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Calcio

Regno Unito: ‘Supporters Not Customers!’. Tifosi uniti per migliorare il calcio inglese

Stefano Pagnozzi

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L’esperienza del tifo organizzato nel Regno Unito e le conquiste conseguite in questi ultimi anni grazie ad attività congiunte da parte delle tifoserie di tutte le categorie, offrono uno spunto interessante per approfondire come tale cooperazione trasversale sia stata incisiva nel tempo e come abbia consentito di aumentare la consapevolezza del ruolo centrale che possono avere i supporters nel favorire un processo di riforma a 360° del calcio.

Dai primi anni del 2000 ad oggi è cresciuto esponenzialmente il numero dei ‘tifosi attivi’, ora il network inglese conta oltre 300.000 tra singoli associati e centinaia di gruppi organizzati affiliati alle due principali reti indipendenti e democratiche di coordinamento nazionale: la Football Supporters Federation(FSF) e Supporters Direct UK(SD UK) che, con priorità e competenze diverse, hanno portato avanti progetti di sensibilizzazione su specifiche tematiche risultati particolarmente positivi per l’intero settore, fino a giungere a cooperare con la Commissione dello Sport, Media e Cultura del Governo britannico nel tentativo di introdurre nuove regole per la sicurezza, trasparenza, rappresentatività e sostenibilità.

La cooperazione tra le diverse tifoserie, partendo dal supporto tecnico alla nascita di nuove realtà e al sostegno di specifiche iniziative, ha consentito l’innalzamento del livello del dibattito, trasformando la protesta semplice di gruppi sparsi in proposte collettive concrete e approfondite, dando vita e forza alle organizzazioni di coordinamento nazionale che hanno portato autorevolmente le istanze dei supporters alle istituzioni sportive e amministrative. Un azione parallela delle due organizzazioni, che spesso si è intrecciata in attività condivise e nel Summit annuale estivo, per favorire e sviluppare l’introduzione di misure per migliorare le relazioni con i supporters (fanengagement) e per l’implementazione di nuove regole per la governance dei club e delle istituzioni sportive.

La FSF dal 2002, anno della costituzione ufficiale a seguito della fusione della Football Supporters’ Association (FSA) e National Federation of Supporters’ Clubs (NATFED), opera in prima linea per la tutela dei diritti dei supporters, nella promozione del dialogo tra club, tifosi e i principali soggetti istituzionali in tutti gli aspetti in cui il punto di vista della fanbase può essere utile nella definizione di interventi. In particolare per le materie che riguardano la sicurezza, e per lo sviluppo a più ampio raggio di politiche fans-friendly per favorire l’accessibilità e la partecipazione alle manifestazioni sportive per tutti. Al Presidente dell’organizzazione spetta anche un posto come rappresentante dei tifosi presso il Consiglio della Football Association(FA).

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Le iniziative di sensibilizzazione si sono spesso articolate su livelli diversi, dagli eventi locali, utili a centrare l’attenzione su specifiche problematiche, dove non sono mancate proteste pacifiche, per poi allargare il dibattito attraverso campagne informative e coinvolgendo in dibattiti e conferenze esperti in materia. La diffusione attraverso la forte rete dei social network ha consentito l’allargamento della platea e dell’impatto dei temi trattati. Non è un caso che lo sviluppo di nuovi canali di comunicazione abbia accelerato in maniera consistente lo sviluppo dell’intero movimento nell’ultimo decennio.

Le attività delle principali campagne condivise portate avanti dalla FSF, che hanno prodotto risultati concreti e incentivato alla realizzazione di nuove strategie di confronto con la base della tifoseria, hanno riguardato molti degli aspetti del ‘matchday‘ con particolare attenzione per la sostenibilità della partecipazione agli eventi sportivi(costi e incentivi rivolti alle categorie protette e ai giovani), la promozione della lotta ad ogni tipo di discriminazione, il contributo nella definizione di buone pratiche di dialogo con la base per materie di sicurezza e per il miglioramento dell’esperienza nel corso dei match. Una panoramica sulle principali campagne

Watching Football Is Not A Crime!

E’ la campagna con cui dal 2014 la FSF ha promosso il confronto costante tra le rappresentative dei tifosi con le forze dell’ordine locali e le autorità preposte alla sicurezza (Sports Ground Safety Authority, SGSA) al fine di garantire le migliori condizioni possibili per la partecipazione ai match, sopratutto per le tifoserie ospiti, e per prevenire situazioni critiche per l’ordine pubblico. L’iniziativa segue gli sviluppi prodotti dalla campagna Fair Cop? del 2008 in cui erano state sollevate le prime voci che reclamavano una maggiore attenzione e sensibilità su questi temi da parte dei soggetti istituzionali. In questo ambito sono state ridotte le misure restrittive in diversi match attraverso il coordinamento tra i soggetti interessati e il network di supporters è attivamente coinvolto nell’implementazione della figura del Supporters Liaison Officer, quale riferimento di prima linea per la tifoseria su questi specifici temi. La figura dello SLO nasce sulla base dell’idea è che si possa e si debba sviluppare un dialogo costruttivo e strutturato tra una società di calcio ed i propri tifosi come avviene concretamente e con effetti positivi già in alcune nazioni europee, Germania e Svezia ad esempio, oltre ad essere una figura obbligatoria dal 2011 in quanto prevista, nell’art.35 del UEFA Club Licensing and Financial Fair Play Regulations, tra i criteri per il rilascio della Licenza UEFA.

Fans For Diversity

Qui rientrano le iniziative portate avanti dalla FSF, presso club professionistici e non, in collaborazione con l’organizzazione Kick It Out, attiva dal 1993, per promuovere l’inclusione nel calcio a tutti i livelli, combattere il razzismo e le discriminazioni di ogni genere attraverso attività condivise, collaborazioni con le scuole, match amatoriali, conferenze informative e approfondimenti, coinvolgendo società e istituzioni sportive di tutti i livelli e le associazioni/organizzazioni della società civile che operano in questo settore(al LINK l’ultimo report). Tra i temi rilevanti anche la promozione del ruolo della donna sia come appassionata e spettatrice, sia nella promozione della pratica sportiva e nelle strutture dirigenziali, accompagnata in questi anni da una crescente attenzione sull’argomento e da concreti investimenti per lo sviluppo da parte delle federazioni.

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Safe Standing Campaign

La campagna dedicata alla richiesta di reintroduzione di settori con spalti in piedi nel calcio inglese. Banditi dagli stadi in UK dalla tragedia di Hillsborough, frettolosamente liquidati per scaricare la responsabilità nella gestione dell’ordine pubblico in occasione dell’incidente, riammessi da qualche anno nel dibattito dopo le sentenze definitive, sono ora tornati al centro dell’interesse di numerose tifoserie e club che vedono nelle soluzioni sviluppate in diversi Paesi, ad esempio i rail seats in Germania, lo spazio per restituire atmosfera e favorire la presenza negli impianti di settori a prezzi popolari. La promozione del dibattito si è articolata con la visione e l’approfondimento da parte delle delegazioni dei gruppi affiliati alla FSF di case study ed esperienze all’estero, da cui è poi partito un roadshow itinerante in UK con cui sono state condivise con la base le informazioni raccolte, attraverso incontri locali e presentate nelle occasioni di confronto con gli esperti di sicurezza, di progettazione degli stadi e con le istituzioni sportive.

La Safe Standing Campaign ha inoltre favorito l’emergere sempre più costantemente di meccanismi di consultazione periodica tra le organizzazioni e la tifoseria, che si sono spesso estesi ai molteplici aspetti del matchday e in molti casi sono stati assorbiti e replicati dai club, permettendo ai gruppi di stabilire un filo costante di confronto sia con la propria base sia con la società. Leghe, club e supporters sono ormai favorevoli a sperimentare nuove soluzioni, il progetto pilota al Celtic Park partito la scorsa estate sta riscuotendo giudizi positivi, dopo il mandato esplorativo alla Premier League, che valuterà possibili interventi, manca solo la politica ora per l’ultimo passo decisivo.

Away Fans Matter

In questa iniziativa rientrano le diverse attività, tra cui la famosa campagna ‘Twenty’s Plenty’, portate avanti in questi anni per favorire la presenza nelle trasferte, garantire sicurezza e accessibilità ai supporters ospiti. Nel riconoscimento dell’importanza per lo spettacolo della presenza di tifosi ospiti in occasione dei match la campagna ha portato avanti proposte per migliorare sia l’accoglienza (parallelamente alle attività svolte nell’ambito di Watching Football Is Not A Crime!), raccogliendo i feedback dei supporters in trasferta a seguito di ciascun match, utili ad evidenziare criticità e fornire un quadro per interventi mirati, da cui è poi nato anche un premio annuale assegnato dalla FSF per celebrare i migliori club per l’accoglienza; sia l’accessibilità delle stesse riuscendo ad ottenere strumenti e incentivi alla riduzione dei costi e alla limitazione degli spostamenti dei match. In particolare: la nascita e l’implementazione dell’Away Fans Fund, a cui contribuiscono club e leghe, usato come strumento per ridurre i costi delle trasferte, per incoraggiare convenzioni per i viaggi e per lo sfruttamento di mezzi pubblici gratuiti. Una delle proposte più positive in questo contesto è stata anche quella dello sviluppo di accordi bilaterali tra i club per proporre reciprocamente prezzi contenuti per i supporters ospiti che dall’introduzione ha consentito di risparmiare ai tifosi mediamente circa 400.000 sterline all’anno.

L’introduzione del tetto massimo a 30 sterline per i biglietti delle trasferte, che dovrebbe partire per l’edizione 2017/18 dei campionati inglesi. Una mezza conquista raggiunta nel corso di questa stagione rispetto alle richieste del network nazionale del cap a 20.

Queste piccole conquiste, ottenute negli anni con grande fatica e perseveranza, hanno consentito ai gruppi di accreditarsi come interlocutori rilevanti e sottolineano le grandi potenzialità della fanbase di ciascun club nel miglioramento del rapporto con la propria comunità.

3 Commenti

3 Comments

  1. Michele

    aprile 2, 2017 at 8:40 pm

    Siamo distanti come la terra e la luna……

    • Stefano

      aprile 3, 2017 at 10:09 am

      Vero, ma nulla impedisce di apprendere e costruire la nostra strada. Sempre che ci sia una reale volontà di cambiare, dalle nostre parti lo sport nazionale è lamentarsi, senza fare nulla, e quando ci sono proposte nuove: ‘nun se po’ fà’. Già bypassare questo aspetto sarebbe una vittoria 🙂

      • Michele

        aprile 3, 2017 at 9:22 pm

        Le intenzioni esistono e sono anche regolamentate (SLO), ma sono solamente sulla carta, non frega nulla alle proprietà dei tifosi, a parte il mese che ci sono gli abbonamenti, il disastro è chiaro a tutti ma nessuno li ferma.
        Bravi voi a scrivere e cercare di capire i perchè…. ma sarà una lotta impari e impossibile, se i tifosi invece di lottare assieme se ne vanno dagli stadi, secondo me a ragione, ci si troverà con una voragine dove una alla volta spariranno le Società.

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Calcio

Quelli che sono stati anche figli di Beppe Viola

Ettore zanca

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Il 17 Ottobre 1982 ci salutava quel genio giornalistico, ma non solo, di Beppe Viola. Un uomo unico nel suo genere che è rimasto nella memoria di tutti. Per ricordarlo vi riproponiamo l’intervista alla figlia Marina, che ha scritto un libro a lui dedicato, facendoci scoprire quel Beppe che solo una figlia può conoscere.

Marina Viola ha un cognome importante, almeno lo è per chiunque si avvicini a lei dall’esterno. Perchè lei è figlia di una icona del giornalismo sportivo e non solo. Un uomo poliedrico e geniale, un punto di riferimento per chi parla e scrive di sport ancora adesso. Autore anche di una canzone indimenticabile, E la vita, la vita, cantata da Cochi e Renato e da Enzo Jannacci. Ma anche dei dialoghi di “romanzo popolare”, film con Ugo Tognazzi, Michele Placido e Ornella Muti. Marina ha scritto un libro in cui invece mostra l’animo intimo di quest’uomo, parliamo di Beppe Viola, il signor “Quelli che”. Parliamo insieme a Marina di questo manoscritto, del suo percorso. Mio padre è stato anche Beppe viola, il titolo.

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Il libro su tuo papà dà l’impressione di un buon vino in decantazione, è stato un percorso di consapevolezza graduale, un rimettere a posto le tessere di un mosaico. Quando scrivevi di lui, che spirito avevi? Le parole venivano fluide o è stato un percorso ad ostacoli?

Stava crescendo in me il terrore di dimenticarmi alcuni dettagli della mia vita con lui. Quando è morto avevo solo 15 anni, e già molte cose si stavano offuscando. Questo desiderio di mettere nero su bianco i miei ricordi e in qualche modo cementarli da qualche parte è stato il motivo che mi ha spinto a scrivere di lui. Spesso quindi scrivevo esattamente quello che la mia mente ricordava in certe occasioni: quando andavamo con lui alla RAI, o quando eravamo in vacanza insieme, o quando sono andata con lui a intervistare Umberto Tozzi o a fare una pubblicità per l’olio IP. In quei casi è stato abbastanza facile scrivere, perché era un po’ come raccontare un film. Poi ci sono stati alcuni passaggi difficili, per esempio quando mi sono sentita in dovere di analizzare, in un certo senso, questa figura emblematica che era mio padre, nascosto nell’ombra della sua popolarità. L’ostacolo più difficile da superare è stato raccontare alcuni episodi pertinenti al rapporto fra i miei genitori, che finora non erano mai stati discussi né all’interno della nostra famiglia e men che meno pubblicamente. Sapevo di far soffrire mia mamma e le mie sorelle, ma ho deciso comunque di parlarne, perché altrimenti non sarebbe stato un racconto onesto. Ma mi è costata moltissima fatica, devo ammetterlo.

Emerge un padre di grande cuore, dai molti gesti per dimostrarlo, una sorta di sanbernardo emotivo, dannoso, ma mai pernicioso, irruento, di cuore. Tanto da lasciare una traccia forte in molte persone, che anche dopo la sua scomparsa vi sono venute a dare prova del loro affetto. Sembra che tua mamma con la sua pazienza fosse l’ideale contraltare, come è stato il loro amore, che impressioni ti ha lasciato e che patrimonio?

A parte appunto un periodo difficile nella loro relazione, mia madre e mio padre si amavano moltissimo. Sono cresciuti insieme, e si conoscevano intimamente come poche altre persone. Il loro rapporto (da quel che mi posso ricordare) era basato su un profondo rispetto e era estremamente bilanciato: mio madre sapeva che non avrebbe mai potuto chiedere a suo marito di non volare via e fare il marito e il papà tradizionale. Non avrebbe funzionato. E mio padre sapeva che mia madre sarebbe stata una compagna perfetta con cui condividere una famiglia, ma non solo: per mio padre mia madre è stato forse l’unico punto fisso della sua vita: una persona estremamente intelligente e sensibile con cui confidarsi e a cui tornare, sempre e comunque. C’è anche da dire che erano altri tempi, e che allora i papà non si prendevano le responsabilità che si prendono adesso. Poi, fortunatamente per la moglie ma anche per i figli, la figura del papà è diventata più prominente nelle famiglie.

Da tutto il libro sembra emergere un dato interessante, più che le parole, nella vostra famiglia hanno contato i gesti. Si dimostrava il proprio amore con quelli. Molto bella ad esempio, la scena dell’orologio, tua mamma si tiene un ricordo di tuo papà molto significativo, senza dire una parola. è giusta questa impressione?

Mah, non saprei. Quando muore qualcuno così improvvisamente, quello che rimane sono le sue cose, che assumono d’un tratto un’importanza enorme, per esempio, appunto, l’orologio. Ci sono alcune cose che mi ricordano moltissimo mio padre, per esempio la sua scrivania, in sala. Quando vado a Milano mi piace sedermi su quella sua sedia e osservare il mondo da lì. Ma credo che tutto questo sia abbastanza normale per chi, come me non ha che alcuni ricordi. Un papà, specialmente per una figlia femmina, è una figura essenziale, e cerco spesso di rivivere alcune sensazioni, inventandomele, ovviamente.

Che cosa ti ha trasmesso sapere che alcune pietre miliari della canzone ironica italiana, del giornalismo, dei film, vengono da tuo papà, come hai vissuto questo suo continuare nelle cose che ha fatto?

Mah, mio padre non ci ha mai coinvolto nel suo lavoro, in parte perché eravamo piccole e in parte perché non gliene fregava assolutamente nulla di far sapere a noi o a nessuno i contributi che dava a amici e colleghi. Certamente è bello ritrovare il suo lavoro e le sue parole in alcune canzoni, o alcuni dialoghi nei film a cui ha partecipato ascrivere la sceneggiatura. Noi non eravamo interessate al fatto che mio padre fosse giornalista o men che meno famoso, anche perché per noi era solo il nostro papà.

Hai avuto nella tua vita alcuni momenti non facili, per cui hai combattuto, che cosa diresti di te, in questo momento? Come ti vedi nei tuoi traguardi e nelle tue lotte da fare?

Come tutti, anche io ho avuto la mia bella dose di momenti non facili, per esempio un figlio severamente autistico e con la sindrome di Down, che è sì il mio fiore all’occhiello, ma anche abbastanza difficile da gestire. Fortunatamente ho un marito molto bravo che supporta e sopporta ogni mio momento difficile e mi aiuta a superarlo. Non solo, ho il supporto di mia mamma e delle mie sorelle che anche se lontane sento vicinissime. Non vedo la vita o le sue difficoltà come una lotta da superare, ma piuttosto come delle opportunità di crescita e di esplorazione. Solo così, credo, si può raggiungere un certo strano tipo di cosa che qualcuno insiste a chiamare felicità.

Vi invito a porre una piccola attenzione in più a questa ultima frase, che credo contenga un buon modo di vedere la vita, anche quando sembra tutto prossimo al crepaccio del nulla.

Quelli che la vita la vivono esistendo, a volte fin troppo brevemente, come Beppe Viola, perchè la vita l’e bela.

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Calcio

Jules Rimet, il visionario padre dei Mondiali che ha cambiato il ‘900

Leonardo Ciccarelli

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Il 16 ottobre 1956 moriva Jules Rimet, il padre dei Mondiali di Calcio. Ripercorriamo la sua vita che attraversa tutti i momenti cruciali della storia moderna. Un uomo di sport, oltre lo sport.

Al civico 45 in Avenue Marx-Dormoy, in Bagneaux, provincia di Parigi, c’è un meraviglioso cimitero extra muros in cui sono sepolti alcuni importanti francesi, da Claude Berri a Frida Boccara, da Jules Laforgue a Charles Denner, c’è anche la salma di un visionario che ha cambiato per sempre la storia dello sport più radicato del pianeta, il calcio. Parliamo di Jules Rimet.

Nato nel 1873 e cresciuto nel bel mezzo del niente nelle colline della Francia di fine ‘800, si trasferisce a ridosso del nuovo secolo a Parigi insieme alla famiglia per sfuggire alla fame e alla povertà. Nella capitale ad 11 anni lavora nella drogheria di suo padre, ed in questa splendida città scopre il calcio giocato dai ragazzi nelle strade e si convince dei benefici dello sport nell’educazione fisica e morale dei giovani, che porta benessere e amicizia tra le persone. Diventa uno studente coscienzioso fino a diventare un avvocato.

Contemporaneamente si impegna nello sport e fonda col fratello nel 1897 i Red Star, una delle società più antiche della Francia, attualmente in Ligue 2, la Serie B francese, e l’anno dopo fonda anche un giornale cristiano, repubblicano e democratico, La Revue, che si fonde nel gennaio del 1899 con Le Sillon di Marc Sangnier, una rivista per la quale numerosi cristiani divennero ostili alla monarchia.

La politica è centrale nella vita di Jules Rimet che fin da giovane si avvicina alla Democrazia Cristiana transalpina, restando però con ideali vicini alla sinistra, chiedendo una collaborazione forte e reale tra la chiesa ed il popolo e pretendendo un riformismo che avvicini le classi sociali, smussando i conflitti sociali.

Vede nel calcio il mezzo per smussare i suddetti conflitti, vede lo sport e proprio il football in particolare, un veicolo serio e concreto di emancipazione per i meno fortunati e crede fermamente nello sport come un fattore reale di avvicinamento tra i popoli.

Rimet è un contemporaneo di Pierre de Coubertin, l’inventore delle Olimpiadi moderne e all’indomani della fine della Prima Guerra Mondiale la voglia di non spargere più sangue e risolvere i propri dissensi nello sport è davvero forte, prende forma in questo clima l’idea di un Campionato del Mondo di Calcio, un clima fortemente politicizzato proprio dal suo fondatore che usa questa idea per scalare i vertici della Fifa che approva questo nuovo torneo.

Il primo organizzatore è l’Uruguay che negli anni ’20 e ’30 è un felice Paese del Sudamerica e che nel calcio sta dominando nell’unico torneo mondiale fino ad allora esistente, il torneo olimpico, che la nazionale vince sia nel ’24 sia nel ’28. Sono i più forti del mondo, ed infatti vincono la prima edizione del torneo iridato, organizzato da loro che festeggiano quell’anno proprio il centenario dell’indipendenza. Il 31 luglio oggi è festa nazionale in Uruguay, per ricordare quel glorioso giorno.

E’ stato un successo, Jules Rimet diventa uno degli uomini più potenti del mondo, le nazioni guardano con coraggio questo sport inventato dagli inglesi e i capi di governo si ingolosiscono. Tra questi, Mussolini ottiene l’organizzazione dela Coppa del Mondo del ’34, vinta dalla stessa Italia che sulla bandiera ha il fascio littorio, impresa ripetuta 4 anni dopo nell’edizione francese della competizione iridata.

La Coppa del Mondo del ’38 è il manifesto di quello che sarebbe successo l’anno successivo: la Germania schiera 5 austriaci, poco dopo l’annessione dell’Austria al Terzo Reich, ed esclude ogni atleta di origine ebraica dalla competizione.

Dopo la Guerra le cose cambiano. Si riuniscono i comitati a Lussemburgo e stilano alcune regole ancora oggi in vigore, come quella di dedicare la coppa al suo ideatore e soprattutto di donare il trofeo alle nazioni in grado di vincerlo per 3 volte. La prima a riuscirci è stata la nazionale brasiliana, poi ha seguito l’Italia nel 1982, infine la Germania, nel ’90.

Rimet lascia la presidenza Fifa ad 84 anni, due anni dopo sarebbe morto in solitudine, con un ideale ben chiaro a lui, ben poco a chi i campionati li avrebbe organizzati come ha dimostrato l Italia e come dimostreranno il Cile di Pinochet, l’Argentina di Videla.

La sua idea di calcio romantico, che unisce i popoli sotto un unico dominatore, è parzialmente riuscita e forse l’esempio migliore è stata la sua nazionale, che nel ’98 lo omaggia con una piazza nei pressi del Parco dei Principi e con una scritta sulla fiancata del pullman: “Liberté, Égalité, Jules Rimet”. Una nazionale fatta da francesi, algerini, baschi, sudamericani, africani, tutti uniti sotto un’unica bandiera, quella francese, tutti uniti per un bene ideale, quello del Calcio.

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Calcio

65 anni del Divino: Falcao, l’addio, la politica e il Papa

Matteo Luciani

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Compie oggi 65 anni Paulo Roberto Falcao, l’ottavo Re di Roma, rimasto nella memoria dei tifosi giallorossi per aver portato il tricolore a Roma. Ma ci fu un momento in cui il brasiliano fu ad un passo dall’Inter. Vi raccontiamo questa storia di calciomercato sfumata per un soffio.

Giugno 1983. La capitale d’Italia è in tripudio dopo che la sua parte giallorossa ha appena conquistato il secondo tricolore della propria storia. Merito di un gruppo di uomini e calciatori eccezionali guidati sapientemente dal ‘Barone’ Nils Liedholm.

Neppure il tempo di gustarsi il sapore della vittoria, però, che nei pressi di Trigoria scoppia la bomba: il ‘Divino’ Paulo Roberto Falcao, uno dei simboli del successo ottenuto soltanto poche settimane prima sul campo, vuole andare via ed ha trovato l’accordo con l’Inter per trasferirsi all’ombra della Madunina.

I tifosi della lupa sono sconvolti. Proprio lui, l’uomo che, arrivato a Roma soltanto tre anni prima (quando i giallorossi erano in possesso di una squadra ancora non eccellente), dichiarò subito senza dubbi “entro pochi anni vinceremo lo Scudetto”, cambiando il modo di pensare e rapportarsi alla realtà calcistica di supporter tutt’altro che abituati a trionfi e coppe, decide di abbandonare la nave ora che questa si appresta a salpare pure in Europa per dare l’assalto alla Coppa dei Campioni.

A gettare benzina sul fuoco, in quei giorni caldissimi, arrivano le dichiarazioni dello stesso Falcao, che da Porto Alegre, dove si trova in vacanza, parla già da ex giallorosso e dichiara: “Lasciare Roma è stato un trauma”. Sembrano ormai non esserci più speranze, dunque, per la permanenza del numero cinque nella Capitale. Dino Viola, però, sa bene che nessun club ha raggiunto un accordo anche con la società per lasciare libero il campione brasiliano e non si preoccupa più di tanto.

Si parla di offerte da parte di Verona e Napoli ma la realtà è che Falcao vuole solo l’Inter. Il merito dell’operazione è da ascrivere a Sandro Mazzola, allora dirigente nerazzurro, che insieme al procuratore del nazionale verdeoro Cristoforo Colombo ha lavorato per molto tempo nell’ombra. Alla fine, Mazzola riesce a portare l’accordo con Falcao tra le mani del presidente interista Fraizzoli. E’ ormai tutto fatto. Manca solo l’ultimo tassello: l’accordo economico con la Roma.

Fraizzoli, mostrando una correttezza d’altri tempi, alza il telefono per chiamare Dino Viola e comunicargli che ha la firma del numero cinque romanista in mano. La richiesta implicita è: “Quanto serve per lasciarlo andare?”. La risposta del numero uno giallorosso è sorprendente: l’assoluto silenzio. Viola, infine, comunica di aver preso atto della faccenda e attacca.

Da questo punto in poi, il calcio inizia ad entrarci poco. Per bloccare la partenza di Falcao, infatti, si muove addirittura Giulio Andreotti (insieme al fido braccio destro Evangelisti). La prima mossa riguarda il contatto con la mamma di Falcao, la signora Azise, a cui viene fatto sapere che anche Papa Wojtyla desidera che il campione brasiliano rimanga nella Capitale. “Non vorrai mica dare un dispiacere al Santo Padre?”, saranno le parole di Azise al figliolo.

L’accordo con l’Inter, ora, vacilla. A dare il colpo di grazia a Fraizzoli ci pensa Andreotti in persona. Quest’ultimo, infatti, chiama Fraizzoli e, ancor prima di parlare di Falcao, si rivolge al presidente interista con le seguenti parole: “mi dicono si tratti di affari importanti…..”. Il riferimento è ai capi d’abbigliamento che Fraizzoli fabbrica e che vengono distribuiti anche ai ministeri.

Il numero uno nerazzurro capisce che ormai la situazione si è fatta più grande di lui e contatta immediatamente Sandro Mazzola. “Il contratto di Falcao va stracciato”. La macchina della politica si è messa in moto ed il povero Fraizzoli non può far altro che lasciare il ‘Divino’ lì dove ha appena fatto la storia.

Il calciomercato non è mai sembrato argomento tanto ‘piccolo’.

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