, non poté che ricordarsi del compagno migliore che avesse mai avuto.
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Vogliamo parlare del tuo tumore alla lingua, Loco? Sarebbe banale, mentre la candela si sta spegnendo in un soffio leggero, come una delle tue finte che sembrava sempre che…e invece no.
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O come le parole sussurrate da Osvaldo Ardiles il giorno del tuo funerale: – È stato un privilegio giocare insieme a te -.
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